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Discussione: Problema Iran

  1. #1
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    Predefinito Problema Iran

    Pretoria aiuta l’atomica degli ayatollah
    Fonti dell’intelligence israeliano hanno confermato il supporto diretto del Sudafrica al programma di sviluppo di armi nucleari di Teheran. Numerose delegazioni tecniche sudafricane avrebbero visitato l’Iran negli ultimi diciotto mesi per mettere a punto i dettagli del supporto di Pretoria al programma iraniano in particolare nell’arricchimento dell’uranio.
    Alle Nazioni Unite il Sudafrica è uno dei più strenui oppositori alle iniziative tese a impedire la proliferazione nucleare iraniana.
    Isolato dall’embargo internazionale, il Sudafrica dell’apartheid
    sviluppò un’intensa cooperazione militare con Israele che consentì di acquisire non solo armi convenzionali ma anche tecnologia nucleare. In base alla dottrina
    dell’accerchiamento nemico, anche a Pretoria la bomba atomica era ritenuta necessaria come deterrente contro aggressioni
    dai paesi africani confinanti, ma dopo la caduta dell’apartheid ogni programma atomico militare fu abbandonato.
    Così la tecnologia atomica iraniana diretta a minacciare
    Gerusalemme contiene “know-how” israeliano.

    Armi russe e cinesi giunte a destinazione
    La cooperazione tra Iran e Russia va ben al di là delle tecnologie e dei reattori per il programma nucleare civile di Teheran.
    L’ultima conferma è giunta pochi giorni or sono con il lancio del primo satellite iraniano messo in orbita dalla base russa di
    Plesetsk utilizzando un razzo Kosmos 3-M, un vettore a basso costo impiegato da Mosca per portare nello spazio i satelliti di numerosi paesi.
    Il satellite iraniano “Sina-1” è programmato per le telecomunicazioni ma anche per l’osservazione essendo dotato
    di alcune telecamere ad alta definizione.
    La sua orbita consentirà di monitorare tutto il medio oriente inclusi quindi Israele e le forze anglo-americane in Iraq.
    Le armi più moderne in dotazione all’Iran sono state fornite dalla Russia: centinaia di carri armati T-72, i 3 sottomarini tipo Kilo, i 15
    caccia Mig 29 e i 25 bombardieri Sukhoi 24 mentre secondo indiscrezioni Mosca potrebbe aver fornito anche i moderni missili
    antiaerei e antimissile S-300.
    Pechino ha finora venduto armi a bassa tecnologia, quali quaranta caccia F-7/Mig 21, motovedette lanciamissili, motosiluranti ma anche i missili antinave lanciabili da batterie mobili costiere. Sono armi impiegate dai pasdaran del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, in grado di minacciare direttamente il traffico di petroliere in tutto il Golfo Persico alle quali si è aggiunto recentemente il missile Raad, copia iraniana del cinese C-802 con 150 chilometri di raggio d’azione.

    E via mare contano su una buona flotta
    Sul finire degli anni Ottanta, mentre imperversava il conflitto Iran-Iraq, l’occidente dovette inviare nel Golfo forze navali per
    proteggere le petroliere dalle mine e dagli assalti dei pasdaran. In questi anni Teheran ha potenziato la flotta dei pasdaran (20
    mila effettivi) a scapito della marina (18 mila) con nuclei di incursori subacquei, minisommergibili e un’ottantina di unità leggere di origine cinese, nordcoreana e nazionale in gran parte dotate di razzi e siluri leggeri, oltre a decine di piccole imbarcazioni
    in vetroresina e addirittura acquascooter utilizzabili anche per compiere attacchi suicidi. Il blocco dello stretto di Hormuz e della navigazione delle petroliere nel Golfo Persico rimane una delle più importanti opzioni strategiche dell’Iran, seconda soltanto alla possibilità di condurre attacchi missilistici con armi di distruzione
    di massa. I tre sottomarini classe Taregh (tipo Kilo russo), in caso di ostilità, avrebbero il compito di seminare mine all’imbocco di
    Hormuz mettendo a repentaglio l’accesso ai terminal petroliferi del Golfo.

    Le operazione nel vicino Iraq
    Il 20 ottobre il generale Rick Lynch, portavoce della forza multinazionale a Baghdad, ha riferito che dall’inizio dell’anno sono
    stati catturati 376 guerriglieri stranieri nell’Iraq centrosettentrionale. Tra i prigionieri provenienti da paesi islamici vi sono 78 egiziani, 66 siriani, 32 sauditi, 17 giordani e 13 iraniani.
    L’intelligence britannico ritiene che una maggiore presenza di iraniani sia riscontrabile nel settore di Bassora, dove ieri
    una bomba ha fatto almeno venti vittime.

    da il Foglio

    saluti

  2. #2
    memoria storica di PoL
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    Talking ... certo un bel problema...

    cari amici
    prima di esprimere alcuni miei ‘commenti’ su quanto è scritto nel ‘giornalino’ di cui sotto, la cui ‘dimensione’ sta certamente in proporzione inversa a quella del suo direttore [ …], ci terrei a precisare che non è assolutamente mia intenzione essere offensivo nei confronti di chicchessia…

    Dopo questa doverosa precisazione passiamo ad esaminare in dettaglio in che cosa consiste il mostruoso ‘arsenale’ di cui dispone l’Iran, arsenale con il quale esso intenderebbe ‘cancellare dalla carta geografica’ Israele. Stando a quanto sostiene Il Foglio vi sarebbero…

    - ‘centinaia’ di carri armati T-72 . Come di deduce dalla sigla si tratta di un carro di costruzione russa il cui progetto risale all’anno 1972 [vale a dire 33 anni or sono…]. Si tratta dello stesso modello di carro di cui disponeva l’Iraq al tempo della ‘Prima Guerra del Golfo’ [anno 1991…], nettamente inferiore al più recente e tecnologicamente avanzato carro americano M1 Abrams, al punto che gli ‘scontri’ di questo ultimi con i T-72 irakeni si sono risolti in un vero e proprio ‘tiro a segno’. A quanto è dato sapere in quella circostanza le perdite di carri armati Abrams sono state causate esclusivamente da fuoco amico, vale a dire alcuni carri americani, nell’euforia del ‘tiro al piccione’, hanno cominciato a spararsi tra loro…
    - 3 [diconsi tre…] sommergibili del tipo Kilo. Si tratta di sommergibili di costruzione sovietica destinati alla ‘esportazione’, il cui progetto risale agli anni ’80. Spinti da convenzionale propulsione ‘diesel-elettrica’ [non sono cioè a propulsione nucleare…] sono altresì armati di convenzionali ‘armi subacquee’ [siluri e mine…], non cioè di missili da crociera.. Inutile sottolineare che anche per un solo battello americano a propulsione nucleare classe Los Angeles la ‘liquidazione’ della flotta subacquea iraniana rappresenterebbe niente più che una ‘mera formalità’…
    - 15 velivoli MiG 29 e 25 velivoli Sukhoi 24. I primi [denominati Fulcrum in occidente…] risalgono agli anni ’80 e sono del tutto analoghi a quelli di cui disponeva Milosevic al tempo della ‘Guerra del Kosovo’. Inutile fare commenti mi pare. Quanto ai secondi [denominati Fencer in occidente…] sono un poco più ‘vecchi’ [primi anni ’70…] e in pratica costituiscono la ‘copia sovietica’ del velivolo americano General Dinamics F-111, copia nel senso che esso è stato realizzato ‘copiando’ dai rottami di F-111 abbattuti in Vietnam. Anche per questi non servono certo commenti…
    - riguardo ai 40 F7-MiG 21 [copia cinese del celeberrimo MiG 21 Fishbed…] e all’accozzaglia di motovedette e motosiluranti’ [per non parlare dei ‘barchini’ di varia metratura…], occorre dire che sicuramente costituiscono un ghiotto boccone per gli amanti di ‘archeologia’, dal momento che il loro progetto risale nientemeno che agli anni ’50…

