Intervista a Il Messaggero
«Un'assemblea voterà il programma»


di Virman Cusenza e Fabrizio Rizzi, Giovedì 27 Ottobre 2005

Professor Prodi, Parisi e Amato invitano il centrrosinistra a partire dalle primarie per rilanciare il Partito democratico. Lei, a questo progetto, comincerà a lavorarci dal giorno dopo le elezioni?

«Una formazione unitaria, come quella del Partito democratico, è, ovviamente, sempre stata un mio punto di riferimento, ma, come ho detto, si tratta di un disegno di
lungo periodo. Nel breve il mio obiettivo è costruire un Ulivo forte. Tutti insieme abbiamo scelto questo simbolo per le prossime elezioni alla Camera. E' chiaro che bisogna fare un passo dopo l'altro. Quello successivo è evidentemente l'aggregazione dei gruppi parlamentari».

Insomma, il Partito democratico è il suo sogno...

«La parola sogno non mi piace. La risposta seria è che condivido quanto Parisi e Amato hanno scritto: il cammino va proseguito. Una tappa è stata raggiunta, ora bisogna continuare».

Se lei avrà la possibilità dì andare al governo, pensa che sarebbe utile introdurre una legge sulle primarie, come negli Usa?

«Tutti i grandi fenomeni politici devono essere regolamentati. Ricordo qui che la nostra storia repubblicana non è stata certo solerte ad affrontare questi problemi. Non abbiamo ancora dato esecuzione all'articolo 49 della Costituzione che prevede la disciplina dei partiti e dei sindacati! Tuttavia, i risultati di domenica scorsa dimostrano che le primarie sono entrate nel cuore degli italiani come strumento di partecipazione democratica. Di questo bisogna tener conto».

Il programma dell'Unione: lei ritiene che debba essere fatto attraverso una mediazione oppure rifletterà la gerarchla determinata dagli elettori con le
primarie?

«Le ricordo che già dal luglio scorso al programma lavorano 12 commissioni, ciascuna delle quali è incaricata di preparare un capitolo. Il lavoro sarà complesso. Vi partecipano tutti i rappresentanti dei partiti. Terrà conto del contributo di tutti. Inoltre sono già in corso consultazioni con le rappresentanze economiche e sociali del Paese. Non sarà un programma calato dall'alto. Sarà mio compito trarre, alla fine, la sintesi, seguendo gli obiettivi che già avevo indicato nel mio programma per le primarie. La sintesi sarà proposta per l'approvazione a una grande assemblea che si terrà nell'ultima decade di gennaio».

Che tipo di assemblea sarà, degli eletti?

«No, sarà un'assemblea molto vasta, rappresentativa della società civile. Una Fabbrica allargata, insomma, in cui partiti e società civile sono chiamati a cooperare».

La sua responsabilità sul programma è stata agevolata dal successo nelle primarie?

«Certo, il mio compito è ora più chiaro. E le mie responsabilità sono anche maggiori. So benissimo, però, che una coalizione è collegialità. Sarò coerente con questa affermazione. Non faticherò ad applicarla perché è sempre stata il mio stile e il mio principio di governo».

Sul caso Bologna lei ritiene sia una questione locale oppure si tratta di una prova generale del governo dell'Unione?

«Il caso è locale. E' chiaro, però, che solleva problemi sui quali riflettere. Penso al rispetto della legge e all'inclusione nella società degli immigrati, sono problemi che riguardano tutto il Paese, penso che il rispetto della legge ma anche la chiara coscienza che questo è lo strumento per proteggere i più deboli, siano indispensabili. Penso anche che questo rispetto vada accompagnato da un grande sforzo di inclusione sociale. Questo è patrimonio comune di tutta l'Unione. Certamente, è inutile parlare di inclusione sociale se poi non c'è un euro per le case, vengono tagliati i fondi per l'assistenza agli anziani e per tutto il Welfare. Allora, che inclusione è?».

Ma il bolognese Prodi con chi sta, con Cofferati o con Bertinotti?

«Innanzitutto, Bertinotti è a Roma e Cofferati a Bologna. Questa non è una lotta politica tra Cofferati e Bertinotti. Questo è un problema di contenuti che stanno alla base di questa vicenda. Ripeto: che una città debba vivere tranquilla e nella legalità è un concetto che condivido in pieno. Però, se noi non vogliamo che il problema diventi esplosivo in ogni città, dobbiamo usare risorse e dialogo».

Scusi, ma cosi non mettete l'elettore moderato in fuga di fronte agli assalti di un'ala oltranzista?

«Vorrei andare oltre. Perché si ragiona ancora sull'immigrazione e sull'inserimento in
termini di percezione che appartengono al passato? Oggi gli italiani sono più maturi. Alcuni punti sono acquisiti: sarà per l'arrivo delle badanti, sarà per il fatto che gli imprenditori hanno bisogno di manodopera, ma ormai il discorso sulle politiche di inserimento sta diventando, anche per nostro merito, un patrimonio comune. Quindi la politica rassicurante non è di avere strumenti di inserimento per persone necessarie al futuro della nostra società. Senza di loro non sapremmo come raccogliere l'uva, fare i turni di notte nelle fabbriche. custodire i nostri anziani. Io non inseguo l'elettore dicendogli che se l'immigrato viene a casa mia lo picchio sulla testa. Lo conquisto icendo che tutti dobbiamo rispettare la legge, ma ' occorre fare un percorso di inserimento tino a concedere la cittadinanza all'immigrato che lo desidera dopo un serio percorso che comprende diritti e doveri. Una politica che va su due gambe precise: legge e ordine da un lato e dall'altro, politica di uguaglianza e opportunità».

