di Maurizio Blondet

GAZA - Israele continua a colpire a Gaza: «senza restrizioni», dicono gli ordini.
Uccidere, con i colpevoli («terroristi») di Hamas, innocenti a caso.
Bambini colpiti da missili nelle scuole, donne, passanti.
Ci giungono immagini televisive di folle che gridano attorno a un'auto carbonizzata, di uomini dal viso coperto che alzano armi inutili e spesso di cartapesta, di tumultuosi funerali attorno a un corpo avvolto nel drappo verde.
Ci appaiono così selvagge e belluine quelle folle urlanti, che non riusciamo a vederne la nobile essenza metastorica.
Le vediamo calpestare il sangue dei loro figli su marciapiedi sconnessi, e non sappiamo che quel sangue che Israele versa è fratricida: sangue di Abramo.



E' un'antichissima storia di sangue: la televisione più che mostrarcela ce la nasconde e la falsa, dietro l'evidenza di facce plebee e stravolte, di grida in una lingua aspra ed estranea.
Bisognerà imparare a guardare con l'occhio dello spirito.
A me lo insegnarono, d'improvviso, bambini palestinesi a Gaza.
Erano lì, di fronte al mare, e tiravano pietre all'indirizzo di una jeep militare israeliana troppo lontana perché potessero colpirla.
Ma loro gridavano e tiravano con le fionde, provocavano i soldati giudei, ballavano davanti a loro, si offrivano - con un'aria di festa e risate - ai loro colpi.
Perché i giudei, contro quei bambini, sparavano.
Ah certo, proiettili «di gomma»: un cilindro di ferro coperto di gomma, che può uccidere, ne ho visti tanti.
Avessero sparato caramelle, avrebbero conquistato i loro piccoli «nemici» con poco: ma loro sparavano con le loro armi da guerra, pallottole «di gomma», per ferire, per danneggiare.
Generoso cuore israeliano.



Le mamme palestinesi sgridavano, da lontano, i loro figli: invano, quelli ridevano e provocavano il tiro.
Un bambino mi venne incontro tutto festante (io me ne stavo prudente dietro un edificio) e mi mostrò la sua ferita.
Il proiettile «di gomma» l'aveva colpito alla coscia, un livido stillava sangue.
«Sangue versato per Al-Qudsi», mi disse orgoglioso il bambino, indicandolo.
«Al-Qudsi» è, avrei appreso più tardi, il nome arabo e sacro di Gerusalemme.
Versare il sangue per Gerusalemme era l'orgoglio di quel bambino dalla scura testona rasata: era questo il senso del gioco pericoloso.
Non importa vincere, importa «versare il sangue».
Gliel'avranno detto gli imam: in ogni caso, era la rivendicazione del gesto nobile, il senso della vita di un quattordicenne, la sua fierezza di bambino umiliato da un nemico enormemente più forte, più armato e brutale.

Versare sangue per Gerusalemme: e sangue di Abramo, perché i beduini discendono da Ismaele, che fu il primogenito del patriarca.
Il premio, l'avrebbe ricevuto dall' «alto».
Ecco cosa capii.
In quel bambino in calzoncini corti, povero e allegro della sua sbucciatura, riconobbi il titolo aristocratico che gli compete: «difensore della terra santa».
E' un titolo assurdo, direte.
Ma nostri antenati occidentali, baroni francesi, monaci fiamminghi e fiorentini, principi germanici, otto secoli fa, gareggiarono con gli arabi per quel titolo. «Difensori del tempio» si dissero i Templari monaci e guerrieri; protettori della «terra santa» si vollero definire i Goffredo di Buglione e i seguaci di san Francesco, selvaggi e laceri come oggi i palestinesi in folla.
Le Crociate, nel loro senso metastorico e metafisico, furono un'ordalia.
Un giudizio di Dio: per decidere chi, nei tempi ultimi, avrebbe «difeso la terra santa».



Hanno vinto loro. Gli Hashemiti si fregiarono fino ad anni recenti del titolo - che era un impegno grave - di «difensori della terra santa». Ma otto secoli fa il cristianesimo scelse di amputarsi del lato virile e guerriero della fede, gli ordini di monaci-cavalieri furono aboliti o strangolati; la Chiesa divenne clero, divenne clericale, eunuca.
Negli arabi, rimase la guerra come santificazione e compito, la maschilità aggressiva. E anche questa è una storia molto antica, che un giorno andrà raccontata nei suoi snodi metastorici: un angelo profetizzò a Ismaele, il figlio arabo di Abramo, «tu sarai come onagro nella steppa; le mani dei fratelli contro di te, e le tue mani contro i tuoi fratelli».
Fratelli ebrei, i figli di Sara, i fratelli-nemici.
E disse l'angelo: «anche da te nascerà un grande popolo, perché anche tu sei sangue di Abramo».



Loro, gli arabi, vinsero l'ordalia, e perciò ora tocca a loro difendere la «terra santa». Come possono, con pietre e razzi Kassam fabbricati in cantina; senza gloria, anzi disprezzati nel mondo «moderno».
E senza nessuna possibilità di vittoria.
Presto i giudei ricostruiranno il loro tempio, rifaranno il sacrificio che fu vietato da Cristo.
Non c'è ormai forza al mondo che possa opporsi.
Solo le pietre dei ragazzini palestinesi frenano questo esito, l'esito finale, del grande inaudito sacrilegio.
Loro non vinceranno.
Non importa.
Nel giudizio metafisico importa che, generosamente, fino all'ultimo, nel dolore e nell'umiliazione, versino il sangue.
Il loro sangue per Al-Qudsi: è questo che forse conta, all'occhio di quel Dio geloso, arcaico Dio che ama il sangue versato, che ha versato il sangue del Suo Figlio.

Maurizio Blondet