DALLA NUOVA SARDEGNA DI OGGI:
Non più teatro di addestramenti
ma anche di sperimentazioni
e base di supporto strategico
L’ISOLA CON LE STELLETTE
Alcuni segnali fanno temere
che sia in atto un processo
di riqualificazione militare
La Sardegna in prima linea
tra guerre finte e guerre vere
di Piero Mannironi
SASSARI. E’ solo una trasformazione, un adeguamento alle nuove esigenze strategiche. Un processo che si à messo in moto
qualche anno fa, lento e silenzioso, e che riclassifica la Sardegna in uno degli scacchieri più delicati della nuova geopolitica.
C’è, è vero, una crescita “qualitativa” della presenza militare nell’isola, ma le scelte che imprigionano la Sardegna
nelle dinamiche belliche del potente alleato americano
e dell’Alleanza Atlantica partono da lontano. Da molto lontano.
Le prime tracce si trovano in alcuni documenti del
Pentagono, declassificati qualche anno fa. E dai capitoli di
questo libro segreto, emersi dagli archivi del Dipartimento
di Stato Usa, si scopre così che, per quasi mezzo secolo, la
Sardegna è stata un perno strategico nel fronte virtuale
di una guerra combattuta sotterraneamente, ma mai dichiarata.
Senza saperlo, infatti, l’isola era considerata dagli alti papaveri
del Pentagono, fin dal lontano aprile del 1954, «a pivotal
geographic location». Ovvero, il punto critico del sistema politico-
militare creato dall’alleanza atlantica nello scenario
europeo. Ma c’è di più: l’accordo di reciproco
impegno, firmato il 26 novembre del 1956, tra il Sifar
(l’allora servizio segreto militare italiano) e la Cia. Il corollario
dell’intesa era che i piani dello Stato maggiore della Difesa
italiano prevedessero «l’attuazione di tutti gli sforzi
per mantenere l’isola di Sardegna ». Altro elemento: in una
nota della Cia del 7 ottobre 1957 si legge: «La Sardegna è
considerata nei piani di guerra degli Stati Uniti».
Ed è proprio in quegli anni che nascono nell’Isola i due poligoni
più grandi d’Europa: il Poligono Interforze del Salto
di Quirra, 20 agosto 1956; il Poligono Cauc di Teulada, 1959.
In tutto, si parla di qualcosa come 20 mila ettari. Senza ovviamente calcolare l’estensione
delle aree militari a mare. In questo caso, infatti, si arriverebbe
a una superficie di oltre 21 mila chilometri quadrati.
Cioé quasi quanto l’intera Sardegna.
Se poi si volesse scavare ancora, si scoprirebbe che anche
la base di Poglina, cuore dell’organizzazione Gladio, nacque
negli anni Cinquanta. E che nel 1954 prese forma anche
una rete strategica in funzione di una guerra nucleare
che, nella sua articolazione italiana era chiamata Stone
Ax (Ascia di Pietra). Una rete nella quale la Sardegna aveva,
naturalmente, un ruolo con il poligono di Capo Frasca.
E infine la Maddalena. Se la base della Us Navy è infatti nata
nel 1972, è comunque figlia del Bia (Bilateral infrastructure
agreement) del 20 ottobre 1954, firmato dall’allora ambasciatrice
americana Luce e dal ministro Scelba. Un accordo che, comunque, era all’interno della cornice del Mutual Security Act che risale al 1951. Come si vede, dunque, la Sardegna è da mezzo secolo all’interno delle complesse alchimie strategiche degli Stati Uniti
e dell’Alleanza Atlantica. Ciò che sta accadendo in
questi ultimi anni, quindi, deve essere letto come una riqualificazione, una modifica delle strutture militari e degli assetti
logistici in funzione di un nuovo dispiegamento operativo.
Il presidente della Regione Renato Soru, nelle more del dibattito
in consiglio regionale sulle servitù militari, ha parlato di Teulada come di un poligono nel quale sono «ammesse
sperimentazioni». Non solo addestramento, dunque, ma
qualcosa di più complesso e, forse, anche di più pericoloso.
Questa frase, contenuta nel disciplinare d’uso del poligono è
forse troppo poco per dare corpo ai fantasmi che si sono agitati
negli ultimi anni intorno a Teulada. Ma forse è un qualcosa che
deve far rileggere con occhi diversi le drammatiche dichiarazioni
del maresciallo Marco Diana, nella conferenza stampa, organizzata a Palazzo Madama il venti luglio dello scorso
anno dai familiari dei soldati morti o ammalatisi dopo essere
venuti a contatto con l’uranio impoverito. Lui, Diana, era diventato il simbolo di quella gioventù in divisa consumata da tumori devastanti, dopo essere stata in missione all’estero. E in
quell’occasione disse due cose che la stampa forse sottovalutò.
La prima è che nelle esercitazioni - come quella che su sta svolgendo in questi giorni a Teulada, ma anche nel Salto
di Quirra - viene utilizzato il cosiddetto protocollo uno a
uno. Che significa? Semplicemente questo: procedure e munizionamento sono identici alla quelli adottati nella guerra
reale. La seconda battuta, riferita comunque con molti distinguo
e molti “forse” era che a Teulada erano state testate alcune
armi micidiali. Diana fece perfino un’allusione alle mini nukes. Si tratta di bombe atomiche tascabili, a basso impatto ambientale, utilizzate soprattutto per perforare bunker sotterranei. Si dice che siano state usate in Afghanistan per distruggere le grotte nelle quali si nascondevano gli uomini di Bin Laden.
La sperimentazione è invece istituzionalmente inserita
nelle attività del poligono del Salto di Quirra. Cosa sia stato
utilizzato all’interno dell’immensa area militare del Sarrabus
è oggetto di una polemica esplosa quattro anni fa e che
ancora non si è sopita. La denuncia dell’ex sindaco di Villaputzu
Antonio Pili sulla lunga catena di morti per leucemia e per linfoma nella minuscola frazione di Quirra (150 abitanti proprio alle porte della base di Capo San Lorenzo) fece infatti pensare all’uso di proiettili all’uranio impoverito. Ma una grande inquietudine
creò anche la testimonianza della madre del soldato napoletano
Buonincontro (morto per lucemia), la quale raccontò di avere saputo dal figlio di un’esercitazione nella quale erano state impiegate armi che il ragazzo «non aveva mai visto prima». E che dire delle esplosioni che, alla fine degli anni Ottanta, provocarono
immense nuvole di fumo che poi il vento trasportò su Escalaplano? Per un’atroce coincidenza (ma sarà una
coincidenza?) in quegli anni nel paese nacquero bambini
affetti da gravi deformità. E infine, La Maddalena, in
qualche modo la prova più evidente della trasformazione del
ruolo strategico della Sardegna. I sommergibili nucleari
americani non “cacciano” più i sottomarini sovietici e non
puntano più i loro Cruise su obiettivi militari dell’«Impero del male». Nelle due guerre del golfo hanno dimostrato che ormai
sono diventati efficaci piattaforme funzionali per bombardare
obiettivi nelle cosiddette “aree di crisi”. Ma ci sono i segnali che indicano un loro nuovo compito: trasportare discretamente i
corpi d’élite nei teatri d’operazione. Sembra infatti che a Punta
Rossa, a Caprera, in un’area attualmente utilizzata per le
esercitazioni degli incursori della Marina italiana (i Comsubin)
dovrebbero arrivare infatti i leggendari Navy Seals.
Insomma, la Sardegna si troverebbe improvvisamente in
prima linea.




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