    Finita la descrizione dello spaventoso ‘deterrente’ di cui dispone l’Iran, due parole sulle ‘forze navali inviate dall’Occidente per proteggere le petroliere dalle mine e dagli assalti dei pasdaran’. Premesso che in tutti questi ‘assalti’ non una sola nave è stata colpita nè alcun uomo dei equipaggio è stato ferito, unico ‘benefico effetto’ dello stanziamento di dette ‘forze navali’ pare sia stato l’abbattimento, da parte di una unità lanciamissili americana, di un Airbus 80 iraniano con a bordo oltre 250 persone, nessuna delle quali sopravvissuta…

    Come precisato all’inizio non mia intenzione offendere alcuno… Tuttavia vi è da chiedersi se il direttore de Il Foglio per caso non è convinto che i suoi lettori costituiscano in tutto e per tutto una massa di idioti ritardati… se ciò fosse nulla da obiettare per carità, anche loro devono pure leggere qualcosa…





    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  3. #3
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    da www.paginedidifesa.it

    " Iran, la resa dei conti fra moderati e fondamentalisti

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    Andrea Tani, 7 novembre 2005

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    E’ sempre più evidente come a Teheran e dintorni sia in corso un’asperrima resa dei conti fra l’ala moderata e modernista del regime e quella dura e pura dei populisti fondamentalisti della prima ora. La prima - rappresentata un po’ sommariamente dal presidente Kathami e anche dallo sconfitto rivale dell’attuale capo dello Stato Ahmadinejad, l’ajatollah Rasfanjani – vorrebbe portare il Paese fuori dell’isolamento internazionale e proseguire in quello sviluppo economico che sta cambiando volto alla composizione, alle aspirazioni e alle percezioni della società iraniana, soprattutto dei ceti medi.
    Secondo questa visione, il messaggio originario del khomeinismo andrebbe conservato, depurandolo dagli accenti confessionali più estremi, dalla chiusura radicale verso l’esterno e degli accenti di egualitarismo pauperistico originari. Questi elementi poco si confanno col clima di apertura verso il mondo, arricchimento generalizzato e laicismo crescente che lo sviluppo del Paese, trascinato dalla lievitazione del prezzo del petrolio, sta determinando da qualche anno. Dovrebbe essere invece preservata la valenza nazionalistica della rivoluzione del ’79 che restituì all’Iran un ruolo internazionale degno di una antica e gloriosa civiltà, espressa oggi in una nazione popolosa, dinamica e ricca di fermenti.

    A questo approccio, che negli ultimi otto anni ha improntato il governo del Paese oltre che le dinamiche della società civile, corrisponde dal versante opposto quella che almeno nelle intenzioni si sta rivelando come un’autentica rivoluzione culturale di tipo teo-maoista, col vertice massimo che incita la base a fare piazza pulita della nomenclatura corrotta e degenerata – a “sparare sul quartier generale”, secondo il celebre aforisma di Mao - e a riconquistare la purezza originaria. Interprete e demiurgo (se durerà) del rivolgimento è il citato presidente Ahmadinejad, che è stato eletto nel giugno scorso con un favore popolare del quale nessuno aveva previsto l’entità e le conseguenze e che ora sta cavalcando a tutto vapore la tigre delle aspettative rigenerative e palingenetiche che la sua vittoria ha determinato nella parte più rozza e fanatizzata della società iraniana.

    Dato il livello sempre più insopportabile delle sperequazioni sociali che si sono determinate nella stessa società in seguito allo sviluppo degli anni passati e della corruzione che ha permeato la nomenclatura di pari passo con l’elevarsi del suo reddito, non vi è dubbio che il messaggio populista trovi un gran numero di estimatori. Si tratta di un fenomeno che ha avuto molti epigoni nel passato, anche nel presente. Ad esempio, in un altro contesto petrolifero, il Venezuela di Chavez, la cui vicenda presenta non poche analogie con il caso iraniano, al di là delle ovvie differenze storiche, culturali e geopolitiche. Non ultime - le analogie - nella massa di manovra delle rendite petrolifere, recentemente iperbolizzate, a disposizione di chi detiene il potere in entrambi i Paesi. Esse consentono di tradurre il carico di risentimento e di frustrazione dei non abbienti in uno strumento operativo politico di prima grandezza a disposizione del lider maximo.

    In ambedue i casi questo strumento viene innanzitutto utilizzato all’interno contro una borghesia recalcitrante verso le sorti certe e progressive, che vuole solo godersi la prosperità raggiunta. Segue, all’esterno, la supposta centrale internazionale del capitalismo imperialista e rapace che avrebbe determinato le miserie del passato e alimentato la quinta colonna interna. Ovvero gli Stati Uniti d’America nel loro sempiterno ruolo di Malvagio Perenne della modernità. Lo schema complessivo è quanto di più classico e consueto. Ricalca uno sciame di casi passati, fra i quali, nel secolo scorso, l’esperienza comunista internazionale ma anche la triade proletaria, nazionalista e fascista del “posto al sole” costituita dal Patto d’Acciaio e fiancheggiatori. La specificità del caso iraniano è costituita dal sovrapporsi, nello schema classico suaccennato, della feroce ostilità antiebraica caratteristica dell’ideologia komeinista, che fa perno sull’annoso contenzioso israelo-palestinese e lo esalta in un modo parossistico che sfugge a una spiegazione razionale o semplicemente geopolitica. In un certo senso ricorda la paranoica fobia hitleriana contro l’ebraismo, in gran parte priva di ragioni obiettive.

    L’Iran non è un paese arabo - anzi, è sempre stato in rotta con i suoi vicini occidentali, si pensi alla feroce guerra con l’Iraq degli anni 80 del secolo passato - non è sunnita come la maggioranza di essi, ha sempre mantenuto, fino all’avvento di Khomeini, buoni rapporti con gli ebrei, che vivevano in pace nel caleidoscopio delle sue nazionalità. Eppure oggi è ostile a Israele come nessun Paese arabo, nonché ovviamente islamico. Poiché Israele non è in alcun modo una minaccia diretta all’Iran, né può essere considerato un competitore alla supremazia regionale, se non altro per le sue dimensioni lillipuziane e la disomogeneità etnico-culturale con il circondario, l’unica spiegazione plausibile di questa fobia è di tipo autoreferente. Ossia l’ostilità radicale dei fondamentalisti persiani verso quello che nel mondo islamico viene considerato una profonda intrusione dell’Occidente - la tesi del reimpianto storico non è stata mai accettata – riguarda soprattutto il proprio passato di arrendevolezza e servilismo verso lo stesso Occidente, simboleggiato dalla dinastia Palhevi e dall’Iran laico e kemalista che scimmiottava i padroni anglo-americani.

