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Discussione: Non solo IRAN

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Non solo IRAN

    da www.equilibri.net

    " Siria: Palestina, un sostegno condizionato

    Il coinvolgimento della leadership di Damasco della Jihad Islamica nell’attentato di mercoledì 26 ottobre a Hadera, in Israele, testimonia lo stretto legame tra i gruppi armati palestinesi e la Siria ed evidenzia il ruolo centrale del governo di Bashir Assad nella stabilizzazione del Medio Oriente.

    Marco Pinfari

    Equilibri.net (07 novembre 2005)


    “La reazione di Rabadan Abdullah Shallah [leader della Jihad Islamica] dalla sua base a Damasco [all’uccisione da parte di Israele di un alto esponente della Jihad] è stata una chiara richiesta alla resistenza palestinese, in particolare alla Jihad Islamica, di vendetta”. Con queste parole Abu Carmel, uno dei leader delle brigate Al-Aqsa in Cisgiordania, ha legato l’attentato di mercoledì 26 ottobre a Madera, che ha causato la morte di cinque israeliani ed il ferimento di trenta, alla direzione politica della leadership della Jihad Islamica a Damasco. Nonostante il governo siriano si sia affrettato a chiarire che le rappresentanze ufficiali dei gruppi armati palestinesi nella propria capitale sono chiuse da tempo, non vi sono dubbi sul fatto che alti esponenti di questi gruppi continuano ad operare senza restrizioni a Damasco. Il supporto siriano alla resistenza palestinese, insieme al complesso problema del disimpegno dal Libano ed al supposto supporto della Siria alla guerriglia irachena, sottolineano il ruolo centrale del governo di Bashir el-Assad nella strada verso la pace e l’equilibrio in Medio Oriente.

    Un supporto recente e condizionato

    Nonostante negli ultimi anni Damasco sia divenuto il principale rifugio per i leader della resistenza palestinese costretti a lasciare i Territori, il supporto siriano alla lotta armata dei palestinesi contro Israele è recente e tutt’altro che incondizionato.
    I rapporti tra Siria ed OLP sono stati caratterizzati da profonde incomprensioni e dissidi, in particolare da quando, nel 1967, Arafat dichiarò che il popolo palestinese avrebbe dovuto assumere in prima persona il compito di liberare i Territori. La Siria, formalmente ancora in guerra con Israele e ferita dalla perdita del Golan, ha sempre reclamato un ruolo centrale nella lotta contro lo stato ebraico, e si è trovata in linea con l’OLP solamente nel denunciare il “tradimento egiziano” negli anni di Camp David ed all’inizio degli anni ’80, negli anni dell’invasione del Libano. Il controllo del Libano ha permesso alla Siria di sostenere attivamente, in congiunzione con l’Iran, la guerriglia Hezbollah nel sud del paese. Allo stesso tempo, tuttavia, il governo ba’atista e di ispirazione secolare di Hafiz el-Assad operò una severa repressione contro la presenza della “Confraternita Musulmana” in Siria, attirandosi le ire dei gruppi religiosi palestinesi a Gerusalemme e nei Territori. Perché, dunque, le leadership di HAMAS e della Jihad Islamica, due movimenti nati nel seno dei “Fratelli Musulmani”, hanno trovato negli anni ’90 la loro base operativa proprio a Damasco?
    L’evoluzione dei rapporti tra Siria ed i gruppi della resistenza armata palestinese subì una svolta radicale negli anni della Prima Intifadah, quando alcune frange della “Confraternita” abbracciarono ufficialmente la lotta armata contro Israele dichiarando la priorità del “jihad esterno” (la lotta contro gli oppressori) sul “jihad interno” (il rinnovamento spirituale e lo sviluppo di istituzioni e pratiche musulmane nella società). Le sigle “Hamas” e “Jihad Islamica” nacquero proprio per evidenziare l’adozione di questo nuovo principio. Assad non tardò ad esprimere compiacimento per questa fondamentale evoluzione di tali sezioni della “Confraternita”, che in tal modo posponevano l’obiettivo di una rivoluzione religiosa - prospettiva particolarmente funesta per il presidente di un paese come la Siria - alla liberazione della Palestina ed alla lotta armata contro Israele. Nel momento in cui la presenza di tali gruppi si rivelava utile per la politica estera siriana, dunque, Damasco aprì le porte alla leadership palestinese Quest’ultima approfittò dell’ospitalità di Assad in particolare a partire dal 1994, quando re Hussein di Giordania concluse la pace con Israele e rese Annam una città assai pericolosa per tali gruppi.
    A metà anni ’90, il messaggio che Assad intendeva trasmettere ad Israele, secondo un giornalista israeliano, era dunque il seguente: “Guardatemi – tengo le corde della resistenza in Libano – Hezbollah – e anche della resistenza in Cisgiordania. Datemi di più, trattatemi in modo diverso”. I legami con la resistenza palestinese divenivano una chiave determinante per spingere Israele ad un atteggiamento conciliatorio riguardo al Libano e, soprattutto, nei negoziati sul futuro del Golan.

