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    Post La Chimera Cattoliberale - Il Niente Affacciato Sul Vuoto

    di Piero Vassallo


    Volano sopra le caute reti dell'elusività, le acrobazie verbali dei dotti politologi, intesi a ridurre la cultura del centrodestra all'improbabile miscela di cattolicesimo e liberalismo.
    Le reti di sicurezza e di censura sono distese per evitare la caduta del solenne discorso sofistico negli imbarazzanti significati che soggiacciono all'esangue fonema "cattoliberale".
    Del centrodestra, peraltro, gli imperversanti politologi consentono di dire qualunque futile cosa, purché non disturbi l'autorità che èroga la confusione.
    Il loro untuoso galateo, d'altra parte, giudica volgare l'intenzione di risalire al significato delle parole in libera uscita dal soffice vocabolario del politicamente corretto.

    Con riferimento all'umoristica deformazione della sigla saragatiana (Psli = piselli), si potrebbe dunque affermare che il pensiero del centrodestra nasce dalla pianta dei "piselli".
    E non si affermerebbe senza un'obliqua ragione.
    La recente storia italiana svela, infatti, la precedente vita nel nutriente baccello di alcuni fra i più eminenti politologi della scuola cattoliberale.
    Quelli che, in anni non remoti, incensavano l'esegeta di Proudhon, come ultimo luminare splendente sull'albero del socialismo.
    Proudohn, la cui biografia si riassume in una sola, cialtronesca, sentenza: "se la Polonia diventasse indipendente ci troveremmo tra i piedi una nazione cattolica in più, mentre nostro dovere è distruggere quelle che già ci sono".



    Se non che l' astuzia è vanificata dalla presenza, all'ombra delle cattedre cattoliberali e "cattopiselle", di un incontrollato popolo di ermeneuti zelanti, spericolati e al lavoro senza rete.
    Lo zelo e l'audacia giocano brutti scherzi.
    Agli sconsigliati redattori dell'ufficioso "Il Giornale" suggeriscono, ad esempio, di controllare i sacri testi nei quali è registrato il matrimonio tra la vivente dottrina cattolica e l'affossato pensiero liberale.
    Nell'afa dell'agosto, gli avventurosi ermeneuti de "Il Giornale" hanno, infatti, tentato di scoprire i pensieri che si celano dietro l'espressione cattolico-liberale.
    E nel tentativo hanno addirittura selezionato i componenti di una fantafilosofica "squadra" da collocare "a monte" del cattoliberalismo.
    Risalire "a monte", dove purtroppo abitano le difficoltà e le contraddizioni, è una tentazione, alla quale i politologi, al pascolo nelle allegre valli della divagazione televisiva, consigliano di non cedere.
    Gli accorti registi della destra televisiva, dopotutto, conoscono a perfezione il vuoto pneumatico in cui nuotano le idee della strana coppia cattoliberale.



    L'affastellante intrepidezza degli ermeneuti allo sbaraglio nelle colonne del "Il Giornale" ha, invece, radunato, in una squadra surreale, tre autori, san Tommaso d'Aquino, Giambattista Vico e John Locke, che rappresentano, con lampante realismo, l'incompatibilità del pensiero cattolico e dell'ideologia liberale.
    Costruite nel solco della metafisica tradizionale, le opere di san Tommaso e di Vico hanno, infatti, vivificato e fortificato le verità di ragione sull'esistenza di Dio e sulla sua azione nella storia, mentre Locke ha avviato all'apostasia le sue divagazioni intorno al dominio dei sensi sulla ragione e intorno al supremo valore delle utilità.
    Sensismo e utilitarismo costituiscono il preambolo di quelle disastrose rivolte contro la metafisica che il beato Pio IX ha puntualmente catalogato nel "Sillabo".

