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  1. #1
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Unhappy La Strage degli innocenti

    Dal momento che questo 3D è stato chiuso:
    .......http://www.politicaonline.net/forum/...19568.........

    metto qui l'articolo seguente...se poi i moderatori lo volessero inserire nell'altro 3D citato, meglio ancora......

    ALFREDO MANTOVANO, Cristianità n. 256-257 (1996)

    http://www.alleanzacattolica.org/ind...noa256_257.htm

    Aborto "legale" 1978-1996: bilancio di un fallimento



    Delle centinaia di morti in disastri aerei si parla a lungo, come è giusto che sia. Delle migliaia di morti che insanguinano i conflitti civili in corso in varie zone del globo, a cominciare dal Burundi, nella lotta che contrappone Hutu e Tutsi, si dice molto meno: è una delle tante conferme che il principio di uguaglianza non vale per i mass media. Delle decine di migliaia di esecuzioni capitali e di eliminazioni fisiche di minori handicappati eseguite nella Repubblica Popolare Cinese ogni anno non si sa quasi nulla: qualche notiziola sulla stampa, e niente di più.



    Le cifre del genocidio

    Delle 138.379 condanne a morte eseguite in Italia nel 1995 non è di bon ton nemmeno fare cenno. Eppure tante sono state le vittime in un solo anno della legge peggiore mai approvata nel paese e applicata al popolo italiano: la n. 194 del 22 maggio 1978, che da circa vent’anni disciplina la pratica dell’aborto "legale". Tale legge prevede, fra l’altro, che ogni dodici mesi il ministro della Sanità invii una relazione al Parlamento sull’attuazione delle sue norme: nella seconda metà del mese di luglio del 1996 l’on. Rosy Bindi ha provveduto all’adempimento, compilando l’elaborato, corredato da tabelle, grafici e valutazioni (1).

    Il primo dato che emerge è quello appena sottolineato, pari al numero degli aborti eseguiti in Italia nel 1995 con il finanziamento e con l’assistenza delle strutture pubbliche; è un dato che il ministro della Sanità, che ha sempre presentato sé stessa come portabandiera del solidarismo cattolico nelle file della coalizione dell’Ulivo, liquida in modo asettico nelle prime righe della relazione, per passare ad altro: si limita a scrivere che vi sono state "138.379 IVG" (2). "IVG" — come tutti sanno — sono le iniziali di "interruzione volontaria della gravidanza", che è una elegante circonlocuzione adoperata per non pronunciare il più impegnativo e traumatico termine "aborto"; il grado di asetticità è poi più elevato se si pronunciano le sole iniziali, che richiamano alla mente più i treni ad alta velocità francesi degli strumenti del ginecologo.

    A quasi vent’anni di distanza dall’introduzione della legge n. 194, frutto maturo — insieme con la riforma sanitaria, la riforma della psichiatria, il nuovo regime dei suoli e il cosiddetto "equo canone", introdotti tutti nel 1978 — del compromesso storico e della solidarietà nazionale, il punto nodale, sul quale i difensori a oltranza dell’aborto "legale" continuano a evitare imbarazzate risposte, riguarda l’identità del nascituro: se questi è un grumo di cellule, un’appendice della madre, una speranza di vita o un’aspettativa di esistenza, non vale la pena di parlarne. Ma allora è superfluo che il ministro della Sanità e le sue strutture sprechino tempo ed energie per presentare una relazione al Parlamento; non si producono relazioni per fare analisi comparative delle operazioni di appendicite o degli interventi di unghia incarnita.

    Se invece — come la biologia e la medicina sostengono con argomenti inconfutabili (3) — fin dal momento del concepimento ci si trova davanti a un essere umano, dotato di patrimonio genetico completo, unico e irripetibile, nel quale è scritto se sarà uomo o donna e quale sarà il colore dei suoi capelli, la sua soppressione ha un solo nome: omicidio. E in Italia nel 1995 sono stati consumati 138.379 omicidi "legali", dei quali lo Stato è il complice principale. Giova a poco confrontare questo dato con quello del 1994 — 142.657 aborti — e constatare che vi è stato un lieve decremento; sarebbe come se il responsabile di un Lager nazionalsocialista avesse fatto sfoggio di umanitarismo per aver eliminato in un anno qualche internato in meno rispetto ai dodici mesi precedenti. Forse impressiona di più il dato globale: dal 1978 a oggi le vittime dell’"IVG" in Italia sono state circa 3.500.000; è azzardato parlare di olocausto? È provocatorio far notare che si è oltrepassato il doppio della somma delle vittime italiane nelle due guerre mondiali? È assurdo sostenere che un così generalizzato disprezzo per la vita del più debole non può far meravigliare di nulla?

    È iniziata, davanti alla Commissione Giustizia della Camera, la discussione su una proposta di legge mirante a punire lo sfruttamento sessuale dei minori, e cioè a impedire o a limitare pratiche fra le più turpi della "civiltà" nella quale siamo immersi; è lecito domandarsi se la violazione dell’integrità di tanti innocenti non rappresenti comunque un minus rispetto alla violazione della stessa esistenza in vita di tanti altri innocenti? Non è il caso di chiedersi se vi è connessione fra la banalizzazione dell’aborto — della quale è sintomo la sua riduzione a "IVG" e l’assenza di qualsiasi commento negativo da parte di un ministro che vanta la sua provenienza dalle file dell’associazionismo cattolico — e la banalizzazione del sesso e della violenza, anche a danno dei bambini?



    Aborto, scelta "di cultura"

    Non è tutto. La lettura della relazione dell’on. Rosy Bindi consente di riaffermare che la legge n. 194 è stata un fallimento anche quanto agli scopi sui quali i suoi promotori avevano insistito per ottenerne l’approvazione. L’on. Giovanni Berlinguer, che ne è stato uno dei relatori alla Camera prima della sua approvazione nel 1978, scriveva pochi giorni dopo la sua entrata in vigore, che "la legge si propone [...]: di azzerare gli aborti terapeutici; di ridurre gli aborti spontanei; di assistere quelli clandestini. Si propone inoltre di favorire la procreazione cosciente, di aiutare la maternità, di tutelare la vita umana dal suo inizio" (4). Si può provare a fare il bilancio dell’effettivo conseguimento di tali scopi sulla base del documento del ministro della Sanità?