    Di qui scaturisce anche l’odierno improvviso riesplodere di una ostilità veemente, ostentata, provocatoria contro Israele da parte dei neokhomeinisti duri e puri. Essi vogliono innanzitutto “sparare sul quartier generale” del malaffare e del compromesso con l’Occidente, ovvero sui realisti pragmatici alla Khatami che si rendono conto che il tempo delle barricate è finito e che occorre trovare una qualche intesa con i Satana di questo mondo, grandi e piccoli che siano.

    Anche perché l’Iran non vive in un limbo di isolamento assoluto. E’ circondato da potenze ostili, isolato politicamente ed economicamente, debole sul piano militare (qualsiasi medio sultanato del Golfo Persico lo surclassa sul piano degli armamenti moderni). Subisce da un trentennio un embargo assoluto da parte della massima potenza planetaria, è fuori da tutti i circuiti internazionali, è soggetto a ostinate inquisizioni da parte di quell’Europa che finora gli ha consentito di rimanere in contatto con la modernità, viene investigato nei suoi recessi più segreti da una delle agenzie più importanti e prestigiose delle Nazioni Unite, l’Aiea retta dal premio Nobel Baradei - altri due segnali: un arabo islamico al quale la comunità internazionale ha concesso il massimo lauro e carta bianca per l’opera fattiva che sta conducendo contro gli aspiranti proliferatori nucleari come l’Iran. Infine, quell’Israele che viene continuamente bruciata in effige dai pasdaran ha duecento o quattrocento bombe atomiche almeno da un quarto di secolo ed è in condizioni di riportare la santa Repubblica khomeinista all’età della pietra, se dovesse sentirsi veramente minacciata. E nessun grande protettore interverrebbe.

    Per gli iraniani è poco consolante, in questa situazione, sapere che il petrolio è ai suoi massimi storici. L’Iran produce due terzi di quanto produceva prima della caduta dello Scià, senza la tecnologia e gli investimenti americani e i migliori tecnici del ramo, fuggiti all’estero dopo l’avvento dei fondamentalisti. Anche l’influenza che la teocrazia di Teheran può vantare nei confronti del clero sciita iracheno - un altro dei capitali potenziali del quale il Paese può disporre – finisce per essere controproducente, se non saggiamente gestita. Se l’Iraq dovesse collassare, le macerie arriverebbero fino in Iran, senza contare che un eventuale cantone meridionale sciita, nato da una frantumazione mesopotamica, sarebbe gestito dalle multinazionali petrolifere occidentali e rispettivi governi, non certo da Teheran. Anche le prospettive di sviluppo economico che si sono aperte in un Iran in apparente boom a beneficio degli investitori esteri hanno un loro appeal ma solo se questi investitori non vengono messi in fuga. Non parliamo poi della demografia esplosiva del Paese, che è un patrimonio fintantoché i 40 milioni di giovani persiani hanno di che mangiare, di che istruirsi e di che competere con gli agguerriti coetanei dell’ “Asia landmass”. Altrimenti, sono solo un peso o una bomba a orologeria.

    Insomma si tratta di opportunità potenziali di notevole interesse, che possono far rientrare in gioco un antico e glorioso Paese come la Persia, ricollocandolo al suo giusto posto (che non sarà certo quello di Serse e Dario, non si facciano illusioni i troppo orgogliosi discendenti dei Parti), ma soltanto se vengono utilizzate con saggezza acume e moderazione. Non rifuggendo da una certa dose di rischio calcolato, se del caso, ma distinguendo fra possibilità reali e velleità inverosimili, che agevolano solo le strategie dei propri avversari. Cosa che il presidente Ahmadinejad e i suoi seguaci stanno facendo alla grande. Occorrerà vedere se la sua linea prevarrà in modo integrale, come sembra in queste settimane, o se il sistema di potere iraniano sarà in grado di ricondurre il personaggio a un comportamento politicamente più accettabile. Oppure, se ciò non avvenisse, se sarà in grado di disarcionarlo senza far precipitare il Paese in una guerra civile che molti avrebbero interesse ad alimentare.

    I primi segnali sono contraddittori. A parte l’incendiario discorso del 17 settembre di Ahmadinejad all’Onu e le recenti proposte del medesimo sulla cartografia mediorentale, il siluramento dei 40 ambasciatori è veramente un’avvisaglia di catastrofe imminente, se dovesse essere confermata nei termini riportati dalla stampa. Si tratterebbe, in pratica, della decapitazione della diplomazia iraniana, che rappresenta l’unico corpo professionale con esperienza internazionale del Paese. Analogamente si può dire per il blocco delle trattative per l’ammissione di Teheran al Wto, che erano recentemente partite dopo un inaspettato quanto benaugurate via libera da parte del dipartimento di Stato americano.

    Sembrano invece essere rassicuranti le sorprendenti notizie sulla recente bocciatura di quattro nomine presidenziali di ministri da parte del Parlamento iraniano, nonché la messa sotto tutela di Ahmadinejad da parte del supremo Consiglio degli esperti. Quest’ultimo è presieduto dallo stesso ajatollah Rasfanjani che era stato sconfitto nelle elezioni presidenziali. E’ considerato un moderato, anche se molto inviso ai seguaci di Ahmadinejad, perché troppo ricco e probabilmente troppo corrotto (naturalmente è da appurare se combattere un male con un rimedio che è forse peggiore di esso può essere considerato una “riassicurazione”). Un'altra precisazione incoraggiante è che tutta la tematica nucleare iraniana è gestita dal supremo Consiglio di sicurezza nazionale, del quale Ahmadinejad è uno dei sei membri e neanche il più influente (è da vedere se non lo diventerà).
    "


    Shalom

  4. #4
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " Fini avverte l'Iran: ci comporteremo come con Saddam

    Pagina 9

    IL VICEPREMIER: TEHERAN HA ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA. IL PRESIDENTE TALABANI DA BERLUSCONI RINGRAZIA « LA GENEROSITÀ ITALIANA, CHE È SUPERIORE ANCHE A QUELLA ARABA » . E PER MARCELLO PERA AL QAEDA È IL NUOVO NAZISMO

