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Discussione: Come la strozzerei

  1. #331
    Radicalpignolo
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    In Origine Postato da yurj
    La 3 dimostra che pure le altre due sono cazzate

    Qui nessuno critica la ricchezza, si critica chi dice che un sistema che permette di sfruttare la gente ed evadere pure le tasse, va bene.

    Tu, in fondo, ammiri chi ti incula e speri di diventare come loro.

    Peccato che non siamo in guerra con l'Iraq, tu ci staresti bene tra i proletari.


    Naa , è vero che canta meglio di Gigi D'Alessio, d'altra parte non è mica tanto difficile cantare meglio di quello.
    Io ammiro solo chi, con le proprie capacità, riesce dare benessere a se stesso e agli altri. Ammiro il Berlusconi imprenditore, di certo non il politico. Lo ammirerei di più se non agisse, nel settore televisivo, in condizione di quasi monopolio.
    Comunque spero non ti sia incazzato per la battuta dell'altro thread, che era mirata a "simulare gelosia" e creare un simpatico siparietto con la bella Milady. Quella frase non aveva alcun intento offensivo, non mi riferirei seriamente a un forumista, chiunque sia, usando termini quali "derattizzazione". Ok ?

  2. #332
    Hanno assassinato Calipari
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    In Origine Postato da LIBERAMENTE
    Naa , è vero che canta meglio di Gigi D'Alessio, d'altra parte non è mica tanto difficile cantare meglio di quello.
    Io ammiro solo chi, con le proprie capacità, riesce dare benessere a se stesso e agli altri. Ammiro il Berlusconi imprenditore, di certo non il politico. Lo ammirerei di più se non agisse, nel settore televisivo, in condizione di quasi monopolio.
    Comunque spero non ti sia incazzato per la battuta dell'altro thread, che era mirata a "simulare gelosia" e creare un simpatico siparietto con la bella Milady. Quella frase non aveva alcun intento offensivo, non mi riferirei seriamente a un forumista, chiunque sia, usando termini quali "derattizzazione". Ok ?
    non mi sono offeso in tanti anni qui, figurati se mi offendo per colpa tua

    Dammi 1500 miliardi e ti creo anch'io qualche posto di lavoro.. il punto è che Berlusconi è lì per le amicizie politiche e i monopoli non sono ne un particolare, ne un caso della storia.

  3. #333
    Veneta sempre itagliana mai
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    In Origine Postato da DrugoLebowsky
    cucciolotta, il lavoratore rischia il licenziamento
    lo rischia se non fa il suo dovere, oppure se l'azienda è in crisi, nel secondo caso son più cazzi dell'imprenditore che non del lavoratore

  4. #334
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    In Origine Postato da pensiero
    lo rischia se non fa il suo dovere, oppure se l'azienda è in crisi, nel secondo caso son più cazzi dell'imprenditore che non del lavoratore
    mi ti sei involgarita pensiera, cmq l'imprenditore venderà la ferrari, l'operaio non mangia,

    e può essere licenziato anche se non porta la moglie al commenda...

    cmq in Svezia certi problemi li hanno risolti, basta copiare....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  5. #335
    Socialcapitalista
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    In Origine Postato da yurj
    non mi sono offeso in tanti anni qui, figurati se....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  6. #336
    Veneta sempre itagliana mai
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    In Origine Postato da yurj

    Dammi 1500 miliardi e ti creo anch'io qualche posto di lavoro.. il punto è che Berlusconi è lì per le amicizie politiche e i monopoli non sono ne un particolare, ne un caso della storia.
    a parte che anche tu come qualche altro c'hai la fobia per il berluska.....ma non ho capito perchè ti debbano dare 1500 miliardi per creare qualche posto di lavoro...ciccio bello proprio tu Veneto vieni a chiedere danè, quando sai benissimo che per la maggior parte le aziende di qua son nate senza bisogno di soldi, ma con tanta buona volontà...inventiva e voglia di lavorare....

  7. #337
    Hanno assassinato Calipari
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    In Origine Postato da pensiero
    a parte che anche tu come qualche altro c'hai la fobia per il berluska.....


    Era un esempio riconoscibile da tutti. Vale lo stesso per tronchetti provera e de benedetti.


    ma non ho capito perchè ti debbano dare 1500 miliardi per creare qualche posto di lavoro...ciccio bello proprio tu Veneto vieni a chiedere danè, quando sai benissimo che per la maggior parte le aziende di qua son nate senza bisogno di soldi, ma con tanta buona volontà...inventiva e voglia di lavorare....
    Appunto. A Berlusconi glieli hanno dati i 1500 miliardi senza garanzia...

