Ma va a ciapè i rat.....disinformatore da strapazzo.
Shalom


Ma va a ciapè i rat.....disinformatore da strapazzo.
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bingo![]()


Si, dietro il terrorismo palestinese c'è il terrorismo di stato Siriano e raniano, lo sanno tutti, questi paesi sono il èprincipale problema per il raggiungimento della pace in Medio Oeriente, in particolare la Siria che rivuole indietro i territori perduti con una guerra di aggessione; ma oramai anche questo paese inizia ad avere i suoi cazzi per via dell'omuicidio di hariri, se non comincerà a fare qualche concessione i terroristi baatisti al potere si troveranno ben presto nella merda fino al collo, se non lo sono già.


28 Novembre 2005
SIRIA - LIBANO - ONU
Mehlis pronto ad interrogare a Vienna i siriani coinvolti nell'assassinio Hariri
Ma non si sa né quando cominceranno gli interrogatori, né quali saranno le persone sentite dalla Commissione d'inchiesta dell'Onu. Si parla di una mediazione dell'Arabia saudita.
Beirut (AsiaNews/Agenzie) - Tutto è pronto a Vienna per dare inizio agli interrogatori delle 5 personalità siriane che hanno avuto il via libera del governo di Damasco per rispondere alle domande di Detlev Mehlis, capo della Commissione di inchiesta internazionale sull'assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafic Hariri. La scelta della sede Onu di Vienna come luogo accettato da Damasco per gli interrogatori chiesti da Mehlis è frutto di un lungo braccio di ferro tra lo stesso capo della Commissione, che voleva avvenissero in Libano, ed il governo siriano che, definendo "offensiva" tale ipotesi, proponeva località nella stessa Siria o in Egitto. Contrasti ci sono anche sui nomi, visto che gli interrogati saranno, almeno per ora, solo 5, rispetto ai 6 chiesti. Nel silenzio dele fonti ufficiali - il portavoce di Mehlis ha rifiutato ieri di dare qualsiasi indicazione - la stampa libanese dà per scontato che dal'elenco sarebbe stato depennato Assef Chawkat, cognato del presidente Bashar al Assad. Gli altri nomi che erano stati avanzati da Mehlis sono quelli di responsabili dei servizi segreti siriani a Damasco e a Beirut. Ma null'altro si sa sui nomi, sulla data di inizio degli interrogatori, né sui contenuti di un incontro, avvenuto ieri, tra lo stesso Mehlis ed il consigliere giuridico del ministero degli esteri siriano Riad Daoudi. Sembra che oggetto dell'incontro sia stata la richiesta di garanzia che gli interrogati non saranno trattenuti e potranno fare ritorno in Siria. Su tutte le questoni ci sono comunque, scrive il libanese L'Orient Le jour, "indicazioni contraddittorie" e "totale mancanza di trasparenza".
I giornali arabi danno invece per certo che il raggiungimento dell'accordo tra la Siria e l'Onu sarebbe frutto di una mediazione condotta dall'Arabia Saudita. Il principe Bandar Bin Sultan, inviato speciale saudita, avrebbe incontrato "per caso" all'aeroporto di Parigi il segretario dell'Onu Kofi Annan, prima di recarsi dal presidente Chirac, che gli avrebbe dato il suo "via libera" per l'accordo. L'agenzia siriana Sana dice che re Abdallah ha inviato, tramite lo stesso principe Bandar, un messaggio ad Assad per "congratularsi" dell'accordo con l'Onu. La stessa fonte parla anche di un precedente colloquio telefonico tra i 2 capi di Stato.
L'intervento saudita non sarebbe l'unico avvenuto in questi giorni: altri Paesi arabi avrebbero fatto discrete pressioni su Damasco.
La stampa siriana ha anche sottolineato la "soddisfazione" con la quale è stata accolta a Damasco la dichiarazione del portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Adam Early, al giornale arabo "Al Hayat", nella quale il presidente Assad è detto "piu ragionevole di Saddam Hussein" e vengono auspicate "soluzioni, prima di imporre delle sanzioni internazionali". Prosegue, ciò malgrado, il sit in dei "giovani" di Damasco nella piazza Al Rawdah, vicino all'ambasciata degli Stati Uniti, con slogan che collegano al rifiuto del presidente Assad della "guerra ingiusta in Iraq" l'atteggiamento della comunità internazionale e specialmente degli americani e dei loro alleati.