    ROMA - Un anno in più per le truppe di stanza in Iraq. Il palazzo di Vetro, rinnovando il mandato alla Coalizione, ha legittimato per la seconda volta la presenza di contingenti militari stranieri nella difesa di Bagdad. La proroga era stata chiesta proprio dal nuovo Iraq, libero e democratico. Che ieri era in visita a Roma, nella persona del presidente Jalal Talabani, accompagnato da una folta delegazione che comprende i ministri dell'Agricoltura e del Commercio iracheni. « E' proverbiale la generosità degli arabi, ma la generosità italiana è superiore a quella degli arabi » ha detto il presidente iracheno durante la conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi con il premier, Silvio Berlusconi, commentando la cancellazione dell' 80% del debito del suo paese. Talabani ha ribadito che nel suo paese la violenza diminuisce più di quanto possa essere percepito dall'opinione pubblica occidentale, e ha espresso la sua gratitudine all'Italia « per gli eroi di Nassiriya » e per quello che sta facendo per il suo paese. Talabani è convinto che il ritiro dall'Iraq del contingente militare italiano dovrebbe « essere deciso insieme » all'esecutivo di Bagdad, e auspica che non arrivi prima della fine del 2006. Dal canto suo l'Italia « non può estraniarsi dai destini del mondo » , « dobbiamo obbligatoriamente dare il nostro contributo alla democrazia e alla libertà nel mondo » , ha detto il premier, ribadendo che il nostro paese « non ha voluto la guerra » . La nostra, ha ribadito Berlusconi « è una missione di pace, sono circa 500 i progetti portati a termine, sia nel campo umanitario sia in quello di formazione e addestramento delle forze dell'ordine irachene » . Ci sono dunque, ha sottolineato Berlusconi « ragioni concrete per aver fatto questi sforzi e per i terribili sacrifici che abbiamo pagato in termini di vite umane » aggiungendo, rivolgendosi al suo ospite « Talabani è un eroe della democrazia, ha speso una vita contro la dittatura di Saddam Hussein » . Dopo la cauta risposta data dai ministri degli Esteri Ue alla lettera con cui l'Iran ha chiesto alla troika Ue formata da Francia, Germania e Gran Bretagna di riprendere i negoziati sulle sue attività nucleari, Teheran sposa ancora la linea dura. Sull'Iran si è espresso il ministro degli Esteri Fini, precisando che « E' indispensabile che l'Unione europea e la comunità internazionale continuino ad avere un atteggiamento univoco, unitario e fermo » . Secondo il vicepremier, « Teheran confida nel fatto che la comunità internazionale si divida, ma questo non deve avvenire » . « Così come alle parole minacciose deve seguire una risposta ferma, così alle parole più disponibili - ha spiegato Finidevono seguire comportamenti coerenti da parte del governo iraniano. Senza comportamenti coerenti non c'è possibilità per la comunità internazionale di essere meno rigorosa e meno inflessibile » . E la notizia che Teheran ha ribadito la volontà di non rispettare la risoluzione dell'Aiea, « rende ancora più necessario un atteggiamento unitario e rigoroso » . Bagdad insegna. Le parole sono importanti; il ministro Fini non cita Nanni Moretti, ma è questo il succo della sua richiesta di fermezza sul caso Iran. Posizione indirettamente confermata dal presidente del Senato Marcello Pera, che dal convegno " Memento Gulag. Memento oggi" in corso all'Istituto Italiano di Cultura di Berlino sottolinea come la disinformazione e l'uso strumentale delle parole sia l'arma più potente di ogni regime totalitario, dal nazismo alle teocrazie islamiche.
    "

    Saluti liberali

  5. #5
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    " Presidente iraniano nega Shoà e propone pulizia etnica degli ebrei dal M.O.

    Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha impresso un ulteriore passo avanti ai suoi violenti attacchi contro ebrei e Israele giovedì pomeriggio negando la Shoà e chiedendo a Austria e Germania di creare uno stato ebraico entro i loro confini.
    “Noi non crediamo che Hitler abbia ucciso sei milioni ebrei”, ha detto Ahmadinejad, aggiungendo che, nell’ipotesi che ciò sia veramente successo, allora i governi di Vienna e Berlino dovrebbero cedere due o tre loro province ai sionisti perché vi si insedino, risolvendo una volta per tutte in questo modo il conflitto israelo-palestinese.
    “Se Germania e Austria si sentono responsabili per le sofferenze patite per colpa loro dal popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale – ha spiegato il presidente iraniano rispondendo a un’intervista televisiva – allora tutto ciò che devono fare è creare uno stato sionista entro i loro territori. Il punto è: da dove vengono coloro che oggi governano la Palestina da occupanti? Dove sono nati? Dove vivevano i loro padri? Essi non hanno nessuna radice in Palestina, ma ne hanno preso il destino nelle loro mani”.

    “Purtroppo questa non è la prima volta che il presidente iraniano rilascia dichiarazioni indegne e persino razziste circa gli ebrei e Israele – ha detto Mark Regev, portavoce del ministero degli esteri israeliano – Recentemente l’Assemblea Generale dell’Onu ha condannato la negazione della Shoà, ed ora il leader dell’Iran fa mostra di porsi sostanzialmente al di fuori delle norme più elementari di comportamento e decenza internazionali. Spero che chiunque coltivasse illusioni circa la vera natura del regime iraniano accolga queste affermazioni come un vero segnale di allarme”.
    “Le dichiarazioni di Ahmadinejad riflettono una chiara negazione della Shoà e si pongono chiaramente contro il diritto internazionale che riconosce il diritto di Israele ad esistere”, ha detto il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom. Shalom ha chiesto alla comunità internazionale di fare di tutto per impedire che l’Iran acquisisca armi nucleari: “l’Europa e la Russia devono unirsi agli Stati Uniti nell’appoggiare il rinvio dell’Iran al Coniglio di Sicurezza”. Secondo Shalom, sotto la presidenza di Ahmadinejad l’Iran cercherà con ogni mezzo per distruggere lo stato di Israele. “Ahmadinejad non ha capito che vive nel XXI secolo”, ha concluso Shalom.
    Secondo Raanan Gissin, portavoce del primo ministro israeliano Ariel Sharon, Ahmadinejad non fa che dare voce “al pensiero condiviso in molti ambienti del mondo arabo secondo i quali il popolo ebraico non avrebbe alcun diritto a costituirsi come stato ebraico e democratico nell’antica terra dei padri. Sarebbe bene che Ahmadinejad ricordasse che noi ebrei eravamo qui molto prima dei suoi antenati. Abbiamo pieno diritto a vivere qui, e grazie al Signore abbiamo la capacità di impedire che a qualcuno venga in mente di tradurre le sue affermazioni in realtà”.
    “Avendo ben presenti le nostre responsabilità storiche – ha dichiarato il cancelliere tedesco Angela Merkel alla presenza del presidente francese Jacques Chirac – posso solo dire che respingiamo le affermazioni di Ahmadinejad nel modo più forte possibile. Faremo di tutto per mettere bene in chiaro che il diritto di Israele ad esistere non corre alcun pericolo”. Chirac si è detto pienamente d’accordo.
    Scott McClellan, portavoce del dipartimento di stato Usa, ha reagito alle frasi di Ahmadinejad sottolineando come tali dichiarazioni non facciano che mostrare perché al governo iraniano non dovrebbe essere permesso sviluppare armi nucleari.
    Il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha dichiarato: “Le affermazioni attribuite al presidente Ahmadinejad sono totalmente inaccettabili e le condanniamo senza riserve. Tali posizioni non hanno posto nel dibattito politici civile”.
    Le ultime dichiarazioni di Ahmadinejad sono giunte a due sole settimane dal suo appello per la “cancellazione di Israele dalla mappa geografica”. Già nei giorni scorsi l’Iran aveva intensificato la sua aggressione diplomatica contro Israele sostenendo che la recente crisi politica dimostrerebbe che è Israele che guida le pressioni internazionali su Teheran. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano aveva fatto riferimento a una “crisi interna dei sionisti”, aggiungendo che le minacce israeliane contro l’Iran scaturirebbero dall’impossibilità per Gerusalemme di volgere tutta la comunità internazionale contro Teheran.