    Quando si esamina il pensiero dei filosofi che hanno interpretato con rigore le due opposte tradizioni, la cattolica e la liberale, appare chiaro che la loro unione costituisce una figura contraddittoria e chimerica, ove per chimera s'intende, appunto, il risultato della zoologia fantastica, che compone nature incompatibili.
    Per misurare l'assurdità dell'accostamento del cattolico Vico all'illuminista e liberale Locke, i due protagonisti dell'incipiente conflitto tra Chiesa e mondo moderno, basta, peraltro, leggere la magistrale pagina dell'autobiografia vichiana, nella quale è descritto, con linguaggio insolitamente aspro, il rovinoso cammino dell'epicureismo moderno, da Pierre Gassendi al suo seguace John Locke.
    Rievocate le fasi del successo ottenuto nella Napoli del tardo Seicento dal neoepicureo Pierre Gassendi, Vico, parlando in terza persona, dichiara, infatti, che "in lui si destò voglia d'intenderla [la filosofia di Epicuro] sopra Lucrezio. Nella cui lezione conobbe che Epicureo, perché niegava la mente d'esser d'altro genere di sostanza che 'l corpo, per difetto di buona metafisica rimasto di mente limitata, dovette porre principio di filosofia il corpo già formato e diviso in parti multiformi ultime composte di altre parti, le quali, per difetto di vuoto interspersovi, finselsi indivisibili: ch'è una filosofia da soddisfare le menti corte de' fanciulli e le deboli delle donnicciole. E quantunque egli non sapesse né meno di geometria, con tutto ciò con un buono ordinato seguito di conseguenze vi fabbrica sopra una fisica meccanica, una metafisica tutta del senso, quale sarebbe appunto quella di Giovanni Locke, e una metafisica del piacere, buona per uomini che debbon vivere in solitudine" ("Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo").



    Chi conosce l'influsso dell'epicureismo nella filosofia materialista di Marx non ha quindi difficoltà a considerare l'enorme distanza che separa Locke da Vico.
    E a riconoscere il decisivo contributo della ideologia liberale ai delitti consumati tra il 1789 e il 1989, i due secoli intitolati alla modernità.
    Si può infine comprendere perché Eric Voegelin abbia sostenuto che niente giustifica il sonno della ragione settecentesca, che ha dovuto contemplare tutta la sciagurata storia delle rivoluzioni, liberale e comunista, prima di comprendere le ragioni di Vico e di riconoscere che, nella "dialettica dell'illuminismo, c'era qualcosa che non andava".

    L'accostamento di Locke a san Tommaso è ridicolo da ogni punto di vista.
    Per l'insensata negazione dell'idea di sostanza, e per la cieca fedeltà al pregiudizio empiristico, Locke è, infatti, il pre-padre di quel "debolismo filosofico", che si oppone, con disperato e inutile accanimento, alla rinascita della metafisica tomista, rinascita che è in atto grazie alla geniale opera di Cornelio Fabro.
    Incomincia da Locke il devastante cammino del relativismo, nel quale Benedetto XVI riconosce la malattia mortale della "ragion moderna".
    L'autorevole Maria Adelaide Raschini, del resto, ha affermato che "con il Locke l'empirismo dogmatico di Bacone cede alla critica che riconosce i limiti di una ragione legata all'esperienza sensibile, svela la sua radice soggettivistica e annuncia le conseguenze scettiche sviluppate in seguito da Hume, cui conduce inevitabilmente ogni gnoseologia puramente empiristica" (confronta "Da Bacone a Kant", Marzorati, Milano, 1973, pagina 270)
    Non ha neanche senso sostenere che la filosofia di Locke possa essere utile al laboratorio culturale del centrodestra perché offre un sano modello di tolleranza liberale.
    L'idea di tolleranza esposta da Locke è, infatti, inquinata dallo scetticismo e degradata dalla fanatica avversione al cattolicesimo.

    Maria Adelaide Raschini ha dimostrato che, nella chiesa concepita da Locke, la tolleranza è coniugata con l'assenza di qualunque contenuto dottrinale definito: "in tale assenza di dottrina, la chiesa lockiana riflette l'assenza di ogni contenuto veritativo della religione, a conferma del fondamentale agnosticismo del Locke che, per salvare l'esigenza prammatica e quella utilitaria che sole restano di fronte al nominalismo concettuale e al probabilismo dei giudizi, esige la tolleranza religiosa, affinché nessun conflitto in nome di una inverificabile verità divina turbi la pace terrena degli uomini. La tolleranza si presenta come la veste formale del vivere civile, ed è in realtà null'altro che il segno dell'indifferenza religiosa; convivano perciò le religioni tutte tollerate, tranne la confessione cattolica" ("Da Bacone a Kant", opera citata, pagina 277).