Dalla Malaysia, dove è in visita, il ministro siriano per l'economia, Abdallah Dardari, ha sostenuto oggi che il contrasto con l'Onu per la vicenda Hariri non ha avuto alcuna influenza sugli investimenti stranieri nel suo Paese, soprattutto di quelli provenienti dai Paesi arabi. "Tra adesso e la fine dell'anno - ha aggiunto - dovremmo avere un miliardo di dollari dai Paesi del Golfo".
http://www.asianews.it


notare come tigerman non legga quello che viene postato e non si rende conto dell'enorme, ennesima figuraccia.
Solo con la violenza potete imporvi, poveracci.


Tu invece non capisci che cosa leggi e .....per la verità.....come il tuo compagno di merende nazistoide.............neppure tanto quello che scrivi!![]()
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Shalom![]()


Vediamo che dirà l'Onu senza testimoni attendibili o morti![]()


da www.equilibri.net
" Egitto: le elezioni parlamentari e l’affermazione della Fratellanza Musulmana
Nonostante siano ufficialmente esclusi dalla vita politica del paese, i Fratelli Musulmani sono riusciti a conquistare 88 dei 454 seggi del parlamento egiziano in palio nelle ultime elezioni legislative. Questo nonostante la forte ondata di repressione e di arresti che hanno colpito il gruppo nelle scorse settimane e dei brogli segnalati da più parti a favore del NDP, il partito legato a Mubarak. Questa affermazione, avutasi in un momento in cui il sistema politico egiziano vive una forte crisi di legittimità, apre più di un interrogativo sul futuro del paese e sulla sua stabilità.
Dario Cristiani
Equilibri.net (19 dicembre 2005)
Nelle tre tornate delle elezioni parlamentari tenutesi in Egitto nel corso delle scorse settimane i candidati legati ai Fratelli Musulmani, associazione considerata illegale in Egitto sin dal 1954, sono andati oltre le previsioni di molti osservatori, conquistando 88 seggi, risultato che tradotto in termini di percentuali elettorali significa che la Fratellanza Musulmana è riuscita a coagulare intorno a sé tra il 20 ed 25% dei voti espressi.
Questo risultato pone la Fratellanza Musulmana come la più importante tra le forze di opposizione del paese. Il dato elettorale deve essere certamente letto ed analizzato alla luce della scarsa affluenza alle urne, calcolata al 26%. Ciò significa indubbiamente che i Fratelli Musulmani hanno sì un importante seguito ed un forte radicamento nel paese, ma che essi non rappresentano quell’ondata islamista destinata a travolgere l’Egitto nei prossimi mesi, cosa che taluni osservatori avevano prospettato in seguito ai risultati delle prime due fasi delle elezioni.
Il lascito politico delle elezioni egiziane
Le elezioni legislative egiziane hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori di estrema rilevanza per comprendere l’attuale fase politica che vive il paese. Essi sono principalmente:
- La bassissima affluenza alle urne, che dimostra l’esistenza quantomeno di una sorta di apatia collettiva nei confronti del processo elettorale e più in generale di disaffezione nei confronti della politica.
- L’affermazione perentoria della Fratellanza Musulmana. Formalmente esclusa dal sistema politico egiziano, che vieta l’esistenza di partiti basati sulla religione, nonostante ciò questa formazione è risultata la vera vincitrice di queste elezioni egiziane. Nonostante la loro retorica democratica, sviluppatasi in particolare nel corso degli ultimi mesi in vista di queste elezioni, i Fratelli Musulmani sono considerati ancora oggi come i sostenitori di una re-islamizzazione profonda, radicale e dal basso della società egiziana, e sintetizzata nel loro slogan “l’Islam è la soluzione.” Nonostante la retorica liberale e democratica che ha caratterizzato i discorsi elettorali del gruppo dirigente di Al-Ikhwan al-Muslimiin negli ultimi mesi, si pone più di un dubbio sulla autenticità di queste posizioni moderate espresse dalla leadership dei Fratelli Musulmani, che vengono considerate in realtà un modo per edulcorare le proprie posizioni ideologiche radicali.