    (Da: Jerusalem Post, YnetNews, 8.12.05)
    "


    Shalom

  6. #6
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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    La Malfa e Nucara: a Teheran tardonazismo

    Il presidente del Partito repubblicano italiano, Giorgio La Malfa, ed il segretario nazionale Francesco Nucara, hanno diramato la seguente nota:

    "Le parole del presidente Ahmadinejad rivolte ancora una volta allo Stato di Israele, sono una triste conferma dell'ideologia tardonazista che ispira la nuova dirigenza iraniana. Ad esse si accompagna la minaccia gravissima del programma nucleare di Teheran, che se realizzato potrebbe avere effetti deflagranti, soprattutto considerate queste premesse politiche e ideologiche. Le democrazie occidentali sono state a questo punto avvisate con chiarezza dell'esistenza di un pericolo che si presenta ancora più determinato e intimidatorio di quello rappresentato a suo tempo da Saddam Hussein. E' necessario che questo pericolo venga fronteggiato preventivamente, con la necessaria severità e fermezza".



    (Mahmud Ahmadinejad)

  7. #7
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    A pagina 13 del quotidiano IL GIORNALE del 10 dicembre è stato pubblicato il seguente articolo:



    "«Teheran è un pericolo» Israele in allarme studia la rappresaglia "



    Questa volta Israele potrebbe
    non accontentarsi
    d’una risposta a livello diplomatico.
    Le parole del presidente
    iraniano Ahmadinejad
    rischiano, questa volta, d’innescare
    una risposta assai più
    concreta. A farlo capire, senza
    troppi giri di parole è il ministro
    della difesa israeliano
    Shaul Mofaz secondo il quale
    Israele deve tenersi pronto a
    scegliere strade anche diverse
    da quella diplomatica per
    reagire alla minaccia nucleare
    iraniana.
    La durissima dichiarazione
    di Mofaz arriva a 24 ore dall’intervento
    del presidenteAhmadinejad
    che - durante una
    conferenza tenutasi alla Mecca
    - ha prima ridimensionato
    l’entità dell’olocausto e ha poi
    invitato gli Stati europei che
    appoggiano i sionisti «aconcedere
    alcune loro province affinché
    possano traslocare il loro
    Stato in Europa». Intervenendo
    sull’argomento durante
    una visita ad un mercato alla
    periferia di Tel Aviv Mofaz
    ha definito Ahmadinejad come
    un uomo «pieno di odio
    per Israele». «La combinazione
    di questo odio estremo e le
    capacità nucleari del paese
    rappresentano una sicura minaccia
    per lo stato d’Israele e
    per i paesi occidentali» - ha
    detto il ministro della Difesa.
    Valutando una possibile reazione
    alle parole del presidente
    iraniano Mofaz ha aggiunto
    che - per quanto la mossa giusta
    sia quella di muoversi sul
    terreno della diplomazia -
    Israele «deve anche tenersi
    pronto ad altre soluzioni».
    L’idea di un blitz o di un bombardamento
    preventivo, simile
    a quello ordinato nel giugno
    1981 da Menachem Begin per
    distruggere la centrale nucleare
    irachena di Osirak, incomincia
    insomma a venir discusso
    apertamente.Eil direttore
    dell’Agenzia Internazionale
    per l’Energia atomica,
    l’egiziano Mohammed El Baradei
    incomincia a preoccuparsi.
    «Non penso esista una
    soluzione militare alla questione
    », ha detto ieri da Oslo poco
    primadi venir insignito del Nobel
    per la pace conferitogli
    quest’anno. «Una soluzione
    militare sarebbe completamente
    controproducente, ma
    il sul riarmo nucleare dell’Iran
    il mondo sta perdendo
    la pazienza», ha aggiunto El
    Baradei. I suoi inviti a percorrere
    la via della diplomazia e
    della cooperazione non sembrano
    però convincere il ministro
    degli esteri israeliano Sylvan
    Shalom. Le sue dichiarazioni
    non sono prese di posizione
    avventate o commenti
    passeggeri, sono invece parte
    diun pensiero sistematico che
    punta alla «cancellazione dello
    stato d’Israele» - sostiene
    Shalom facendo riferimento
    anche al discorso dello scorso
    ottobre quando Ahmadinejad
    auspicò la cancellazione dalla
    carta geografica dello Stato
    d’Israele.
    Da questo punto di vista secondo
    Shalom le minacce del
    presidente iraniano vanno
    prese molto più sul serio delle
    sparate di Muhammar Gheddafi,
    il dittatore libico considerato
    fino a qualche anno fa il
    più inveterato e implacabile
    nemico d’Israele in medio
    Oriente. «Non mi sognerei
    maidi prenderle alla leggera -
    hadetto Shalomriferendosi alle
    provocazioni del presidente
    iraniano - quelle dichiarazioni
    rivelano un modo di pensare
    che dimostra chiaramente
    quanto quell’uomo sia pericoloso
    ». Le parole di Ahmadinejad
    sono, inoltre, solo una
    parte del problema. Secondo
    Shalom la vera preoccupazionesono
    gli armamentia disposizione
    della repubblica islamica.
    E non solo gli ordigni
    atomici che Teheran potrebbe
    riuscire ad assemblare in
    pochi anni se continuerà la
    propria corsa verso il nucleare.
    Per il ministro degli esteri
    una minaccia ben più immediata
    arriva dal continuo sviluppo
    dell’arsenale missilistico.
    «Lo sviluppo di quel settore
    -hadetto Shalom - liha portati
    a realizzare missili già in
    grado di raggiungere Israele
    le capitali europee».
    "

    Shalom

  8. #8
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    " Risparmiateci le corone funerarie