    Gli "aborti terapeutici" sono quelli "legali" tout court, perché l’articolo 4 della legge n. 194 include le varie circostanze la cui semplice evocazione autorizza a ricorrere all’intervento interruttivo sotto un’unica e vaga indicazione di salute, considerata non come assenza di patologie rilevanti, ma come benessere fisiopsichico inteso in senso ampio. Che ancora oggi gli aborti detti "terapeutici" siano 138.379, che dal 1978 la media annua sia stata di circa 200. 000 unità, e che per ogni 4 nati vivi vi sia un aborto volontario conferma che la pratica abortiva è diffusa capillarmente e proprio per questo non è spiegabile in modo esclusivo, e nemmeno prevalente, da situazioni eccezionali o da difficoltà insuperabili. Essa è invece, nonostante le proclamazioni normative di segno opposto, uno strumento di controllo delle nascite; né può sostenersi che sarebbe meno ampia se la contraccezione artificiale fosse più conosciuta e praticata, perché è vero esattamente il contrario: scrive l’on. Rosy Bindi che, secondo "[...] indagini dell’Istituto Superiore di Sanità, di altri istituti di ricerca e di alcune regioni [...] almeno nel 70-80% dei casi, il ricorso all’aborto volontario avrebbe la finalità di interrompere una gravidanza non desiderata intervenuta a seguito del fallimento o di un uso scorretto dei metodi per il controllo della fertilità" (5).

    Il profilo medio della donna che abortisce è del tutto coerente con queste conclusioni: si tratta infatti di una gestante che nella gran parte dei casi è coniugata — 57.5%, con punte del 72.8% al Sud —, non separata né divorziata — soltanto il 5.1% —, in età compresa fra i 25 e i 34 anni, con sufficiente livello di istruzione — il 48.5% ha il diploma di scuola media inferiore, il 32.3% il diploma di scuola media superiore, e soltanto l’1.5% non ha alcun titolo di studio — e con non più di due figli: in particolare, il 37.9 % non ha alcun figlio, il 20.3 % ne ha uno, il 27.9% ne ha due. Pertanto è una donna che si trova in condizioni ottimali, per lo meno sotto questi profili, per accogliere il nascituro. Si legge nella relazione di "[...] un andamento inversamente proporzionale [...] tra ricorso alla IVG e numero dei figli" (6), e che "[...] è decisamente più basso il tasso di abortività nelle donne che hanno già partorito tre figli e scende ulteriormente, in modo netto, in quelle che ne hanno 4 o più" (7): dunque, contro i luoghi comuni di vent’anni fa, che avevano costituito i cavalli di battaglia della campagna in favore dell’aborto, se una donna ha deciso di non aver figli lo fa a ogni costo, anche ricorrendo all’intervento abortivo, mentre se il suo atteggiamento è già stato di accoglienza della vita è più propensa a confermarlo all’arrivo di una nuova creatura.

    Per concludere sul punto: se quelle riportate sono le caratteristiche della gestante che pratica con maggior frequenza l’aborto, quest’ultimo non è, nella gran parte dei casi, una "dolorosa necessità", ma è un’opzione culturale, favorita, avallata e sostenuta finanziariamente dallo Stato. Oggi lo stesso Stato da un lato elimina progressivamente l’assistenza sanitaria e la gratuità dei farmaci anche a chi ne ha reale necessità, con "strette" finanziarie sempre più pesanti, dall’altro non rinuncia a stanziare i fondi per il genocidio sistematico in atto da due decenni.



    Aborti clandestini e degli extracomunitari

    E gli altri obiettivi enunciati a suo tempo dall’on. Giovanni Berlinguer? La legge 194 ha fallito pure sul versante della lotta alla clandestinità, se è vero, come scrive il ministro della Sanità, che l’aborto clandestino avrebbe raggiunto nel 1994 le 45.000 unità: l’uso del condizionale è d’obbligo per l’impossibilità di disporre di dati precisi. Qual’è poi la maggiore coscienza della procreazione, che la legge n. 194 doveva favorire, se, come si osserva nella relazione, "oltre un quarto delle donne che ricorrono alla IVG vi hanno già fatto ricorso una o più volte in occasioni precedenti" (8)? L’area della recidività riguarda, per l’esattezza, il 26.3% delle gestanti che hanno abortito nel 1994, con punte allarmanti del 41.7% in Puglia e del 35.3% in Sicilia. Infine, con riferimento agli intenti dell’on. Giovanni Berlinguer, è inutile spendere altre parole sull’aiuto alla maternità e alla tutela della vita umana, perché la legge n. 194 ha conferito il "diritto" di sopprimere ciò che fa diventare madre, e quindi di violare irreparabilmente la vita umana.

    Ma non basta. Un profilo preoccupante della banalizzazione del ricorso all’aborto è l’assenza della fase della dissuasione, che pure la legge prevede: secondo quest’ultima, quando la gestante si rivolge al consultorio, o a una struttura sociosanitaria, o al proprio medico di fiducia, costoro dovrebbero indurla a riflettere, prospettando le possibili alternative all’aborto. Per verificare se ciò accade realmente è sufficiente constatare che nel 1994 il 75% degli aborti sono avvenuti dietro semplice certificazione del medico di fiducia o del servizio ostetrico-ginecologico: il che vuol dire che la "dissuasione" è coincisa con il rilascio dell’attestazione di gravidanza, necessaria per sottoporsi all’intervento. Solo il 23.4% delle donne è passata dai consultori: non che, di regola, i dipendenti di tali strutture facciano qualcosa di più rispetto al medico; il fatto è che andare dal proprio medico è più comodo. Manca poi qualsiasi statistica, che pure potrebbe e dovrebbe essere compilata, con tutte le garanzie di anonimato per le interessate, relativamente al numero delle gestanti che hanno rinunciato ad abortire perché "dissuase": ma è facile immaginarne i risultati, qualora fosse eseguita.

