



"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Gemeinwesen
Muntzer il Sopravvissuto


Ho conosciuto Sher Khan. Un uomo davvero speciale, pieno d'energia, combattivo, per nulla sottomesso.


Drammatico il fatto che con tutti i centri sociali, le occupazioni ed i compagni di Roma, lui sia morto per strada, da solo...
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Sono senza parole. Mi rimane comunque un bellissimo ricordo di una serata di qualche anno fa passata con lui e con decine di cornetti da lui rimediati per farci mangiare tutti quanti. E poi il ritorno in motorino. Non si meritava una fine del genere, sono veramente dispiaciuto.


Sher Khan, corteo funebre vietato
Redazione - 16.12.2009
"La questura ci ha comunicato che il corteo di giovedì prossimo per ricordare il nostro compagno Sher Khan è stato vietato per la tregua natalizia. Noi chiederemo che il questore riesamini la nostra proposta perché abbiamo chiesto un percorso di soli 500 metri che farà il giro di piazza Vittorio. Protocollo o no, noi il corteo funebre lo faremo sicuramente". Lo ha detto ieri Bacchu, leader dell'associazione bengalese Dhuumcatu e tra gli organizzatori del corteo funebre per ricordare Sher Khan previsto per il 17 dicembre alle 17. "Il funerale si svolgera' a piazza Vittorio - ha spiegato Bacchu - con rito islamico perche' Sher Khan era musulmano. Ad assistere alla funzione ci sara' tutta la comunità. Poi partira' il corteo funebre: non una manifestazione, ma un brevissimo corteo funebre con la bara di Sher Khan alla testa e gli amici al seguito: da piazza Vittorio attraverso via Principe Amedeo, fino a viale Manzoni per poi tornare nuovamente a piazza Vittorio. Invitiamo il sindaco Alemanno a scendere in piazza per portare il suo saluto a Sher Khan".
Nuovo Paese Sera - La voce di Roma


"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Appuntamento giovedì 17-12-2009 alle ore 17.00 a Piazza Vittorio
Manifestazione e saluto alla salma di Sher Khan
L'associazione Dhuumcatu invita tutti i compagni, la stampa, le televisioni a diffondere la notizia di questa morte, denunciando che Sher Khan non è morto per il freddo. Della sua morte è responsabile l'amministrazione cittadina. A causarla la pressione psicologica che quest'uomo ha dovuto subire e che è culminata con i 40 giorni di detenzione a Ponte Galleria senza il trattamento medico a che da anni Sher Khan seguiva. Le Autorità, quando venerdì scorso lo ha rilasciato da Ponte Galleria, lo ha fatto solo per non essere responsabile di questo assassinio.
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Muntzer il Sopravvissuto


Onore a Sher Khan, la tigre pachistana
La morte di Mohammad Muzaffar Alì, da tutti conosciuto come Sher Khan (55 anni) ha rappresentato un grave lutto per tutta la comunità romana degli immigrati, e non solo. Infatti, Sher Khan, sin dalla sua venuta in Italia e a Roma dal Pakistan, era sempre stato presente in tutte le lotte per i diritti degli immigrati, ma non solo presente, era l’anima dell’organizzazione di questa, a partire dalla grande lotta di occupazione degli edifici dell’ex pastificio della Pantanella di Roma nel 1991. Era, come è stato giustamente ricordato nella commemorazione funebre tenutasi giovedì scorso a piazza Vittorio, un lottatore di primo piano, e come i grandi lottatori anche uno spirito fortemente generoso e disinteressato. Era un uomo libero nel vero senso della parola, pronto e disponibile in qualsiasi momento a farsi carico dei problemi degli oppressi immigrati ma non solo. Non a caso è stato ricordato con affetto e stima da tutti i convenuti alla commemorazione funebre di ieri. In lui si riconoscevano non solo i suoi fratelli immigrati pachistani ma anche chi a questa comunità non apparteneva. Lo stato si era accanito contro di lui e lo aveva rinchiuso ultimamente nel Cie (Centro di identificazione ed espulsione realizzato ultimamente dal ministero del’Interno, in sostituzione dei già famigerati Cpt, Centri di permanenza temporanea), dopo essere stato sgomberato dagli stabili occupati di via Salaria. È stato prigioniero nel Cie di Ponte Galeria, (vicino alla nuova Fiera diRoma) per oltre quaranta giorni per uscirne solo perché gravemente ammalato, non riuscendo poi a riprendersi, per concludere la sua vita la notte del 9 dicembre scorso sul marciapiede di piazza Vittorio. Non era un barbone, come si è detto subito dopo la sua morte dai giornali della stampa di sistema, era un uomo di grande dignità che portava fisicamente su di sé le tracce di una vita condotta all’insegna della difesa dei diritti degli immigrati, contro tutte le manifestazioni di razzismo, e di chi come lui viveva l’ingiustizia di una società fondata sulla discriminazione e la persecuzione di classe.
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