- L’impotenza e l’incapacità di mobilitazione e di riscuotere consenso delle forze liberali, riformiste e secolari del paese. I risultati di questo voto, che sostanzialmente hanno dimostrato come il sistema politico egiziano si sia polarizzato intorno ai due schieramenti rappresentati da Mubarak e dal suo partito e dalla Fratellanza Musulmana, hanno sottolineato la marginalità complessiva di questo blocco di forze, che non sono riuscite a far presa sull’elettorato del paese.
- La crisi del National Democratic Party, il partito politico legato al presidente egiziano Hosni Mubarak la cui presenza in parlamento, nonostante continui ad essere molto forte, è stata fortemente ridimensionata. Il dato risalta ancora di più qualora si sottolinei la circostanza per la qule fino ad oggi, di fatto, il NDP è stato l’unico partito del sistema egiziano ed il principale gestore del potere. Gestire il potere e per di più farlo in un sistema fino ad oggi fortemente bloccato e chiuso come quello egiziano significa creare una fittissima e sfuggente rete di clientele e di rapporti tramite l’elargizione di prebende e favori. Se, nonostante questi elementi, il partito legato a Mubarak è uscito fortemente ridimensionato dall’esito delle urne significa che questo sistema costruito sul potere mostra più di un segnale di forte crisi e di scoramento.
Questa pluralità di fattori, se legati insieme, dimostrano in maniera fortemente marcata che il sistema politico egiziano sta attraversando un’importante crisi di legittimità e si caratterizza per una forte instabilità, nella quale si assiste ad un processo di polarizzazione dello spettro politico nazionale, con l’avanzata delle forze radicali e la tenuta, anche alquanto debole, delle forze attualmente al potere. Essi divengono quindi i due principali poli di attrazione politica. In questo contesto si assiste altresì alla marginalizzazione progressiva degli elementi politici più laici e liberali del panorama politico del paese, che scontano la mancanza di radicamento nel tessuto sociale egiziano e che rappresentano solamente delle piccole avanguardie urbane incapaci di coagulare consenso nella società egiziana più profonda.
Le motivazioni dell’affermazione dei Fratelli Musulmani
Gli eletti formalmente indipendenti, ma che di fatto sono riconducibili ai Fratelli Musulmani, sono 88. La presenza del gruppo islamista in parlamento è così cresciuta in maniera considerevole rispetto ai 15 deputati avuti nella scorsa. L’affermazione della Fratellanza si deve innanzitutto al suo forte e capillare radicamento nel tessuto sociale egiziano. Essa, come fanno molti altri gruppi islamici presenti in Medio Oriente, come ad esempio Hamas nei territori palestinesi, offre non solo un rifugio identitario a molti giovani dei suburbi e delle campagne, ma funge anche da catalizzatore di consensi anche e soprattutto grazie ai sistemi di welfare locale e all’assistenza pratica che offre a molte famiglie, con l’elargizione di servizi scolastici, sanitari e di sussidi economici. Inoltre la Fratellanza Musulmana è molto attiva e presente nella vita associativa egiziana, in particolare nei vari ordini professionali, dove molti medici, avvocati e professionisti sono legati all’associazione, con molti di questi professionisti che fungono anche da sostegno finanziario al movimento. Nonostante il fatto che nell’ultimo decennio questa presenza è stata ridimensionata per volere del governo, la presenza di queste reti di relazioni consentono un profondo radicamento nella società da parte dei Fratelli Musulmani, che riescono così a farsi interpreti delle istanze più sentite da una buona fetta di popolazione. Questo radicamento è anche più profondo e capillare di quello che riesce ad avere il NDP di Mubarak, poiché ha sì costruito negli anni al potere un’importante rete clientelare nel paese, ma essa è diretta emanazione del potere ed inevitabilmente è una variabile ad esso legato. Qualora questo potere dovesse crollare, o quanto meno diminuire, anche questa capacità di condizionamento della società sarebbe fortemente compromessa, cosa che invece non accadrebbe alla capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani, che appaiono invece fortemente legati al sentire comune del paese profondo, non solo da un punto di vista dei bisogni materiali ma anche e soprattutto per ciò che concerne i bisogni spirituali e ideologici.
