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" Siria: Palestina, un sostegno condizionato
Il coinvolgimento della leadership di Damasco della Jihad Islamica nell’attentato di mercoledì 26 ottobre a Hadera, in Israele, testimonia lo stretto legame tra i gruppi armati palestinesi e la Siria ed evidenzia il ruolo centrale del governo di Bashir Assad nella stabilizzazione del Medio Oriente.
Marco Pinfari
Equilibri.net (07 novembre 2005)
“La reazione di Rabadan Abdullah Shallah [leader della Jihad Islamica] dalla sua base a Damasco [all’uccisione da parte di Israele di un alto esponente della Jihad] è stata una chiara richiesta alla resistenza palestinese, in particolare alla Jihad Islamica, di vendetta”. Con queste parole Abu Carmel, uno dei leader delle brigate Al-Aqsa in Cisgiordania, ha legato l’attentato di mercoledì 26 ottobre a Madera, che ha causato la morte di cinque israeliani ed il ferimento di trenta, alla direzione politica della leadership della Jihad Islamica a Damasco. Nonostante il governo siriano si sia affrettato a chiarire che le rappresentanze ufficiali dei gruppi armati palestinesi nella propria capitale sono chiuse da tempo, non vi sono dubbi sul fatto che alti esponenti di questi gruppi continuano ad operare senza restrizioni a Damasco. Il supporto siriano alla resistenza palestinese, insieme al complesso problema del disimpegno dal Libano ed al supposto supporto della Siria alla guerriglia irachena, sottolineano il ruolo centrale del governo di Bashir el-Assad nella strada verso la pace e l’equilibrio in Medio Oriente.
Un supporto recente e condizionato
Nonostante negli ultimi anni Damasco sia divenuto il principale rifugio per i leader della resistenza palestinese costretti a lasciare i Territori, il supporto siriano alla lotta armata dei palestinesi contro Israele è recente e tutt’altro che incondizionato.
I rapporti tra Siria ed OLP sono stati caratterizzati da profonde incomprensioni e dissidi, in particolare da quando, nel 1967, Arafat dichiarò che il popolo palestinese avrebbe dovuto assumere in prima persona il compito di liberare i Territori. La Siria, formalmente ancora in guerra con Israele e ferita dalla perdita del Golan, ha sempre reclamato un ruolo centrale nella lotta contro lo stato ebraico, e si è trovata in linea con l’OLP solamente nel denunciare il “tradimento egiziano” negli anni di Camp David ed all’inizio degli anni ’80, negli anni dell’invasione del Libano. Il controllo del Libano ha permesso alla Siria di sostenere attivamente, in congiunzione con l’Iran, la guerriglia Hezbollah nel sud del paese. Allo stesso tempo, tuttavia, il governo ba’atista e di ispirazione secolare di Hafiz el-Assad operò una severa repressione contro la presenza della “Confraternita Musulmana” in Siria, attirandosi le ire dei gruppi religiosi palestinesi a Gerusalemme e nei Territori. Perché, dunque, le leadership di HAMAS e della Jihad Islamica, due movimenti nati nel seno dei “Fratelli Musulmani”, hanno trovato negli anni ’90 la loro base operativa proprio a Damasco?
L’evoluzione dei rapporti tra Siria ed i gruppi della resistenza armata palestinese subì una svolta radicale negli anni della Prima Intifadah, quando alcune frange della “Confraternita” abbracciarono ufficialmente la lotta armata contro Israele dichiarando la priorità del “jihad esterno” (la lotta contro gli oppressori) sul “jihad interno” (il rinnovamento spirituale e lo sviluppo di istituzioni e pratiche musulmane nella società). Le sigle “Hamas” e “Jihad Islamica” nacquero proprio per evidenziare l’adozione di questo nuovo principio. Assad non tardò ad esprimere compiacimento per questa fondamentale evoluzione di tali sezioni della “Confraternita”, che in tal modo posponevano l’obiettivo di una rivoluzione religiosa - prospettiva particolarmente funesta per il presidente di un paese come la Siria - alla liberazione della Palestina ed alla lotta armata contro Israele. Nel momento in cui la presenza di tali gruppi si rivelava utile per la politica estera siriana, dunque, Damasco aprì le porte alla leadership palestinese Quest’ultima approfittò dell’ospitalità di Assad in particolare a partire dal 1994, quando re Hussein di Giordania concluse la pace con Israele e rese Annam una città assai pericolosa per tali gruppi.
A metà anni ’90, il messaggio che Assad intendeva trasmettere ad Israele, secondo un giornalista israeliano, era dunque il seguente: “Guardatemi – tengo le corde della resistenza in Libano – Hezbollah – e anche della resistenza in Cisgiordania. Datemi di più, trattatemi in modo diverso”. I legami con la resistenza palestinese divenivano una chiave determinante per spingere Israele ad un atteggiamento conciliatorio riguardo al Libano e, soprattutto, nei negoziati sul futuro del Golan.
