«Un centro liberale non basta per governare il mercato»
Onorevole Castagnetti, Mario Monti auspica non il ritorno del “vecchio centro” consociativo e corporativo bensì, nel quadro del malfunzionamento dell’attuale bipolarismo, un solido centro o coalizioni temporanee o almeno riforme condivise. Quale ricetta preferirebbe?
«Mi sembra che Monti indichi tre strade nell’ottica di un governo che possa affrontare le riforme necessarie per superare il declino economico. Una è il solido partito di centro liberale che l’Italia non ha mai avuto: e già nella formulazione Monti ammette la difficoltà di questa soluzione».
In molti pensano o fingono di pensare che potrebbe essere venuto il momento di costruirne uno.
«Guardi, questo immaginario centro liberale è utopico. Tanto più che questo partito dovrebbe avere la maggioranza assoluta dei consensi. Inoltre i problemi dell’economia di mercato non richiedono una cultura tradizionalmente liberista. Lo stesso Monti ritiene necessarie delle regole per evitare che alcuni protagonisti del mercato si arricchiscano e gli altri cittadini facciano la fame».
E le alleanze temporanee per poter fare le riforme sono percorribili?
«Non ritengo praticabile la strada di un bipolarismo in cui si possano creare consensi con i “simili” dell’altro polo per vincere le resistenze dei “diversi” del tuo polo. Non si possono costruire coalizioni con riserve mentali: il bipolarismo richiede fedeltà univoche».
Qual è allora la soluzione perché il Paese torni a funzionare economicamente e politicamente?
«Rimane solo la strada cui Monti allude con il riferimento alle virtù del governo Prodi del ‘96. Allora, dice, fu merito della coalizione ma anche del vincolo europeo oggi difficilmente ripetibile. Bene, io dico che molta di quella performance è stata ottenuta grazie al vincolo popolare: un patto serio con gli elettori per risanare i conti, dare una prospettiva futura e far uscire l’Italia dalle secche».
È quanto ha detto Prodi di ritorno dalle vacanze e all’avvio della campagna per le primarie: far «tornare a correre il Paese» con l’aiuto degli elettori. Ma dieci anni dopo e con una coalizione non proprio armoniosissima funzionerà?
«Un vincolo serio sarà capace di suscitare partecipazione nella gente e di superare le difficoltà interne alla coalizione. Non ho dubbi che la strada sia quella del parlare chiaro agli italiani e del creare consenso intorno a un ambizioso obiettivo di crescita».
E come spazzare i sospetti, anche strumentali, di inciucismo? Lo scenario di moda quest’estate è che l’Unione cadrà presto alla prova di governo e si delineeranno nuove sinergie.
«Proprio con questo impegno dell’Unione spazzerà ogni dubbio. A luglio, al seminario di Perugia, abbiamo delineato all’unanimità i contorni dell’Italia che vogliamo. Così si riducono gli spazi di contrasto durante l’esercizio del governo. È la strada giusta e basterà perché niente è più vincolante del patto con gli elettori».
C’è spazio per riforme condivise?
«Il centrosinistra ha già espresso la volontà di un’intesa bipartisan sulla riforma istituzionale, mentre sul resto perseguirà una strategia di maggioranza. Sulla riforma istituzionale bisogna recuperare un clima costituente: sogno un intervento del presidente del Consiglio dallo scranno parlamentare».
Quale presidente del Consiglio?
«Prodi».
Ilvo Diamanti su Repubblica lo descrive «rassegnato» a fare l’amministratore di condominio. È così?
«Diamanti è affezionato a questa formula che ha inventato lui... Prodi è un amministratore con ampia delega in un condominio che ha superato la fase della litigiosità. E dopo le primarie sarà un amministratore con l’autorevolezza che deriva dall’investitura popolare».
Sempre Diamanti non è tenero con i Ds: li vede spaesati, afasici, in crisi di identità dopo essere rimasti orfani dell’Ulivo, mediani tra le spinte della Margherita e quelle della sinistra radicale.
«Continuando così, il rischio è inciampare in un gomitolo di discorsi troppo introspettivi. Bisogna guardare avanti. Certo, anch’io mi aspetto che i Ds superino la fase della sindrome da accerchiamento che non ha il minimo senso».
Non vede quindi una competizione interna? Una tensione della Margherita a scalzare la Quercia dal ruolo di soggetto più forte della coalizione?
«I Ds sono il primo partito dell’Unione e lo rimarranno. La competizione è sulle idee adeguate a risolvere i problemi, non per cambiare i rapporti di forza che sono quelli attuali».
da L'Unità


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