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Discussione: Meeting 2005

  1. #11
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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    Originally posted by Lupus
    Esmor ma che avatar è?
    E' una "dead living doll"... ne ho una a casa e mi piacciono, in Italia in effetti sono meno note che altrove.

  2. #12
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    Originally posted by Esmor
    Perché ha parlato di "meticciato" come se due culture morali fossero delle etnie.

    Perché se l'Occidente non ha più valori etici, dobbiamo ringraziare la cultura di mercato introdotta da Berlusconi che riduce tutto all0utilitarismo. Pera guardi perciò le colpe della sua stessa parte politica.
    Un dettaglio comunque.

    L'utilitarismo è uno dei frutti della svolta antropologica, che cancella l'uomo, così come il comunismo, l'anarchismo, etc.

  3. #13
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    Dopo Colonia, a Rimini la storia continua

    Dal crogiolo dell'esperienza il segreto distillato della vita



    Davide Rondoni

    Mi aggiro tra i padiglioni affollati del Meeting di Rimini, e scorgendo le immagini di Colonia rimandate dalle tv mi tornano in mente le varie etichette che in questi giorni si vorrebbero incollare loro addosso: i papa-boys, i neo-con, i teo-con… Altri si chiedono se sono questi "movimenti" cresciuti a ridosso della figura papale la vera eredità del '68. Evidentemente non si tratta di appuntamenti sorti attorno a mega-eventi musicali, e nemmeno a eventi "neutri", impassibili. Intanto c'è da dire che sono ritrovi scomodi, in molti sensi. Quei ragazzi sanno - non sono scemi - che pagheranno, e spesso già pagano, l'ironia di molti compagni, l'incomprensione di certi adulti dentro e fuori casa, e lo sprezzo più o meno celato di taluni intellettuali attualmente assai ascoltati nelle accademie e nei media. Anche oggi che le allergie paiono attenuate, questi pagano con l'essere etichettati. Magari sotto le parole dolciastre con cui a volte vengono descritti, si sente il dente velenoso della commiserazione o dell'ironia. In realtà, qui si vede proprio la crisi delle etichette. Appena vengono usate appaiono già vecchie. A Colonia, come qui, c'è invece la rivalutazione di una cosa che si chiama: esperienza. Era una parola un tempo usata molto tra i giovani e per parlare di loro. Si diceva ad esempio: occorre fare esperienza di tutto. E specialmente, si voleva dimostrare ai padri che alla prova della concretezza il castello di valori, di consuetudini e di opinioni comuni mostravano la loro inconsistenza. Non reggevano di fronte alla vita e ai desideri più profondi e grandi. A quei giovani di allora, certe utopie, certi ideali per quanto confusi, e certi usi (e abusi) parvero le migliori proposte per l'esperienza che stavano facendo. La vita si è incaricata di smentirli. E proprio loro, padri e nonni, hanno iniziato a diffidare dell'esperienza come legge per capire l a vita. E si sono affidati a santoni, esperti, medici, e maghi di ogni genere per provare a comprendere l'esistenza. A credere agli oroscopi o alla tv. Al maestro di moda o a ogni sorta di test. E anche la parola esperienza è caduta in disuso. Ridotta a indicare un superficiale sentire sulla propria pelle varie cose, più o meno forti. Negli inviti rivolti da Benedetto XVI ai giovani ritorna la legge dell'esperienza. Intendiamoci: non che il Papa rinunci alla funzione della parola, lui che a Colonia è apparso come il grande catechista. È che va oltre, e chiede ai ragazzi di non accontentare da un bel discorso. Né di lasciarsi portare da un'onda sentimentale. Invita a fare esperienza, a giudicare quel che viene proposto sulla base delle esigenze del cuore e della più attenta riflessione. A vedere se è vero quel che si propone, senza aver paura di nulla e aprendosi a tutto. Dicono: amate Gesù nella compagnia della Chiesa. Verificate se nella vostra esperienza questo vi darà più gioia e fecondità. Tutta la forza dell'istituzione e del carisma della Chiesa attende l'assenso dell'esperienza di una ragazzetto. Che Dio, l'immenso, accetti di farsi giudicare dall'apparentemente piccolo che è l'esperienza personale di un ragazzo, è affermazione rivoluzionaria. E rende gloria a ciò che nella giovinezza si ha di più caro e dirompente: essere irripetibili, unici. Proprio quel che nella società e nella cultura di oggi è preso in giro o negato. E tale invito vale tra europei e "barbari", tra favelados e meticci, tra cristiani per tradizione e gente senza battesimo. Non cercate etichette per questi ragazzi. Qui non si offre una formula con cui identificarsi. Un tempo c'era uno slogan: «Vogliamo tutto». Qui c'è una notizia: il Tutto ti vuole. E ti vuole bene. Per chi offre questa notizia, l'esperienz a di ogni ragazzo è un'avventura, un dramma e uno spettacolo. Grigia è la teoria, diceva Goethe, verde l'albero della vita.