    Il presente: un nuovo presidente, un nuovo clima internazionale, una nuova leadership palestinese

    La morte di Hafiz el-Assad e l’ascesa al potere del figlio Bashir hanno marcato una decisa discontinuità nella politica siriana, anche in relazione ai rapporti con i gruppi palestinesi. La minore propensione di quest’ultimo ad incarnare i sogni panarabi ed antisionisti che non avevano mai smesso di battere nel cuore del padre, o forse, osservano alcuni, una maggiore dose di pragmatismo e realismo nel prendere atto della difficile condizione internazionale in cui si trova la Siria hanno portato Bashir ad allontanarsi dalla linea politica degli ultimi decenni e ad accomodare, sia pur spesso in modo solo formale, le prese di posizione statunitensi ed europee. Il continuo supporto alla resistenza armata palestinese, di fronte al fatto che negoziati con Israele sul Golan sembrano lontani e di fronte ad una crescente pressione internazionale nel contesto della lotta al terrorismo internazionale, sono divenuti un peso politico sempre più insostenibile per il governo di Assad.
    Questo mutamento di linea politica è stato particolarmente evidente nella calorosa accoglienza riservata al neoeletto Abu Mazen nella sua prima visita a Damasco nel dicembre 2004. Tradizionalmente criticato per il suo supposto atteggiamento “filo-occidentale”, nel 2004 Abu Mazen fu ricevuto con tutti gli onori e gli fu attribuito il titolo di “Presidente”, un titolo che era stato rifiutato anche allo stesso Arafat, che pure ricoprì per otto anni la medesima carica istituzionale. Gli osservatori arabi hanno notato che il governo di Bashir el-Assad sembra avere, nel contesto attuale, tutto l’interesse ad assecondare le richieste di Mahmoud Abbas: un più severo controllo dei campi profughi palestinesi in Siria (che ospitano 800.000 rifugiati, quasi il 5% della popolazione siriana), e soprattutto il pieno inserimento di Hamas e Jihad Islamica nel quadro istituzionale dell’AP, l’obiettivo principale che Abu Mazen intende conseguire nelle imminenti elezioni parlamentari. Bashir el-Assad, del resto, aveva già assunto una dura presa di posizione nei confronti della leadership palestinese a Damasco quando, durante la seconda Intifadah, aveva progressivamente preso le distanze dalle politiche dei gruppi estremisti e chiuso, almeno formalmente, le loro rappresentanze nella capitale. Il ritorno dello sceicco Yassin a Gaza, dove fu poi ucciso dagli israeliani, facilitò il compito del governo siriano, allontanando lo spettro di uno scontro frontale con Hamas e Jihad Islamica nel caso di una espulsione forzata di un personaggio di tale rilievo e carisma. Questa situazione facilitò il raggiungimento di un compromesso: il mantenimento di una rappresentanza informale nella capitale per tali organizzazioni, in cambio della facoltà per l’esecutivo di Assad di negare ufficialmente il proprio coinvolgimento nelle azioni coordinate dagli esponenti di tale leadership che risiedano a Damasco.

    Il futuro: un compromesso che diverrà un dilemma

    Il governo siriano, tuttavia, non potrà mantenere a lungo tale ambiguità. L’esito dell’ambizioso progetto di Abu Mazen di coinvolgimento di Hamas e Jihad Islamica avrà indubbiamente ripercussioni rilevanti sui rapporti tra questi gruppi e la Siria: nel caso in cui abbia successo, è prevedibile che il coinvolgimento siriano negli affari palestinesi possa progressivamente diminuire. È tuttavia possibile che un pur graduale coinvolgimento di Hamas e Jihad Islamica nel processo politico dell’AP generi un deciso approfondimento della latente frattura fra la leadership di tali gruppi nei Territori, più aperta al pragmatismo, e coloro che risiedono a Damasco, tradizionalmente più propensi alla lotta armata contro Israele. Non è dunque da escludere che il già complesso panorama politico palestinese possa reagire alle sfide ed alle opportunità che la situazione attuale offre attraverso ulteriori scissioni e divisioni.
    Gli sviluppi nei due teatri di politica estera nei quali la Siria è attualmente maggiormente impegnata (Libano ed Iraq) avranno, a loro volta, serie ripercussioni sul coinvolgimento siriano in Israele-Palestina. La disponibilità siriana ad accomodare le richieste occidentali di un disimpegno dal Libano potrebbero essere seguite sia da una generale diminuzione della pressione internazionale su Bashir sia da un suo ulteriore innalzamento, nell’ambito di un ambizioso progetto che mirato ad un progressivo asservimento del governo siriano alla linea politica statunitense. Quest’ultima opzione sembra, tuttavia, improbabile nel breve periodo, sia a causa dell’evidente impopolarità che genererebbe negli Stati Uniti un ulteriore “braccio di ferro” internazionale con uno stato sovrano, sia a causa della forte base nazionalistica del regime di Assad e del popolo siriano. La linea del governo di Assad sarà probabilmente concentrata su un progressivo ridimensionamento della presenza all’estero di forze siriane, sullo sviluppo di (limitate) riforme istituzionali e sul mantenimento di un certo grado di consenso da parte della popolazione.