    Il non funzionamento delle strutture pubbliche, che dovrebbero aiutare e sostenere le situazioni di effettiva difficoltà, è rivelato ulteriormente da un dato che può apparire marginale, e che invece deve far riflettere: "[...] le IVG effettuate da donna residente all’estero — si legge nella relazione — sono passate, secondo un trend di incremento costante, da 461 casi nel 1980 a 1718 casi nel 1994" (9). Chi parla di solidarietà e di cultura dell’accoglienza verso gli immigrati provenienti da zone sottosviluppate non è poi in grado di offrire alle gravidanze delle extracomunitarie "aiuto" diverso dall’aborto; la mano tesa dell’Italia a chi viene dall’estero con un carico di problemi superiore al nostro è il lettino dell’"IVG"!



    Prospettive

    La relazione del ministro della Sanità si chiude con l’enunciazione di alcune buone intenzioni; eccone un saggio significativo: "[...] una considerazione anche più ampia delle strategie di prevenzione dell’aborto volontario, nel quadro di una più complessiva politica di tutela e di promozione della vita e della sua autentica e piena dignità, a cominciare dall’età infantile e dall’età evolutiva, è auspicabile venga fatta propria dalle stesse forze politiche e dalle rappresentanze parlamentari cui non mancherà il sostegno e la sollecitazione attenta del Governo" (10).

    Nulla di più e di preciso in tema di prospettive di aiuto alla maternità in genere, e a quella difficile in particolare; nulla quanto a sostegni alle famiglie; nulla a proposito di una seria educazione alla vita; nulla in favore delle associazioni di volontariato impegnate nell’accoglienza della vita. Chissà se i cattolici, e in particolare i vertici dell’associazionismo cattolico, che il 21 aprile 1996 hanno dichiarato apertis verbis di preferire l’Ulivo, sono entusiasti di impegni così vaghi. Chi dell’Ulivo è avversario nel Parlamento e nella realtà nazionale non può non raccogliere l’auspicio del ministro e promuovere "una più complessiva politica di tutela e di promozione della vita" (11), partendo dal presupposto — ovvio, ma oggi negato di diritto e di fatto — che la vita non può essere promossa quando la si sopprime.

    Alfredo Mantovano

    ***

    (1) Cfr. Relazione del ministro della Sanità sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza (Legge 194/78). Dati preliminari 1995. Dati definitivi 1994.

    (2) Ibid., p. 1.

    (3) Cfr., fra gli altri, Elio Sgreccia, Manuale di bioetica, I. Fondamenti ed etica biomedica, nuova ed. aggiornata e ampliata, Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 361-385.

    (4) Giovanni Berlinguer, La legge sull’aborto, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 168.

    (5) Relazione cit., p. 2.

    (6) Relazione, cit., p. 3.

    (7) Ibidem.

    (8) Ibidem.

    (9) Ibid., p. 4.

    (10) Ibid., pp. 4-5.

    (11) Ibidem.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  2. #2
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    L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: UN PO’ DI STORIA
    L’aborto è una piaga sociale fin dalla notte dei tempi; anche nell’antichità le maternità indesiderate erano spesso oggetto di decisioni “estreme”, mai semplici da prendere.

    Tuttavia, solo nel Novecento si è affacciata, e poi diffusa, la tesi che lo Stato debba garantire alla donne che si ritrovano in questa situazione di poter decidere (da sole) se interrompere la propria gravidanza.

    Molti sono i motivi che giustificano la legalizzazione dell’aborto, tra questi:

    il vietarlo non ne impedisce la pratica, la rende invece clandestina, costosa e pericolosa;
    la vita di una madre ha più valore di quella di un feto;
    la maternità deve essere una scelta responsabile e consapevole, e non il frutto, ad esempio, del malfunzionamento di un contraccettivo;
    la vita per un bambino non desiderato, specialmente se gravemente malato, potrebbe non essere la soluzione migliore.
    Fino al 1975 l’aborto era in Italia ancora una pratica illegale: uno degli ultimi Paesi europei a considerarlo un reato. Ciò non significava, ovviamente, che di aborti non ne avvenissero: anzi, le donne italiane, già svantaggiate da una legislazione punitiva nei confronti della contraccezione, quando incappavano in una gravidanza non voluta si dovevano rivolgere clandestinamente alle famigerate “mammane”, praticone senza scrupoli che, con mezzi assolutamente non idonei e in cambio di un lauto compenso, “risolvevano il problema”, talvolta al prezzo della vita della donna stessa.

    Nel 1975 una sentenza della Corte Costituzionale stabiliva finalmente la «differenza» tra un embrione e un essere umano e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro.

    Il 22 maggio 1978 veniva approvata la “storica” legge 194, con la quale si riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. In essa venivano stabilite politiche di prevenzione da attuarsi presso i consultori familiari: purtroppo, era anche ammessa la possibilità di non operare per il medico che avesse sollevato obiezione di coscienza.

    Contro questa legge vennero avviate tre raccolte di firme per indire altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una modifica in senso ancor più ampio), e due da parte del cattolico Movimento per la Vita (una per un’abrogazione “minimale”, una per l’abrogazione totale). Quest’ultimo verrà poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.

    Il 17/18 maggio 1981 si votò, in un clima reso incandescente dal recente attentato a Giovanni Paolo II: la proposta cattolica venne bocciata a schiacciante maggioranza (68 per cento), quella radicale anche (88 per cento).