La capacità di coagulare consenso intorno al proprio progetto deriva inoltre dall’esistenza di un importante fattore sistemico legato inestricabilmente a questa capacità del gruppo di interpretare il paese profondo: l’importanza che nel corso di questi decenni ha assunto la religione nel dibattito politico egiziano. L’elemento religioso è stato visto dai tre Rais che si sono succeduti al potere nel corso degli ultimi cinquanta anni come un elemento di legittimazione e di consenso dell’élite al potere, nonostante Nasser, Sadat e Mubarak abbiano definito la loro identità politica in termici laico nazionalistici. Questo richiamarsi alla religione, strumentalizzandola ai fini dell’acquisizione del consenso e favorendo la diffusione di tematiche e dibatti a carattere religioso attraverso i media hanno portato alcuni autori a parlare di “istituzionalizzazione dell’attivismo islamico”, nonostante nel paese viga dal ’77 una legge che vieti la costituzione di partiti politici a base religiosa. La presenza del tema religioso nel dibattito pubblico non ha fatto altro che creare una sorta di humus adatto alla crescita e allo sviluppo della Fratellanza Musulmana come movimento di massa.
Inoltre la politica alcune volte schizofrenica attuata nel corso degli anni sia da Sadat sia da Mubarak nei confronti dei Fratelli Musulmani e più in generale dei movimenti di ispirazione islamica, che alternava fasi di tacita o addirittura dichiarata collaborazione a momenti di scontro e di fortissima repressione, non ha fatto altro che radicalizzare lo scontro tra il potere e questi gruppi, che sono stati e continuano a tutt’oggi ad essere una forte calamita per molte fasce sociali del popolo egiziano, dove tra l’altro la Fratellanza Musulmana viene percepita come un movimento onesto e solidale, modello contrapposto alla corruzione che regna nell’imponente apparato pubblico e nella politica egiziana.
Il loro programma: radicalismo ammantato di retorica democratica?
Nel periodo pre-elettorale i leader dei Fratelli Musulmani hanno sottolineato in più di un’occasione quali sono le loro priorità politiche: porre fine alla legge d’emergenza che vige nel paese in seguito all’assassinio di Sadat del 1981, liberalizzare i partiti politici, rilasciare i prigionieri politici, prevenire le torture, salvaguardare i diritti umani e di governare la società tramite la legge islamica ma declinata in un modo moderno e diverso, dove anche le minoranze non islamiche vengano salvaguardate nei loro diritti. Il carattere così fortemente democratico e liberale di questi proposte ha colto di sorpresa molti osservatori, poiché non sono propriamente questi i temi che nel passato nel passato le proposte politiche di un movimento che si rifà completamente all’Islam puro dei primordi e ad una visione della società governata dalla Sharia. Le possibili spiegazioni di questo atteggiamento possono essere due:
Rassicurare, tramite questa retorica, le minoranza del paese(si pensi ad esempio ai Copti Cristiani), i cittadini che non si riconoscono nel loro movimento e gli osservatori internazionali che guardano con malcelato sospetto ad una forte crescita del movimento, temendo una eventuale presa del potere da parte del gruppo
La consapevolezza che, per un movimento così radicato nella società, la democrazia può essere un bene, poiché darebbe loro la possibilità di avere più peso nel sistema politico egiziano, e come in qualche misura già queste elezioni, anche se lontane dai crismi democratici delle elezioni stampo occidentale, hanno dimostrato.
Più di un dubbio però rimane sulle reali volontà di questo movimento, poiché in più di un’occasione i leader del movimento sono stati vaghi nell’esplicitare come verrebbe implementata in concreto questa applicazione moderna della Sharia, quali sarebbero stati i diritti delle donne in un paese guidato da loro e quali sarebbero state le garanzie politiche sulla libertà politica e religiosa.
Conclusioni
Queste elezioni hanno mostrato, in maniera molto più marcata di quanto ci si potesse attendere, la forza della Fratellanza Musulmana. Il dato, come sottolineato in precedenza, va letto anche in relazione alla scarsa affluenza alle urne, ma questo non nasconde come essi siano gli unici, allo stato attuale delle cose, capaci di assurgere a principale forza di opposizione al Raìs Mubarak. In un sistema che attraversa una forte crisi di legittimità e caratterizzato da tenui aperture democratiche, provocate più da pressioni esterne che da un processo interno di maturazione del sistema, la forza e la capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani non va sottovalutata, soprattutto nell’ottica di una prossima transizione dal regime attuale guidato dal vecchio Mubarak ad uno di tipo diverso. La loro affermazione e il contemporaneo crollo verticale dell’opposizione di stampo laico e liberale dimostra altresì come, in un eventuale regime democratico rappresentativo, la loro capacità di sintonizzarsi sui bisogni reali del paese e le loro reti di relazioni nel mondo dell’associazionismo e delle professioni, essi abbiano tutte le carte in regola per divenire forza di governo.
