Fabio Cleto insegna letteratura inglese moderna e contemporanea all’Università di Bergamo. Ha recentemente tenuto un corso su Echelon, il famigerato sistema di satelliti e tecnologie che è in grado di captare le nostre email, i nostri messaggi, e le nostre conversazione al telefono. Noi l’abbiamo intervistato.
Cosa è Echelon e come funziona?
Echelon è un sistema di spionaggio globale, il più potente e pervasivo sistema di spionaggio che si sia mai dispiegato. Per la precisione, è una rete composta dalle agenzie di cinque paesi di area anglosassone (Usa, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda), riunite in un consorzio di nome UKUSA, che mette in rete le risorse e le informazioni ricavate tramite l’uso di satelliti spia.

Il sistema di satelliti spia di cui si avvale Echelon, e i vari dispositivi che “sorvegliano” le telecomunicazioni, inviano i messaggi dal contenuto potenzialmente “a rischio” (i messaggi ritenuti “interessanti” vengono filtrati attraverso una serie di criteri assai complessi) ad alcune stazioni terrestri dove sono installati sistemi informatici dalla straordinaria capacità elaborativa dei dati. Fra questi, ad esempio, ci sarebbe Cray II, in grado di gestire ed elaborare qualcosa come due milioni di messaggi all’ora, mentre il sistema chiamato Carnivore è stato specificatamente ideato per il controllo della posta elettronica. I satelliti spia delle cinque agenzie coprono l’intero globo, sostanzialmente, e possono monitorare ogni forma di telecomunicazione, dal fax al telex, dagli sms alla posta elettronica e tutto ciò che ha a che vedere con Internet. Potenzialmente anche le nostre conversazioni telefoniche sono a rischio, anche se quest’ultimo dato è incerto in quanto non si è ancora sicuri dell’esistenza effettiva di un software che possa monitorare in modo diffuso (e non, cioè, mirato) i messaggi vocali contenenti informazioni rilevanti alla ricerca. Di fatto questo flusso enorme di telefonate deve essere scremato radicalmente per poterlo gestire. Sicuramente c’è la possibilità tecnica, impostando la frequenza di una voce come criterio di ricerca, di monitorare le conversazioni di un determinato individuo; è meno certo che la ricerca possa monitorare indiscriminatamente l’intero flusso di conversazioni, come avviene invece per le tracce scritte.

Quando nasce Echelon, e perché?

Tutto quello che sappiamo su Echelon è in effetti legato a delle indiscrezioni, o se vogliamo a una sorta di “controspionaggio” ad opera di chi ha lavorato nelle agenzie o ha svolto in proprio delle indagini. Quindi, c’è poco di certo. Le date di Echelon cambiano a seconda della fonte, alcuni sostengono che il patto UKUSA venga inizialmente stretto nel 1946, altri nel 1947 o l’anno successivo; ad ogni modo nel periodo a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. L’accordo che porterà ad Echelon è stato “progettato” dalla NSA (National Security Agency), e all’epoca rivestiva una funzione quasi esclusivamente militare in opposizione al blocco sovietico. Tuttavia, nei decenni a seguire, gli obiettivi di Echelon si diversificarono, investendo ambiti soprattutto di natura economica. Da quanto emerge dal rapporto redatto da una commissione d’indagine promossa dall’UE sulla scorta di alcune indiscrezioni trapelate nell’ultimo decennio, pare che l’obiettivo principale di Echelon durante gli anni Ottanta e Novanta fosse infatti lo spionaggio industriale, ad esempio il procurarsi informazioni sulle trattative che intercorrono tra i committenti e le industrie europee, dirette e più pericolose concorrenti delle industrie americane. Oltre allo spionaggio industriale, vi è una finalità di spionaggio politico: proprio di queste settimane è la notizia della presunta “sorveglianza”, a sua insaputa, del segretario generale dell’ONU, Kofi Annan. Benché Echelon sia una rete potenzialmente in grado di leggere i messaggi di posta elettronica di tutti noi, concretamente le sue potenzialità vengono utilizzate in modo più mirato, controllando taluni individui, personaggi pubblici, in modo specifico. Pare che il Congresso degli Stati Uniti sia sorvegliato, così come i vari gabinetti di Stato e grossi enti non governativi come Amnesty International e Greenpeace. Persino lady Diana pare sia stata nel mirino di questo sistema di sorveglianza. Il suo appoggio alla campagna contro le mine antiuomo, ad esempio, e la sua estrema popolarità ne facevano un personaggio da “tenere d’occhio”. Il normale utente di Internet non dovrebbe insomma essere coinvolto: non perché Echelon non sia in grado di “curiosare” nella nostra casella di posta, ma perché verosimilmente non gli interessa farlo. Ha ben altro, da ascoltare.