    Detto questo, che cosa può giustificare l'innesto della dottrina politica cattolica sul fossile liberale, se non un'allucinazione, del genere di quella che persuase Bloy e Maritain a salutare l'aurora di un millennio santo e felice mentre apparivano i segnali che annunciavano la sanguinaria escandescenza del Novecento?
    Il saggio che Julio Meinvielle ha dedicato all'influsso dell'ideologia liberale nel pensiero cattolico del Novecento, ha peraltro dimostrato l'inconsistenza e l'artificiosità degli argomenti usati da Maritain per giustificare l'alleanza con il "moderno".
    Che l'ideologia liberale sia un arnese inutile, del resto, cominciano a capirlo anche i più aggiornati intellettuali d'area.
    L'affranto "liberal" Ezio Mauro, dalle colonne lacrimose di "Repubblica", confessa, addirittura, che il pensiero illuministico è inutilizzabile perché "radioattivo".
    Riconosce, pertanto, che la Chiesa cattolica è l'unica agenzia culturale oggi credibile.
    Corinne Pelluchon, accreditata interprete di un nascente liberalismo antimoderno, riconosce, dal suo canto, che l'esito fatale del "moderno" è il nichilismo.
    Di conseguenza sottoscrive e approfondisce il giudizio sul fallimento liberale, che è stato formulato da Leo Strauss: "i moderni hanno perso qualcosa di cruciale nella loro lotta contro la tradizione. Volevano creare uno Stato in cui individui e filosofi potessero coesistere senza essere perseguitati per il loro credo religioso. E perciò hanno lottato contro la Chiesa e quanti volevano restaurare uno Stato teologico. Hobbes e Spinoza hanno contribuito a edificare la democrazia liberale, certo. Eppure nella loro concezione dell'uomo e della ragione c'è qualcosa che spinge la modernità verso una dialettica distruttiva che ha già mostrato i suoi aspetti peggiori nel secolo scorso e continua ad ammannirli oggi. Strauss non denuncia il tramonto dell'Occidente come faceva Spengler. Non critica la modernità per tornare al passato, sognando il mondo chiuso della polis greca. E rifiuta la diagnosi di Heidegger sull'errore dovuto alla metafisica di Platone. In realtà non fa che puntare il dito sull'orientamento morale tipico della civiltà occidentale per domandarsi se il pensiero premoderno estraneo alla democrazia liberale non possa servire da salvaguardia alla stessa democrazia liberale" (confronta Marina Valensise, "Perché storicismo e relativismo ci fanno diventare nichilisti e filistei", "Il Foglio", 25 maggio 2005).

    Dichiarare che solamente la tradizione cattolica può salvare la democrazia liberale, significa confessare che il liberalismo può vivere solo di ciò a cui era fanaticamente contrario.
    In ultima analisi significa ammettere, infine, che la democrazia può esistere senza il deviante sostegno dell'ideologia liberale.
    Le intelligenti fumigazioni straussiane non servono a nascondere lo sfacelo dell'ideologia liberale.
    L'affondamento del "moderno" ha prodotto un gorgo che trascina al fondo il modernismo e il millenarismo di Bloy e di Maritain.
    I teorici della mediazione ad ogni costo e i banditori del "curviamo" ideologico sono finiti nello scaffale antiquario che è degnamente frequentato solo dai vedovi del mesto Dossetti, il fattucchiere Giuseppe Alberigo e il medium Romano Prodi.



    Il curvo e ubiquo plesso "cattoliberale" è sciolto dalla risata che sempre accompagna il corteo dei re nudi.
    La politica cattolica può fare a meno del contributo della fumosa lezione di Locke e dei liberali "dopo Locke".
    D'ora in avanti, per scongiurare gli errori e gli orrori del totalitarismo e per fondare una sana democrazia sarà sufficiente adottare quegli insegnamenti della tradizione cattolica che sono stati interpretati magnificamente da Pio XII, nel messaggio per il Natale del 1944.

    Al proposito occorre rammentare che, alle soglie della catastrofe moderna, il domenicano Francisco de Vitoria, approfondendo la lezione di San Tommaso d'Aquino, pose le basi della vera democrazia, affermando (contro i teorici dell'assolutismo politico) che Dio comunica "l'auctoritas" prima al popolo che al sovrano.
    Coerentemente De Vitoria formulò la teoria della "translatio auctoritatis" verso il principe, teoria dalla quale discese la sua magistrale e conclusiva sentenza: "creat respublica regem" ("De potestate civili", 8).
    Con riferimento esplicito a san Tommaso, implicito a Francisco de Vitoria, anche il gesuita Francisco Suarez sostenne che l'autorità non è esclusiva prerogativa del principe: "dicendum est potestatem (civilem) ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma ... principem habere potestatem ferendi leges quam in illum transtulit communitas" ( "De legibus ac Deo legislatore", III, "De lege humana et civili", capitolo 2, "in quibus hominibus immediate existat ex natura rei potestas haec condendi leges humanas").