    Nel dicembre del 1991 il movimento aquilano Armata Bianca, col beneplacito del sindaco ed il pieno avallo dell’arcivescovo, eresse nel cimitero un monumento ai «bambini mai nati». Sembrò allora quasi una scena folkloristica (ed in seguito i suoi vertici furono anche perseguiti per turpi reati quali violenza sessuale e truffa), fu invece il primo segnale di una escalation antiabortista che negli ultimi tempi è diventata impressionante.

    Nel 1997 l’assessore regionale piemontese alla Sanità autorizza un’associazione antiabortista di Novara ad organizzare un macabro «funerale dei feti», ogni fine mese.

    Il 16 dicembre 1999 il giudice tutelare, sotto le pressioni della stampa e delle gerarchie cattoliche che ne hanno fatto un caso nazionale, decide di revocare la decisione precedentemente presa dal tutore di far abortire una tredicenne psicolabile di Pozzallo, violentata dal padre.

    Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, al pronto soccorso dell’ospedale S. Camillo di Roma due sacerdoti entrano nel nosocomio, facendosi largo con la forza tra il personale, allo scopo di bloccare un intervento urgente per l’interruzione della gravidanza di un’altra tredicenne, regolarmente ricoverata con l’autorizzazione del giudice tutelare: per allontanarli occorre l’intervento delle guardie giurate.

    Il 7 febbraio 2000 l’abate di Subiaco, dalle colonne dell’Osservatore Romano, chiede di sospendere le interruzioni di gravidanza per tutto il periodo giubilare.

    Nell’aprile 2000 in una scuola di Bolzano una professoressa di religione porta in classe dei feti di plastica, in presenza di esponenti di un’organizzazione antiabortista, costringendo le alunne a giurare sulla loro castità presente e futura.

    Il 7 agosto a Battipaglia il sindaco inaugura ufficialmente un «monumento alla vita», definendo il locale ospedale «l’abortificio cittadino».

    Nel novembre 2001 il Vaticano ha sponsorizzato l’improbabile appello al Parlamento di un ventiquattrenne di Pesaro, affinché l’ex fidanzata non abortisse: in barba al fatto che la decisione fosse stata presa «dopo aver capito che il ragazzo ha dei seri problemi, e aveva raccontato molte cose non vere di sé».

    Non che all’estero la situazione sia migliore: in Scozia la Chiesa è arrivata a finanziare bambine dodicenni affinché portassero avanti la gravidanza.

    Negli Stati Uniti i cristiani sono perfino scesi nell’illegalità: i medici abortisti sono oramai vittime di continue intimidazioni (basta dare un’occhiata al sito “Operation Rescue”, dove se ne vantano pure, per farsene un’idea), e l’equiparazione dell’aborto a un assassinio ha spinto diversi facinorosi ad assaltare le cliniche dove viene, legalmente, praticata l’interruzione di gravidanza. Diversi medici stati addirittura assassinati o feriti in questo modo: i casi sono talmente numerosi che la NAF (National Abortion Federation) redige periodici «bollettini di guerra» nei quali si contano le vittime. Queste statistiche sono disponibili anche on line sul loro sito (selezionare Clinic violence).

    Nel febbraio 2003, in Nicaragua, una bambina di nove anni, stuprata e rimasta incinta, ha potuto essere sottoposta a interruzione di gravidanza solo segretamente: l'arcivescovo di Managua - il cardinale Miguel Obando y Bravo - ha prima premuto perché portasse avanti la gravidanza, per scomunicare in seguito i medici abortisti, chiedendone inoltre l'incarcerazione.

    LA LEGGE 194: CHI VUOLE ABROGARLA E CHI LA DIFENDE
    Negli ultimi tempi le gerarchie vaticane non si limitano a rendere note le proprie opinioni, indirizzandole ai propri fedeli: intervengono, continuamente e deliberatamente, sulla scena politica al fine di ottenere quanto da loro richiesto, affinché sia applicato a tutta la popolazione.

    All’estero questo interventismo ha già suscitato polemiche: in Germania il Vaticano è intervenuto per vietare ai consultori cattolici il rilascio del certificato necessario per legge per abortire. In Polonia, il governo filo-papale ha nuovamente limitato l’interruzione di gravidanza, ripristinata nel 1993 dal precedente governo.

    I vescovi sono anche intervenuti affinché la carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione Europea contenesse un articolo sul «rispetto del diritto alla vita dal suo inizio alla sua fine naturale», al fine di rendere illegali le leggi nazionali su aborto ed eutanasia.

    La legge 194 fu approvata, non a caso, in un momento di transizione e di relativa debolezza del Vaticano (Paolo VI, molto malato, sarebbe morto dopo poche settimane): con l’attuale papa, e con la sua capacità di far rigar dritto i politici, cattolici e non, probabilmente non sarebbe mai stata approvata.

    La strategia cattolica è molto semplice: anzitutto, nell’ambito della legge sulla fecondazione, è stato fatto passare il concetto dei «diritti del concepito». Si è aperto così un conflitto con l’articolato della 194, per cui si potrebbe essere “costretti” a intervenire anche su quest’altra legge, per modificarla in un senso ovviamente più restrittivo, se non per abolirla.

    Diversi partiti si stanno già mobilitando in tal senso: esponenti di AN, del CCD, dell’UDEUR hanno più volte riaffermato la loro intenzione di modificare o abrogare la legge 194 (un ordine del giorno approvato dalla Camera). Il presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, attraverso una serie di diversi interventi restrittivi, è riuscito a rendere praticamente inapplicata la legge nella sua regione, nella quale il 98% dei medici pratica l'obiezione di coscienza.

    In questo contesto sono purtroppo poche le voci che si levano a difesa della legge: essa è di solito affidata ad alcune parlamentari che lavorano spesso isolate. A fronte di numerose proposte di legge volte a peggiorare, se non ad abrogare, l’attuale normativa, solo il senatore verde Corleone ne ha avanzata una migliorativa: il progetto di legge 162, infatti, propone norme tese ad assicurare sempre e comunque il servizio, e a impedire a ginecologi obiettori l’assunzione dell’incarico di responsabile del reparto.