Come funziona, in breve, il sistema di “controllo”?

Quando mi trovo in un qualsiasi di motore di ricerca su Internet e ho bisogno di risalire ad una certa cosa, nel campo di ricerca inserirò quelle parole chiave che potrebbero aiutarmi a “scovare” l’oggetto della mia ricerca. A seconda di come vengono impostate dall’utente, le keywords permettono che una ricerca possa essere più o meno affinata, fornendo risultati più o meno specifici a seconda delle esigenze. Echelon lavora in modo del tutto analogo, ossia attraverso delle keywords, algoritmi complessi, che consentono, a seconda della successione e della posizione della parole in una frase, di isolare, ed evidenziare, i messaggi che possono avere un contenuto “interessante”. Questi messaggi così fortemente scremati vengono a quel punto trasmessi all’esame degli addetti al controllo. Le cinque agenzie di Echelon non utilizzano le stesse parole chiave e qui risiede una delle peculiarità di Echelon: mentre ricerca i contenuti interessanti per sé, ad esempio, l’agenzia neozelandese utilizzerà le keywords dell’agenzia britannica per poi passare il tutto agli inglesi ma senza conoscere effettivamente il contenuto di quelle informazioni. Non ha la possibilità di decifrarne i contenuti in quanto ciascuna delle agenzie non ha accesso ai codici di sicurezza e alle chiavi di ricerca delle altre quattro, ma si limita ad agire come un esecutore cieco. Da qui il grosso vantaggio della natura spiccatamente reticolare di questo sistema di sorveglianza, e la sua differenza rispetto al vecchio modello della cimice (per cui si opera una sorveglianza individuale e mirata); nel nostro caso si potrebbe dire che la destra non sa cosa fa la sinistra e che in un certo qual modo tutti sorvegliano tutti, ognuno è sorvegliato e sorvegliante. Anche tra le varie agenzie (più alcuni elementi esterni come la Danimarca, la quale ha optato per una forma di collaborazione esterna con la rete di Echelon) non è possibile risalire al lavoro svolto dagli altri, o quale tipo di lavoro si stia svolgendo per gli altri; questo conferisce al sistema un enorme vantaggio al sistema nel suo complesso. Se qualcuno nel Regno Unito avesse la necessità di sorvegliare, per i più svariati motivi, un ministro, i servizi segreti britannici, dall’interno, potrebbero avere dei problemi ad ottemperare a questo compito senza autorizzazione; grazie ad Echelon non sono i più britannici a sorvegliare il ministro, bensì, poniamo, i neozelandesi o i canadesi o gli australiani che poi passano le informazioni ai servizi segreti britannici i quali si ritrovano tra le mani ciò che interessa loro senza “sporcarsele”. Non tutte e cinque le agenzie hanno però uguale accesso alle informazioni: quella statunitense può non condividere le proprie e tuttavia accedere a quelle altrui, il che pone in qualche modo un problema strutturale in un sistema le cui premesse sarebbero una sorveglianza incrociata (in cui cioè tutti sono spiati e spiano a loro volta), dato che c’è qualcuno che non è altrettanto controllato o quantomeno si trova in una posizione di privilegio nella gestione dei dati. Sembra infatti che la NSA si sia riservata una posizione al sopra rispetto alle altre quattro agenzie.