    In tale contesto, è difficile ipotizzare che l’attuale revisione delle priorità strategiche della Siria non comporti una marginalizzazione del supporto che, negli ultimi dieci anni, è stato concesso alla resistenza armata palestinese. Tuttavia, per la classe dirigente alawita (e dunque etnicamente minoritaria) dei governi Assad, non rinnegare ufficialmente il sostegno ai gruppi armati islamici palestinese sarà ancora, sia pure in modo implicito ed informale, una politica centrale nel proprio scacchiere di politica estera.
    "


    Shalom

  2. #2
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    Egitto: Democrazia o spartizione del potere con i fondamentalisti?

    A pagina 1 del quotidiano milanese Il Corriere della Sera del 7 novembre 2005, Magdi Allam firma un articolo dal titolo...........


    " «Novità e ombre delle elezioni»


    La grossa novità delle elezioni legislative che si inaugurano il 9 novembre in Egitto potrebbe essere lo sdoganamento dei Fratelli Musulmani. All'insegna di un tacito compromesso con il regime di Mubarak su una spartizione più o meno concordata dei seggi del nuovo Parlamento, che farebbe emergere il movimento islamico come la principale forza d'opposizione.
    E sulla base di un'ipotesi, condivisa con aspettative contrapposte, secondo cui sarebbe possibile perseguire per via democratica il traguardo di uno Stato islamico che abbia il Corano come Costituzione.
    Le previsioni sull'accordo sottobanco trovano conforto nell'impellente necessità di compattamento e di legittimazione del Pnd (Partito nazional-democratico) che detiene l'88,6% dei seggi del Parlamento uscente. Già alle scorse elezioni del 2000 Mubarak riuscì ad assicurarsi il monopolio del potere soltanto convincendo 213 deputati «indipendenti» ad aderire al Pnd, che si aggiunsero ai 175 eletti del Pnd. E ora si riassiste alla lacerazione in seno ai troppi candidati che, non godendo dell'avallo del Pnd, si presentano come «indipendenti». Tra loro ci sono figure di spicco del Pnd che fronteggeranno personalità al potere a loro preferite da Mubarak.
    Si tratta probabilmente di un gioco di ruoli per perpetuare un regime monolitico. Ma al tempo stesso l'immagine del Pnd in conflitto con se stesso è il sintomo della profonda malattia di un sistema politico in cui i partiti non hanno un reale radicamento popolare e, soprattutto, in cui è abissale la distanza che separa la politica dal Paese reale. Basti considerare che solo il 25% degli elettori si recò a votare alle scorse legislative e ancor meno, il 23%, è stata l'affluenza alle urne alle presidenziali del 7 settembre scorso che hanno incoronato Mubarak per un quinto mandato successivo di sei anni con l'88,6% dei suffragi.
    E' in questo contesto di miseria della politica che il movimento islamico militante appare come una invincibile macchina da guerra. Che Mubarak immagina di contenere offrendo un compromesso ai Fratelli Musulmani.
    Sui 444 seggi del Parlamento assegnati con il sistema maggioritario, per cui concorrono 5.310 candidati, tra i 50 e i 70 seggi dovrebbero andare ai Fratelli Musulmani, contro i 17 attualmente detenuti. «Avremmo potuto presentare 444 candidati alla stregua del Pnd», ha dichiarato la «guida spirituale» Mohamed Mahdi Akef, «ma abbiamo deciso di non provocarli e di proporre solo 150 candidati». Strana logica di gestione di una democrazia più formale che sostanziale, dove la spartizione del potere viene stabilita dietro le quinte, mentre alla base non resta che ratificare decisioni imposte dall'alto. Ed è così che i Fratelli Musulmani, messi fuorilegge da Nasser nel 1954, di fatto riabilitati da Sadat nel 1970, potrebbero essere presto legalizzati da Mubarak. Che si tratti di un tacito accordo lo attesta anche la decisione dei Fratelli Musulmani di non concorrere alle elezioni in seno al neonato «Fronte nazionale per il cambiamento», a cui aderiscono 11 partiti nazionalisti, liberali e di sinistra.
    Chi avesse dubbi sulle intenzioni dei Fratelli Musulmani non deve far altro che entrare nel loro sito
    www.ikhwanonline.com ed ascoltare l'inno, dal ritmo accattivante a metà tra marcia militare e rap moderno, che prende nome dalla loro parola d'ordine: «L'islam è la soluzione». Mubarak sembra volere legalizzare e far emergere i Fratelli Musulmani per scrollarsi da dosso l'accusa di essere un dittatore, modificando quel tanto che basta il quadro della democrazia formale, ma al tempo stesso per ammonire l'Occidente dal rischio dell'avvento al potere degli integralisti islamici qualora si insistesse per uno scrupoloso rispetto della democrazia sostanziale.
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    Shalom