    Nella XIV legislatura la proposta è stata ripresentata dal suo compagno di partito Cento. I radicali nel frattempo hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare volta a normare complessivamente il tema.

    La situazione non migliora nella cosiddetta «società civile»: la percezione del rischio che si corre è molto flebile. A difendere la legge sono rimaste alcune associazioni storiche come l’UDI (Unione Donne Italiane) o come l’AIED. Tra le poche altre associazioni attive sulla materia segnaliamo la Consulta di Bioetica e l’ADUC. Fortunatamente, essendo l’Italia uno stato facente parte dell’Unione Europea (insieme ad altre nazioni più evolute su queste tematiche), oltre certi limiti le ingerenze vaticane non possono spingersi: un’ottima risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 3 luglio 2002. Anche durante il vertice ONU di Johannesburg del settembre 2002 il Vaticano (alleato agli USA e ad altri paesi islamici e con il supporto nemmeno tanto velato della delegazione italiana) ha tentato un blitz, stoppato solo in dirittura d’arrivo.

    L’ATTUALITÀ DELLA LEGGE 194
    Se la legge 194 è riuscita in gran parte ad eliminare la piaga degli aborti clandestini, le finalità sociali e di prevenzione della legge non sono state perseguite seriamente: anche per colpa di chi doveva farla applicare, che non di rado era contrario (magari solo di facciata) alla legge stessa.

    Il polverone sollevato dalla Chiesa Cattolica sulla pillola del giorno dopo ha dimostrato, una volta di più, come il Vaticano sia assolutamente indisponibile a dare un apporto per il miglioramento della situazione.

    A ciò contribuiscono anche i medici «obiettori»: esistono intere zone della penisola dove abortire è una vera e propria impresa. In Italia il 64,1 dei ginecologi ed il 55,5 dei paramedici fa obiezione di coscienza (dati 1998). A parte la Val d’Aosta, tutte le regioni vedono una maggioranza di medici antiabortisti.

    L’obiezione assicura inoltre dei vantaggi anche dal punto di vista della carriera: l’aborto è un’operazione relativamente semplice, e rifiutandosi di praticarlo si resta «casualmente» disponibili per interventi più impegnativi. Ragion per cui è tempo, come ha sottolineato Flores d’Arcais su MicroMega (numero 4/2000), di impedire l’assunzione negli ospedali pubblici di ginecologi che hanno riserve a praticare interruzioni di gravidanza.

    Gli ultimi dati dicono che in Italia si praticano annualmente 11,4 aborti ogni mille donne tra i 15 e i 44 anni: un dato molto basso, inferiore ad esempio a paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Australia. Il numero tra l’altro è in costante calo (meno 35% dall’anno di introduzione della legge), mentre purtroppo aumentano le interruzioni di gravidanza tra le giovanissime: un’ulteriore riprova che in Italia manca una seria politica di informazione sulla contraccezione. In aumento anche il dato delle donne immigrate.

    Inoltre, l’Istituto Superiore di Sanità ha confermato il calo nel numero degli aborti clandestini, ridottisi oramai a 20/25 mila l’anno e limitati, prevalentemente, all’Italia insulare e meridionale (guarda caso le zone dove maggiore è l’obiezione di coscienza).

    Insomma, un bilancio positivo, dove le ombre nascono proprio dalla non applicazione completa della legge. Il Guttmacher Institute di New York, specializzato nello studio delle politiche riproduttive, confrontando i dati di 46 nazioni è arrivato a commentare «è chiaro che l’atteggiamento pragmatico degli europei sulle attività sessuali dei giovani funziona: l’Europa e l’Italia hanno tanto da insegnarci, le giovani americane meritano di meglio».

    LA PILLOLA RU-486
    È un farmaco abortivo: ha il grande vantaggio di impedire l’ospedalizzazione della donna e il conseguente intervento chirurgico.

    Più indolore, quindi, e causa di minori traumi e, anche, di minori costi per il Servizio Sanitario. Eppure in Italia non è, e probabilmente non sarà mai, distribuito, ultimo paese europeo a non farlo insieme all'Irlanda. Eppure, persino in Tunisia è utilizzato senza problemi.

    La lobby vaticana, onnipresente sulla scena politica italiana, ne impedisce la legalizzazione (avvenuta da tempo in altri paesi occidentali) nonostante i vantaggi evidenti. Un programma sperimentale, presso l'ospedale “Sant'Anna” di Torino, ha trovato ostacoli sia nel Ministero che dalla Procura.

  3. #3
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    Predefinito Re: La Strage degli innocenti

    Originally posted by Caterina63
    Dal momento che questo 3D è stato chiuso:
    .......http://www.politicaonline.net/forum/...19568.........

    metto qui l'articolo seguente...se poi i moderatori lo volessero inserire nell'altro 3D citato, meglio ancora......

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    http://www.alleanzacattolica.org/ind...noa256_257.htm

    Aborto "legale" 1978-1996: bilancio di un fallimento



    Delle centinaia di morti in disastri aerei si parla a lungo, come è giusto che sia. Delle migliaia di morti che insanguinano i conflitti civili in corso in varie zone del globo, a cominciare dal Burundi, nella lotta che contrappone Hutu e Tutsi, si dice molto meno: è una delle tante conferme che il principio di uguaglianza non vale per i mass media. Delle decine di migliaia di esecuzioni capitali e di eliminazioni fisiche di minori handicappati eseguite nella Repubblica Popolare Cinese ogni anno non si sa quasi nulla: qualche notiziola sulla stampa, e niente di più.