    San Roberto Bellarmino, quasi facendo eco a De Vitoria, precisò che Dio non ha inteso conferire l'autorità all'esclusiva persona del principe: "politicam potestatem immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haec potestas est de iure divino, et ius nulli modo in particulari dedit hanc potestatem" ("De laicis", 6).
    Infine, Giambattista Vico, che fu erede e continuatore della cultura controriformista, contestò duramente la dottrina del più autorevole sostenitore dell'assolutismo, Thomas Hobbes.
    Va da sé che lo sviluppo del pensiero cattolico non si è fermato all'età della Controriforma e di Vico.
    L'Ottocento e il Novecento sono stati teatri di una magnifica produzione di documenti papali e di una eccezionale fioritura di autori capaci di approfondire e attualizzare la tradizione cattolica.
    Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Tito Centi, Raimondo Spiazzi, Andrea Dalle Donne e Rosa Goglia hanno liberato il tomismo delle incrostazioni depositate dal formalismo della scolastica decadente.
    Antonio Rosmini, Emilio Chiocchietti, Giorgio Del Vecchio, Michele Federico Sciacca, Francesco Amerio, Giuseppe Capograssi, Luigi Bellofiore e Francisco Elias de Tejada hanno rinverdito gli studi vichiani, emancipando la dottrina del diritto naturale dalle incapacitanti ipoteche accese dall'illuminismo, dal positivismo e dallo storicismo.
    Alfredo Ottaviani, Giuseppe Siri, Antonio Messineo, Cornelio Fabro, Julio Meinvielle ed Ennio Innocenti hanno confutato le avventurose e disgraziate opinioni di Maritain intorno al cristianesimo che s'incarna nella storia grazie al contributo dei movimenti anticristiani.

    Nell'insegnamento dei grandi pensatori dell'Ottocento e del Novecento cattolici, e non negli smunti cascami dell'ideologia liberale, il centrodestra può trovare la forza necessaria a vincere le sfide lanciate dalla sinistra.
    E' però necessario un radicale mutamento della strategia finora attuata dai gruppi tradizionalisti, che, in ordine sparso e sotto il grottesco vessillo della rivalità, operano nel centrodestra.
    Ci si augura, dunque, che i gruppi, oggi indaffarati a fare scialo delle vincenti ragioni della filosofia tradizionale negli estenuanti e vani traffici del partitismo, traggano finalmente incentivo all'azione unitaria dalla riconosciuta necessità di un progetto culturale inteso a produrre quella chiarezza delle idee che sola può salvare il centrodestra dal naufragio nelle idee perdenti e l'Italia dalla sciagura zapateriana.




    di Piero Vassallo
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Una guerra civile tra cattolici & massoni
    di Angela Pellicciari

    "L'Italia è l'unico Paese d'Europa (e non solo dell'area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale. L'incompatibilità tra patria e religione, tra Stato e cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale": così scrive Ernesto Galli della Loggia. L'unità d'Italia, a suo giudizio, è il frutto di una guerra civile, un'"autentica" guerra civile, combattuta tra cattolici e non cattolici. Guerra che è stata dimenticata, perché "non poteva che essere rimossa, restare non detta e non dicibile" [Cfr E. GALLI DELLA LOGGIA, Liberali che non hanno saputo dirsi cristiani, in "Il Mulino", n. 349, Bologna 1993 pp. 855-866].
    Una guerra civile a fondamento dello Stato unitario?

    A cominciare da Pio IX e Leone XIII nel secolo scorso, l'opinione di Galli della Loggia è ampiamente condivisa dai cattolici. I Pontefici (diretti testimoni dei fatti del Risorgimento nazionale) lo ripetono in numerosi pronunciamenti ufficiali: l'unità d'Italia è il risultato della guerra scatenata dalla massoneria nazionale e internazionale contro la Chiesa cattolica.
    Pio IX inizia una meticolosa cronistoria dei fatti nel 1849, all'epoca del suo esilio a Gaeta (esilio cui è costretto perché i rivoluzionari di ogni dove sono piombati a Roma trasformandosi in "romani purosangue" a modello del genovese Mazzini), la continua nel 1855 (dopo la soppressione nel Regno di Sardegna degli Ordini contemplativi e mendicanti) e la riprende nel 1861 all'indomani dell'unità.
    Il Papa mette a confronto parole e fatti: da una parte le belle parole d'ordine di liberali, repubblicani e socialisti; dall'altra le violenze e la persecuzione anticristiana che a quelle parole fanno seguito. I massoni, ricorda il Papa, proclamano ai quattro venti di agire nell'interesse della Chiesa e della sua libertà. Si professano cristiani e pretendono di rifarsi alle più genuine volontà di Cristo. Le cose non stanno invero così: "Noi desidereremmo prestar loro fede, se i dolorosissimi fatti, che sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti, non provassero il contrario". È in corso una vera e propria guerra, ricorda Pio IX (ma anche Leone XIII e così pure il vescovo di Torino, Fransoni, prima imprigionato poi esiliato): "Da una parte ci sono alcuni che difendono i princìpi di quella che chiamano moderna civiltà; dall'altra ci sono altri che sostengono i diritti della giustizia e della nostra santissima religione". L'obiettivo che i massoni perseguono è "non solo la sottrazione a questa Santa Sede e al Romano Pontefice del suo legittimo potere temporale", ma anche, "se mai fosse possibile, la completa eliminazione del potere di salvezza della religione cattolica" [Cfr l'allocuzione Iandudum cernimus, in "Acta Pii IX", I, III, pp. 220-230].
    Nel loro magistero i Papi fanno quanto possono per evitare che la popolazione presti ingenuamente fede alla propaganda liberale e cada nell'inganno che le tendono nemici che si proclamano amici.
    Se le cose stanno come dicono i Pontefici, bisogna capire che cosa spinge i massoni a professarsi cattolici quando tali non sono.