Sulla politica del Welfare, il premier inglese Blair chiede il modello scandinavo. E' questa la strada?

«Credo fermamente che la fase del liberismo acuto e intollerante (dell'ognuno si arrangi), sia finita perché i cittadini ne hanno capito i limiti e i pericoli. In Blair abbiamo due fasi: la prima in cui ha progressivamente diminuito la presenza dello Stato sociale e la seconda che è arrivata quando ha cominciato a vederne le conseguenze nella
società britannica e le reazioni negative dei suoi elettori. A questo punto si è radicalmente corretto, per questo dico che abbiamo un Blair 1 e un Blair 2. Mi
fa molto piacere che sia arrivato il Blair 2. che è la via che percorriamo nel programma dell'Unione. La globalizzazione implica profonde riforme nella costruzione dello Stato sociale. Tuttavia, l'idea che i Paesi che crescono di più sono quelli a basso livello di imposizione e a basso livello di servizi pubblici è tramontata».

Se lei andrà a Palazzo Chigi, ha già pensato a un «ticket» di nomi? Ha pensato a un vice-presidente?

«Non esiste alcun caso europeo in cui si faccia il governo prima delle elezioni. La composizione del governo dovrà tener conto del risultato elettorale, altrimenti perché si va a votare? Io di idee ne ho tante in testa. In questi giorni ho letto tante ipotesi di fantasia sui giornali. Tutto questo appartiene ai giochi che fanno altri. Non solo non faccio la squadra prima delle elezioni, ma non ho dato al riguardo affidamento ad alcuno».

Chiamerà i segretari dei partiti nel governo?

«Come le ho già detto prima le decisioni saranno prese al momento opportuno. Vi sono situazioni in cui il governo esce rafforzato dalla presenza dei segretari dei partiti al proprio intemo e vi sono altre situazioni in cui questo non è opportuno».

Vorrebbe Fassino e Rutelli nel governo?

«Come persone nulla da dire. Ma sono decisioni che si prenderanno più in là, in cosiderazione delle valutazioni che faranno i singoli partiti».

Lei ha rapporti personali con i leader, qual è quello con cui dialoga più volentieri?

«Il dialogo è diventato così continuo che ormai i miei incontri con D'Alema, Fassino, Rutelli e tutti gli altri non finiscono più sui giornali. Se questo avviene è perché ormai ci si vede e ci si sente tutti i giorni. E si sta bene insieme. Ciò vuoi dire che la squadra comincia a funzionare».

In caso di vittoria alle elezioni, proprorrà che all'opposizione vengano assegnate cariche istituzionali?

«Ho sempre pensato che alcune cariche dovessero andare all'opposizione. Nel '96 ho anche tentato di farlo e non ci sono riuscito. Negli ullimi tempi il dibattito si è avvelenato misura tale che questo obiettivo non è diventato certo più facile e non ci sono segnali che facciano sperare in un miglioramento dei clima politico».

Sulla Rai, che cosa vorrebbe correggere?

«La Rai va proprio cambiata. Le esperienze britanniche e spagnole ci indicano come farlo, con grandi strutture di garanzia indipendenti. di professionalità e trasparenza».

Andrebbe privatizzata?

«Non subito, certamente. Quando dico che va distinta la tv che vive sul canone da quella sul commerciale e già una precisa indicazione».

Scusi, ma Celentano l'ha invitata a «Rockpolitik»? Lei ci andrebbe?

«No, non sono stato invitato. E credo che Celentano abbia con ciò dimostrato la sua intelligenza. Non ho visto la sua trasmissione perché impegnato a una conferenza sull'Europa a Reggio Emilia. Soltanto oggi ho potuto ascoltare la canzone di Crozza, che mi è piaciuta da morire. Mi sono fatto matte risate. Ha due o tre passaggi spassosissimi...».

Il modello Celentano non è forse la punta di un sistema anomalo, malato?

«L'unico cosa che posso dire e che ormai nelle trasmissioni televisive si parla solo di altre trasmissioni. E per uno come me che è stato per tanto tempo fuori dall'Italia è diventato qualcosa di incomprensibile. Perfino nello sport si discute sulle discussioni fatte in altre trasmissioni sportive».

Quale è la trasmissione che le piace di più?

«Non sono un grande giudice perche il tempo che trascorro davanti allo schermo lo impiego a vedere i tg oppure programmi di approfondimento che avvengono a ore improbabili. Per giudicare la tv bisognerebbe seguirla dalla mattimi alla sera e comunque nelle ore di massimo ascolto».

Ma da Celentano e tentato di andare?

«Celentano e stato intelligente a non avermi invitato».