Il loro radicalismo ideologico, malcelato da una rapida e quantomeno sospetta conversione agli ideali democratici, appare però come un possibile freno alle loro ambizioni politiche poiché, come dimostrato dal caso algerino negli anni ’90, molte delle grandi potenze internazionali non sono disposte a vedere gruppi radicali islamici al potere, in particolar modo in un paese fondamentale per l’intero Medio Oriente come l’Egitto, ed è quindi probabile che vi siano delle fortissime pressioni esterne affinché ciò non si realizzi. Su queste paure Hosni Mubarak cercherà di far leva per quantomeno ritardare il processo, in realtà attualmente molto labile, di democratizzazione reale del paese, proponendo egli stesso e i suoi uomini, all’esterno, come coloro capaci di arginare una possibile deriva islamista del potere egiziano. "
Shalom


da www.paginedidifesa.it
" Timori a Damasco dopo la risoluzione 1644 dell’Onu
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Pagine di Difesa, 19 dicembre 2005
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La preoccupazione regna a Damasco, dopo l’adozione, da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, della risoluzione 1644, anche se la stampa di regime dà spazio a considerazioni positive sul fatto che non sono state imposte sanzioni contro il Paese. Nelle strade si sente la tensione. Non si vedono gli alberi giganti del Natale, perché anche il governo è preso da altri interessi, i negozi sono quasi vuoti, qualche macchina si ferma per vedere i prezzi, e dopo riparte.
Sono numerosi i posti di blocco di militari e polizia, perché anche qui si temono le auto-bomba, soprattutto il regime non riesce a mantenere e controllare tutto, dopo le ultime dichiarazioni che chiedevano la rimozione del regime di Bachar El Assad. Il clima è comunque pesante, con la gente che guarda con timore alle pressioni internazionali. E’ in crescita il numero di coloro che chiedono un visto per lasciare il Paese, in cerca di destinazioni ove poter crescere con serenità la propria famiglia.
Sui giornali si sottolinea il rifiuto delle Nazioni Unite di accogliere tutte le richieste del governo libanese, che rischia la crisi a causa del boicottaggio dei cinque ministri che fanno riferimento a Hezbollah e ad Amal. Il Libano sta vivendo dei momenti molto critici, dopo le decine di autobomba. Molte chiese hanno cancellato le messe di mezzanotte, perché si temono atti terroristici. I giovani del 14 marzo hanno campeggiato nel centro di Beirut, in risposta all'appello di Samir Geagea e di Walid Joumblatt.
Il patriarca maronita, il cardinale Nassrallah Sfeir, che pubblicheràil suo messaggio per il Natale 2005, si è mostrato molto triste ricevendo il rettore dell'università antoniana, padre Antoine Rajeh, con il suo consiglio. Il patriarca ha espresso la sua inquietudine e la sua preoccupazione invitando a lasciare spazio al perdono, indicando che questa "politica della morte" che uccide è una politica anti-umana. Egli ha invitato le università cattoliche ad “assumere il loro dovere nei riguardi della gioventù che può salvare il Libano" e, ricevendo il deputato Nassib Lahoud, ha rivolto un appello perché seguono le parole del padre di Gebran Tueini, Ghassan, "di seppellire l'odio con Gebran".
Fonte: Asia News "
Shalom


da www.equilibri.net
" Giordania: tra terrorismo e stabilità
Il triplice attacco terroristico sferrato ad Amman il 9 novembre scorso ha profondamente scosso la Giordania. Il più moderato fra i Paesi arabi si è trovato costretto, infatti, a fare i conti con un terrorismo che ha radici proprio al suo interno. Gli occhi sono puntati ora sul rapporto con gli Stati Uniti che, se pur storicamente di collaborazione, potrebbe subire delle incrinature.