    Una strategia coperta

    Nell'Italia dell'Ottocento quasi tutti sono cattolici e la civiltà cristiana, insieme con la lingua, costituisce l'identità vera e profonda di una popolazione che peraltro è da secoli politicamente divisa. Per far trionfare il proprio punto di vista assolutamente minoritario, i liberali ricorrono a una strategia che si potrebbe definire "coperta": da un lato provano in ogni modo a infiltrarsi all'interno della Chiesa per condizionarla dal di dentro (questo obiettivo viene espresso con massima chiarezza in una circolare del 1819 inviata alle varie logge dell'Alta Vendita [Cfr J. CRÈTINEAU-JOLY, L'Église romaine en face de la Révolution, II, Paris 1861, pp. 76-78]); dall'altro colgono ogni possibile occasione per definirsi cattolici perfettamente ortodossi; da ultimo, promuovono sul piano interno e internazionale una campagna di denigrazione e falsificazione sistematica sulle condizioni di tutti gli Stati italiani a eccezione del Piemonte. Si distingue in quest'opera il cattolico Massimo D'Azeglio, teorizzatore della "congiura" all'aria aperta. In I miei ricordi racconta egli stesso del suo incontro a Roma con il "settario" Filippo e del suo aderire alla cospirazione filosabauda per l'ottima ragione di voler scampare alla noia e alla depressione ("perché provavo il bisogno d'aver un'occupazione che sopraffacesse nell'animo mio i pensieri che mi tormentavano", per "aver un modo di passar la malinconia, e finalmente il mio gusto per la vita d'avventure e d'azione"). Con questi sistemi, uniti alla capillare corruzione dei quadri dell'esercito borbonico, la massoneria ritiene di poter convincere la popolazione che sotto i Savoia si può vivere la propria fede in modo più cattolico che sotto il Papa; che i liberali incarnano gli autentici desideri di Cristo meglio del suo presunto Vicario terreno; che la Chiesa può tornare all'originario splendore quando privata delle preoccupazioni terrene, vale a dire quando tutte le proprietà che possiede e che le sono state donate dalla pietà dei fedeli (compresi i conventi in cui vivono monaci e frati con i relativi edifici di culto, i libri, i quadri, le sculture, gli oggetti e gli arredi sacri, incluso ovviamente lo Stato che le appartiene), saranno diventate possesso di quei nobili e borghesi anticristiani che le sapranno far fruttare debitamente in nome delle regole del profitto e del libero mercato.

    Con questa operazione che fanno condurre dall'unica Casa regnante disposta, in nome di importanti acquisti territoriali, a svendere la prestigiosa tradizione religiosa, culturale ed etica della nazione, le potenze massoniche e i massoni italiani (tutti esuli a Torino eletta "capitale morale" d'Italia, nuova Gerusalemme, a dire di Pascoli) ritengono di poter finalmente associare l'Italia al novero delle prospere potenze europee che già da tempo (con la Riforma protestante e la Rivoluzione francese) si sono liberate dal "giogo" del cattolicesimo.

    Paradossalmente è proprio Galli della Loggia, intellettuale e politologo laico, a rispolverare oggi la guerra civile combattuta durante il Risorgimento. Guerra che la storiografia contemporanea, quella cattolica in testa, ha smesso di ricordare più o meno dal 1925, anno in cui Mussolini pone fuori legge la massoneria.

