Non mollare (15)
di Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini
“Il Non Mollare”
di Gaetano Salvemini
A fine febbraio, Ernesto dette da stampare il numero 3 a un tipografo, certo Renzo Pinzi, comunista, che aveva molto seguito tra gli operai del quartiere di San Frediano; Pilati lo riteneva uomo di sicura fiducia. Le 2000 copie gli furono pagate quanto lui richiese. Ma il testo risultò così formicolante di errori che si ritenne necessario bruciarlo (Una collezione completa del “Non Mollare” che riuscii a far uscire dall’Italia nel 1926, conteneva anche quel numero 3; Ernesto Rossi ne aveva salvato una copia, e me ne aveva fatto omaggio. Nel 1928 affidai quella collezione completa, con altri documenti, agli antifascisti che a Parigi preparavano una “Esposizione della stampa antifascista italiana” in Germania. Il materiale raccolto fu affidato a Guido Miglioli. E dalla casa di Guido Miglioli la spia Ermanno Menapace lo fece sparire, naturalmente insieme alla collezione del “Non Mollare”. Forse la collezione, unica, si trova sepolta in qualche archivio romano).
Il n.5, del febbraio 1925 tirò dodicimila copie. Pubblicò il memoriale, scritto il 14 giugno 1924, cioè quattro giorni dopo l’assassinio di Matteotti, da Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista “Corriere Italiano”. Costui, minacciato di arresto per complicità nell’assassinio, mise per iscritto tutto quello che sapeva, tirando in ballo Mussolini. E affidò quel documento a un altro giornalista fascista, Filippo Naldi, perché facesse sapere a Mussolini che sarebbe stato compromesso anche lui, se non avesse protetto l’autore. Naldi consegnò il memoriale al deputato fascista Benedetti. E questi, quando credé arrivata l’ora, lo passò ai dirigenti dell’Aventino.
Anche Cesare Rossi, capo dell’ufficio stampa di Mussolini, temendo di essere sacrificato dal suo principale, scrisse un memoriale il 15 giugno, minacciando anche lui il “duce” di rivelazioni, qualora avesse cercato di cavarsela, tradendo i suoi subordinati. E anche lui affidò il memoriale ad un amico, il deputato fascista Susi, nella cui casa si era nascosto. Questo documento fu affidato dal Susi al suo genero, Alberto Virgili. E questi, che era massone, lo consegnò, nell’agosto, al Gran Maestro della Massoneria, Domizio Torrigiani, in presenza di Bonomi, Amendola e Benedice (informazione data a me dal Virgili, a Parigi, nel 1927).
Il deputato socialista Modiglioni, che rappresentò la moglie di Matteotti mentre si istruiva il processo e che perciò era ottimamente informato, ci fa sapere che fino a tutto novembre i leader dell’Aventino “più a destra” furono “i soli” ad avere notizie di quei due documenti. Costoro decisero di presentarli al re, nella illusione che il re avrebbe riconosciuto la necessità di buttare a mare il suo primo ministro. La presentazione fu fatta da Bonomi nel novembre.
“Il re – ha raccontato Bonomi – prese nelle mani quei memoriali, li osservò fugacemente e poi mi pregò di riprenderli, per poterli, così, ignorare”. Solo allora Turati, Treves e modiglioni ebbero notizia dei due documenti. E solo allora, nella prima metà del dicembre 1924, Modiglioni poté presentarli al giudice istruttore, seguendo la procedura normale dei legisti normali, nei processi normali. Proprio in quei giorni un processo per diffamazione intentato da Italo Balbo, quadrunviro della “marcia su Roma”, contro “La Voce Repubblicana” che aveva accusato come mandante nell’assassinio del parroco di Argenta, Don Minzioni, avvenuto il 23 agosto 1923, si conchiuse con una assoluzione, perché il giornale aveva raggiunto la prova, Nel Senato Mussolini fu vivamente attaccato da Sforza. Parteciparono all’attacco anche alcuni generali malcontenti. Sembrò che l’ultima ora della dittatura fosse scoccata.
Quello era il momento di pubblicare i due documenti, ritornare in Parlamento, associarsi agli oppositori e ai fascisti malcontenti, che erano rimasti nella Camera, e domandare la messa di Mussolini in stato di accusa. I capi dell’Aventino aspettarono fino al 29 dicembre per pubblicare sui quotidiani il memoriale Rossi. Il memoriale Filippelli, assai più grave, doveva seguire. Aspettavano – pare – che il re finalmente smettesse di fare il finto tonto, invitasse Mussolini a presentare le dimissioni, e risparmiasse ai deputati dell’Aventino il rischio di essere presi a revolverate dai fascisti se avessero presentato nella Camera l’atto di accusa.