  3. #3
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    " L’Onu chiede soldati israeliani per le missioni di pace

    Le Nazioni Unite chiedono a Israele che metta a disposizione sue unità militari come caschi blu in servizio di peace keeping in zone turbolente del mondo. Haiti, Kosovo, Congo e Liberia sono alcune delle destinazioni proposte, secondo quanto riferisce martedì il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.
    L’Onu ha espressamente chiesto unità militari israeliani equipaggiate con elicotteri che intervengano in uno dei teatri indicati. L’organizzazione internazionale è inoltre interessata all’acquisto di sofisticati equipaggiamenti militari “made in Israel”, tra cui visori notturni e apparecchi di telecomunicazioni.
    La notizia di colloqui in questo senso fra Israele e Onu è circolata quando è stato reso pubblico un promemoria redatto da Ronny Adam, capo del dipartimento del ministero degli esteri israeliano per i rapporti con l’Onu. Adam ha raccomandato che Israele prestasse attenzione alla richiesta Onu e ha sottoposto un promemoria in questo senso al direttore generale del ministero Ron Prosor, il quale ha dato luce verde a colloqui con l’ente internazionale.
    Attualmente sono circa 70.000 i soldati e ufficiali di polizia sparsi in varie parti de mondo sotto l’egida dell’Onu. I paesi che forniscono i maggiori contingenti di forze di peacekeeping sono Pakistan, Bangladesh, India, Nigeria, Etiopia, Nepal, Ghana, Giordania, Sud Africa, Senegal, Marocco e Kenya. I soldati di questi dodici paesi coprono il 75% del totale dei caschi blu, ma sono ben 107 i paesi che vantano propri soldati in missioni di peacekeeping. I paesi del terzo mondo partecipano volentieri a tali missioni soprattutto per gli incentivi economici: ogni soldato Onu riceve 1.250 dollari al mese, una somma considerevole per gli standard di questi paesi.
    Nel suo promemoria, Adam riferisce che l’Onu si è offerta di acquistare equipaggiamenti militari da Israele in cambio del consenso da parte di Gerusalemme a mandare soldati delle Forze di Difesa israeliane in servizio di peacekeeping.
    I soldati dei paesi del terzo mondo, che costituiscono il grosso delle truppe Onu, spesso difettano di attrezzature moderne, mentre i paesi occidentali le cui forze ne sono fornite partecipano con poche reclute alle forze di peacekeeping.
    Se l’accordo fra Israele e Onu dovesse vedere la luce, il reclutamento di soldati delle Forze di Difesa israeliane per missioni al di fuori del quadro della difesa dello Stato di Israele richiederebbe un’apposita legge da approvare in parlamento. Adam raccomanda che il governo si faccia promotore delle necessarie procedure legali che permettano di aprire una nuova pagina nei rapporti fra Israele e Nazioni Unite.

    (Da: YnetNews, 8.11.05)
    "

    Shalom

  4. #4
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    da www.paginedidifesa.it

    " Arabia Saudita e libertà religiosa, preoccupazione Usa

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    Pagine di Difesa, 11 novembre 2005

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    L'Arabia Saudita è rientrata anche quest'anno nella lista dei paesi "oggetto di preoccupazione particolare" (Cpc) per Washington; la sigla classifica le realtà in cui la grave violazione della libertà religiosa è passibile di sanzioni. Attivisti per i diritti umani confermano la grave situazione delle minoranze religiose nel Regno e pongono dubbi sulla possibilità di considerarle Riyadh un'alleata nella lotta al terrorismo internazionale.
    Lo scorso 8 novembre il dipartimento di Stato Usa ha presentato al Congresso il 7° Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo. Lo stesso dossier, nel 2004, conteneva per la prima volta dure accuse all'Arabia Saudita, dove "non esiste libertà religiosa". Accanto all'Arabia Saudita tra i paesi Cpc appaiono quest'anno: Myanmar, Cina, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Sudan e Vietnam.