    Per accertare se Galli della Loggia (e i Papi) abbiano o no ragione non ci resta che seguire il metodo di Pio IX: confrontare parole e fatti. Il Regno di Sardegna si autoproclama vessillo dell'onore nazionale, perché unico Stato costituzionale e parlamentare della penisola. I Savoia giustificano l'invasione e l'annessione degli altri Stati (tutti retti da sovrani assoluti) proprio con il pretesto del regime politico costituzionale. Vittorio Emanuele, dicono, non può in alcun modo rimanere insensibile alle grida di dolore che verso di lui si levano da tutte le parti dell'Italia oppressa.

    La soppressione degli Ordini religiosi

    Esaminiamo allora come i Savoia traducono in pratica questo tanto propagandato amore per la legalità costituzionale e per le libertà dei cittadini.
    Il primo articolo dello Statuto (che entra in vigore il 4 marzo 1848) dichiara: "La religione cattolica apostolica e romana è la sola religione di Stato". "Che cosa fa la Camera dei deputati del Regno sardo-piemontese? Non appena convocata, nella primavera inoltrata del 1848, si esibisce in un attacco frontale alla Chiesa cattolica. È in corso la prima guerra di indipendenza contro l'Austria e le sorti dell'esercito del piccolo Regno sono già compromesse, ma i rappresentanti dell'1,70% della popolazione che ha diritto di voto combattono una loro guerra personale: la guerra contro i gesuiti e gli Ordini affini, definiti "gesuitanti". Per più di due mesi i deputati subalpini si esercitano in interminabili requisitorie contro la Compagnia di Gesù (accusata di essere "rappresentante di un funesto passato", "corruttrice", "appestata", "lue", "eretica", "torbida malaugurata compagnia") e contro gli Ordini religiosi che i deputati ritengono infettati dall'Ordine incriminato. Teorizzano che la Compagnia è una vera e propria peste e che chiunque le si accosta rimane contagiato.

    Alla fine di interminabili discussioni, la Camera ratifica la decisione già presa dal re di sopprimere la Compagnia di Gesù, decide di imporre il domicilio coatto ai religiosi (che non si sono macchiati di alcun tipo di reato e sono condannati per il solo "nome" di gesuiti), delibera la requisizione di tutti i beni dell'Ordine (gli splendidi collegi finiscono per trasformarsi per lo più in caserme) e accomuna alla sorte dei figli di sant'Ignazio quegli Ordini religiosi giudicati più pericolosi per la conservazione dell'ordine liberale.

    Per qual ragione i deputati Sabaudi fanno tutto ciò? Per amore, ripetono in continuazione, della "vera morale" e della "pura religione". Omettono naturalmente di dichiarare che la morale e la religione cui si rifanno non sono quelle cattoliche.

    Nel 1854-1855 è la volta del governo. Il Ministro Cavour-Rattazzi, il governo del connubio tra centro e sinistra costituzionale, si assume la responsabilità di un attacco in grande stile contro la Chiesa cattolica e presenta un progetto di legge per la soppressione (e relativo incameramento di beni) degli Ordini contemplativi e mendicanti [Cfr "Atti del Parlamento subalpino. Documenti", XII, pp. 1631-1640].

    Il governo ritiene che monache di clausura e frati abbiano fatto il loro tempo. Pensa che siano istituzioni ottime per un periodo di violenza e di barbarie, ma nocive in un'epoca pacifica e liberale. Il ragionamento di Rattazzi è semplice: gli Ordini contemplativi e mendicanti sono inutili: se tali, sono allora nocivi (sic!). L'argomentazione di Cavour è invece più complessa, perché il conte non ritiene l'inutilità motivo sufficiente a giustificare la soppressione. Cavour si fa pertanto carico di dimostrare "matematicamente", "con fatti e con teoremi", che gli Ordini in questione sono nocivi. Nocivi a che cosa? Al progresso della moderna civiltà. Nocivi alla prosperità economica, industriale, agricola e perfino artistica del Paese. Cavour ritiene di dimostrare il proprio assunto ricorrendo a una prova inoppugnabile: la realtà dei fatti. E la realtà che costata è la seguente: sono molto più ricchi, moderni e progrediti quegli Stati in cui gli Ordini sono già aboliti da tempo. Non solo: là dove non esistono più francescani, domenicani o altri religiosi, è lo stesso attaccamento della popolazione al cristianesimo a essere più profondo. Per tutti questi ottimi motivi gli Ordini, secondo Cavour, sono nocivi. Ergo, a buon diritto vanno soppressi.

