Stamane, in diretta su RadioRadicale, e con il permesso del sindacato interessato, andava in onda la diretta dal Parlamento.
Si discuteva dell'ex Cirielli.
Boati di giubilo e applausi strepitosi salutavano interventi di eletti dell'Ulivo (allora così si chiamava) che urlavano "vergogna...vergogna".
Il motivo era che la discussione in aula era stata organizzata in questi tre giorni proprio perchè concomitanti col sciopero dei giornalisti.
Così facendo la "Maggioranza" chiudeva la bocca all'informazione su un fatto di rilevante importanza.
Buffonate.
Invece di dar retta ai prodiani leggete qua.
La Casa delle Libertà è accusata un giorno sì e l'altro pure di fare leggi "ad personam".
Ad aprile però, quasi tra il silenzio dei mass media, il Parlamento ha definitivamente approvato la legge che istituisce - gratis ed "erga omnes" - il "Giorno della Libertà".
La data della festa è stata fissata per il 9 novembre.
Una data che è diventata storica: in quel giorno di 16 anni fa cadde il muro di Berlino.
Fu distrutta quella grande opera del comunismo che divise la capitale tedesca per 28 anni. Venne costruito in una sola notte, quella tra il 12 e il 13 agosto del 1961. Migliaia di tedeschi tentarono la fuga dal quartiere comunista a Berlino Ovest.
E in migliaia furono fucilati dai militari appostati lungo la muraglia. Quel 9 novembre un portavoce del governo Honecker annunciò una riforma sui viaggi all'estero. Non si capiva in quale senso, ma i berlinesi dell'est si riunirono a migliaia lungo "the Wall", tenuti sotto tiro dall'esercito comunista. Anche dalla parte occidentale cominciarono a radunarsi vicino al muro giovani, studenti, famiglie, anziani. Li divideva soltanto quell'opera realizzata per dividere i tedeschi. A un certo punto, i soldati hanno iniziato a ritirarsi. Qualcuno diede un colpo, poi un altro. E un altro ancora. Con rabbia, disperazione, ma anche gioia. Venne buttato giù. Non c'era più. Berlino tornava a essere un'unica città.
Quello che successe nella capitale tedesca somiglia un po' a quello che capitò in Italia nel 1945.
Quando le forze Alleate liberarono l'Italia dal nazismo.
La penisola tornò ad essere un unico Paese.
E il 25 aprile, giorno della Liberazione, è stato eletto a festa della libertà. Per gli italiani.
Per l'Europa invece è il 9 novembre.
Anche per questo il Parlamento l'ha eletto "Giorno della Libertà". Ovvio, no?
No. Perché alla Camera c'è chi, a distanza di 16 anni, non ha ancora mandato giù la caduta di una dittatura tanto amata e mai tanto criticata a sinistra.
A Montecitorio infatti la legge istitutiva della festa è passata con 247 voti favorevoli e 206 contrari.
Cioè per 206 comunisti, perché non si può non chiamarli che così, il 9 novembre non va ricordato.
C'è anche un'altra categoria, composta all'80% da comunisti, che ignora il "Giorno delle Libertà".
Sono i giornalisti che oggi e domani, 9 novembre, scioperano per il rinnovo del contratto.
È vero, esercitano un diritto sacrosanto.
Negato tuttavia dal comunismo.
E anche dal nazismo.
Sui nazisti però ogni anno, il 25 aprile, si riempiono pagine e pagine.
Già, perché non si sciopera il 25 aprile.
Primo perché è una festa che ha inventato la resistenza, quindi sacra.
Secondo perché il 25 aprile è un festivo. E la paga è doppia.
Dal pulpito di Rockpolitik non si fa che parlare di assenza di libertà di stampa, di libertà di satira. Di censura, di epurazioni.
Domani e dopo invece, il "Giorno della Libertà", i grandi giornali non escono.
Tacciono. Neanche una riga quindi contro gli orrori del comunismo, ideologia equivalente a 150 milioni di morti.
Il muro di Berlino è caduto, ma sulle nostre spalle ci sono ancora i calcinacci.
Giuliano Zulin su Libero
saluti




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