    Il 30 settembre il segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha dato al Regno saudita 180 giorni per progredire nel rispetto della minoranze religiose, pena restrizioni economiche. Alla fine di questa settimana è previsto l'arrivo delle Rice in Arabia, come parte di un più vasto tour in Medio Oriente.

    Il Centro per la democrazia e i diritti umani in Arabia Saudita - organismo nonprofit, che lavora a fianco degli Usa - sottolinea che a 139 giorni alla scadenza del termine "il governo saudita non ha proposto né applicato nessun provvedimento". Anzi, il Centro ricorda l'ultimo caso di persecuzione contro i cristiani nel Paese. Il 7 ottobre scorso, l'indiano Samuel Daniel, leader di una chiesa domestica, è stato arrestato a Riyadh e portato allo Shumesi Deportation Center. L'ambasciata indiana è riuscita a farlo scarcerare dopo soli due giorni, a condizione che l'uomo lasciasse il paese. Samuel è stato costretto a partire lasciando la sua famiglia in Arabia Saudita. L'uomo era nel gruppo degli 8 cristiani arrestati a fine maggio dalla muttawa (la polizia religiosa saudita) e rilasciati dopo 10 giorni. La polizia aveva trovato e confiscato nelle loro case materiale religioso.

    Il Centro punta il dito anche contro lo Shumesi Deportation Center e cita lettere di detenuti che raccontano di ogni tipo di violenze e soprusi e di condizioni di vita inumane: "Siamo 200 in una piccola stanza - si dice - non c'è posto per sedere o sdraiarsi; sulle scarse razioni di pane che ci portano c'è scritto 'cibo per i maiali'".

    In Arabia Saudita è proibita la libertà di espressione a tutte le religioni, meno che all'Islam. Ogni manifestazione pubblica (avere Bibbie o portare un crocifisso) è proibita. Negli ultimi anni, grazie alle pressioni internazionali, la corona saudita ha permesso la pratica di altre religioni ma solo in privato. La muttawa, però, continua ad arrestare, imprigionare e torturare persone che praticano altre fedi anche se in privato.

    Ma il problema della libertà religiosa, soffocata dall'integralismo wahhabita, non è limitato ai confini del Regno e rappresenta un pericolo anche in altri paesi. A denunciarlo già all'inizio dell'anno è stato il Centro per la libertà religiosa, Freedom House, con il suo rapporto: "Le pubblicazioni saudite sull'ideologia dell'odio invadono le moschee americane". Di questo studio, due giorni fa, la direttrice di Freedom House, Nina Shea, ha riferito al Comitato giudiziario del Senato americano. Nel suo intervento l'attivista cattolica si chiede se gli Usa possono considerare l'Arabia "un alleato o un nemico nella guerra al terrorismo".

    Secondo il rapporto, condotto su decine di moschee nelle principali città americane, circolano varie e numerose pubblicazioni, che istigano all'odio contro "gli infedeli" occidentali e alla violenza verso sciiti e sufi; il materiale arriva ed è finanziato da Riyadh, che - nonostante le promesse - non si preoccupa di controllare il contenuto dei testi. Per questo la Shea chiede a Washington di monitorare più da vicino il reale impegno della Corona saudita contro la diffusione dell'odio interreligioso e del fondamentalismo islamico.
    "

    Shalom

  5. #5
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    da www.equilibri.net

    "Siria: il rapporto Mehlis e le sue conseguenze interne

    Il rapporto stilato per conto delle Nazioni Unite dal giudice tedesco Detlev Mehlis, che aveva il compito di far luce sulla morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, sta provocando, oltre ad importanti ricadute in ambito internazionale per il regime siriano anche un acuirsi delle tensioni interne al blocco di potere che guida il paese, che rischia di divenire sempre più frammentato e debole, con serie conseguenze per la stabilità complessiva del regime di Bashar Assad.

    Dario Cristiani

    Equilibri.net (29 novembre 2005)


    Le Nazioni Unite hanno reso noto, alla fine dello scorso mese di Ottobre, il dossier al quale ha lavorato il giudice tedesco Detlev Mehlis. In questo documento sono state ricostruire le fasi e le responsabilità delle pianificazione dell’attentato in cui perse la vita lo scorso 14 febbraio l’ex premier libanese Rafiq Hariri.