    Le cifre del genocidio

    Delle 138.379 condanne a morte eseguite in Italia nel 1995 non è di bon ton nemmeno fare cenno. Eppure tante sono state le vittime in un solo anno della legge peggiore mai approvata nel paese e applicata al popolo italiano: la n. 194 del 22 maggio 1978, che da circa vent’anni disciplina la pratica dell’aborto "legale". Tale legge prevede, fra l’altro, che ogni dodici mesi il ministro della Sanità invii una relazione al Parlamento sull’attuazione delle sue norme: nella seconda metà del mese di luglio del 1996 l’on. Rosy Bindi ha provveduto all’adempimento, compilando l’elaborato, corredato da tabelle, grafici e valutazioni (1).

    Il primo dato che emerge è quello appena sottolineato, pari al numero degli aborti eseguiti in Italia nel 1995 con il finanziamento e con l’assistenza delle strutture pubbliche; è un dato che il ministro della Sanità, che ha sempre presentato sé stessa come portabandiera del solidarismo cattolico nelle file della coalizione dell’Ulivo, liquida in modo asettico nelle prime righe della relazione, per passare ad altro: si limita a scrivere che vi sono state "138.379 IVG" (2). "IVG" — come tutti sanno — sono le iniziali di "interruzione volontaria della gravidanza", che è una elegante circonlocuzione adoperata per non pronunciare il più impegnativo e traumatico termine "aborto"; il grado di asetticità è poi più elevato se si pronunciano le sole iniziali, che richiamano alla mente più i treni ad alta velocità francesi degli strumenti del ginecologo.

    A quasi vent’anni di distanza dall’introduzione della legge n. 194, frutto maturo — insieme con la riforma sanitaria, la riforma della psichiatria, il nuovo regime dei suoli e il cosiddetto "equo canone", introdotti tutti nel 1978 — del compromesso storico e della solidarietà nazionale, il punto nodale, sul quale i difensori a oltranza dell’aborto "legale" continuano a evitare imbarazzate risposte, riguarda l’identità del nascituro: se questi è un grumo di cellule, un’appendice della madre, una speranza di vita o un’aspettativa di esistenza, non vale la pena di parlarne. Ma allora è superfluo che il ministro della Sanità e le sue strutture sprechino tempo ed energie per presentare una relazione al Parlamento; non si producono relazioni per fare analisi comparative delle operazioni di appendicite o degli interventi di unghia incarnita.

    Se invece — come la biologia e la medicina sostengono con argomenti inconfutabili (3) — fin dal momento del concepimento ci si trova davanti a un essere umano, dotato di patrimonio genetico completo, unico e irripetibile, nel quale è scritto se sarà uomo o donna e quale sarà il colore dei suoi capelli, la sua soppressione ha un solo nome: omicidio. E in Italia nel 1995 sono stati consumati 138.379 omicidi "legali", dei quali lo Stato è il complice principale. Giova a poco confrontare questo dato con quello del 1994 — 142.657 aborti — e constatare che vi è stato un lieve decremento; sarebbe come se il responsabile di un Lager nazionalsocialista avesse fatto sfoggio di umanitarismo per aver eliminato in un anno qualche internato in meno rispetto ai dodici mesi precedenti. Forse impressiona di più il dato globale: dal 1978 a oggi le vittime dell’"IVG" in Italia sono state circa 3.500.000; è azzardato parlare di olocausto? È provocatorio far notare che si è oltrepassato il doppio della somma delle vittime italiane nelle due guerre mondiali? È assurdo sostenere che un così generalizzato disprezzo per la vita del più debole non può far meravigliare di nulla?

    È iniziata, davanti alla Commissione Giustizia della Camera, la discussione su una proposta di legge mirante a punire lo sfruttamento sessuale dei minori, e cioè a impedire o a limitare pratiche fra le più turpi della "civiltà" nella quale siamo immersi; è lecito domandarsi se la violazione dell’integrità di tanti innocenti non rappresenti comunque un minus rispetto alla violazione della stessa esistenza in vita di tanti altri innocenti? Non è il caso di chiedersi se vi è connessione fra la banalizzazione dell’aborto — della quale è sintomo la sua riduzione a "IVG" e l’assenza di qualsiasi commento negativo da parte di un ministro che vanta la sua provenienza dalle file dell’associazionismo cattolico — e la banalizzazione del sesso e della violenza, anche a danno dei bambini?



    Aborto, scelta "di cultura"

    Non è tutto. La lettura della relazione dell’on. Rosy Bindi consente di riaffermare che la legge n. 194 è stata un fallimento anche quanto agli scopi sui quali i suoi promotori avevano insistito per ottenerne l’approvazione. L’on. Giovanni Berlinguer, che ne è stato uno dei relatori alla Camera prima della sua approvazione nel 1978, scriveva pochi giorni dopo la sua entrata in vigore, che "la legge si propone [...]: di azzerare gli aborti terapeutici; di ridurre gli aborti spontanei; di assistere quelli clandestini. Si propone inoltre di favorire la procreazione cosciente, di aiutare la maternità, di tutelare la vita umana dal suo inizio" (4). Si può provare a fare il bilancio dell’effettivo conseguimento di tali scopi sulla base del documento del ministro della Sanità?

    Gli "aborti terapeutici" sono quelli "legali" tout court, perché l’articolo 4 della legge n. 194 include le varie circostanze la cui semplice evocazione autorizza a ricorrere all’intervento interruttivo sotto un’unica e vaga indicazione di salute, considerata non come assenza di patologie rilevanti, ma come benessere fisiopsichico inteso in senso ampio. Che ancora oggi gli aborti detti "terapeutici" siano 138.379, che dal 1978 la media annua sia stata di circa 200. 000 unità, e che per ogni 4 nati vivi vi sia un aborto volontario conferma che la pratica abortiva è diffusa capillarmente e proprio per questo non è spiegabile in modo esclusivo, e nemmeno prevalente, da situazioni eccezionali o da difficoltà insuperabili. Essa è invece, nonostante le proclamazioni normative di segno opposto, uno strumento di controllo delle nascite; né può sostenersi che sarebbe meno ampia se la contraccezione artificiale fosse più conosciuta e praticata, perché è vero esattamente il contrario: scrive l’on. Rosy Bindi che, secondo "[...] indagini dell’Istituto Superiore di Sanità, di altri istituti di ricerca e di alcune regioni [...] almeno nel 70-80% dei casi, il ricorso all’aborto volontario avrebbe la finalità di interrompere una gravidanza non desiderata intervenuta a seguito del fallimento o di un uso scorretto dei metodi per il controllo della fertilità" (5).