Il presente: un nuovo presidente, un nuovo clima internazionale, una nuova leadership palestinese
La morte di Hafiz el-Assad e l’ascesa al potere del figlio Bashir hanno marcato una decisa discontinuità nella politica siriana, anche in relazione ai rapporti con i gruppi palestinesi. La minore propensione di quest’ultimo ad incarnare i sogni panarabi ed antisionisti che non avevano mai smesso di battere nel cuore del padre, o forse, osservano alcuni, una maggiore dose di pragmatismo e realismo nel prendere atto della difficile condizione internazionale in cui si trova la Siria hanno portato Bashir ad allontanarsi dalla linea politica degli ultimi decenni e ad accomodare, sia pur spesso in modo solo formale, le prese di posizione statunitensi ed europee. Il continuo supporto alla resistenza armata palestinese, di fronte al fatto che negoziati con Israele sul Golan sembrano lontani e di fronte ad una crescente pressione internazionale nel contesto della lotta al terrorismo internazionale, sono divenuti un peso politico sempre più insostenibile per il governo di Assad.
Questo mutamento di linea politica è stato particolarmente evidente nella calorosa accoglienza riservata al neoeletto Abu Mazen nella sua prima visita a Damasco nel dicembre 2004. Tradizionalmente criticato per il suo supposto atteggiamento “filo-occidentale”, nel 2004 Abu Mazen fu ricevuto con tutti gli onori e gli fu attribuito il titolo di “Presidente”, un titolo che era stato rifiutato anche allo stesso Arafat, che pure ricoprì per otto anni la medesima carica istituzionale. Gli osservatori arabi hanno notato che il governo di Bashir el-Assad sembra avere, nel contesto attuale, tutto l’interesse ad assecondare le richieste di Mahmoud Abbas: un più severo controllo dei campi profughi palestinesi in Siria (che ospitano 800.000 rifugiati, quasi il 5% della popolazione siriana), e soprattutto il pieno inserimento di Hamas e Jihad Islamica nel quadro istituzionale dell’AP, l’obiettivo principale che Abu Mazen intende conseguire nelle imminenti elezioni parlamentari. Bashir el-Assad, del resto, aveva già assunto una dura presa di posizione nei confronti della leadership palestinese a Damasco quando, durante la seconda Intifadah, aveva progressivamente preso le distanze dalle politiche dei gruppi estremisti e chiuso, almeno formalmente, le loro rappresentanze nella capitale. Il ritorno dello sceicco Yassin a Gaza, dove fu poi ucciso dagli israeliani, facilitò il compito del governo siriano, allontanando lo spettro di uno scontro frontale con Hamas e Jihad Islamica nel caso di una espulsione forzata di un personaggio di tale rilievo e carisma. Questa situazione facilitò il raggiungimento di un compromesso: il mantenimento di una rappresentanza informale nella capitale per tali organizzazioni, in cambio della facoltà per l’esecutivo di Assad di negare ufficialmente il proprio coinvolgimento nelle azioni coordinate dagli esponenti di tale leadership che risiedano a Damasco.
Il futuro: un compromesso che diverrà un dilemma
Il governo siriano, tuttavia, non potrà mantenere a lungo tale ambiguità. L’esito dell’ambizioso progetto di Abu Mazen di coinvolgimento di Hamas e Jihad Islamica avrà indubbiamente ripercussioni rilevanti sui rapporti tra questi gruppi e la Siria: nel caso in cui abbia successo, è prevedibile che il coinvolgimento siriano negli affari palestinesi possa progressivamente diminuire. È tuttavia possibile che un pur graduale coinvolgimento di Hamas e Jihad Islamica nel processo politico dell’AP generi un deciso approfondimento della latente frattura fra la leadership di tali gruppi nei Territori, più aperta al pragmatismo, e coloro che risiedono a Damasco, tradizionalmente più propensi alla lotta armata contro Israele. Non è dunque da escludere che il già complesso panorama politico palestinese possa reagire alle sfide ed alle opportunità che la situazione attuale offre attraverso ulteriori scissioni e divisioni.
Gli sviluppi nei due teatri di politica estera nei quali la Siria è attualmente maggiormente impegnata (Libano ed Iraq) avranno, a loro volta, serie ripercussioni sul coinvolgimento siriano in Israele-Palestina. La disponibilità siriana ad accomodare le richieste occidentali di un disimpegno dal Libano potrebbero essere seguite sia da una generale diminuzione della pressione internazionale su Bashir sia da un suo ulteriore innalzamento, nell’ambito di un ambizioso progetto che mirato ad un progressivo asservimento del governo siriano alla linea politica statunitense. Quest’ultima opzione sembra, tuttavia, improbabile nel breve periodo, sia a causa dell’evidente impopolarità che genererebbe negli Stati Uniti un ulteriore “braccio di ferro” internazionale con uno stato sovrano, sia a causa della forte base nazionalistica del regime di Assad e del popolo siriano. La linea del governo di Assad sarà probabilmente concentrata su un progressivo ridimensionamento della presenza all’estero di forze siriane, sullo sviluppo di (limitate) riforme istituzionali e sul mantenimento di un certo grado di consenso da parte della popolazione.
In tale contesto, è difficile ipotizzare che l’attuale revisione delle priorità strategiche della Siria non comporti una marginalizzazione del supporto che, negli ultimi dieci anni, è stato concesso alla resistenza armata palestinese. Tuttavia, per la classe dirigente alawita (e dunque etnicamente minoritaria) dei governi Assad, non rinnegare ufficialmente il sostegno ai gruppi armati islamici palestinese sarà ancora, sia pure in modo implicito ed informale, una politica centrale nel proprio scacchiere di politica estera. "
Shalom




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