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Discussione: La diga

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    Predefinito La diga

    Roma. Nella valanga di interessi, scalate, cordate, concerti, acquisizioni, s’alza improvvisa la diga. Nel mare scuro e profondo che si agita addosso a Rcs, fra le plusvalenze stratosferiche, nella commistione tra affari e politica, in mezzo alle blindature dei patti di sindacato, fra i miliardi di euro che scorrono e s’impongono, addosso alle intercettazioni, alle smentite, agli insulti tra imprenditori, nel salotto buono e in quello più ruspante, nelle “polemiche da parrucchiere”, tra le banche e la Consob, nel grande romanzo insomma che coinvolge anche il genero dell’ex premier spagnolo, l’attuale premier italiano, il governatore della Banca d’Italia, gli appelli a Carlo Azeglio Ciampi, l’ira di Romano Prodi, qualcuno, finalmente, ha infilato un dito e ha detto: fermi.
    Immobili. Smettetela. “Ci vuole chiarezza”.
    Il Comitato di Redazione del Corriere della Sera (da qui in poi Cdr) ha detto basta. E ha diffuso un comunicato interno duro, durissimo. Pieno di preoccupazione. “Di fronte all’insistenza di voci, indiscrezioni, dichiarazioni e scorribande che hanno come obiettivo il controllo del gruppo Rcs e del Corriere”, il Cdr difende a spada sguainata la proprietà esistente dai barbarici attacchi in corso. E frena l’assalto: raddoppia le azioni Rcs Mediagroup che detiene a nome di tutti i 373 giornalisti in allarme.
    Cioè, passa da una a due azioni a testa, per un totale di 746 azioni, almeno quattromila euro.
    “Un gesto simbolico”, dice Stefania Tamburello, del Cdr romano “un modo per esigere la trasparenza di ciò che succede”.
    Un dito per bloccare le rapide. “Siamo preoccupati per il livello delle persone e del dibattito: per ora niente scioperi ma la massima allerta”, ha detto Gabriele Dossena, membro del Cdr milanese (Raffaele Fiengo è in ferie per tutto il mese di agosto) “Pensiamo a conferenze pubbliche per informare lettori e opinione pubblica di quel che sta accadendo”, cioè l’orrenda scalata, poiché, “visto il livello delle figure in gioco e le loro amicizie politiche, tutto può essere possibile”. Stefano Ricucci deve sapere che il Cdr del glorioso Corriere della Sera è orripilato e non permetterà che accada, “sarebbe un brutto segnale per l’informazione tutta e per la democrazia italiana – ha aggiunto Dossena – la nostra vigilanza è massima”.
    Ieri pomeriggio il Cdr ha duplicato il comunicato, ha alzato un’ulteriore diga contro le invasioni. Perché l’importante è riuscire a fare massa critica contro i nuovi barbari: “Gli ultimi due scioperi hanno lanciato questo allarme. Sono stati la risposta immediata alle prime manifestazioni di una scalata dai contorni oscuri, anche stranieri e all’uscita di Ferruccio de Bortoli”. E il patrimonio del Corriere è “pesantemente minacciato, dentro e fuori”.

