Finalmete una discussione interessante che da un senso al forum. Premetto che ho letto di fretta gli interventi precedenti e mi scuso se finirò per ripetere qualcosa di già detto.
Sulla definizione di proletariato in Marx dovremmo intanto tener presente il fatto che Marx non poteva riferirsi all'operaio massa della fabbrica fordista per il semplice fatto che il fordismo ancora non esisteva. Come già ricordava Gianmaria il suo concetto di proletariato riguardava coloro che per vivere vendevano la propria forza lavoro; per dirla con lo sguardo di oggi ci potremmo riferire a chi vive vendendo le proprie braccia, la propria intelligenza, le proprie competenze.
Questo non è affatto secondario nel dibattito attuale: il problema dell'unità di classe è indubbiamente quello che abbiamo di fronte e iniziamo ad affrontarlo cercando innanziatutto chiarendoci le idee su come sia composta oggi la classe.
Molti, anche militanti di settori radicali, mettono al centro il concetto di eterodirezione, rilevando una distinzione fra il lavoro sotto la direzione di un padrone, un capo reparto, un capo ufficio, ecc, e il lavoro di un collaboratore che, in astratto, può autorganizzare la propria prestazione lavorativa.
Ora, sorvolando sul fatto comunque importante che molto spesso le collaborazioni nascondono in realtà forme di lavoro subordinato, io credo che il nostro riferimento principale debba in realtà essere quello originario: non la subordinazione nella "direzione", ma la subordinazione economica, tornando in ultima analisi al concetto marxiano di proletariato per attualizzarlo.
Dobbiamo poi porci delle domande riguardo al modo di produzione: in molte analisi la fase attuale viene definita "dell'accumulazione flessibile", per distinguerla proprio dalla fase fordista. Per volgarizzare possiamo dire che significa produzione limitata per una fascia di mercato ben definita. Ovviamente si tratta di un orientamento di massima; le produzioni standardizzate esistono ancora eccome, magari delocalizzate come qualcuno diceva prima, ma la sfida del capitalismo nell'ultima fase è quella di creare mercato producendo per settori ben definiti della società, con studi sul comportamento del consumatore per orientare le produzioni stesse (per banalizzare ulteriormente, avete presente la pubblicità "le tue marche la tua storia"?). Il mercato occidentale è ancora necessariamente il mercato di riferimento, ma non può esere sfruttato all'infinito allo stesso modo; le crisi di sovrapproduzione previste da Marx sono ancora la vera minaccia per il sistema produttivo.
Questo modo di produrre influenza naturalmente la società, con l'esasperazione del consumo e l'identificazione fra il soggetto e il prodotto che questo acquista. Anche sul modello di consumo credo valga la pena di porsi delle domande, non su basi etiche (credo che chi lavora per una società che produce alta tecnologia sia sacrocanto pretendere di avere un pc o un telefonino) ma su basi politiche, proprio perchè il consumo e la produzione si influenzano a vicenda.
In fondo quando dicevamo che il nouvo movimento operaio doveva essere anche ecologista, femminista, ecc., esprimevamo un concetto che va in questa direzione; nuovo non solo perchè diversamente composto (le nuove figure del lavoro, ma anche il lavoro migrante), ma perchè nuovi devono essere gli obiettivi che si pone, perchè questi obiettivi devono basarsi su un punto di vista complessivo del funzionamento della società.
Questo significa strappare il proletariato dalle secche del riformismo sindacale e socialdemocratico per dargli una prospettiva rivoluzionaria.
Spero di non aver fatto troppo casino, ma sono sul lavoro e scrivo "per bocconi"...




. Premetto che ho letto di fretta gli interventi precedenti e mi scuso se finirò per ripetere qualcosa di già detto.
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