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Raccontano che Fausto Bertinotti sia preoccupato per l’esito delle primarie. Le apprensioni del segretario del Partito della Rifondazione comunista nascerebbero dal comportamento assunto nell’ultimo periodo da Romano Prodi.
Il candidato premier dell’Unione, infatti, si sta spostando a sinistra proprio in vista delle primarie.
Prima ha dichiarato che appena arriverà al governo ritirerà subito le truppe italiane come ha fatto Bambi-Zapatero.
Poi, due giorni fa, alla festa nazionale dell’Unità, ha fatto un discorso molto più a sinistra di quello tenuto dal leader dei Ds Piero Fassino, difendendo con forza lo stato sociale.
Il fatto è che Prodi vuole evitare di perdere consensi a sinistra alle primarie, e, soprattutto, intende scongiurare il pericolo che alcuni sondaggisti hanno evocato.
Cioè quello di arrivare sotto quota sessanta per cento.
Un risultato del genere, infatti, per l’ex presidente della Commissione europea equivarrebbe a una disfatta.
E’ naturale, quindi, che Bertinotti si preoccupi anche perché a sinistra, nelle primarie, ha anche altri concorrenti, come il presidente dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio e la no global incappucciata.

Sempre a proposito della strategia prodiana per le primarie.
In molti, nell’Unione, hanno giudicato una gaffe la decisione del candidato premier del centrosinistra di parlare del problema dei Pacs in una lettera a Franco Grillini. Questo è stato ritenuto un incidente diplomatico. Prodi, invece, lo ha fatto apposta per catturare i consensi della sinistra di cui è alla disperata ricerca.

Qualche giornale si è stupito del fatto che Francesco Rutelli, dopo aver siglato con Romano Prodi quella che sembrava una tregua duratura, abbia espresso sui Pacs una posizione ben diversa da quella del candidato premier dell’Unione.
Ma lo scarto del presidente della Margherita non deve stupire. Rutelli infatti non vuole ingaggiare nuovamente con Prodi un braccio di ferro. Semplicemente, l’ex sindaco di Roma si è reso conto della decisione presa dal candidato premier dell’unione di spostarsi sempre più a sinistra in vista delle primarie, e vuole evitare che questa tattica di Prodi sposti poi tutto il baricentro della coalizione su un asse che al presidente della Margherita, e a più di metà del suo partito, non piace. Meglio mettere i puntini sulle “i”, avrà pensato Rutelli, prima che sia troppo tardi.

Ma anche nei Ds c’è una certa apprensione per questa politica di Romano Prodi.
Da una parte, nella Quercia, si punta a ridurre i danni nei confronti di Rifondazione comunista e quindi l’idea che Fausto Bertinotti non trionfi è più che bene accetta.
Ma, d’altra parte, nei Democratici di sinistra ci sono timori simili a quelli che nutre Francesco Rutelli. Con un’aggravante: mentre il presidente della Margherita non viene identificato con Romano Prodi, Piero Fassino invece sì, e questo perché i Ds sono stati, fin dall’inizio, il partito più vicino all’ex presidente della Commissione europea. Ma ciò comporta un problema per i Ds.
Cioè quello di apparire per l’ennesima volta come un partito di sinistra, stretto in vecchie logiche, e non come quel partito dell’innovazione che sfida la Margherita su questo terreno
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Qui a Roma non se ne sa niente. Ma qualcuno ha visto in quale fila era seduto, nel palco presidenziale della festa dell’Unità, Nicola Zingaretti?
Si sa, per esempio, che Marina Sereni era in primissima fila. Ma Zingaretti?
Non si tratta di una domanda oziosa.
Tutti dicono che quando Piero Fassino andrà al governo affiderà il partito a uno di questi due dirigenti diessini.
Ma Zingaretti parte con uno svantaggio: troppo legato a Massimo D’Alema, dicono, mentre Sereni è la donna di fiducia del segretario.
Perciò sapere come era sistemato Zingaretti su quel palco potrebbe servire ad anticipare i futuri rivolgimenti ai vertici dei Democratici di sinistra.

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