Testo originale scritto da Sandro
vabbè, salviamo quello che c'è da salvare del Che, ma poi guardiamo agli eroi di casa nostra e siamone fieri. A cominciare da Ettore Muti
Chi era Ettore Muti e perché fu ucciso? Per gli italiani che oggi navigano sugli ottant'anni la prima domanda è forse superflua, per tutti gli altri certamente no.
Romagnolo fino al midollo con tutte le caratteristiche della sua gente, spavaldo e generoso, poco colto ma intelligente, indipendente e imprevedibile, coraggiosissimo, visse sempre in prima persona vent'anni della nostra storia senza rifugiarsi in alcun pretesto di diserzione.
Ardito a sedici anni nella Prima Guerra guerra mondiale, legionario fiumano con d’Annunzio, squadrista fascista in Romagna, ufficiale aviatore nella guerra d'Etiopia, di Spagna e nella seconda guerra mondiale. I vent'anni sono rispecchiati nel suo medagliere: Ordine militare di Savoia, dieci medaglie d'argento, cinque croci di guerra italiane, due tedesche. E due medaglie d’oro una italiana e l’altra spagnola. La guerra di Spagna, che fece tutta dal principio alla fine (fu anche comandante di un battaglione del «Tercio» franchista) fu la sua grande avventura: la motivazione della medaglia d'oro parla di centosessanta azioni di bombardamento, tredici vittoriosi duelli aerei in un anno (e non era pilota di caccia), ma nei due anni e mezzo di quella guerra, coi suo S. 79 che tornava sempre bucherellato da proiettili totalizzò qualcosa come quattrocento azioni di combattimento, con episodi di valore incredibile che purtroppo lo spazio non consente qui di citare.
Nell'Italia del tardo Ventennio fascista un uomo simile era inevitabilmente destinato agli osanna e agli incensi della retorica pubblica. Erano cose che non poteva soffrire. Ad un amico giornalista che gli chiedeva dati per scrivere un articolo sulle sue gesta rispose: «Vedi di non rompermi le devozioni con queste stupidaggini». Ad un altro che da Ravenna gli annunciava l’apertura di una sottoscrizione per offrirgli un pugnale d'oro da ardito, intimò: «E’ ora di finirla con queste buffonate. Che mi mandino del buon salame, questo sì che lo accetto!».
Forse anche perché, oltre che un eroe nazionale, era un fascista anomalo per quei tempi, improvvisamente Mussolini lo nominò, nel 1939, segretario nazionale del partito in sostituzione di Starace. Non era un posto per lui. Il partito fascista, cloroformizzato da una troppo lunga consuetudine di potere, si era «seduto» nella burocrazia, nella retorica e nel conformismo.
Muti tentò invano di risvegliarlo sconvolgendo uomini e situazioni, imprimendo alla sua gestione il piglio disinvolto realistico e disadorno che gli era proprio, senza risparmiare brucianti staffilate ironiche. (Essendosi accorto che tutti intorno a lui erano perlomeno commendatori, tanto brigò che fece nominare commendatore il proprio attendente e lo chiamava cerimoniosamente con tale titolo quando altri erano presenti).
Non durò molto. Dopo poco più di un anno fu sostituito e il primo ad essere felice fu certamente lui.
QUOTONE!!!!!!!!




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