    Da un articolo di Saul Singer

    Che sistema perfetto: contare sul fatto che l’unico paese al mondo che qualunque altro paese si sente in diritto di condannare sia proprio quello chiamato a fare “lo sporco lavoro” di cui tutto il mondo ha bisogno. Ecco il pensiero sottinteso al modo con cui l’occidente guarda al nucleare iraniano. Quando la pressione sarà arrivata al punto giusto, l’aviazione israeliana si prenderà la briga di risolvere il problema e tutto il resto del mondo potrà dare libero sfogo alla propria sacrosanta indignazione, godendosi a distanza lo spettacolo e i suoi risultati.
    Ci sono tuttavia alcuni nei, in questo scenario tanto confortevole. I giornalisti e i politici, come i generali, tendono sempre a combattere l’ultima guerra, anziché la prossima. Così quello che tutti hanno in mente è l’operazione contro il reattore nucleare di Osirak del 1981 con cui Israele sferrò un colpo fatale al sogno di Saddam Hussein di dotarsi di armi di sterminio. Ma gli iraniani non sono idioti, e nel pianificare i loro programmi hanno tenuto conto della possibilità di un’azione aerea israeliana. Secondo un recente rapporto dell’US Army War College, con un capitolo su Israele scritto dall’ex generale delle Forze di Difesa israeliane Shlomo Brom, oggi Israele non potrebbe lanciarsi nella vasta operazione aerea che sarebbe necessaria per garantire la distruzione contemporanea di tutta una serie di obiettivi rafforzati, ben difesi e dispersi sul territorio. Solo per evitare lo spazio aereo dei paesi intermedi, gli aerei israeliani dovrebbero volare per più di 1.500 km, rifornendosi in volo sopra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.
    Ma ammettiamo pure che, per qualche miracolo, possa farlo. E ammettiamo anche, seguendo il ragionamento di Brom, che l’Iran non possa dare a Hezbollah l’ordine di lanciare subito le migliaia di missili che dal Libano sono puntati sul nord di Israele perché Israele risponderebbe contro la Siria, magari facendone crollare il regime. Anche ammesso tutto questo, resterebbe ancora da rispondere a una domanda: perché mai il piccolo Israele dovrebbe essere lasciato da solo a combattere una guerra per conto del resto del mondo? La risposta non è che così è la vita. La vera risposta è che il rifiuto da parte della illuminata e post-moderna Europa di muovere anche solo un dito, per non dire un fucile, a difesa dei propri più vitali interessi è ciò che ci riporta tutti a un’era di guerra e terrorismo.
    Il paradosso, in tutto questo, sta nel fatto che proprio coloro che sostengono di credere in un mondo senza frontiere, governato dal diritto internazionale, sono quelli che di fatto favoriscono il ritorno alla grande la legge della jungla. Come è possibile spiegare la fissazione dell’Europa per le Nazioni Unite da un parte, e contemporaneamente la castrazione dei principi su cui le Nazioni Unite sono state fondate? Se l’Europa, attraverso le Nazioni Unite e in collaborazione con gli Stati Uniti, semplicemente desse seguito alla Carta dell’Onu, oggi vivremmo tutti quanti in un mondo diverso. Quella Carta (capitolo 1, articolo 1, paragrafo 1) enuncia in questi termini lo scopo delle Nazioni Unite: “Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, e a questo fine: adottare efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per sopprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace”.
    Viene in mente qualcosa? C’è forse uno stato che rappresenti più dell’Iran una minaccia alla pace mondiale? Quanto terrorismo deve sponsorizzare uno stato, quanti altri stati membri dell’Onu deve minacciare di distruzione, quanto avanti deve spingersi nello sforzo di dotarsi delle estreme armi di sterminio atte a mettere in pratica quelle minacce prima che tornino alla mente gli impegni che le nazioni si sono assunte collettivamente firmando la Carta dell’Onu?
    Le nazioni che si ammantano costantemente nel diritto internazionale sono di fatto quelle responsabili d’aver trasformato quel diritto, e le sue aspirazioni per il mondo, in lettera morta. Esattamente come nel caso dell’Iraq, rifiutandosi di affiancare gli Stati Uniti in un’efficace azione collettiva non-militare contro l’Iran, l’Europa sta rendendo inevitabile proprio l’azione militare, oppure la vittoria dell’Iran.
    È in questo contesto che faccio fatica a guardare gli ambasciatori europei che depongono corone funerarie sul luogo dell’ultimo attentato suicida, che ha ucciso cinque israeliani alle porte dello shopping center di Netanya. Che corone deporranno questi ambasciatori se Israele verrà colpito da un’arma nucleare? O se degli israeliani verranno uccisi in una guerra per fermare il programma nucleare iraniano? O se i Nove Settembre continueranno a moltiplicarsi, anche in Europa, grazie alla spinta che al-Qaeda riceverà da un Iran nucleare?
    Forse non ha molto senso fare appello all’amicizia dell’Europa per Israele, quando le nazioni europee non difendono nemmeno se stesse. La cosa più bizzarra, comunque, è che l’Europa, rifiutandosi di imporre misure rigorose contro l’Iran, sta di fatto assicurando o una grande vittoria per la rete terroristica o un intervento militare da parte americana o israeliana. In altre parole, con il pretesto del diritto internazionale, l’Europa sta spingendo le cose o verso un’aggressione da parte dei suoi nemici, o verso azioni difensive unilaterali esattamente del genere che sostiene di voler a tutti i costi evitare.
    Quei diplomatici, senza dubbio, sono animati dalle migliori intenzioni. Ma, con il dovuto rispetto, ci risparmino le corone. Si uniscano piuttosto a Israele nella difesa di se stessi. Gli israeliani non sono esecutori al servizio dell’Europa; la salvezza dell’Europa non dipende da Israele. Che prendano sul serio il loro beneamato diritto internazionale, mettendo l’Iran di fronte alle sue responsabilità. Forse non è troppo tardi, se c’è una volontà comune, per costringere l’Iran a fare marcia indietro senza sparare un colpo. E se invece è già troppo tardi per gli strumenti pacifici, che almeno quel colpo venga sparato insieme, in modo legale, e in nome della pace e della sicurezza internazionali.


    (Da: Jerusalem Post, 8.12.05)"

    Shalom

  9. #9
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    da www.equilibri.net


    "Iran: la nuova classe dirigente

    Dopo aver ottenuto una maggioranza schiacciante al parlamento (Majlis) e la trionfale elezione di Ahmadinejad, il “partito” ultraconservatore sta progressivamente riappropriandosi di tutte le posizioni chiave all’interno della repubblica islamica.

    Luigi Bebadi

    Equilibri.net (21 dicembre 2005)


    È parso chiaro sin dalla presentazione del nuovo esecutivo, che molti ex membri del Corpo della guardia della rivoluzione islamica (CGRI), compagni del presidente Ahmadinejad e fedeli alla guida suprema ayatollah Khamene’i avrebbero ottenuto le più importanti ministeriali, raggiungendo i vertici delle istituzioni della repubblica, tendenza confermata con le nomine successive.
    Dopo sei mesi dalle elezioni e dall’insediamento del nuovo governo, tuttavia, per quanto la leadership di Ahmadinejad appaia salda e fuori discussione e l’egemonia conservatrice forte e diffusa, il programma promosso dal presidente, ha incontrato critiche ed opposizioni sia all’interno della stessa fazione conservatrice che fra l’opinione pubblica, tanto che la guida suprema è intervenuto il mese scorso, per la prima volta da quando è la massima autorità della repubblica, in difesa del governo, domandando supporto e pazienza verso l’operato del presidente e il suo esecutivo.

