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Devolution? Non voglio morire laziale,tengo per la Juve
Lidano Grassucci (17 novembre 2005)
Siamo uno Stato federale, per dirla in altri termini conteranno di più gente come Storace e Marrazzo, di meno Ciampi, Pertini. Non mi pare un gran miglioramento. Certo conteranno i contesti locali, ma cosa ha da che spartire un lepino di Sezze con un cittadino di Civita Castellana resta un mistero. Personalmente mi sento più vicino a quelli di Piazzola sul Brenta. Siamo alla devolution, conteranno le regioni. L’Italia è il paese dei campanili non delle regioni. Il Lazio è un’idea amministrativa, non ha senso culturale, politico, sociale, è un vuoto intorno al buco di Roma. Mi sento italiano e per me laziale è solo, e sarà sempre, uno che tifa per la Lazio. Lombardo è solo la parola aggiuntiva a quella di Polenghi, facevano degli ottimi formaggi. Sono italiano prima, Lepino poi. Perché sono i miei campanili, poi mi sono innamorato delle altezze di Latina. La devoluzione è una grande castroneria, non sta in nulla della storia del mio popolo. Ricordo, nei racconti dei miei nonni che rammentavano dei loro, di quando i Re e gli stranieri la facevano da padrone a casa nostra, di quando il Papa era Re e tagliava le teste. Era una Italia povera e negata. Mio nonna Filomena era devotissima e pia ma prima di insegnarmi la sua fede mi ha parlato della sua Patria, gli ha dato fede e oro e non si è mai pentita di averlo fatto. Confesso ho pianto per “Il tamburino sardo”, per “La piccola vedetta lombarda”. Ho capito la fame “Dagli Appennini alle Ande”.
Ci sarà un referendum e voterò contro, contro una destra nazionale che dimentica contemporaneamente il primo ed il secondo termine, contro i moderati di Forza Italia che hanno fatto autogol nella loro porta, contro l’idea che i veneti siano diversi dai lepini. Ho avuto una nonna veneta, Gilda Pagin, e una setina Filomena Borgioni, credo mi abbiamo amato con lo stesso trasporto. Io nell’amore differenze non ne ho viste e i suoni delle loro lingue diverse sono ricchezza dell’uno, parlavano ciascuna la propria lingua e si capivano in italiano. Vorrei devolvere da Priverno, come Bologna lo vorrebbe fare da Modena. “Padovani gran dottori, veronesi magnagatti”, siamo città che liberamente hanno cacciato re e stranieri e hanno fatto un paese solo. Noi ci sentiamo differenti da un quartiere all’altro, laziale oltre il calcio è un termine che non esiste.
Poi immaginate la scelta tra un Patria che ha tra i suoi padri: De Nicola, Einaudi, Gronchi, Saragat, Pertini, Segni ed una che ha avuto Badaloni, Storace e Marrazzo.
Noi vogliamo una libera Lepinia, in una libera Italia.
Vorremmo morire italiani e non… laziali, anche perché tifiamo Juventus
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