    Il rapporto accusa personaggi di spicco dell’establishment siriano e libanese di aver pianificato l’assassinio dell’ex primo ministro del paese dei cedri, il sunnita Rafiq Hariri, protagonista indiscusso della vita politica libanese degli ultimi decenni. I nomi presenti nel rapporto originariamente pubblicato e che in seguito sono stati nascosti poiché, secondo il procuratore Mehlis, vige per gli accusati la presunzione di innocenza, sono quelli di molti dei principali esponenti dell’attuale leadership siriana e quindi, oltre al contraccolpo per il paese a livello diplomatico, la pubblicazione di questo dossier avrà inevitabilmente delle forti ripercussioni anche a livello interno e molto probabilmente sarà una delle armi, se non la più importante, con la quale verrà combattuta la battaglia politica nelle stanze del potere di Damasco.

    Le personalità sotto accusa ed il loro profilo politico

    I principali nomi fatti dal rapporto riguardanti le responsabilità siriane nella morte di Hariri sono quelli di Maher Assad, Asef Shawkat, Hasan Khalil, Bahjat Suleiman, Rustom Ghazali e Ghazi Kenaan. Quest’ultimo è morto, ufficialmente per suicidio, lo scorso 12 ottobre, anche se la sua morte ha suscitato e continua a suscitare più di una perplessità, dato che Kenaan è stato il responsabile dell’intelligence siriana in Libano per quasi 20 anni, dal 1982 al 2002, e che nel rapporto che sarebbe stato pubblicato di lì a poco viene considerato implicato nella morte di Hariri, anche se altri analisti indicano in Kenaan come colui il quale era più scettico, all’interno della leadership di Damasco, nel portare avanti questo piano.

    I primi due nomi sono considerati degli strettissimi collaboratori e nel contempo rivali di Bashir Assad, sono gli uomini con cui egli condivide buona parte del potere ma da cui deve anche ben guardarsi in futuro. Inoltre i rapporti tra gli stessi Maher Assad e Shawkat non sono dei migliori, come dimostrato anche dal ferimento del secondo ad opera del primo nel 1999. Questo elemento aiuta a capire come nel blocco di potere che attualmente governa il paese la norma non sia la coesione ma la tensione e le rivalità e che la collaborazione vige solamente qualora è la contingenza politica del momento a consigliarla.

    Il primo, Maher Assad, è il fratello più giovane dell’attuale rais siriano. Laureato in economia, negli anni immediatamente successivi alla morte del primo figlio di Hafez Assad e più serio candidato alla successione del padre, Basil, si parlò proprio di lui come del papabile a raccoglierne l’investitura di erede alla guida del paese, ma invece la scelta cadde poi su Bashir. Secondo alcuni osservatori della realtà siriana la vera causa del mancato approdo di Maher alla guida del paese è da ricercarsi nel suo carattere fortemente irruente ed instabile ed in molti per esempio riprendono, a suffragio di questa teoria, il ferimento a cui si accennava prima avvenuto nel 1999 di Shawkat ad opera di Maher. Attualmente Maher Assad ricopre il ruolo di capo della Guardia Repubblicana.

    Il secondo invece, Asef Shawkat, è il cognato di Assad, marito della sorella maggiore, Bushra. Attualmente Shawkat è il capo dell’Intelligence militare siriana, che tra l’altro era l’agenzia di sicurezza siriana più coinvolta nel controllo del piccolo vicino libanese. Shawkat è considerato l’uomo più potente del regime dopo Bashar ed è sì un suo strettissimo collaboratore ma è anche dipinto come un politico molto ambizioso e spregiudicato.

    Su di lui si annidano i maggiori sospetti del rapporto per ciò che concerne l’omicidio di Hariri e questo, secondo molti analisti, è uno dei massimi problemi che Bashar si troverà ad affrontare nei prossimi mesi. Qualora le verifiche e le indagini dovessero confermare la preminenza del ruolo svolto da Shawkat e Mahed Assad nella pianificazione dell’uccisione di Hariri, sarebbe difficile per Bashar continuare a sostenere l’estraneità sua e del suo intero blocco di potere nell’assassinio. In questo modo inevitabilmente andrebbe a rafforzarsi la pressione internazionale che attualmente grava sull’isolato regime siriano.

    Inoltre, anche qualora il presidente, vedendosi senza altra scelta, volesse sacrificare il cognato e gli altri membri del regime più evidentemente coinvolti nell’assassinio di Hariri sull’altare della stabilità internazionale del paese, una tale decisione non sarebbe scevra da pericoli e conseguenze nefaste per la stabilità dell’attuale regime al potere.

    In questo modo Bashar potrebbe avere l’occasione di eliminare dalla partita politica interna molti dei suoi potenziali rivali, ma le spaccature che si avrebbero nel gruppo che guida attualmente il paese potrebbero essere devastanti. Soffermandoci solamente sui due nomi più importanti fatti nel rapporto, quelli di Maher Assad e di Shawkat, questo rischio appare lampante.