Che rapporto c’è fra i sistemi di sorveglianza con telecamere ed Echelon?

Per ovvietà di cose il sistema di controllo operato da Echelon non è minimamente paragonabile al servizio di sorveglianza tramite telecamere a circuito chiuso o, che so, il controllo che può essere fatto sulle nostre tracce elettroniche (come il telepass o le carte di credito). Sarebbe come paragonare lo spazio occupato da uno sgabuzzino con quello di una metropoli: la telecamera a circuito chiuso è un singolo occhio che guarda uno spazio mentre invece Echelon è una rete basata sull’interconnessione di occhi e spazi. Anche con la carta di credito il paragone è improponibile: l’uso primario di un bancomat è prelevare del denaro a fini personali, anche se eventualmente è possibile tenere sorvegliato qualcuno vedendo cosa e dove ha prelevato (può essere dunque uno strumento, ma la sua funzione precipua non è affatto quella). In questo senso, la differenza è fra strumenti (magari usati impropriamente) e sistema di rete: Echelon è emblema di un modello di controllo che si pone come obiettivo la sorveglianza globale attraverso una miriade di strumenti, comprendendo i satelliti, le comunicazioni, le tracce elettroniche, le telecamere a circuito chiuso.

Quando si ebbero le prima indiscrezioni su Echelon?

La prima indiscrezione circa l’esistenza del sistema di sorveglianza risale al 1988. Margaret Newsham, che aveva lavorato dal 1978 in una base della National Security Agency nello Yorkshire, sviluppando dei sistemi di intercettazione informatica e di database, notò un abuso, ovvero l’ascolto illecito della conversazioni di un membro del Congresso senza averne l’autorizzazione. La donna denunciò la cosa presso un giornale locale dell’Ohio, ma la notizia non ebbe eco. Le indiscrezioni divennero ineludibili grazie a un volume (Secret Power, del 1996), scritto da Nicky Hager, che aveva condotto indagini per sei anni sulla stazione neozelandese d Echelon. A seguito di questa pubblicazione autorevoli quotidiani come “le Monde” pubblicarono servizi su Echelon, facendo sì che gli europei si “svegliassero”. Nel 1998 venne costituita una commissione d’indagine, e tre anni dopo un dossier acclarava l’esistenza di Echelon. Dunque il pericolo di venire “spiati” era reale (tanto da poter affermare che “mandare in giro mail non criptate è come mandare in giro lettere senza busta”). Le keywords utilizzate dai sistemi di sorveglianza, così come vengono riportate nel libro di Hager, sono parole quali “Clinton” (che era presidente nel 1996), “bomba”, “terrorismo”, “rivolta”, “rivoluzione”, “impero”, e potremmo senz’altro aggiungere oggi “Bush” e “Bin Laden”, ma possono essere di volta in volta diverse, dal momento che gli interessi nazionali di un Paese cambiano col tempo. Esistono convergenze di interessi legate ad emergenze specifiche: sicuramente quando Echelon era utilizzata per lo spionaggio industriale, “terrorista” non faceva sicuramente parte delle parole chiave. Ad ogni modo il terrorismo non è così ingenuo da incappare in queste “trappole”: anche se in una conversazione intercettata dovessero ricorrere le parole “Clinton” e “bomba”, la probabilità di un reale coinvolgimento in atti terroristici da parte della persona intercettata è davvero minima.

Ma se il sistema di spionaggio di Echelon è così potente e capillare, come si giustifica l’11 settembre?