Chi non fece il torto fu Mussolini. Il suo ministro degli Interni, Federzoni, il 30 dicembre, dette pieni poteri ai prefetti per imbavagliare la stampa. Era evidente che agiva d’accordo col re. La “ondata” di violenze descritta Ernesto Rossi nella sua memoria sull’ “Italia Libera”, fu scatenata il 31 dicembre in Firenze, e nei giorni successivi in Toscana, Emilia e Lombardia. Doveva creare un’atmosfera di terrore, che spaventasse tanto il re, per il caso che fosse stato tentato di uscire dall’inerzia, quanto i deputati dell’Aventino per il caso che pensassero di assumere un atteggiamento meno passivo.
Mussolini il 3 gennaio 1925, nella Camera, sfidò l’opposizione a presentare l’atto di accusa. Gli oppositori non erano nell’aula, ma erano sparsi per i corridoi. Dovevano concertarsi, Eugenio Chiesa, Emilio Lussu ed Arturo Labriola avrebbero voluto rientrare nell’aula e dar battaglia. Amendola pensava di fare lo stesso; ma Giolitti, che era nell’aula, gli mandò a dire che non lo facesse, perché avrebbe “scoperto il re” (Questa informazione mi fu data da Guido Ferrando che stava in quei giorni a Roma accanto ad Amendola). Gli altri “tenevano la fiaccola sotto il moggio”).
La seduta si chiuse senza un nulla di fatto. Nella notte Mussolini, d’accordo col re, prorogò la sessione. Così non ci sarebbe stato più modo per l’Aventino di scendere nell’aula e fare l’atto di accusa, se fossero prevalsi i consigli di minore mansuetudine. I tre ministri liberali-fiancheggiatori – che Mussolini si era aggregati nel ministero durante la crisi provocata dall’assassinio di Matteotti – si dimisero. Ma i due ministri militari – evidentemente anche essi d’accordo col re, come Federzoni – rimasero ai loro posti. Il memoriale Filippelli restò inedito, perché non c’era più un giornale che potesse pubblicarlo. Allora pensarono al…”Non Mollare”. Emanuele A Prato, a cui Modiglioni lo affidò, lo portò a Firenze, e il “Non Mollare” diventò in quei giorni più importante del “Corriere della Sera”.
Verso la fine di marzo, Ernesto riprese i contatti col tipografo Pinzi per fargli stampare un altro numero. Questo – il numero 6 – era già stampato, quando Ernesto fu informato che una perquisizione nella tipografia era imminente. Traquandi fece in tempo a trafugare tutta la edizione del foglietto, ma la testata del “Non Mollare” rimase nella tipografia, e la polizia la sequestrò.
Il Pinzi, che era assente, si dette alla latitanza. Ormai in Italia non era più aria per lui. Io detti ad Ernesto un biglietto per mia moglie, allora convalescente a Cannes, perché lo raccomandasse agli amici di Parigi, e questi gli procurassero lavoro. Gli operai italiani di qualunque mestiere trovavano allora in Francia facile e bene retribuita occupazione. Il numero 6 fu messo in circolazione. Ma per dimostrare che il foglio viveva senza bisogno del tipografo fuggiasco, furono pubblicati nel marzo ben tre numeri. In quello che portava il numero 7, fu pubblicato un memoriale di un capo manipolo della milizia fascista: costui in data 29 giugno 1924, temendo di essere arrestato e processato per i reati di violenza commessi per ordine dei suoi superiori, raccontava al maggiore dell’esercito regolare, sotto cui aveva servito in guerra come ardito, di aver ricevuto da De Bono l’ordine “tassativo” di bastonare Amendola e lo aveva eseguito; poi d’accordo con De Bono aveva fornito alla questura elementi che fuorviassero le ricerche (Il 24 giugno del 1924 fu il mese dei memoriali. Ogni fascista, che aveva la coda di paglia, scriveva un memoriale, e lo consegnava ad un amico perché se ne servisse in sua difesa. Anche Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni con Mussolini, e da questo obbligato a dimettersi per deviare contro sé i sospetti, scrisse il suo bravo memoriale, e lo depositò, si disse, in una banca di Novara. Anche Dumini mise insieme il suo bravo memoriale).
Un altro numero del marzo 1925 avrebbe dovuto portare il numero 8; ma portava anch’esso il numero 7 (Qualcosa di simile avvenne per i numeri 13 e 14. C’era un po’ di disordine in redazione…). Esso dette un documento, datato 24 novembre 1924, in cui l’ex vicesegretario del fascio di Torino raccontava di aver ricevuto direttamente da Mussolini l’ordine di dare una “severa lezione fascista” a Piero Gobetti, persona “molto seccante”. Lo stesso numero conteneva un articolo su incidenti avvenuti alla Università di Firenze. Di questi ha parlato Calamandrei e perciò non occorre tornarci su. Il numero 9 fu una ristampa perfetta di quel numero 7 che avrebbe dovuto portare il numero 8. L’articolo sugli incidenti avvenuti all’Università fu così richiesto che una seconda edizione si rese necessaria.
