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Lo spericolato presidente della Commissione Mitrokhin, il caso Moro, Prodi, le sedute spiritiche, via Gradoli, gli altri “professori” e…
di Gualtiero Vecellio
Campagna elettorale, d’accordo. Sarà dura, senza esclusione di colpi, già lo si vede. Ma davvero tutto si può, decenza l’è morta? Ecco dunque, “bizzarrie” che solo in questo paese possono accadere. Un presidente del Consiglio che ha l’impudenza di sostenere che nel pacchetto di provvedimenti varati e diventati legge dello Stato non ce ne sono ad personam. Lo stesso giorno il ministro della Giustizia si accorge, ma solo dopo che la legge è stata approvata, che la ex Cirielli riempirà con migliaia di detenuti, in breve tempo, le nostre già collassate carceri. Lo negavano ieri, lo ammettono oggi. Il presidente della Camera si spoglia del suo ruolo istituzionale e ufficialmente diventa leader di partito, senza peraltro lasciare l’incarico di presidente. Il suo collega presidente del Senato questo problema non se lo è mai posto, e dunque fa quello che ha sempre fatto dal primo giorno…
Da stupirsi dunque che il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Mitrokhin (di cui piacerebbe un giorno o l’altro poter conoscere che cosa davvero ha saputo e potuto elaborare, a cosa insomma è servita e serve), viene utilizzata con la delicatezza del maglio, come strumento di polemica politica. Quello di presidente di commissione parlamentare dovrebbe essere un ruolo istituzionale, ma forse si sbaglia, forse siamo rimasti legati a una concezione romantica e superata. Così è con un certo sgomento che si assiste al furibondo attacco che il presidente della Commissione, il senatore forzista Paolo Guzzanti, ha mosso contro il leader dell’Unione Romano Prodi. Non perché Prodi non possa essere oggetto di polemiche, e figuriamoci se ci interessa difenderlo. E’ che si pensava che il Presidente di una Commissione dovesse coordinare i lavori della stessa, raccogliere documenti, testimonianze, cercare poi di ricavarne un succo politico e riversarlo in una relazione da depositare in Parlamento e offrire alla valutazione dei colleghi e della pubblica opinione.
Invece… Invece accade che il senatore Guzzanti, senza troppi “se” e senza troppi “ma” abbia accusato Prodi di essere a conoscenza della “prigione” dove i brigatisti rossi tennero sequestrato Aldo Moro prima di ucciderlo; e di aver taciuto. Il senatore Guzzanti a quasi trent’anni da quei fatti, da una clamorosa notizia; ma prima di dire di cosa si tratta, lo stile della polemica, che ha il suo valore e dice assai più di quanto probabilmente si intendeva dire e rivelare.
Dice il presidente Guzzanti: “Abbiamo trovato di verità pazzesche, sul caso Moro. Moro fu catturato con una vera e propria operazione di commando. Era presente anche un tiratore scelto straniero che non fu mai preso e del quale non si è mai parlato”.
Non è del tutto vero. Della presenza, a via Fani il giorno del rapimento Moro, di agenti stranieri – tedeschi si ipotizzò, perché la “geometrica potenza” di quell’azione a molti risultava incompatibile con lo “spirito” italiano. Ad ogni modo, per quanto se ne sia parlato e scritto, nessuno ha mai potuto dare informazioni che fossero qualcosa in più del “forse”, “si dice”, “può essere”. Ma non si può escludere che sia la volta buona, e dunque non resta che attendere con fiducia che Guzzanti dica e faccia conoscere le “verità pazzesche”.
“Moro”, sostiene il presidente Guzzanti, “è stato tenuto poi tenuto nascosto in un luogo, peraltro noto a Prodi. Quando l’ho interrogato in Commissione ha farfugliato sputacchiando. Ma poiché nessuno crede agli spiriti, alle sedute spiritiche o ai piattini che girano, sta di fatto che il professor Prodi sapeva che Moro era prigioniero a via Gradoli…”.
Alt, fermi tutti. Qui c’è la rivelazione. Moro detenuto a via Gradoli? Perbacco, finora si sapeva che fosse tenuto sequestrato a via Montalcini, c’era chi aveva ipotizzato un altro luogo di detenzione, dalle parti del ghetto ebraico; un paio d’anni fa Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, in un loro libro (“Il misterioso intermediario”, Einaudi) ipotizzarono un luogo vicino a via Castani, e in questa vicenda chiamarono in ballo Igor Markevitch, il Maestro di origine russa che ha diretto le maggiori orchestre del mondo. Tutti sapevano che a via Gradoli a Roma c’era un covo delle brigate Rosse, dove, tra gli altri, viveva il capo e cervello dell’operazione, Mario Moretti, covo che poi fu scoperto grazie a una provvidenziale (e quasi certamente voluta) perdita d’acqua. Nessuno però sapeva che Moro fu tenuto nascosto nell’appartamento di via Gradoli. Sarà una di quelle “verità pazzesche”, come le ha definite il presidente Guzzanti.
La vicenda degli “spiriti”, del piattino e della seduta spiritica però indubbiamente è una pagina che attende d’essere chiarita, e carsicamente salta fuori, preferibilmente quando c’è odor di elezioni. Allora: siamo in pieno rapimento Moro, governo e apparati dello Stato non sanno cosa fare per salvare il presidente della DC, così, sostenuti fattivamente dal PCI, per non sbagliare, scelgono di non fare nulla. Per essere ancora più sicuri impediscono a chiunque altro di fare qualcosa, radicali e socialisti hanno modo di constatare che il “partito della fermezza” era piuttosto il partito dell’immobilismo.