Forse questo sistema non è poi così potente e capillare; forse esistono vie relativamente semplici per sfuggire al suo controllo. D’altro canto, se ho intenzione di abbattere le Twin Towers, l’ultima cosa che faccio è mandare messaggi con scritto “Caro Bin, l’attacco terroristico con gli aerei bomba dirottati dalle nostre milizie si terrà l’11 settembre: questo è l’inizio della rivolta che porterà alla rivoluzione, distruggendo l’impero yankee e celebrandoti, adorato Bin Laden”. Probabilmente mi converrebbe comunicare in codice, o no? E forse mi converrebbe acquistare missili senza usare la carta di credito; perlomeno non a mio nome. Certamente, una chiave importante è l’ipotesi che i fini di Echelon prima dell’11 settembre fossero altri. Naturalmente non ci è dato sapere se Echelon sapesse o meno dell’attacco, ed eventualmente se avesse i mezzi per sventarlo. La giustificazione ufficiale, ad ogni modo, è stata “abbiamo fallito perché non disponevamo dei mezzi” ossia “abbiamo bisogno di maggiori finanziamenti”. C’erano dei precedenti importanti, a questo genere di fallimento. Eclatante il caso di una portaerei americana attaccata qualche anno fa nel Golfo Persico: erano state intercettate le conversazioni in arabo tra i presunti terroristi, ma mancando l’interprete era stato impossibile comprendere la natura della conversazione; e tutto questo, evidentemente, perché i servizi di sicurezza non erano finanziati a sufficienza per garantire un adeguato servizio di interpretariato in grado di “leggere” i messaggi. Dopo i fatti di New York dunque si sono notevolmente incrementati i finanziamenti destinati alla sicurezza nazionale, all’NSA. Questo per chi crede alla buona fede dei servizi segreti americani e dei loro fallimenti. Per altri, come Thierry Meyssan, le cose potrebbero essere andate molto diversamente, sospetto ragionevole che apre degli scenari davvero inquietanti, scatenando un esercizio di paranoia collettiva. Ciò che è ad ogni modo innegabile sono gli effetti dell’11 settembre: il rafforzamento spaventoso della NSA e del sistema di sorveglianza e la conseguente la drastica erosione della privacy. Se indulgiamo un poco in un atteggiamento paranoico, è facile ipotizzare che certe informazioni fossero note e che siano state deliberatamente ignorate, al fine di legittimare la straordinaria ondata di misure di sicurezza ed aumentare il potere interno della NSA negli Usa. Episodi di questo genere hanno dei precedenti, come la stessa Pearl Harbor. Probabilmente solo tra molti anni potremo conoscere la verità. Come nel caso appunto di Pearl Harbor, o come nel caso di Coventry, la cittadina inglese rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale dai tedeschi, senza che gli inglesi – che erano a conoscenza delle intenzioni di attacco – si opponessero al bombardamento, perché ciò avrebbe significato perdere un vantaggio strategico sul nemico (al costo di diecimila morti, però). Ad ogni modo, l’11 settembre o più di recente l’11 marzo madrileno non negano la validità del modello di “società di sorveglianza” di cui Echelon è un emblema. Evidentemente la sorveglianza non è in grado di impedire ogni trasgressione, ma la rapidità ad esempio con cui sono state identificate modalità e persone coinvolte negli attentati testimonia la straordinaria pervasività ed efficacia degli strumenti di sorveglianza.

Cosa s’intende esattamente con l’espressione “società di sorveglianza”?