    Avvenire - 23 agosto 2005

  4. #14
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    Diecimila a lezione di libertà

    Il presidente della Fraternità di Cl cita don Giussani: «Se l'uomo vuole essere libero da tutto ciò che lo circonda, deve essere dipendente da Dio»



    Dal Nostro Inviato A Rimini Giovanni Ruggiero


    Anche questo Meeting riserverà sorprese e altre emozioni, ma quello che nella sua liturgia è il momento centrale si è già consumato ieri nella sala più grande della fiera di Rimini. Grande, ma non abbastanza per contenerli tutti: quelli che volevano sentire e vedere il "successore", don Julian Carron. Gli è toccato di spiegare non tanto il tema del Meeting, ma perché tutta questa gente è qui.
    «La libertà è il bene più grande», dice don Chisciotte al fido Panza. Ma non dice cos'è la libertà. Carron cita la libertà che andò cercando il Figliol Prodigo. Siamo forse tutti come lui? Forse peggio, poiché questa libertà non la stiamo cercando. Spiega Carron ai diecimila che lo hanno applaudito per ben otto minuti: «Siamo in una situazione in cui è difficile trovare uomini che si avventurino nel cammino della libertà. Possiamo dire che la libertà oggi è un bene tanto prezioso quanto scarso. Ci troviamo di fronte a un desiderio enorme di libertà, ma allo stesso tempo all'incapacità di essere veramente liberi, cioè noi stessi, nella realtà».
    Dunque, cos'è la libertà? La parola libertà - dice Carron ricordando don Giussani - individua una determinata esperienza. Quindi, come suggeriva il Gius, siccome si tratta di un'esperienza, «il punto di partenza di una presa di coscienza è guardare l'esperienza». «La libertà - aggiunge Carron - a partire dall'esperienza di soddisfazione di desideri immediati e parziali, si svela come la capacità della soddisfazione totale, completa, cioè come capacità della perfezione, della realizzazione di sé, vale a dire del proprio desiderio d'uomo».
    Carron è persona di vasta cultura. La sua lezione sul tema del Meeting oscilla tra l'omelia e una lectio magistralis. Va da Chesterton a Bernanos, da Jiménez a Zambrano, approda a Pavese e individua nella libertà un desiderio di totalità o di infinità, come pure il poeta chiamava questo anelito. «L'unica ipotesi ragionevole - dice Carron - è l'Infinito. Questa apertura alla totalità è il segno più palese che l'uomo è in rapporto diretto col Mistero che lo fa. È questa apertura alla totalità che mi fa essere libero, capace di scegliere tra diverse cose, di non essere ridotto a parte dell'ingranaggio di circostanze, o del potere. La libertà finita, cioè creata - aggiunge - rimanda alla libertà infinita. La libertà infinita e all'origine della mia libertà. Senza quella la mia non ci sarebbe». E non poteva non citare ancora don Giussani: «Ciò a cui l'uomo tende è qualcosa che è al di là, sempre al di là: è trascendente. Così la coscienza di sé percepisce l'esistenza di qualcosa d'altro, cioè di Dio, del Mistero, Dio come Mistero. Dio è l'estremo limite a cui il desiderio dell'uomo tende».
    Carron ritorna alla parabola del Figliuol Prodigo. Il giovane di quella casa della Palestina non fu libero quando abbandonò il padre, ma quando lo riabbracciò: «Perciò - dice il sacerdote nella sua esposizione lenta e pacata - la libertà è adesione all'Essere, al Mistero che ci fa, al Tu reale e misterioso di cui sono fatto in questo preciso istante. É nell'accettare il Padre, come il Figliol Prodigo, che divento libero».
    L'infinito possiamo rifiutarlo, ma non senza conseguenze sulla stessa libertà. «Senza l'adesione al Mistero infinito, l'uomo resta in balia di tutte le forze di potere in campo in qualsiasi circo stanza. Senza il riconoscimento del Mistero come radice e compimento di ogni desiderio e attrattiva parziale, la libertà non è che un'illusione».
    La lezione di Carron si chiude con un ultimo richiamo al fondatore Giussani, «l'uomo libero che ci ha insegnato a vivere tutte le circostanze nell'unico modo in cui non schiacciano, come riconoscimento del Mistero, cioè come figli». Forse Carron, con tutta Cl, aspettava il primo Rimini senza Giussani per dirgli ancora grazie. «Ciò ha insegnato a guardare la positività del reale in qualsiasi circostanza. L'omaggio più bello che gli possiamo offrire in questo primo Meeting senza di lui è quello di essere testimoni, per tutti coloro che ci incontrano, che l'unica possibilità di libertà reale è il riconoscimento del Mistero presente». Il cronista ha contato otto minuti di applausi: per don Julian e per don Gius.