  8. #338
    Veneta sempre itagliana mai
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    In Origine Postato da yurj



    Appunto. A Berlusconi glieli hanno dati i 1500 miliardi senza garanzia...
    e a te che te frega? devi assomigliare a lui?....vedi che anche tu c'hai la fobia del berluska

  9. #339
    Silvioleo
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    Quando, nell'autunno 2001, ormai insediatosi il secondo esecutivo Berlusconi, il titolare del neonato ministero del Welfare Roberto Maroni decise di ricorrere allo strumento delle deleghe per apportare alcune modifiche all'articolo 18, un segretario confederale della Cgil, Giuseppe Casadio, ebbe a dichiarare che il provvedimento mirava a "riscrivere il diritto del lavoro, annullando di fatto un modello culturale democratico e solidale". Caposaldo di questo "modello" è un modo di concepire il rapporto fra datore di lavoro e dipendente tipico non soltanto di certa mentalità sindacale e della sinistra, ma che ormai, attraverso la ben nota opera di sottile condizionamento culturale messa in atto per decenni dalla sinistra stessa, ha finito per sedimentarsi profondamente nel senso comune.

    Secondo questa vulgata, il rapporto di lavoro sarebbe inevitabilmente un rapporto di sfruttamento, in cui il datore di lavoro è un bieco e malvagio despota, e il lavoratore null'altro che un cittadino inerme, completamente alla sua mercé, del tutto solo se non fosse per la rassicurante ala protettrice della Triplice sindacale (alla quale però deve pagare il tributo di iscriversi e partecipare agli scioperi e alle manifestazioni di piazza che di volta in volta i leader sindacali decretano).

    In realtà, se si guarda al rapporto di lavoro con mente sgombra dai fumi del pregiudizio, ci si rende conto che esso non è altro che un rapporto volontario, libero, contrattuale; in sostanza, un rapporto in tutto e per tutto assimilabile a qualunque altro rapporto commerciale.Già nel 1966 il grande giurista liberale Bruno Leoni aveva messo in luce gli equivoci che si celano dietro all'idea di una inevitabile disparità di rapporti tra lavoratore e imprenditore, sempre e comunque a vantaggio di quest'ultimo. In particolare, il ragionamento di Leoni mira a dimostrare come, in un eventuale braccio di ferro contrattuale che vedesse confrontarsi, in un contesto di autentico libero mercato, l'opposta minaccia di uno sciopero da parte del lavoratore e quello di una serrata da parte dell'imprenditore, nulla dovrebbe indurci a pensare che il primo si trovi sempre e comunque in condizioni di svantaggio nei confronti del secondo.

    Siffatta condizione si basa innanzitutto, secondo Leoni, sul fatto che, mentre il lavoratore non può attendere per molto tempo di trovare un impiego, e con esso la remunerazione che gli consente di sopravvivere, l'imprenditore dispone di tutto il tempo necessario per indurre il lavoratore ad accettare un compenso inferiore. Questa, è l'impalcatura concettuale su cui si regge la teoria di Leoni, secondo cui al presunto squilibrio tra imprenditore e datore di lavoro va posto rimedio con il diritto di sciopero, e questo ritrovato equilibrio va difeso da contromosse padronali come la serrata. In effetti, se un lavoratore rimanesse realmente privo di retribuzione e di ogni mezzo di sussistenza, sarebbe ridotto alla fame. Ma l'alternativa tra l'ottenimento delle condizioni rivendicate e l'assenza di ogni altro reddito è, di per sé, una mera ipotesi: "come hanno rilevato alcuni economisti - scrive Leoni -, la disoccupazione in concreto è spesso volontaria, ossia dipende da una decisione che il lavoratore è in grado di prendere, perché può aspettare per lavorare, o quanto meno per svolgere un determinato lavoro, che si verifichino determinate condizioni".

    È anche vero, d'altro canto, che l'imprenditore dispone normalmente di redditi maggiori rispetto ai lavoratori, e può dunque sopravvivere più a lungo ad una fase di improduttività della sua attività. Ma ben difficilmente un imprenditore sceglie di sospendere la produzione solo, o anche soltanto in prevalenza, in base a considerazioni di questo genere. Leoni ritiene ragionevole pensare che un imprenditore valuti l'utilità delle alternative non già sulla base della differenza tra la sua condizione attuale e la condizione attuale dei lavoratori, ma tra quella in cui egli si trova ora e quella in cui potrebbe trovarsi in seguito: "tutti sanno che l'utilità o la disutilità delle scelte viene valutata da chi sceglie non già in base ad un paragone tra la posizione in cui questi si trova e la posizione in cui si trovano altri, meno fortunati di lui, ma in base ad un paragone tra la situazione in cui chi sceglie verrà a trovarsi e quella in cui si trova attualmente".

