Roma. Incontri, scontri e“suggerimenti” esterni: a Baghdad sono in corso frenetiche trattative per trovare un accordo, che permetta di presentare entro il 22 agosto la Costituzione irachena. Le difficoltà sono molte: la discordia forse irriducibile sulle diverse autonomie e sulla ripartizione dei proventi del petrolio. L’accordo tra i costituenti, se ci sarà, avverrà forse a scapito delle donne e dei diritti civili? L’islam sarà l’unica o una delle fonti legislative del paese? E se la sharia diventerà “la” legge, le donne dovranno rassegnarsi a perdere i diritti concessi fin dal 1958? Hanaa Edward, leader del movimento Iraqi al Amal, promette lotta dura se dovesse passare questa eventualità:
“Lotteremo, non accetteremo mai di tornare indietro”. Nonostante la bellicosa dichiarazione, è però possibile che sia raggiunto un accordo sulla Costituzione irachena, sacrificando le libertà femminili. Non sarebbe certo la prima volta, nella storia del mondo islamico.
Nel 1984 in Algeria, il regime laico e “socialisteggiante” del Fronte di liberazione nazionale introdusse il Codice della famiglia – “il codice della vergogna” lo chiamarono le donne che lo combatterono – come posta del compromesso con l’islam algerino.
Nel febbraio di quest’anno, infine, la riforma tanto attesa del Codice – le femministe ne chiedevano l’abolizione – è stata nuovamente soffocata dal mercanteggiamento politico.
L’indipendenza della donna - che per contrarre matrimonio continua a dover essere rappresentata da un tutore, il wali, anche se è maggiorenne – è stata sacrificata alla volontà del presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, di varare con l’indispensabile avallo degli ambienti religiosi la legge sull’amnistia.
Un provvedimento che ha l’ambizione di chiudere i conti con la guerra civile degli anni 90.
In Pakistan è avvenuto un qualcosa di simile. Le leggi islamiche furono introdotte nel 1979 dal generale Muhammed Zia ul Haq, che fomentò anche i movimenti islamici più intransigenti e integralisti, utili per sostenere il suo regime fondato sulla legge marziale.
Una descrizione della nascita del fondamentalismo nel paese, bella quanto inquietante, si può vedere nel film “Acque tranquille” di una giovane regista pachistana.
Nonostante la presenza delle leggi islamiche e delle ben più oscurantiste tradizioni tribali, alcune consuetudini nate in un passato feudale non sono però più accettate così supinamente dalla popolazione.
L’anno scorso in Pakistan, due medici, sposati non più giovanissimi - 47 anni lui e 44 lei – hanno subito un attentato da parte dei fratelli di lei, perché il matrimonio era avvenuto senza il loro consenso.
Il fatto destò scalpore. Il ministro della Giustizia andò in tv per garantire la sicurezza dei maturi “Romeo e Giulietta”.
Il presidente Pervez Musharraf disse che le leggi sul matrimonio e la famiglia dovevano essere riviste e il delitto d’onore – invocato dagli attentatori – in questo caso, doveva essere equiparato all’omicidio volontario. Il giorno dopo i partiti islamici dissero che per varare queste riforme era necessaria una convergenza politica alla quale non erano disponibili, così del progetto modernizzatore non si è più parlato.
Sono oltre quaranta gli Stati nel mondo i cui ordinamenti s’ispirano all’islam e sono forse altrettanti i modi di applicarli. Negli oltre seimila versetti del Corano soltanto il 10 per cento si riferisce a temi giuridici, altre fonti sono la sunna (tradizione sacra), l’opinione comune e l’interpretazione analogica.
Ma poiché i diversi paesi fanno riferimento a scuole di pensiero diverse le stesse infrazioni sono punite in modo differente.
Anche nello stesso paese, l’applicazione della legge varia con il momento politico.
Il fatto che l’ufficio della presidenza irachena abbia firmato pochi giorni fa la pena capitale di tre presunti terroristi accusati di aver rapito e ucciso dei poliziotti e violentato donne sciite, è interpretato come un “omaggio” agli sciiti, con i quali il presidente curdo Jalal Talabani sta negoziando.
Il paese islamico più rigoroso è l’Arabia Saudita. Qui le esecuzioni capitali hanno cadenza quasi settimanale, come il taglio della mano (seguito dalla cauterizzazione dell’arto nella pece bollente). Il controllo della polizia è soffocante per l’ingerenza anche nei dettagli del comportamento sociale. Una fatwa contro un’assistente universitaria di Scienze dell’educazione a Riad, Fawaziah al Bakr, per esempio, diceva che le sue sopracciglia sfoltite erano peccato.
Il tentativo iraniano dell’ayatollah Khomeini di creare uno Stato sottoposto alla legge religiosa ha visto le sue imposizioni disattese in buona parte nelle grandi città: a Teheran molte ragazze portano il velo annodato in modo da lasciar vedere parte della capigliatura e il divieto di avere un’antenna parabolica è comunemente aggirato.
Due donne, inoltre, stanno lasciando il segno nell’immaginario delle più giovani: Laleh Seddigh, pilota di auto da corsa, e Shirin Ebadi, avvocatessa e premio Nobel.
In Egitto, dove sarebbe impensabile il taglio della mano, un insigne studioso del Corano, Abu Zayd, è andato in esilio per sfuggire a una condanna d’apostasia che metteva a rischio la propria vita e lo obbligava a divorziare da sua moglie.
All’università del Cairo, il professor Abu Zayd diceva che le sure meccane del Corano sono un manifesto della parità dei diritti e che alcuni versetti non possono essere compresi al di fuori del loro contesto storico: “Se il Profeta diceva che la sorella deve ereditare la metà di quel che spetta al fratello, questo era un progresso in una società nella quale la donna non aveva diritto a ricevere niente”. Nonostante i numerosi passi del Corano in cui gli uomini sono ammoniti a non maltrattare le donne, oggi la sharia è vista come un complesso di leggi contro le libertà femminili:
“Corano sì, oscurantismo no”, scandivano le algerine all’inizio degli anni 80.
Oggi, la rivalità tra sciiti arabi e iraniani, e quindi la volontà di prendere le distanze dal khomeinismo, potrebbe salvare la libertà delle irachene.
Iyad Jamal al Din, leader sciita – come ha ricordato giorni fa il Foglio – ha detto: “Non saremo capaci di preservare la libertà delle moschee se non preserveremo anche quella dei nightclub”.
Elena Doni
giornalista, ha scritto, con Fakhra Younas, “Il volto cancellato” (Mondadori)
su il Foglio
saluti




Rispondi Citando