Il Foglio 19.11.2005
Un altro diritto, morire
Ruini dà lezioni di senso dell’umorismo, il guru laicista si prende sul serio
Il diritto di morire. Fantastico, e lugubre. Mentre Ruini dà lezioni di senso dell’umorismo, il guru laico dà lezioni di morte. Dallo stoico e scettico maestro rigettato di Pascal, da Montaigne, avevamo appreso che vivere è imparare a morire. Da Agostino che la nostra è vita morente. Da Cervantes che si può anche nascere per vivere morendo. Da Umberto Veronesi si apprende adesso che morire è un diritto. Un diritto, capite, cioè un principio da trasformare in norma, la compassione che si fa comma, l’universalità astratta della legge che si sbarazza della fastidiosa presenza dell’amore per la persona, che chiude le strade curiose, intricate, misteriose, imprevedibili, che possono comprendere perfino l’assistenza a un moribondo stanco, l’aiuto a dormire secondo pietà. Caso per caso, discretamente, nel rispetto per chi va e per chi resta. Ma pietà non si può dire, come non si può dire peccato, virtù, bene, male, salvezza, come sono impronunciabili creazione e creatura (tutte parole desuete): si può solo dire “diritto”, e sancire presso notaio il suo sovrano esercizio, l’ultima delirante frontiera della giurisprudenza laicista, guardata a vista dai custodi della salute intesa sempre e solo come adeguatezza, idoneità, fitness.
Nel film del canadese Denis Arcand, il diabolico “Le invasioni barbariche” che ora è anche il titolo di un talk show di successo, l’eutanasia è un cerimonioso rito collettivo compiuto in nome dell’ideologia che si professa da una generazione in qua, una robina anni 60, persistente e fanatica, in cui l’uomo è la sua chiacchiera, una mezza dozzina di amorazzi, un pugno di amici che la pensano allo stesso modo, un certo penchant per le sostanze psicotrope e altre generiche confusioni culturali appiccicate alla pelle e alla vitalità di vere persone. Liberi tutti di predicare le nuove religioni – siamo laici, no? – ma sarebbe meglio evitare il travestimento del diritto, lasciare che gli aspetti pietosi e amorosi dell’esistenza restino liberi di manifestarsi senza le costrizioni di un protocollo giudiziario e medico, senza intimazioni, professioni di fede funerea, ministeri di culto scientista e materialista. Veronesi sa e riconosce che la questione della buona morte è risolta spesso con la discreta pietà che agisce al riparo dai rigori del diritto o del dovere, ché quello è poi l’approdo come dimostra il caso Terri Schiavo, di morire. Per molti la buona morte è una circostanza altrettanto misteriosa di una buona vita, e la sperano nella loro casa, tra fiori e amori, con l’abbaiare dei cani e chissà che altro. Andasse male male, sono disposti a tutto, quei molti con la testa sulle spalle, e chi deve decidere decida, forse loro forse altri, un parente, un medico pietoso, non lo sanno nemmeno loro. Ma non li si faccia titolari di un diritto e soggetti di un dovere, questi brandelli di umanità. In vita sì, possono anche starci, in morte no.




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