Quella domenica uggiosa, in un casolare sull’Appennino emiliano, a Zappolino, un gruppo di amici un po’ annoiato dopo la copiosa libagione, cerca il modo di passare il tempo. Immaginiamo la scena: ci sono le mogli, i ragazzini che giocano e fanno rumore. Ecco l’idea. Tressette? Banale. Poker? Il gioco d’azzardo non è nelle corde. Allora? Allora si fa una seduta spiritica. Che bella idea. Qualcuno mette un piattino di caffé al centro di un grande fogli, ai cui bordi vengono scritte le lettere dell’alfabeto. Lo spirito viene evocato, e gli si fanno domande. Qui le versioni divergono. Uno dei presenti, il professor Alberto Clò, ascoltato dalla Commissione parlamentare stragi, presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino, parla di “piattino” che si muove. Un altro dei partecipanti, il professor Gobbo, racconta di un posacenere “che gira toccando delle parole disegnate sopra un pezzo di carta”. Fatto è che viene fuori il nome: Gradoli. A questa seduta spiritica hanno assistito anche Prodi e la di lui consorte, signora Flavia. “Un gioco”, cercarono di minimizzare, all’epoca, i partecipanti.
Un gioco, certo, preso però molto seriamente. Ne parlano con un criminologo, che ne riferisce all’allora questore di Bologna. Prodi poi ne riferisce al capo della segreteria dell’allora segretario della DC Benigno Zaccagnini, e successivamente a Beniamino Andreatta. Quando giocano, certe persone, lo fanno sapere a tutti. Pensate: ne informarono anche l’addetto alla segreteria del ministro dell’Interno, che era Francesco Cossiga.
Leonardo Sciascia, che fu commissario radicale alla commissione d’inchiesta sulla vicenda Moro, e ci ha regalato il bellissimo e ancora attuale “Affaire Moro” e una lucidissima relazione di minoranza, che ha il pregio di contenere “semplici” verità (e per questa semplicità queste sì, pazzesche), aveva compreso subito come stavano le cose: la spiegazione più ragionevole, disse, è che sia stato utilizzato quel fantasioso espediente per inviare un messaggio alle forze dell’ordine senza essere costretti a rivelare la fonte, probabilmente un qualche militante dell’Autonomia bolognese, magari parente di qualcuno di quei professori. Qualcosa del genere poi – molto poi – venne anche fatto intendere da Giulio Andreotti e Giovanni Galloni. Ma chi sia quella possibile fonte non si sa, viene ancora oggi “coperta”, tutelata. E ci sarà una ragione.
Come sono andate le cose, lo si sa. Invece di andare a via Gradoli a Roma, con grande spiegamento di forze si andò nel viterbese, per “occupare” il paesino di Gradoli. Non si trovò naturalmente nulla. Alla signora Moro che suggeriva di verificare se c’era una via Gradoli si rispose che non c’era, e invece c’era. La signora Moro chiese di verificare in uno stradario, le si rispose che avevano controllato, e non c’era, ma bastava sfogliare lo stradario, dove naturalmente la via era indicata.
Ma torniamo alla seduta spiritica. Quella domenica con Prodi, Clò, Gobbo e famiglie, ce n’era anche un altro, il professor Mario Baldassarri, attualmente vice-ministro nel governo in carica, quota Alleanza Nazionale. C’era anche lui a Zapponino. E cosa dice Baldassarri? Sostiene che la seduta spiritica ebbe luogo. Tutto si sarebbe verificato in un clima estremamente irritale; e in quel contesto, “molto poco spiritico”, un bicchierino si sarebbe mosso.
Si muovevano tutti, quella domenica, nel casolare di Zappolino: piattino (Clò); portacenere (Gobbo); bicchierino (Baldassarri). Ad ogni modo, il professor Baldassarri di questa seduta con bicchierino mobile ha parlato in una godibilissima intervista a tutto campo rilasciata a Giancarlo Perna, e pubblicata su “Il Giornale” (27 settembre 2004). Il presidente della Commissione Mitrokhin Guzzanti, che del “Giornale” è vice-direttore ed editorialista, avrà facilmente modo di verificarlo. E, nel caso, interrogare (se già non lo è stato, non si esclude una nostra distrazione) anche il professor Baldassarri: che certamente, senza farfugliare e sputacchiare, spiegherà come stanno le cose e come sono andate. Chissà che non venga fuori qualche altra “verità pazzesca”.
Come sono andate davvero le cose? Se la seduta spiritica è stata un artificio, chi si è voluto coprire? E perché? Dopo quasi trent’anni forse si avrebbe il diritto di saperlo. Prodi ha annunciato azioni giudiziarie nei confronti del presidente della Commissione Mitrokhin Guzzanti per quello che ha detto, per come lo ha detto. Potrebbe essere la volta buona per fare un po’ di chiarezza.




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O piuttosto Prodi ricevette una soffiata, che non volle rivelare per timore di subire un attentato da parte delle BR? Perché non si può superare tutto secondo la logica del fabbricante di balle.