    Il profilo medio della donna che abortisce è del tutto coerente con queste conclusioni: si tratta infatti di una gestante che nella gran parte dei casi è coniugata — 57.5%, con punte del 72.8% al Sud —, non separata né divorziata — soltanto il 5.1% —, in età compresa fra i 25 e i 34 anni, con sufficiente livello di istruzione — il 48.5% ha il diploma di scuola media inferiore, il 32.3% il diploma di scuola media superiore, e soltanto l’1.5% non ha alcun titolo di studio — e con non più di due figli: in particolare, il 37.9 % non ha alcun figlio, il 20.3 % ne ha uno, il 27.9% ne ha due. Pertanto è una donna che si trova in condizioni ottimali, per lo meno sotto questi profili, per accogliere il nascituro. Si legge nella relazione di "[...] un andamento inversamente proporzionale [...] tra ricorso alla IVG e numero dei figli" (6), e che "[...] è decisamente più basso il tasso di abortività nelle donne che hanno già partorito tre figli e scende ulteriormente, in modo netto, in quelle che ne hanno 4 o più" (7): dunque, contro i luoghi comuni di vent’anni fa, che avevano costituito i cavalli di battaglia della campagna in favore dell’aborto, se una donna ha deciso di non aver figli lo fa a ogni costo, anche ricorrendo all’intervento abortivo, mentre se il suo atteggiamento è già stato di accoglienza della vita è più propensa a confermarlo all’arrivo di una nuova creatura.

    Per concludere sul punto: se quelle riportate sono le caratteristiche della gestante che pratica con maggior frequenza l’aborto, quest’ultimo non è, nella gran parte dei casi, una "dolorosa necessità", ma è un’opzione culturale, favorita, avallata e sostenuta finanziariamente dallo Stato. Oggi lo stesso Stato da un lato elimina progressivamente l’assistenza sanitaria e la gratuità dei farmaci anche a chi ne ha reale necessità, con "strette" finanziarie sempre più pesanti, dall’altro non rinuncia a stanziare i fondi per il genocidio sistematico in atto da due decenni.



    Aborti clandestini e degli extracomunitari

    E gli altri obiettivi enunciati a suo tempo dall’on. Giovanni Berlinguer? La legge 194 ha fallito pure sul versante della lotta alla clandestinità, se è vero, come scrive il ministro della Sanità, che l’aborto clandestino avrebbe raggiunto nel 1994 le 45.000 unità: l’uso del condizionale è d’obbligo per l’impossibilità di disporre di dati precisi. Qual’è poi la maggiore coscienza della procreazione, che la legge n. 194 doveva favorire, se, come si osserva nella relazione, "oltre un quarto delle donne che ricorrono alla IVG vi hanno già fatto ricorso una o più volte in occasioni precedenti" (8)? L’area della recidività riguarda, per l’esattezza, il 26.3% delle gestanti che hanno abortito nel 1994, con punte allarmanti del 41.7% in Puglia e del 35.3% in Sicilia. Infine, con riferimento agli intenti dell’on. Giovanni Berlinguer, è inutile spendere altre parole sull’aiuto alla maternità e alla tutela della vita umana, perché la legge n. 194 ha conferito il "diritto" di sopprimere ciò che fa diventare madre, e quindi di violare irreparabilmente la vita umana.

    Ma non basta. Un profilo preoccupante della banalizzazione del ricorso all’aborto è l’assenza della fase della dissuasione, che pure la legge prevede: secondo quest’ultima, quando la gestante si rivolge al consultorio, o a una struttura sociosanitaria, o al proprio medico di fiducia, costoro dovrebbero indurla a riflettere, prospettando le possibili alternative all’aborto. Per verificare se ciò accade realmente è sufficiente constatare che nel 1994 il 75% degli aborti sono avvenuti dietro semplice certificazione del medico di fiducia o del servizio ostetrico-ginecologico: il che vuol dire che la "dissuasione" è coincisa con il rilascio dell’attestazione di gravidanza, necessaria per sottoporsi all’intervento. Solo il 23.4% delle donne è passata dai consultori: non che, di regola, i dipendenti di tali strutture facciano qualcosa di più rispetto al medico; il fatto è che andare dal proprio medico è più comodo. Manca poi qualsiasi statistica, che pure potrebbe e dovrebbe essere compilata, con tutte le garanzie di anonimato per le interessate, relativamente al numero delle gestanti che hanno rinunciato ad abortire perché "dissuase": ma è facile immaginarne i risultati, qualora fosse eseguita.

    Il non funzionamento delle strutture pubbliche, che dovrebbero aiutare e sostenere le situazioni di effettiva difficoltà, è rivelato ulteriormente da un dato che può apparire marginale, e che invece deve far riflettere: "[...] le IVG effettuate da donna residente all’estero — si legge nella relazione — sono passate, secondo un trend di incremento costante, da 461 casi nel 1980 a 1718 casi nel 1994" (9). Chi parla di solidarietà e di cultura dell’accoglienza verso gli immigrati provenienti da zone sottosviluppate non è poi in grado di offrire alle gravidanze delle extracomunitarie "aiuto" diverso dall’aborto; la mano tesa dell’Italia a chi viene dall’estero con un carico di problemi superiore al nostro è il lettino dell’"IVG"!