    Con i discorsi di "Lord Camillo" alla Camera e al Senato [Cfr "Atti... Discussioni", XXI, pp. 2862-2871; cfr anche "Atti... Discussioni Senato", VIII, pp. 767-771] si tocca l'apice della costituzionalità del Regno sabaudo: il presidente del Consiglio di uno Stato ufficialmente cattolico, per sua stessa ammissione, ritiene migliori sotto ogni punto di vista (quello religioso compreso) gli Stati protestanti.

    Un'ultima considerazione. Rattazzi, quando in qualità di Guardasigilli e ministro del culto espone alla Camera la necessità di sopprimere gli Ordini religiosi, lo fa ribadendo un'esigenza di stretta competenza del dicastero che dirige. Il ministro Guardasigilli ritiene giunto il momento di fare giustizia. Di fare giustizia all'interno della Chiesa. Di fare giustizia ai beneamati parroci che, tanto utili alla popolazione, vivono con poche lire mentre i molti religiosi che non fanno nulla vivono nel lusso: "È forse giusto, è forse consentaneo ai princìpi della religione che esista questa disparità fra i membri del clero? No certamente". Un ministro di Vittorio Emanuele si propone così di realizzare una giustizia di tipo redistributivo, sottraendo risorse finanziarie e proprietà ad alcuni per beneficiare altri. Il principio è quello che chi possiede più soldi deve dividerli con chi ne ha meno. Il principio è anche quello che chi lavora deve guadagnare per lo meno tanto quanto chi induge nell'ozio.

    Nei medesimi anni numerosi intellettuali cattolici, primo tra tutti Donoso Cortés, mettono in guardia i liberali: con i metodi che adottano, preparano la strada al comunismo. Anche Pio IX è al riguardo profeta inascoltato. A cose fatte, è indubitabile che tra liberismo e comunismo c'è una continuità obiettiva. Lenin si limiterà ad applicare, su più ampia scala, i princìpi così ben enunciati dai liberali. Questi "fanno giustizia" solo ai parroci poveri entro la Chiesa (una giustizia che ritorna a loro vantaggio perché si impadroniscono con pochi soldi dell'ingente patrimonio di cui la carità cristiana ha fatto dono alla Chiesa), i comunisti "fanno giustizia" a tutti i poveri con i beni degli stessi liberali.

    Ma l'incognita tra princìpi e prassi non si limita a quanto finora rilevato. Così l'articolo 24 dello Statuto recita: "Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge". Tutti, meno i religiosi. Tutti, meno quanti donano beni alla Chiesa. I loro testamenti per diventare operativi devono essere approvati dal governo che li deve purgare "dal sospetto di captazione". E ancora l'articolo 28: "La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi". Libera: a essere libera davvero è la stampa liberale (di cui non viene punito alcun abuso); quella cattolica, invece, non è libera per niente.

    Un esempio convincente? Nel 1848, di fronte alla persecuzione che si abbatte sui gesuiti, il provinciale dell'Ordine, padre Pellico, così scrive a Carlo Alberto: "Era semplicemente dichiarato da V. M. nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l'onore delle persone e dei ministri della Chiesa. Ma pare che nell'avvilire e calunniare i gesuiti non si tema di trasgredire la legge […] esposti per la sola qualità di gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali e i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo" [Cfr A. MONTI, La Compagnia di Gesù nel territorio della Provincia Torinese, V, Chieri 1920, pp. 78-79].

    Un altro esempio? Nel 1852 il Guardasigilli Boncompagni fa arrestare e imprigionare a carcere duro il conte Ignazio della Costa, consigliere di Cassazione, reo di aver pubblicato un libro dal titolo Della giurisdizione della Chiesa cattolica sul contratto di matrimonio negli Stati cattolici. Il conte è incriminato per offesa al re, incitamento al sovvertimento dell'ordine costituzionale e disprezzo della legge dello Stato. Quale la colpa? Richiamare alla coerenza e ricordare che, se si è cattolici, bisogna rispettare i decreti del Concilio di Trento. Un particolare che sta stretto a Boncompagni, il quale, mettendo da parte i decreti tridentini, ritiene ugualmente di essere un buon cattolico [Cfr M. D'ADDIO, Politica e Magistratura (1848-1876), Milano 1996, pp. 31-32].
    Un ultimo esempio? Cavour vieta nel cattolico Regno di Sardegna la pubblicazione delle encicliche del Papa.
    Segnaliamo infine l'articolo 29, che enuncia: "Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili". Tutte? Tutte, meno quelle della Chiesa.