L’espressione “società di sorveglianza” viene spesso ascritta a David Lyon, studioso canadese che ha lavorato molto su questi temi (ad esempio con L’occhio elettronico e La società sorvegliata, editi in Italia da Feltrinelli). In realtà colui che per primo teorizza la società di sorveglianza è il francese Michel Foucault, trent’anni fa. Lyon e altri sono partiti dal modello elaborato da Foucault, mettendone in discussione alcune tesi (perlopiù debolmente), ma seguendo comunque la direzione indicata da Foucault, ciascuno studiandone singole applicazioni. Le tecnologie di sorveglianza con cui noi ci confrontiamo oggi sono di fatto un’evoluzione di quelle stesse tecnologie che Foucault indaga a partire dalla fine del Settecento: la rete di database che oggi costituiscono una delle cifre della società di sorveglianza rappresenta il pendant contemporaneo dello schedario di una volta. In questo senso le tecnologie di cui parla Lyon nel suo La società sorvegliata altro non sono che l’evoluzione dell’impianto tassonomico, catalogatore e individualizzante che la modernità ha dispiegato per gestire la massa. Ma da cosa scaturisce la necessità di gestione delle masse? Dal venir meno di un ordine sociale che era precedentemente imperniato sull’autorità regale di origine divina. Al potere del sovrano si è poi succeduto il potere disciplinare, imperniato sulla sorveglianza. Gli studiosi successivi a Foucault, in particolare Gilles Deleuze, evidenziano come il modello di Foucault sia imperniato sulla chiusura, sul modello della gabbia cellulare, che rappresenta il perno del potere pastorale di Stato. Nella seconda parte del Novecento questo controllo degli spazi chiusi lascia spazio ad un controllo del flusso: anche i nostri attuali sistemi di formazione, così come tutte le tecnologie di sorveglianza che erano state studiate da Foucault, tendono a “mettersi in movimento”, ad essere un divenire. Da ciò consegue che la formazione individuale, l’istruzione, se un tempo era pensata come una fase “chiusa” nella vita di un individuo, per cui la persona passava, poniamo, dal contenitore chiuso della scuola al contenitore chiuso del matrimonio e del lavoro, adesso con l’istituzione della formazione permanente il processo stesso trova compimento nel flusso, non ci sono più degli spazi chiusi. Questa interpretazione può valere anche per i moderni movimenti delle popolazioni. Ora il problema non è tanto sorvegliare e gestire l’identità dello Stato nazione come identità chiusa, quanto gestire e monitorare i flussi migratori. Deleuze infatti, più che di “società di sorveglianza” che a suo avviso descrive la fase che va dalla fine del Settecento (a ridosso della Rivoluzione Francese, anche rispetto alla necessità di controllare una moltitudine, una folla, a fronte di un crollo dell’autorità regale) alla prima metà del Novecento, preferisce parlare, per la nostra, di “società del controllo”.

Siamo dunque costantemente controllati. Ma chi controlla i controllori?

Bella domanda: il controllo incrociato, che è l’assunto su cui si fonda l’utopia della modernità, ha infatti molti limiti. L’immagine del panopticon è estremamente significativa. Il panopticon è un progetto tardo-settecentesco di Jeremy Bentham, un carcere in cui tutti i detenuti sono costantemente visibili, controllabili da un Ispettore collocato in una Torre di Sorveglianza; costui esercita un potere divino, e spinge i detenuti all’autocontrollo. Ora, l’immagine del panopticon viene spesso invocato come modello distopico, una sorta di incubo, perché se il nostro mondo ricorda il panopticon, ciò significa che la nostra esistenza è condotta in una forma di prigionia. Ma il panopticon nasce come utopia, nel senso appunto che tutti – anche i controllori – sono controllati. La disciplina deve riguardare tutti i livelli della gerarchia sociale: tutti devono controllarsi e non ci deve essere nessuno che si trovi in posizione di controllo senza essere a sua volta controllato. Bentham, il padre del liberismo, ipotizzò in tal senso la necessità di una costante verifica dell’operato dell’Ispettore da parte di una serie di gradi di controllo. Al vertice di questa piramide di controllo doveva esserci un principio de-individuale di autorità, ossia l’opinione pubblica, il “grande tribunale del mondo”. Ciò che mi pare preoccupante è che si sia prodotto un allontanamento sempre più significativo da questo obiettivo utopico: troppo spesso si creano situazioni di sostanziale impunibilità, di assenza di controllo, che pongono le premesse per un abuso. Il che ci ricorda un dato fondamentale: la sorveglianza ha due facce, una inquietante e una rassicurante, perché di fatto è la nostra garanzia di una convivenza civile. In questo senso, l’unico rimedio alla sorveglianza, agli abusi di potere offerti dagli strumenti di sorveglianza, è la sorveglianza stessa.

A cura di Andrea Maffi
tratto da Dedalus
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