    Avvenire - 23 agosto 2005

  5. #15
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  6. #16
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    Originally posted by Esmor
    Perché ha parlato di "meticciato" come se due culture morali fossero delle etnie.

    Perché se l'Occidente non ha più valori etici, dobbiamo ringraziare la cultura di mercato introdotta da Berlusconi che riduce tutto all0utilitarismo. Pera guardi perciò le colpe della sua stessa parte politica.


    Quindi il povero Berlusca sarebbe la causa della crisi di tutto l'occidente negli ultimi decenni.
    L'odio immotivato nei confronti di Berlusconi o l'immensa ingenuità di chi crede a questi luoghi comuni è sempre sconvolgente.
    Tra un pò l'accuseranno di essere il vero ispiratore del Concilio Vaticano II

  7. #17
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    Originally posted by Mappo Tappo
    Quindi il povero Berlusca sarebbe la causa della crisi di tutto l'occidente negli ultimi decenni.
    L'odio immotivato nei confronti di Berlusconi o l'immensa ingenuità di chi crede a questi luoghi comuni è sempre sconvolgente.
    Tra un pò l'accuseranno di essere il vero ispiratore del Concilio Vaticano II
    No, il sistema capitalistico in genere ha distrutto i già scarsi elementi di solidarietà che prima vi erano. Berlsuconi non è, come pensano gli anti-berlusconisti di professinoe, la causa di tutto, è semplicemente un prodotto della nostra epoca. Certo è che chi sostiene Berlusconi o ricopre cariche istituzionali per lo Stato italiano poi non si può permettere di parlare di crisi di valori alla quale ha contribuito.

  8. #18
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    Il capitalismo non è nè buono, nè cattivo. La bontà o meno sta nell'uomo capitalista. Il resto è mitologia.

  9. #19
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    e come ogni grande evento che si rispetti, anche il meeting 2005 ha la sua polemica meramente giornalistica, quella sull'inopportunità della frase solgan di quest'anno:


    23-08-2005
    Don Chisciotte falso mito della libertà
    Antonio Socci

    Il Meeting riminese quest'anno comincia con un autogol che fa sorridere. Ottima idea usare le parole di Cervantes per mettere a tema la libertà (vedremo poi lo svolgimento: anche all'interno di Cl). Ma gli organizzatori sono incorsi in un clamoroso infortunio prendendo a prestito dallo scrittore spagnolo non solo le parole del titolo, ma anche il suo squinternato personaggio - Don Chisciotte - e promuovendo questo straordinario imbecille a «eroe» del Meeting stesso, come un Cavaliere che «rappresenta fondamentalmente la lealtà verso un ideale che corrisponde infinitamente al cuore dell'uomo» (così si legge sulla rivista di Cl). In realtà Don Chisciotte non è un cavaliere è piuttosto la grottesca caricatura dell'antico cavaliere medievale. Possibile che non se ne siano accorti? Tanto valeva allora evocare pure Brancaleone da Norcia. È incredibile indicare come modello di umanità un picchiatello di quelli che si mettono lo scolapasta in testa e a cavallo della scopa gridano «carica!» contro un mulino a vento.
    A dire il vero, però, quella di Don Chisciotte non è una follia clinica individuale, paesana e innocua. No. È una follia sopravvenuta dai libri. È diventato questo monumento immortale dell'imbecillità umana perché la sua è una follia speciale, universale e molto moderna, che a ben vedere è l'imbecillità dell'ideologia. Non è lui a essere cretino, è l'ideologia che è stupida e - lui restandone prigioniero - lo rende matto, lo rende la persona meno libera che esista perché prigioniero di fantasmi.
    Riassumiamo. Alonso Quijano il Buono è una brava persona, finché non si butta fanaticamente a leggere romanzi cavallereschi e tanto se ne riempie la testa da perdere completamente il senso della realtà e poi il senno. Fa di quel passato la sua utopia e col nome di battaglia di Don Chisciotte della Mancha si immagina e si fa cavaliere errante e intraprende la sua avventura (rivoluzione, battaglia, milizia) con lo scopo - che appare sempre «nobile» nella vita di tutti i pericolosi ideologi - di «cancellare offese, raddrizzare torti e riparare soprusi». Come capita a tutti i dottrinari che si sono imbottiti il cervello con un'ideologia libresca, la realtà ai suoi occhi non esiste più, o meglio la realtà è quella che ha in testa lui. Così scambia una locanda per un castello, dei mulini a vento per dei pericolosi giganti, il catino di un tizio a cavallo di un somaro per l'elmo d'oro di Mambrino, la racchia Dulcinea per un'angelica bellezza.
    Ogni tempo ha gli emuli di Don Chisciotte. Anche intelligenti, colti, nient'affatto stupidi. Cosa può trasformare una persona intelligente in un pericoloso folle? L'ideologia. La storia lo ha dimostrato. È possibile imbottirsi la testa di mitologie e teoremi rivoluzionari (vecchi libri, anche in quel caso...) e favoleggiare di una rivoluzione inesistente e, pistole alla mano, scambiare un povero poliziotto o un giornalista che cammina inerme per strada o un professore universitario che torna a casa la sera, per il terribile «Stato imperialista delle multinazionali» e vedere la Cia dietro a tutte le locande e i mulini a vento e scambiare sanguinari dittatori per luminosi eroi dell'umanità. Anche oggi - a varie latitudini e con diversi libri di indottrinamento - si trovano di questi fanatici, pericolosi e violenti.
    Si obietterà che Don Chisciotte in fondo non è che un innocuo mattocchio, anche simpatico. Vero. Ma la grandezza di Cervantes sta nel cogliere quel meccanismo di perdizione che scatta con i libri o comunque con un «medium» esterno. Quell'estraniamento dalla realtà e dalla ragione. Quello smarrimento di sé.
    Secondo lo storico-economista Carlo Cipolla «si sottovaluta sempre il potenziale nocivo degli stupidi». Secondo me si sottovaluta il potenziale nocivo dell'ideologia che rende stupidi, ciechi. E che insidia tutti. Nessuno ne è immune (a cominciare dal sottoscritto). La seduzione di questa stupidità spesso arriva sottoforma di «nobile slancio». Ogni generazione ha le sue follie.