    L’avanzata degli ultraconservatori

    Oltre al controverso e aspramente criticato programma di arricchimento dell’uranio e alle recenti affermazioni antisioniste del presidente Ahmadinejad, ha destato particolare preoccupazione la presentazione del nuovo esecutivo e la sistematica opera di epurazione all’interno delle più importanti istituzioni del paese, che esula dal semplice avvicendamento politico seguente alle elezioni e sembra confermare la volontà del partito ultraconservatore di rioccupare stabilmente tutti i centri del potere della repubblica islamica.
    Si calcola che il 75% dei ministri, dei “sottosegretari” e dei funzionari che occupano posizioni di rilievo all’interno del ministero provengono dal Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (CGRI, meglio noti come Pasdaran) o dalle forze armate in genere. Almeno 11 ministri, così come lo stesso Ahmadinejad, sono ex dirigenti del CGRI o di formazioni affiliate, come la Bassij, alcuni dei quali coinvolti in passato in operazioni nazionali e/o extra territoriali a danno di dissidenti o di membri dell’opposizione iraniana in esilio.
    Secondo le informazioni diffuse da alcune agenzie di stampa internazionali e dalle associazioni di opposizione al regime all’estero, scorrere la lista del consiglio dei ministri approvata lo scorso luglio dal Majlis sarebbe quantomeno imbarazzante, vista la lunga serie di accuse e sospetti loro rivolte: alcuni, come il nuovo ministro dell’interno Mustafa Pour-Mohammadi, mullah ex membro del dipartimento di sicurezza e di intelligence, ed il ministro degli esteri Manucier Mottaki, ex ambasciatore in Turchia e Giappone, sono accusati della responsabilità nell’assassinio di decine di persone (il primo nella repressione di alcune proteste, quando faceva parte della Guardia rivoluzionaria, il secondo per l’omicidio di alcuni dissidenti all’estero, per il quale è stato dichiarato dalla Turchia, ospite non gradito); altri, come il nuovo ministro della cultura, ex direttore del quotidiano ultraconservatore Kayhan, sono conosciuti per le loro opinioni severe ed oltranziste, contro il pluralismo della stampa e le libertà civili.
    Tutti comunque condividono la stessa salda convinzione negli originari ideali della rivoluzione ed una provata fedeltà verso il presidente Ahmadinejad e la guida suprema, l’ayatollah Khamene’i.
    Quest’ultimo, grazie al potere derivatogli dal suo ruolo di guida suprema politica e spirituale, ha svolto sin dall’elezione del delfino, un ruolo molto attivo, non solo indicando ed approvando la linea del nuovo presidente, ma difendendone apertamente l’operato. Negli ultimi mesi, inoltre, ha contribuito a blindare il nuovo governo ed il nuovo indirizzo politico attraverso una lunga serie di nuove nomine ai vertici delle forze armate, per permettere alle formazioni più vicine al clero di esercitare ampio controllo sull’esecutivo.
    Alla designazione di Mohammad Hejasi a nuovo capo dell’CGRI (dopo che il suo predecessore è stato promosso alto funzionario del ministero dell’interno), ha fatto seguito la nomina di un nuovo capo dei servizi d’intelligence dell’esercito (gen. Nahavandi), di modo che oggi, i Pasdaran ed i suoi più importanti ex dirigenti (Ahmadi-Mogaddam, capo della polizia paramilitare; Zolqadr vice-ministro all’interno; Mohammad Jaafari direttore del supremo consiglio di sicurezza nazionale) si sono garantiti un totale ed effettivo controllo della sicurezza interna.
    Stessi criteri utilizzati del resto anche in numerose province del paese, dove il neoministro dell’interno ha recentemente designato il vice capo della marina nuovo governatore del Dalijan, mentre altri tre veterani dei Pasdaran, sono stati nominati governatori della città di Qom, delle province del Khorasan e del Hormozgan.
    Anche molti membri del vecchio consiglio comunale di Tehran o dello staff di Ahmadinejad hanno raggiunto posizioni di rilievo con il nuovo assetto politico: Rahim Masha’ie, oggi vice-ministro alla cultura, Ala’ie Fatollahi, consigliere dell’ufficio presidenziale, l’ex ministro ad interim del Welfare Madadi, il consigliere degli affari giovanili, Bazrpash, il capo dell’agenzia di stampa nazionale e numerosi altri funzionari, sono tutti vecchi collaboratori dell’ex sindaco di Tehran.
    La nomina di uomini di fiducia all’interno dell’esecutivo o ad importanti incarichi ministeriali, a quanto pare, è una conseguenza della “lotta contro la corruzione” promossa da Ahmadinejad, uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Paradossalmente, infatti, il neopresidente sembra ritenere l’assegnazione dei posti chiave della politica e dell’economia iraniana a uomini fidati una garanzia, e fra questi rientrano alcuni parenti stretti, come il nipote, ora alla guida dei servizi di sicurezza e il fratello, capo degli ispettori dell’ufficio del presidente.

    Il ritorno e l’adeguamento a ciò che è ritenuto lo spirito più autentico della rivoluzione, come dicevamo, ha interessato tutti gli ambiti istituzionali e sta già avendo conseguenze significative:
    il ministero degli esteri ha annunciato recentemente la sostituzione di 40 ambasciatori considerati “moderati”, mentre il ministro della cultura si è scagliato in questi giorni contro la politica lassista del suo predecessore, promettendo tolleranza zero verso ogni genere di atteggiamento e pubblicazione contrari ai valori religiosi, recependo l’invito di chi vuole escludere dalle università “professori e studenti ritenuti atei e anti-islamici”.
    Dopo la nomina del nuovo rettore dell’università di Tehran, più gradito al ministero, sono seguite nella capitale varie manifestazioni studentesche, duramente condannate da alcuni esponenti conservatori, che sono costate l’incriminazione per alcuni dei partecipanti.

    Petrolio e politica sociale

    Per quanto l’atteggiamento e la politica di questi mesi testimonino l’avanzata e la presenza sempre più pervasiva degli ultraconservatori nelle posizioni chiave del regime, alcuni eventi lasciano intravedere quanto, in realtà, esso non rappresenti un fronte monolitico compatto, ma esistano al suo interno correnti più o meno favorevoli alla linea politica promossa dal presidente Ahmadinejad.
    Dopo la progressiva marginalizzazione della c.d. corrente riformista e del suo esponente più influente dal punto di vista economico, Akbar Rafsanjani, dagli incarichi di potere e dalle principali attività economiche dipendenti in qualche modo dallo stato, sono in molti ad ambire alle posizioni di rilievo che l’ex presidente ed i suoi uomini possedevano in alcuni settori chiave del sistema iraniano, come il settore petrolifero, il settore bancario e la diplomazia estera.
    Influenti personaggi del ceto dirigente conservatore, infatti, vedono la nuova situazione politica una grande opportunità per controllare ambiti e risorse economiche-finanziarie da cui erano precedentemente esclusi e si mostrano avversi alla politica di giustizia sociale promossa dal presidente Ahmadinejad a favore dei ceti più deboli.
    La lunga e faticosa approvazione del Majlis del candidato proposto da Ahmadinejad a ministro del petrolio (Kasem Vasiri-Hamaneh) e la nomina di tre nuovi responsabili a capo dell’industria petrolifera iraniana, dopo che l’incarico era rimasto vacante per mesi in seguito alla bocciatura dei precedenti candidati, getta luce su queste dinamiche e sulle rivalità all’interno del partito ultraconservatore e, in particolare, fra alcune sue figure di spicco nella lotta per il predominio dell’industria petrolifera iraniana, causa principale delle ripetute bocciature degli ultimi mesi.
    Ahmadinejad, i cui proclami nell’impegno a “sradicare la mafia del petrolio” e ad “eliminare ogni personalità o partito politico che trae illegalmente vantaggio dal greggio, attraverso una gestione trasparente ed affidabile” si sono già rivelati un efficace mezzo elettorale nel screditare il rivale Rafsanjani, la cui famiglia è stata sinora direttamente coinvolta nel commercio petrolifero nazionale, ha più volte ribadito, dopo le elezioni, la sua ferma volontà a investire i profitti legati all’oro nero nella lotta alla sperequazione sociale, per portare le entrate legate all’oro nero “sulla tavola dei cittadini”, a scapito di coloro che “accumulano enormi profitti grazie ad esso”; ottenere l’effettivo controllo del principale motore economico e fonte di guadagno del paese, tuttavia, non sarà così facile. Le promesse elettorale sono ora ostacolate da accese rivalità interne al suo stesso partito, non più dai suoi avversari politici, e il nuovo presidente dovrà fare i conti con i cronici problemi nazionali legati all’amministrazione di questa fondamentale risorsa.