    Leoni coglie qui un elemento essenziale dei rapporti tra le parti contraenti nel rapporto di lavoro, e cioè la soggettività dei punti di vista. Nessuno nega che può essere estremamente preoccupante per un operaio non guadagnare nulla per un mese intero, ma questo non implica automaticamente che la prospettiva di fermare la produzione non possa essere drammatica agli occhi dell'imprenditore. Il quale, con molta probabilità, non si troverà costretto a ridurre la propria alimentazione personale o quella della sua famiglia, ma si troverà quasi certamente a dover rinunciare a taluni progetti, a ridimensionare certe strategie, a perdere una parte anche molto significativa della propria competitività: "non basta quindi per indurre l'imprenditore ad effettuare la serrata della sua azienda la considerazione che egli potrà sopravvivere più a lungo dei suoi dipendenti: l'imprenditore sa che se la sospensione si prolunga, non solo egli incorrerà come suol dirsi in lucri cessanti, ma subirà danni emergenti i quali saranno poi tanto più rilevanti quanto più grande è la dimensione della sua impresa, per i costi comportati dall'uso dei beni di produzione anche quando questi rimangono totalmente o parzialmente inoperosi, considerazioni - queste - non di rado altrettanto inefficaci a indurre l'imprenditore alla continuazione dell'attività produttiva della sua impresa quanto lo sarebbero considerazioni relative alla sua semplice sopravvivenza in mancanza di tale attività".

    Un'altra "mezza verità" su cui si fonda il pregiudizio dello stato di costitutiva inferiorità del lavoratore poggia, osserva il giurista, sul fatto che - si dice - il lavoratore non può scegliere a piacimento i datori di lavoro, dal momento che questi sono meno numerosi, mentre il datore di lavoro può scegliere a piacimento fra i ben più numerosi lavoratori. Di qui deriverebbe la maggiore forza contrattuale dell'imprenditore, che dunque, secondo i sindacati, andrebbe ancora una volta "riequilibrata" attraverso l'intervento dello Stato, ovvero attraverso gli strumenti coercitivi del diritto del lavoro. Ma Leoni fa notare, acutamente, come la libertà, peraltro pienamente legittima, dell'imprenditore di scegliere nella "massa" degli aspiranti al posto di lavoro coloro che gli sono più graditi, sia limitata da fattori che restringono il suo potere decisionale: "se per una determinata impresa occorrono ad esempio un imprenditore e cento lavoratori, questi ultimi costituiscono, appunto per ciò, una potenziale ‘coalizione' nei confronti del datore di lavoro. Egli potrà bensì cercare di scegliere o di scartare a capriccio chi gli pare: l'imprenditore si trova nella situazione di chi ha bisogno di una certa somma per raggiungere il suo scopo e quindi ha assai scarsa rilevanza per lui (e per ogni altro) il fatto che egli possa, in teoria, scegliere il taglio o la serie dei biglietti di banca a sua disposizione per pagare quella somma: il limite della sua decisione essendo innanzitutto rappresentato dall'ammontare di cui ha bisogno e inoltre dai mezzi di pagamento che ha sottomano".

  10. #340
    Silvioleo
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    Leoni rileva al proposito che la "filosofia del diritto di sciopero", a cui è sostanzialmente ispirata la legislazione sul lavoro, è condizionata da un "fattore irrazionale", che è proprio di tutte le ideologie socialiste, e che si può far risalire al concetto proudhoniano di "filosofia della miseria". Secondo Proudhon e i suoi epigoni, soltanto in situazioni di "miseria ambientale" il datore di lavoro si troverebbe in una posizione di forza rispetto ai lavoratori: "se il datore di lavoro ha bisogno di cento prestatori d'opera e il mercato del lavoro gliene offre trecento, questi ultimi appaiono in una situazione di svantaggio". E tuttavia questo non comporta né che l'imprenditore possa automaticamente trarre maggiore libertà di manovra e maggiore profitto da questa sua presunta posizione di vantaggio, né che i lavoratori possano "riequilibrare" la situazione attraverso il ricorso alla forza, incluso il provvedimento dello sciopero: "ciò non significa [...] - osserva Bruno Leoni - che da un lato l'imprenditore possa fare quello che vuole, (ad esempio, riducendo, o d'altra parte aumentando a piacere, le sue offerte di remunerazione del lavoro), né che, d'altro lato, i lavoratori possano eliminare lo svantaggio della loro situazione semplicemente ricorrendo a procedimenti coercitivi del tipo dello sciopero".