    Se c'è stato un uomo che ha salvato tanti di noi, quelli della mia generazione, dalla pericolosa infatuazione dell'ideologia e dell'utopia (sia utopia progressista del futuro che utopia reazionaria del passato, come quella di Don Chisciotte), è stato don Giussani. Fin dal 1976 - quando riprese le redini di Cl - si scagliò contro l'utopia del progetto sociale, poi nel 1981 quando - passato il referendum sull'aborto - demolì l'utopia del ritorno alla cristianità e alle «crociate». Ha continuato a richiamare sempre alla realtà come grande criterio di razionalità e a Cristo come «Colui che è presente», sperimentabile ora e qui (e non come un passato da riattuare) fino ai suoi ultimi giorni quando ha indicato ai suoi un'altra insidia da cui guardarsi: l'utopia della compagnia.
    A Giussani, credo, sarebbe piaciuta molto la lettura di Don Chisciotte che fece René Girard.
    Il personaggio di Cervantes sembra un tipo originale e anticonformista, ma - nota Girard - non è così, la sua malattia è assai diffusa nella Spagna del Seicento, «perfino gli osti trascurano i fornelli per leggere avventure di nascosto». Era cioè la moda. Girard demolisce così il mito del '68: la pretesa spontaneità del desiderio. In genere i peggiori conformismi vengono vissuti dai singoli come l'espressione massima della propria «spontaneità». La formula «fare ciò che voglio» in genere è usata non da chi è libero, ma da chi obbedisce in tutto a un ferreo ordine di omologazione (è evidente, tutto questo, nell'abbigliamento). Anche altri grandi personaggi letterari, penso a Emma Bovary e Paolo e Francesca, proprio come Don Chisciotte, saranno perduti da dei «libri galeotti», da quel diabolico meccanismo.
    Perché - spiega Girard - l'uomo è fatto di un desiderio infinito e indefinito, a cui non sa dare nome. E per cercarne l'oggetto ciascuno mutua dall'esterno, dai «media» esterni (libri o i giornali o tv o cinema, la moda, la pubblicità, la propaganda politica...), l'oggetto dei propri desideri che però inevitabilmente - essendo un oggetto finito e deludente - è abusivo, sbagliato e porta all'alienazione, alla follia e alla perdizione. Ecco perché «tra Don Chisciotte e il piccolo borghese vittima della pubblicità» conclude Girard «non vi è quella lontananza che il romanticismo vorrebbe far credere».
    In sostanza Don Chisciotte incarna proprio quel tipo d'uomo, alienato e rintronato dalla propaganda e dalla moda, da cui don Giussani ha tentato di liberare tanti giovani permettendo loro di fare l'esperienza della vera libertà. Infatti solo quando qualcuno ti fa intuire che tu sei più grande dei miti che ti fanno vedere, che sei fatto di un desiderio infinito e sempre insoddisfatto, che addirittura sei fatto del desiderio di Dio (per questo Giussani amava leggerci Leopardi, il suo pastore errante, il canto alla sua donna), solo lì cominci a essere libero da tutti i propagandisti e gli imbonitori e perfino libero da te, dalle facili «identità» del conformismo e dell'istinto. Perciò vorrei dire ai miei amici di Cl: per favore teniamoci stretto don Giussani e abbiamo pietà di Don Chisciotte. Che era l'esatto opposto.

    tratto da ilGiornale

  10. #20
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    Predefinito Risposta a Socci

    Una risposta a Socci


    Tratto da: L. Doninelli, "Caro Socci. Don Chisciotte siamo noi",
    in Il Giornale 24 agosto 2005


    .....
    Per finire. Socci dovrebbe smetterla di contrapporre don Giussani e Cl. Anche perché ciò che resta di don Giussani è, insieme alle sue opere, il suo popolo. La passione per l'uomo e l'odio delle ideologie che don Giussani ha comunicato a noi, suoi poveri figli, hanno come conseguenza il servizio di quel popolo al quale apparteniamo.
    Pasci le mie pecore. E anche le opere sono nate con quel popolo, dentro il popolo. Senza il quale, don Giussani si riduce inevitabilmente a un fatto del passato, a un ricordo pungolante e stimolante finché si vuole, ma frutto di una storia finita. Di lì all'ideologia il passo è breve, anche se poi ci si riempie la bocca di antiideologismo.
    Gilbert

 

 
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