    Monopolio scolastico

    Chiudiamo questi esempi di buon governo liberale, ricordando come insorge in Italia l'ostilità alla scuola privata.
    I liberali sono all'incirca l'uno per cento della popolazione. È evidente che, potendo scegliere, i cattolici mandino i propri figli a scuole non liberali. A scuole dunque (dal momento che lo Stato è in mano dei liberali) non statali. Si tratta allora di impedire ai cattolici di scegliere, di sopprimere le corporazioni religiose dedite all'insegnamento e di vigilare perché non se ne formino altre. Nessuna libertà di stampa, di parola, di associazione. E nessuna libertà di insegnamento. I cattolici non sono ancora pronti e devono essere pazientemente educati.

    La libertà di insegnamento, e cioè la scuola privata, potrà essere reintrodotta solo quando gli italiani avranno imparato a preferire la scuola laica. In pratica, solo quando a nessun genitore verrà più in mente di dare ai propri figli un'istruzione incentrata sul rispetto della fede. A esplicitarlo in modo chiarissimo è uno dei membri più illustri dell'emigrazione italiana a Torino, il filosofo Bertrando Spaventa, che sul Progresso del 31 luglio 1851 scrive: "Noi certo vogliamo la libertà in tutto e per tutto, ma l'applicazione assoluta di questo principio suppone l'eguaglianza di tutte le condizioni". Conclude il filosofo: "Adunque, considerando la questione in modo assoluto, noi vogliamo la libertà d'insegnamento; ma giudichiamo che per essere attuata essa abbisogni di alcune condizioni generali, richieste dallo stesso principio d'uguaglianza e di libertà, le quali ora non si trovano nel nostro Paese". Fedeli a questa logica i governanti liberali del Regno d'Italia sopprimono tutte le corporazioni insegnanti con la conseguenza di riuscire nell'opera meritoria di dimezzare le scuole esistenti.

    La prassi politico-ideologica dei governi liberali mette in luce che i princìpi liberali valgono solo e soltanto per coloro che sono liberali. E tutti gli altri? Tutti gli altri devono venire progressivamente illuminati dal credo liberale che a poco a poco lieviterà le masse cattoliche allontanandole dalla superstizione della loro religione. Per il momento è comunque chiaro che i cattolici non devono e non possono contare assolutamente nulla.

    Un breve scambio di battute tra Cavour e uno dei membri più influenti della destra, il maresciallo Ignazio della Torre, chiarisce bene questo stato di cose. Siamo nel 1855 e la Camera subalpina discute il progetto di legge governativo per la soppressione degli Ordini religiosi. Della Torre, per smentire la supposta popolarità della legge, invita a entrare in una qualsiasi delle chiese di Torino stracolme di gente e a chiedere per che cosa si stia pregando: "Tutti quelli che interrogherete vi risponderanno che si sta pregando per il progetto di legge". Questa la risposta di Cavour: "L'onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall'onorevole maresciallo l'opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate" [Cfr "Atti... Discussioni Senato", VIII, p. 830.]

    Galli della Loggia ha riportato alla luce la guerra civile combattuta in Italia durante il Risorgimento. Non ha però spiegato perché quella guerra è stata "rimossa", essendo "non detta e non dicibile". Gli esempi che abbiamo addotto hanno riempito la lacuna.

    Comunque è sicuramente vero: in Italia "l'incompatibilità tra patria e religione, tra Stato e cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale". L'aspetto singolare è semmai perché la storiografia di questo secolo abbia tardato tanto ad accorgersene.

    Altra questione è la domanda: ci è convenuto?

    © Studi Cattolici - n. 437/438, Luglio/Agosto 1997
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    Predefinito

    .L'Italia è l'unico Paese d'Europa (e non solo dell'area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale
    ------>Che errore!L'italia non esisteva e non esiste : è stata quella massoneria a crearla!



    Paolo Gulisano
    Il cardo e la croce
    La Scozia: una storia di fede e di libertà
    Il Cerchio Iniziative Editoriali - Pagine 110
    La lunga affascinante storia di un popolo, della sua cultura, della sua spiritualità esposta in maniera sintetica e divulgativa. Dalla cristianizzazione della Scozia ai giorni nostri, passando attraverso tutte le grandi prove che questo popolo povero e fedele alla propria identità religiosa e culturale ha dovuto attraversare: lo scontro con i Re dell'Inghilterra anglosassone, il genocidio culturale causato dalla riforma protestante, la pulizia etnica settecentesca, fino al lento percorso verso la riconquista della coscienza di sé culminata nel referendum per l'autonomia del 1997.


    http://www.ars.lecco.it/gulisano.html

 

 

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