    Shawkat è uno dei massimi esponenti del regime, sia appunto per il rapporto che ha con Bashar, di cui è di fatto il numero due, sia per il ruolo estremamente delicato che ricopre, quello di capo del Mukhabarat da sempre considerato uno dei pilastri fondamentali del regime, mentre Maher è il capo del corpo di élite dell’esercito del paese. Appare così evidente che un loro eventuale allontanamento non sarebbe indolore. La storia recente della Siria è costellata da colpi di stato militari, lo stesso Hafez Assad era un generale e, con il suo “movimento correttivo” fu protagonista dell’ultimo colpo di Stato avvenuto nel paese che defenestrò Salah Jadid, di cui fino a poco prima proprio Hafez era stato il principale collaboratore.

    L’interazione tra fattori interni ed esterni: il regime rischia?

    Attualmente nella partita siriana interagiscono in maniera marcata sia fattori interni che esterni.
    Il forte indebolimento del paese sul piano regionale e internazionale a causa della fine dell’egemonia politica sul Libano e del progressivo rafforzamento dell’isolamento diplomatico, il rischio di sanzioni dell’ONU qualora il regime mostrasse scarsa collaborazione nelle indagini future, come previsto dalla risoluzione, un leader in evidente difficoltà e che non si è mai mostrato forte e risoluto come il padre in questi cinque anni di governo, incapace di dar vita a quelle riforme che pur spesso nella sua retorica politica venivano menzionate, a capo di un gruppo segnato da guerre intestine e attraversato da forti tensioni, sia politiche che generazionali, tra la vecchia guardia legata ad Hafez Assad e i nuovi uomini vicini al presidente, sono tutti elementi che potrebbero quantomeno far pensare che l’acuirsi, nel corso dei prossimi mesi, di uno solo di questi fattori, potrebbe provocarne il crollo. Taluni analisti han prospettato per i prossimi mesi uno scenario in stile Iraq, con il paese invaso dalle truppe americane, con gli Stati Uniti che in questo modo darebbero la spallata decisiva a Bashar Assad per farlo crollare.

    Questo scenario appare però di difficile realizzazione, oltre che per l’attuale difficoltà statunitense nel riuscire ad aprire un altro fronte di combattimento, tra l’altro con un paese dotato di buone forze convenzionali, ma anche e soprattutto per l’incapacità di prevedere chi possa prendere il potere nel paese dopo un eventuale caduta di Bashar. Ed è questa la carta che presumibilmente il presidente giocherà, tacitamente, per evitare che le pressioni, soprattutto esterne diventino insostenibile per il paese. Il rischio di un eventuale presa del potere da parte della Fratellanza Musulmana siriana, o più in generale l’avvento al potere di elementi provenienti dalla galassia del radicalismo islamico siriano, è considerata da Bashar una minaccia deterrente abbastanza forte, tale da indurre gli USA ed altri paesi ad evitare di indebolire troppo il paese.

    Un epilogo di questo genere rischierebbe di aggiungere ulteriore instabilità al quadro regionale già gravato dalla difficile transizione irachena, soprattutto con un paese che, qualora cadesse in mano ad elementi oltranzisti, non aiuterebbe certamente la stabilizzazione del vicino iracheno, cosa che invece ora la comunità internazionale chiede a Damasco, ma che molto probabilmente fomenterebbe i gruppi e gli elementi più radicali che attualmente operano nel teatro iracheno.

    Conclusioni

    Il rebus siriano non appare di facile lettura, né tantomeno è possibile predire gli sviluppi futuri in maniera certa, a causa della molteplicità delle variabili che operano nel quadro politico siriano e della loro estrema complessità. A dinamiche politiche, interne ed internazionali, si mescolano forti rivalità personali, appartenenze confessionali e di clan, invidie e gelosie familiari. Gli sviluppi dell’inchiesta internazionale in atto contro quella parte di dirigenza del paese considerata responsabile della morte di Hariri potrebbero esacerbare le fratture che attualmente esistono e che sono una costante nella struttura del potere di Damasco degli ultimi anni, dato che è opinione diffusa che Bashar non abbia lo stesso carisma e la stessa forza del padre nel tenere insieme le turbolenti personalità che formano la dirigenza del paese. Appunto per questo ogni suo eventuale passo verso il possibile sacrificio, per ridurre la pressione internazionale sul paese, degli uomini più importanti del regime, come Maher Assad oppure Asef Shawkat, deve essere ponderato attentamente poiché potrebbe provocare l’erosione decisiva delle fondamenta dell’edifico del potere siriano provocandone la caduta, lasciando così spazio ad un’ampia varietà di scenari possibili.
    "

    Shalom

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    Casualmente gli oggetti dei post di Pfb sono gli stessi dei sionisti.