Cristina Columpsi
Equilibri.net (11 gennaio 2006)
Dopo gli attacchi contro due navi della marina americana messi in atto in agosto nella città di Aqaba, l’incubo del terrore è tornato a farsi realtà, e questa volta in modo molto più eclatante. Le esplosioni, opera di alcuni kamikaze, negli hotel di Amman hanno provocato la morte di 60 persone e il ferimento di altre 115. L’organizzazione terroristica di Al Qaeda si è subito attribuita la paternità dell’attentato accusando la Giordania di essere diventata la roccaforte della guerra contro l’Islam. La politica filo-occidentale di questo Paese, infatti, costituisce la ragione principale che lo rende inviso ai vicini arabi e, ancor di più, alle organizzazioni estremiste del mondo islamico. Eppure la realtà giordana è molto più complessa di quello che sembra. Nonostante il fecondo e costante rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti, infatti, al suo interno una consistente parte della popolazione si definisce anti-americana e, più volte, si è addirittura dichiarata favorevole alle azioni dei gruppi terroristici.
La rete terroristica
La Giordania, data la sua natura di Stato arabo moderato, dovrebbe collocarsi fra quei Paesi estranei alle attività terroristiche. I recenti attentati di Amman hanno, però, messo in luce una realtà ben diversa. La Giordania, non solo è uno Stato vulnerabile come tutti gli altri, ma ha al suo interno una rete terroristica altrettanto potente i cui leader, spesso, sono proprio di nazionalità giordana. In realtà non si tratta di nuove formazioni, ma di gruppi terroristici già attivi da molto tempo e che indirizzano la propria attività al di fuori di questo Paese. Questo è il caso di Al Qaeda, per esempio, la cui cellula più forte è attualmente guidata da Abu Musab al-Zarqawi. Al Qaeda è, senza dubbio, l’organizzazione terroristica più grande e pervasiva al mondo essendo presente con le proprie basi in ben 45 Stati. Negli ultimi anni nel mirino di questa organizzazione sono finiti gli Stati Uniti e i Paesi alleati sul fronte della guerra in Iraq, in quanto da essa considerati i nemici numeri uno dell’Islam. Oltre all’attentato dell’11 settembre a New York, infatti, Al Qaeda ha colpito anche a Madrid nel 2003 e recentemente a Londra nel mese di luglio. La base terroristica più forte rimane, però, quella irachena responsabile dei numerosi attentati che colpiscono questo Paese e del recente attentato di Amman del novembre scorso. In realtà, pur essendo parte di Al Qaeda, questa cellula ha una sua precisa identità derivante dal fatto che fino a poco tempo fa essa costituiva un gruppo a sé. Il nome era Al Tawdi Al Jihad e il suo leader Al-Zarqawi, di origine giordana. Ciò che ha reso noto il gruppo di al Zarqawi al mondo è stata la feroce crudeltà mostrata nei video delle decapitazioni degli ostaggi. Attualmente obiettivo principale degli attacchi terroristici di questa organizzazione è diventato l’abbattimento del governo iracheno. Un'altra organizzazione terroristica, anch’essa vicina ad Al Qaeda e attiva in Giordania, Egitto e Siria, è il “Battaglione del Martire Abdullah Azzam”. L’obiettivo che si prefigge è l’opposizione ai governi mediorientali filo-occidentali, al movimento sionista e a tutte quelle forze non musulmane presenti in queste zone. Gli attacchi sferrati da questa organizzazione mirano generalmente a colpire la grande quantità di turisti presenti in Egitto attraverso una preparazione meticolosa e accurata dell’attentato e l’uso di bombe relativamente sofisticate. Molte località di villeggiatura della zona del Sinai come Taba, Ra’s al-Sultan e Nuwayba sono state colpite nell’ottobre 2004 da attacchi esplosivi nei quali sono morte 34 persone, in gran parte egiziani e israeliani. Più recentemente, a luglio di quest’anno il Battaglione ha organizzato l’attentato di Sharm al-Shaykh, che ha provocato la morte di 88 persone e il ferimento di altre 200. Infine vi è ancora un’altra organizzazione terroristica che ha la sua base terroristica in Giordania e che prende il nome di “Brigate di al-Bara bin Malek”. Si tratta, in realtà, di una sorta di cellula specializzata in attacchi suicidi appartenente all’organizzazione di al-Zarqawi. La nascita di questo gruppo è stata annunciata nel giugno 2005 su un sito web jihadista da parte di un tale Abu Musab al-Zarqawi, che si è qualificato come leader di questa formazione. Le Brigate ultimamente hanno collaborato con la rete di al Zarqawi nella realizzazione della strage di Amman nella quale hanno perso la vita 60 persone. Proprio questo attentato ha indotto il re Abdullah a rispondere in maniera decisa e vigorosa adottando nuove misure ed effettuando alcuni cambiamenti nel sistema di sicurezza. In primo luogo egli dopo aver licenziato gran parte dei consiglieri sulla sicurezza e aver sciolto il Senato ha nominato un nuovo governo. Il primo ministro Ahmad Badran è stato sostituito dal generale Marouf al Bakhit, il che mette in evidenza senza dubbio la volontà da parte del re di focalizzare l’attenzione del governo sul problema della sicurezza. Inoltre il Ministro degli Interni ha dichiarato di esser pronto a lavorare per una nuova legge anti-terrorismo che prevedrà pene molto severe per coloro che sostengono atti terroristici e consentirà alle autorità di tenere sotto controllo ogni possibile attacco.