    Conclusioni

    Il nuovo corso della politica iraniana non è comunque casuale e inaspettato e sono in molti a considerare gli attuali sviluppi come una vera e propria resa dei conti da parte della fazione conservatrice, che nelle ultime due legislature, pur mantenendo uno stretto controllo sul processo istituzionale attraverso il suo più alto rappresentante, gli organi speciali e l’apparato giudiziario guidato dai mullah, ha spesso avuto grande diversità di vedute e frequenti attriti con il governo Khatami. Già durante la campagna elettorale il presidente Ahmadinejad aveva annunciato una politica più vicina ai principi alla base della rivoluzione, che combattesse la corruzione materiale e spirituale prevalente negli ultimi anni, e lo stesso Khamene’i aveva auspicato l’avvento di un periodo di restaurazione. Se dunque questa tendenza era già stata già largamente preannunciata ed appare una conseguenza dell’avvicendamento politico ai vertici, l’incognita principale riguarda gli effetti concreti che essa avrà sul terreno politico e socioeconomico del paese.
    Se il comportamento del nuovo governo si giudicherà dai fatti e non dai proclami, come ha recentemente annunciato il dipartimento di stato americano, resta da vedere quale seguito incontrerà la politica di una corrente che pur avendo stravinto le elezioni e mantenendo il controllo assoluto sulle istituzioni chiave del paese, ha incontrato un numero piuttosto limitato di consensi, se consideriamo che il grado di partecipazione delle ultime votazioni è stato molto basso.
    Le promesse populistiche del presidente Ahmadinejad hanno riguardato alcuni dei problemi principali del paese, come la lotta alla disoccupazione (in un paese in cui supera il 30%) ed una maggiore redistribuzione della ricchezza, ma l’effettiva attuazione del suo programma di governo ha già incontrato resistenze all’interno del suo stesso “partito” e le prime soffocate critiche della esigua opposizione interna."




    Shalom

  10. #10
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    Dal quotidiano Libero di mercoledì 18 gennaio 2006 ........

    " L'Iran capisce solo il linguaggio della forza

    da Angelo Pezzana

    Non credo esista altro paese al mondo, tranne Israele, cui venga contestato il diritto di esistere. Il nuovo fürher iraniano non ce l'ha con lo Stato ebraico per una questione politica o economica, non ne contesta i rapporti diplomatici ( che non ha), non ci sono liti sui confini. No, diretto e senza elucubrazioni, gli nega il diritto di esistere. « Quando avremo l'atomica la sganceremo sull'entità sionista e, anche se gli ebrei reagiranno, noi avremo solo qualche milione di morti, loro però spariranno dalla faccia della terra » , così si era espresso pubblicamente Ahmadinejad, dimostrando cosa intende lui per « uso civile del nucleare » . La storia di Israele ci ricorda come Davide riuscì a sconfiggere Golia con l'intelligenza e con l'astuzia, non disponendo di una forza paragonabile a quella del gigante. Oggi il rapporto non sta più in quei termini. Anche se Israele non ne parla apertamente, la forza di difesa dello Stato ebraico può fare affidamento sull'uso dell'arma nucleare, seppure solo in caso di necessità estrema: da vera democrazia, Israele non sarà mai il primo a minacciare nessuno Stato. Che fare dunque con il faraone iraniano? Intanto è da non sottovalutare la necessaria fornitura petrolifera iraniana, ma è altrettanto vero che senza i dollari occidentali l'Iran, del suo gas e del suo petrolio, non saprebbe cosa farsene. Il trattato di pace firmato tra Egitto e Israele nel 1979 ci ricorda che i regimi arabi/ musulmani, e particolarmente i loro leader, non capiscono altro linguaggio diverso da quello della forza. Sadat e Begin non erano certo colombe. Sadat era stato addirittura filonazista ( come la quasi totalità degli stati arabi alleati di Hitler) e aveva cercato con ogni mezzo di sconfiggere Israele in guerra. Non gli riuscì, riconobbe la superiorità militare dell'avversario e da sterminatore divenne sincero alleato, un gesto che gli costò la vita. Fu quindi la destra di Begin ad ottenere la pace, un risultato che nessuna sinistra in Israele era riuscita a raggiungere. Un comportamento peraltro in linea con i metodi di " dialogo" che contraddistinguono i sinistri- catto- pacifisti ancora oggi, che pensano di combattere le dittature ignorandone sistematicamente la minaccia. Il caso Saddam Hussein insegna. L' affare Ahmadinejad è ancora più grave, non c'è soltanto la minaccia, ma la certezza che la follia di questo populista, regolarmente eletto a grande maggioranza, prima o poi potrà tramutarsi in un comando mortale per l'Occidente intero. Non solo per Israele, dove la presenza di Hamas ricorda in modo impressionante la politica del faraone iraniano. Gli slogans sono gli stessi. Un forte richiamo contro la corruzione, una estesa attività di tipo assistenziale che guadagna consensi non solo elettorali e una decisa azione terroristica quali unica forma di attacco contro « eretici e crociati » di varie fedi. Non è per caso che dietro le strutture terroristiche mediorientali ( Hamas. Hezbollah, Jihad islamica) ci sia l'Iran. Che fare allora? L'offerta iraniana di ieri per un ritorno a trattare, senza cedere su nulla, è stata inutile. Per ora si guarda alla riunione AIEA del 2 febbraio e ci si prepara al deferimento dell'Iran davanti al Consiglio di Sicurezza Onu. Mentre l'ipotesi sanzioni è ancora lontana: il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ieri ha affermato che le sanzioni « non sono nè il miglior metodo, nè l'unico » per costringere alla chiarezza l'Iran. Occorre contrapporre ad Ahmadinejad un fronte unito, deciso a sbarrare la strada verso l'atomica. In tal modo, ne trarrà vantaggio quella parte di Iran che finora non ha avuto ancora la forza di organizzarsi contro la dittatura dei Mullah. È ipocrita dire iraniani ribellatevi, quando si sa che sotto ogni dittatura è il terrore ad avere la meglio. L'Occidente faccia in modo risoluto la sua parte. Il popolo iraniano farà poi la sua.
    "

    Shalom

 

 

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