    È solo un caso, eh, sia mai che si pensi che venga ricopiata la propaganda israeliana...

  7. #7
    SENATORE di POL
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    Casualmente il comunista Yuri se la fa con i nazisti e sragiona come i nazisti
    (lo sai che gli italiani sono 10 volte più numerosi degli israeliani, molto all'incirca, per cui per avere la stessa percentuale di vittime del terrorismo nella stessa unità di tempo, queste devono essere in Italia 10 volte di più? Ma i poveretti antisemiti, che al posto del cervello hanno la segatura usata per pulire certe latrine, nazisti o comunisti che siano, pensano che se un diplomatico israeliano USA in ITALIA questo semplice calcoletto, sta in realtà facendo del razzismo "sionista" anti-italiano). Ma andatevi a nascondere, anzi fatevi curare da un bravo strizzacervelli (di segatura) che ne avete TANTO bisogno, al di là di ogni dubbio.

    Shalom caruccio

  8. #8
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Casualmente il comunista Yuri se la fa con i nazisti e sragiona come i nazisti
    Falso.



    (lo sai che gli italiani sono 10 volte più numerosi degli israeliani, molto all'incirca, per cui per avere la stessa percentuale di vittime del terrorismo nella stessa unità di tempo, queste devono essere in Italia 10 volte di più?
    Cosa c'entri questo con la Siria, anch'essa vittima dell'occupazione israeliana, lo sai solo tu.

    Il fatto è che i tuoi articoli sono basati sul nulla. Lo sai che i servizi libanesi hanno pagato le confessioni false sul delitto Hariri? Questo non lo posti, vero?

    Rimettiti l'elmetto, sia mai che si noti che non hai testa...

  9. #9
    SENATORE di POL
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    Come no, come no. Loro hanno pagato e tu eri lì e gli hai anche fatto la foto

    Shalom

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Noto che sei un disinformato e basta, pure ridicolo con le tue faccine.

    ---

    http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=13620

    Libano - 2005-11-26 14:25:00
    Morto testimone dell'inchiesta Hariri



    Nowar Donna, uno dei testimoni chiave dell'inchiesta sull'omicidio dell'ex premier Hariri, è morto oggi in un incidente stradale a Beirut. Le circostanze dell'accaduto, secondo il quotidiano libanese an-Nahr, però destano molti sospetti. L'uomo, che era propietario di un negozio di telefonia cellulare a Tripoli nel nord del Paese, aveva venduto i 5 cellulari utilizzati per l'attentato.

    ---

    http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/mid...st/4479278.stm


    Hariri witness says he was bribed

    A man has appeared on Syrian TV claiming he was bribed to give evidence against Syria to the UN inquiry into the killing of Rafik Hariri.

    The man, identifying himself as Hossam Taher Hossam, said he was bribed by former Lebanese Prime Minister Rafik Hariri's son Saad.

    A spokesman for the Hariri family dismissed Mr Hossam's statement.

    Mr Hossam was an unidentified witnesses who appeared in an interim UN report into the progress of an inquiry.

    ---

    http://www.radiocittaperta.it/nuovo/elenco.php?tipo=21

    INCHIESTA SULL'OMICIDIO HARIRI. TESTIMONE TORTURATO PER TESTIMONIARE CONTRO LA SIRIA. L'ONU IN SERIO IMBARAZZO
    DAMASCO

    Uno dei due 'testimoni mascherati' ascoltati dalla commissione Onu che conduce l'inchiesta sull'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri, in un filmato trasmesso dalla tv siriana ha dichiarato di essere stato torturato in Libano e di aver ricevuto un'offerta di 1.300.000 dollari per accusare il regime di Damasco dell' attentato.

    Mentre la commissione Onu, guidata dal giudice tedesco Detlev Mehlis, sta per cominciare a Vienna gli interrogatori di cinque alti ufficiali siriani ritenuti implicati nell' attentato del 14 febbraio, il racconto dell' uomo mira a screditare il rapporto preliminare già presentato da Mehlis al segretario generale dell' Onu (quello definitivo è previsto entro il 15 dicembre). Il documento - nel quale si ipotizza un complotto di alti dirigenti siriani e libanesi all' origine dell' attentato di Beirut - si basava sulle dichiarazione di due 'testimoni mascheratì, apparsi con il volto coperto, in confronti con i siriani sospetti di implicazione nella vicenda. Il primo dei due è stato arrestato a Parigi perchè accusato di fornire falsa testimonianza.

    ---

    Sveglia sveglia...

 

 
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