I rapporti con gli Stati Uniti
Agli occhi del mondo occidentale la Giordania è sempre apparsa come uno degli Stati arabi più moderati. Questo Paese, infatti, ha da sempre una politica estera filo-occidentale mantenendo, in particolare, stretti rapporti con Gran Bretagna e Stati Uniti. Dopo Egitto e Israele, infatti, la Giordania è il Paese che raccoglie più aiuti da parte della potenza americana. Un ulteriore passo verso l’occidente, inoltre, è stato compiuto nel 1994 con la firma del trattato di pace con Israele. Da allora la Giordania è impegnata assieme agli Stati Uniti nel processo di pace in Medioriente per la risoluzione della questione palestinese. Anche riguardo alla situazione irachena la sua posizione è in linea con quella degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali suoi alleati in quanto prevede un forte impegno nel processo di ricostruzione dello Stato e di realizzazione di un governo democratico. Nonostante il popolo giordano non fosse favorevole alla guerra in Iraq il re Hussein ha sostenuto la campagna statunitense fornendo però solo supporto logistico e non consentendo la presenza militare nei propri territori. L’attentato del 9 novembre scorso ad Amman ha, però, fatto pensare che vi sarebbero state conseguenze sui rapporti fra Giordania e Stati Uniti. La diplomazia statunitense tuttavia ha immediatamente cercato di togliere qualsiasi dubbio a riguardo offrendo il proprio cordoglio per l’accaduto e il proprio sostegno nella lotta al terrorismo. Da parte sua anche la Giordania non ha fatto passi indietro ed ha dichiarato di voler continuare a sostenere la politica estera statunitense. Dietro la determinazione mostrata dal governo esiste, tuttavia, una realtà completamente diversa: quella del popolo giordano. La politica filo-occidentale perseguita dal Paese non rispecchia la volontà dei cittadini, discendenti per più della metà dei rifugiati palestinesi. La contrarietà alla guerra in Iraq, dimostrata attraverso grandi manifestazioni di protesta, e l’ostilità nei confronti di Israele, costituiscono due realtà importanti da cui è possibile desumere un palese anti-americanismo della popolazione giordana, che si pone inevitabilmente in aperta contraddizione con la politica estera del governo. Recenti sondaggi hanno, inoltre, messo in evidenza come il 57% dei cittadini giordani sia favorevole agli attacchi terroristici e che ben il 60% sia simpatizzante del leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden.
Conclusioni
I risultati dei recenti sondaggi relativi alla percezione del terrorismo e gli attentati che hanno sconvolto Amman hanno evidenziato una realtà rimasta a lungo in ombra nella storia della Giordania. Questo Paese che si è sempre ufficialmente dichiarato filo-occidentale e la cui crescita economica è largamente dipesa in questi anni dagli aiuti forniti dagli Stati Uniti ha parallelamente sviluppato al suo interno una certa ostilità nei confronti della potenza americana e, più in generale, del mondo occidentale. Esiste, quindi, una doppia anima della Giordania: quella pro Stati Uniti, che è in netta minoranza ed è rappresentata dal governo, e quella contro, che comprende invece la maggioranza dei cittadini. Se la Giordania intende portare avanti una politica di collaborazione con gli Stati Uniti deve innanzitutto impegnarsi a risolvere le realtà contraddittorie che la caratterizzano sul fronte interno. La coerenza fra intenti e azione è, infatti, requisito indispensabile di quella credibilità necessaria per il proseguimento di relazioni diplomatiche ed economiche positive con gli Stati Uniti. "
Saluti liberali