    Prospettive

    La relazione del ministro della Sanità si chiude con l’enunciazione di alcune buone intenzioni; eccone un saggio significativo: "[...] una considerazione anche più ampia delle strategie di prevenzione dell’aborto volontario, nel quadro di una più complessiva politica di tutela e di promozione della vita e della sua autentica e piena dignità, a cominciare dall’età infantile e dall’età evolutiva, è auspicabile venga fatta propria dalle stesse forze politiche e dalle rappresentanze parlamentari cui non mancherà il sostegno e la sollecitazione attenta del Governo" (10).

    Nulla di più e di preciso in tema di prospettive di aiuto alla maternità in genere, e a quella difficile in particolare; nulla quanto a sostegni alle famiglie; nulla a proposito di una seria educazione alla vita; nulla in favore delle associazioni di volontariato impegnate nell’accoglienza della vita. Chissà se i cattolici, e in particolare i vertici dell’associazionismo cattolico, che il 21 aprile 1996 hanno dichiarato apertis verbis di preferire l’Ulivo, sono entusiasti di impegni così vaghi. Chi dell’Ulivo è avversario nel Parlamento e nella realtà nazionale non può non raccogliere l’auspicio del ministro e promuovere "una più complessiva politica di tutela e di promozione della vita" (11), partendo dal presupposto — ovvio, ma oggi negato di diritto e di fatto — che la vita non può essere promossa quando la si sopprime.

    Alfredo Mantovano

    ***

    (1) Cfr. Relazione del ministro della Sanità sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza (Legge 194/78). Dati preliminari 1995. Dati definitivi 1994.

    (2) Ibid., p. 1.

    (3) Cfr., fra gli altri, Elio Sgreccia, Manuale di bioetica, I. Fondamenti ed etica biomedica, nuova ed. aggiornata e ampliata, Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 361-385.

    (4) Giovanni Berlinguer, La legge sull’aborto, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 168.

    (5) Relazione cit., p. 2.

    (6) Relazione, cit., p. 3.

    (7) Ibidem.

    (8) Ibidem.

    (9) Ibid., p. 4.

    (10) Ibid., pp. 4-5.

    (11) Ibidem.
    Fraternamente Caterina
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  4. #4
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    ragazzosemplice.....perchè ignori quel che è stato detto qui?
    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=199357

    dici che sei contrario all'aborto, ma difendi la Legge......stare con un piede di qua e uno di la non fa bene..si finisce con il cadere rovinosamente con una spaccata
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  5. #5
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    Caterina forse non ti sei accorta che l'hai postato due volte, può succedere.

  6. #6
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    Originally posted by Caterina63
    ragazzosemplice.....perchè ignori quel che è stato detto qui?
    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=199357

    dici che sei contrario all'aborto, ma difendi la Legge......stare con un piede di qua e uno di la non fa bene..si finisce con il cadere rovinosamente con una spaccata
    Semplicemente perchè sono coerente. Sono contrario all'aborto ma sono convinto che la legge 194 sia uno degli strumenti per combatterlo, e ribadisco UNO degli strumenti e non il SOLO strumento.
    Piuttosto tu non hai commentato il mio post precedente.

  7. #7
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    La 194 serve a togliere l'aborto dalle mani della clandestinità a cui era relegato prima del 1978.
    In questi 25 anni il numero degli aborti è complessivamente e sensibilmente calato anche per effetto della 194, che ripeto, a mio giudizio e secondo la maggioranza degli italiani, è uno degli strumenti per combattere l'aborto.

  8. #8
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    Giusto, combattiamo l'aborto rendendolo gratuito e statale.. gran bel metodo!!!

  9. #9
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Originally posted by Nosferatu
    La legge 194 non obbliga nessuno ad abortire. E' la trentesima volta che lo ripeto. O forse hai mai visto due infermieri che per strada placcavano una donna incinta: Eccola! E' lei! Portiamola in ospedale e facciamole l'aborto di corsa...?

    Chi non è cattolico può fare come crede. Siete voi cattolici a seguire i dettami di Santa Madre Chiesa.
    Lo stato italiano è (teroicamente) laico, non etico. Tutela i cattolici e quelli che cattolici non sono.

    Se no, se una ragazza di questo forum ha subito pressioni o minacce da un medico perchè abortisse... si faccia avanti
    è come il pedofilo che non violenta il bambino..dice......."mica gli ho fatto male"!! ed è vero...disse un giorno lo psichiatra.ha ragione quel pedofilo perchè NON si rende conto del male che ha fatto......e capitano casi in cui la violenza fisica NON c'è, ma la violenza c'è stata...

    cosa voglio dimostrare? che lo stesso dicasi per quei medici incoerenti che dovrebbero SALVARE LE VITE CHE DECONO NASCEERE e pensare anche alla situazione mentale della ragazza di 13 anni che si presenta da loro e dice" mia madre non deve sapere nulla...." e il medico scrupoloso: "Non ti preoccupare, non lo saprà nessuno"......
    e così si uccide UNA VITTIMA INNOCENTE.....e si uccide un pezzo di anima della donna che lo è diventata non mettendo al mondo una vita, ma PARTORENDO UN ABORTO.......

    eliminiamo l'aborto clandestino....certo, peccato che non sono poche le ragazze di 14-16 anni che in fondo hanno abortito in una sorta di clandestinità senza far sapere nulla ai genitori.e mentendo a sè stessi e ai genitori dove credete arriveranno queste giovani DONNE BRUCIATE?
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  10. #10
    più arcipreti, meno arcigay
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    Originally posted by cciappas
    ma la ragazzotta non si ricorda dei machete acquistati, magari con soldi tolti dal nostro 8perr mille, dal vescovo hutu per contribuire alla pulizia etnica.......
    e non vuole ammettere che ricorrere all'aborto è un'eccezione e non un'abitudine..come lei finge di credere..
    cciappas, dimmi una cosa... lo sai qual è l'ente giuridico cui va l'8 per mille? me lo scrivi?

 

 
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