    Piero Ostellino contesta Sergio Romano
    C’è nervosismo a via Solferino, nonostante la diga costruita dal Cdr. Anche gli editorialisti più importanti si mettono a litigare, e il merito è tutto di Stefano Ricucci.
    Sergio Romano lunedì dalla prima pagina del Corriere ha chiesto a Silvio Berlusconi di occuparsi della proprietà del giornale. Di interpellare il presidente della Consob e chiedergli di vigilare sulla trasparenza dell’operazione, di chiedere pareri all’Authority, di darsi una mossa e anche una calmata.
    Piero Ostellino ha scritto ieri a Romano nella rubrica delle lettere: “non sono proprio d’accordo”, in un paese liberale il capo del governo non si deve occupare “della compravendita di società private”. “Nel 1925, l’allora capo del governo si occupò della proprietà del Corriere. Quel capo del governo era Benito Mussolini”.
    Sergio Romano ha risposto che questo è “un caso particolare”, perché il presidente del Consiglio è anche un imprenditore dell’informazione, “afflitto da un vecchio conflitto d’interessi”.
    Piero Ostellino ha letto con attenzione la risposta e, dice al Foglio, resta della sua idea. “Non posso che essere soddisfatto del garbo di Sergio Romano, che tra l’altro mi dà ragione, ma gli argomenti da lui portati non rispondono alla mia obiezione di fondo: non esiste una cultura liberale che percorra la società italiana”.
    Dice Ostellino che se negli Stati Uniti ci fosse un signore vagamente somigliante a Ricucci “con voglia di scalare il New York Times”, e se in questa scalata avesse commesso delle infrazioni, “la Sec, cioè la nostra Consob, l’avrebbe semplicemente seppellito sotto una montagna di multe da cui non si sarebbe mai più ripreso”.
    Ma c’è un’altra cosa, importante, che in Italia non accade: “Se i giornali americani avessero fatto quel che gli italiani hanno prodotto su Ricucci, una continua smearing campaign, cioè fango, calunnie, villipendio, sarebbero stati condannati dal tribunale a pagare una somma colossale al signor Ricucci: ecco, questa è la società in cui vorrei vivere, con regole precise da rispettare”, dice Ostellino.
    E allora la diga del Cdr, l’indignazione per “la scalata dai contorni oscuri”?
    “Ecco un altro caso di smearing – secondo Ostellino – ma certo ogni volta che il sindacato si leva per difendere le libertà non posso che essere contento, anche se in trentotto anni al Corriere della Sera le mie libertà me le sono sempre difese da solo.
    In questo caso, poi, rispondo come il cardinale Talleyrand: ‘Non troppo zelo, per favore’”.

    Letto su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Girotondo di ritorno

    C’è un grande giornale che rischia di subire una scalata, e le scalate, per le società quotate in Borsa, sono cose che succedono. D’altra parte gli attuali proprietari, uniti in un patto di controllo che sfiora il 60 per cento dell’intero capitale, se avessero intenzione di restare fedeli a quell’intesa, non avrebbero ragione di preoccuparsi, e tantomeno dovrebbero farlo i giornalisti.
    Invece, attorno a una questione che in qualsiasi altro paese a economia libera sarebbe lasciata al gioco del mercato, si è innestata una sorta di “questione morale”.
    Partendo dall’uso spregiudicato di intercettazioni, rimestando nel verminaio delle insinuazioni, con l’aiuto del prodiano Arturo Parisi che gioca la partita delle faide interne alla coalizione, si è avviata una nuova campagna di moralizzazione. In tre giorni sono scesi in campo, sul Corriere della Sera, Saverio Borrelli, Oscar Luigi Scalfaro e Gian Carlo Caselli. Come ai “bei tempi” di Mani pulite e delle accuse di mafia a Giulio Andreotti.
    Questa volta, però, gli obiettivi dei propugnatori della nuova edizione della “questione morale”, sembrano minimali. Non c’è più il disegno di una rivoluzione giudiziaria che scompagini assetti politici costruiti in decenni di vita democratica, c’è soltanto l’autodifesa di una testata (legittima, ma condotta con uno stile almeno discutibile), la contesa sul controllo di un paio di istituti bancari non di prima grandezza e l’infittirsi di modesti giochi di potere all’interno della coalizione di centrosinistra. Il girotondismo di ritorno, che non si fa più vedere nelle piazze ma emerge sulle colonne dei giornali, sembra destinato a finire nelle sabbie mobili di mediocri dispute economiche e politiche, in cui l’enfasi moralistica non riesce più a coprire la materialità di interessi fin troppo evidenti. Non è una novità, la parabola del moralismo è sempre eguale a se stessa, comincia con la contestazione del potere “corrotto” e finisce in una lite senza fine per spartirsene i brandelli. Persino i termidoriani, che posero fine nel sangue al moralismo del Terrore, erano quasi tutti ex giacobini. La questione morale invocata da Gaetano Salvemini contro il “governo del malaffare” di Giovanni Giolitti, finì con l’agevolare la campagna dannunziana prima e fascista poi contro il parlamentarismo. Anche la campagna “morale” di Parisi non è gratuita. Nonostante gli imponenti appoggi editoriali mostra già di aver imboccato la parte finale, e peggiore, della parabola.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

 

 

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