Col numero 10, ultimo del marzo, il “Non Mollare” cominciò a tirare in ballo il re, A costui venticinque direttori di quotidiani avevano denunciato la violazione della libertà di stampa, che il ministero fascista commetteva contro la lettera e lo spirito dello Statuto. Il re aveva fatto rispondere che l’esposto a lui diretto era stato trasmesso a Mussolini. “Non Mollare” domandò: “Sacra Maestà, famo li giochi?”. “Il re giura di osservare lo Statuto…Questo non è il giuramento di una macchina o di un sordo-muto-cieco. Un automa non si paga 15 milioni all’anno”.
Nel numero 11 dell’aprile il re tornò in ballo nuovamente. Era annunziata una sua visita a Milano per il 25 e 26 aprile, e a Firenze per il 4 maggio. Per Milano “Non Mollare” propose che gli operai di Milano facessero un quarto d’ora di sciopero bianco, durante il soggiorno del re. Ma a Milano nessuno se ne dette per inteso. Qui comandavano i socialisti e riformisti e rivoluzionari, tutti d’accordo a tenere la fiaccola sotto il moggio. Per Firenze, “Non Mollare” dette una parola diversa: “Boicottate la manifestazione del 4 maggio”:
“Chi partecipa alle dimostrazioni del 4 maggio diventa complice dei fascisti. Non andate ai caffé. Non andate ai cinematografi. Non andate ai teatri. Bisogna che gli esercizi pubblici rimangano deserti, quel giorno, come in un giorno di lutto. Non andate alla stazione, quando il re arriva e quando se ne va. Non passate per le strade, da cui sapete che passa il re. Non avvicinatevi agli edifici pubblici in cui sapete che c’è il re…Bisogna che il re senta intorno a sé l’assenza assoluta del popopolo…Dopo il 4 gennaio 1925, non è più possibile, purtroppo, distinguere il re da Mussolini. Applaudire il re è applaudire Mussolini…Non è colpa nostra se per fare una dimostrazione antifascista, facciamo il vuoto intorno a lui. Noi non l’abbiamo voluto. Lui l’ha voluto”.
Nel numero 12, sempre dell’aprile 1925, la parola d’ordine fu ripetuta:
“Non vi domandiamo nessuno sforzo pericoloso. Vi domandiamo solamente un piccolo sacrificio di curiosità e di comodità…Se non siete capaci di quello che vi domandiamo, vorrà dire che siete degni di servire. Ci raccomandiamo specialmente alle donne. Donne, aiutateci nell’ottenere questa prova si serietà e di dignità dai vostri uomini. Non lasciatevi trascinare dalla curiosità di andare a vedere ilò re. Fate anche voi questo piccolo sacrificio”.
Quando la grande giornata arrivò io obbedii disciplinato alla parola d’ordine, e me ne stetti a casa. Non volevo sapere quale resultato la parola d’ordine avesse avuto nella popolazione, e volevo essere informato da persona obiettiva, e non da chi poteva esagerare fenomeni assai limitati. La persona c’era: la signora Vandervelde, moglie del ministro socialista belga, che si trovava come turista a Firenze. “Domani – le dissi – andate in Piazza Signoria, aspettate che il re esca dalla cerimonia, seguite il corteo lungo via Calzaiuoli, Piazza Del Dumo, e così via fino a Piazza Cavour. E venite a dirmi che folla c’è, e che accoglienze fa al re”.
Alle dodici, sonata di campanello. Vado ad aprire. “Che popolo! – lei mi dice – Non c’è in questa terra nessun popolo come questo”. “Che è successo?”. “Da Piazza Signoria a Piazza Cavour non un’anima. File di camicie nere di qua e di là, lungo la strada. Ma dietro le camicie nere, non un’anima, dico un’anima. Solo in Piazza del Duomo, poche decine di persone, che erano evidentemente turisti forestieri”.
Chi ha giustificato la complicità ventennale di Vittorio Emanuele III con Mussolini, con la ragione che il re interpretava la volontà del popolo italiano, favorevole a Mussolini, ha dovuto ignorare tutti i fatti come quelli, di cui fu scena Firenze il 4 maggio 1925. E questo, senza prendere in considerazione la circostanza che il re aveva giurato di mantenere uno Statuto, che garantiva al paese il diritto di esprimere la sua volontà, libero e non coatto dal manganello o umiliato dall’olio di ricino fascista, e quel giuramento lo legava anche se il popolo italiano fosse stato così stupido o così depravato da volere un Mussolini.




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