    In una situazione di economia arretrata, gli imprenditori sono poco numerosi, il capitale è scarso, e proprio per questo motivo, dispongono di mezzi molto più limitati di quelli di cui disporrebbero i loro colleghi in un ambiente prospero, e possono fare un uso di fattori "non umani" della produzione. In una situazione di "miseria ambientale", poi, il rischio d'impresa è più elevato, a causa di una serie di fattori che vanno dalla maggior difficoltà di produrre e immettere sul mercato i beni prodotti, alla frequente insolvenza dei compratori. È quindi ovvio che, nelle economie arretrate, gli imprenditori sono costretti a remunerare i loro prestatori d'opera in misura inferiore rispetto ai loro colleghi che operano in condizioni avanzate. Il tentativo di costringere l'imprenditore, in un contesto di miseria ambientale, ad aumentare le retribuzioni, riducendo con la forza il suo reddito, non può che gettare l'imprenditore in condizioni ancora più difficoltose, addirittura determinare la sua scomparsa dal mercato: "se ne deve concludere che mentre in economie prospere può non esistere affatto uno squilibrio contrattuale a danno dei prestatori d'opera, e anzi può esistere - al contrario - una situazione di ‘superiorità' - contrattuale da parte di questi ultimi, nelle economie arretrate la superiorità almeno apparente del datore di lavoro è ‘compensata' sui lavoratori di regola dalla scarsezza dei suoi capitali e dal conseguente alto costo della produzione, che non appaiono modificate con mezzi di coazione quali lo sciopero. Il tentativo di ridurre il reddito del datore di lavoro marginale [quello che opera in circostanze di miseria ambientale] in una situazione del genere, mediante azioni di forza, può quindi comportare addirittura la scomparsa della figura, in queste economie abbastanza rara, dello stesso datore di lavoro, il quale non troverebbe più convenienza a sopportare un maggior costo di produzione, quando quello che deve sopportare è già alto rispetto ai costi di produzione corrispondenti nelle economie arretrate".

    Tutto ciò, per Bruno Leoni, vale a sfatare il mito secondo cui il prestatore d'opera è sempre e necessariamente la parte più debole, e dunque necessiterebbe inderogabilmente dello strumento dello sciopero per ristabilire l'"equilibrio tra le parti. Ma un analogo ragionamento, osserva il giurista, vale per la serrata. Se essa è concepita come ritorsione contro lo sciopero, "è chiaro che essa non tende a ‘squilibrare' il rapporto, ma semplicemente a rimediare allo squilibrio che con lo sciopero si vorrebbe introdurre". Se invece il ricorso alla serrata è motivato dall'intento di squilibrare il rapporto con i prestatori d'opera, essa si rivela, per gli imprenditori, non meno controproducente dello sciopero per i lavoratori: "se - prosegue Leoni - la manodopera è scarsa (caso che il datore di lavoro potrebbe considerare come di ‘superiorità' per il prestatore d'opera) non si rimedia certo a tale scarsità con una ‘serrata'; mentre invece proprio a tale scarsità di manodopera occorrerebbe rimediare per eliminare la pretesa di superiorità contrattuale, in tal caso, del prestatore d'opera".

    Così, tanto lo sciopero quanto la serrata, strumenti concepiti per riportare "equilibrio" tra le parti nei contratti di lavoro, finiscono generalmente per determinare squilibri "tra lavoratori e lavoratori", e più in generale un grave danno all'intera società economica. Se infatti, a causa di uno sciopero, o di altre misure coattive (il cui effetto, è importante sottolinearlo, è sempre quello di alterare i prezzi reali nel mercato del lavoro), il lavoro impiegato nella produzione di un determinato bene viene a costare più i prima, e più del lavoro impiegato per la produzione di altri beni, gli imprenditori tenderanno a destinare, in misura maggiore di quanto sarebbe richiesto dal mercato, quelli che Leoni chiama i "fattori materiali della produzione" (ovvero il capitale da investire) verso produzioni in cui il lavoro è rimasto meno costoso. "Ciò avrà innanzitutto per effetto - osserva Leoni - l'eventuale disoccupazione dei lavoratori nelle imprese in cui il lavoro è divenuto troppo costoso (ossia uno squilibrio tra lavoratori e lavoratori) solo compensabile in parte con il riassorbimento eventuale, a salari minori, dei predetti lavoratori nelle imprese in cui il lavoro sarà rimasto meno caro e in cui saranno affluiti i nuovi capitali distolti dalle imprese in cui il lavoro era divenuto più caro. Ma ciò avrà anche per effetto una sottrazione di risorse alla produzione di certi beni che pure erano richiesti sul mercato, e la loro destinazione alla produzione di beni non richiesti o meno richiesti, ossia una perdita per l'intera economia".



    di Giorgio Bianco

 

 
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