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Discussione: Donne

  1. #1
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    Predefinito Donne

    Né clericali né moralisti

    Chi ci legge da anni ha incontrato con un certo anticipo in queste colonne le questioni eterne di cui oggi, nell’attualità del tempo che si muove si perde e si annuncia, tutti discutono con passione: il problema della verità di ragione e del relativismo, le avventure del diritto naturale, la bioetica e tutte le faccende che riguardano il nascere (clonazione, aborto, fecondazione artificiale) e il vivere (matrimonio, famiglia, sessualità) e il morire (eutanasia), l’identità occidentale con le sue radici giudaiche e cristiane e la sfida islamista, la differenza in Europa e in America tra laicità e ideologia laicista, tra secolarismo e ideologia secolarista, e molto altro ancora di quanto dilaga finalmente, felicemente, confusamente nei discorsi pubblici e privati.
    Un certo numero di sciocchi definisce tutto questo cultura teocon oppure clericalismo oppure moralismo.
    Qualche mascalzone ha anche osato affibbiarci xenofobia o misoginia o razzismo, ma con i mascalzoni non si parla.
    Lo sciocco, che invece costringe a rare precisazioni perché è più diffuso e pericoloso del mascalzone, vede il dito e non la luna, si sa; e lo sciocco italiano adotta sempre la più facile classificazione micro-politica, fatta sempre a misura delle sue micro-ansie, delle sue micro-ambizioni.
    Non siamo clericali perché non premiamo i prelati né cerchiamo premi da loro.
    Non siamo una vetrina per passerelle vaticane. Il nostro è un giornale che cerca di definire razionalmente i fatti in un tempo in cui la ragione flette sotto il peso del pensiero negativo e delle più evanescenti interpretazioni, e se trova la ragione tra i preti e nel popolo cattolico, se ne rallegra e va avanti nella discussione, e se non la trova tra i guru del neosecolarismo, tra gli automatismi ideologici e le intolleranze alla realtà del popolo laicista, se ne dispiace e va avanti nella ricerca e nella discussione. Non siamo nemmeno moralisti. Non coltiviamo l’idolatria dei valori, che è un pallido sostitutivo sia della fede privata, sia della confessione pubblica della fede, sia di un’idea della vita e della politica priva di fede nel trascendente ma non di realismo intellettuale.
    Abbiamo difeso la parola “peccato” dall’aggressione ignorante dei parlamentari europei, e la parola “matrimonio” dalla falce dei canonisti zapateriani in ginocchio di fronte ai loro stessi idoli; ma non perché prescriviamo come si debba vivere, piuttosto perché vogliamo discutere della buona vita, e senza imposizioni, né di stato né di fede né di cultura né di incultura.
    Sappiamo che l’ironia è l’arma più forte, a patto che nasconda qualcosa di buono e di bello, magari di allegro.

    “E poi noi ci muoviamo continuamente tra due preti, ci destreggiamo tra due bande di preti; i preti laici e i preti ecclesiastici; i preti laici che negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno del temporale, quello che sta dentro il temporale; e i preti ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dell’eterno, quello che sta dentro l’eterno” (Charles Péguy, “Véronique”).

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito il dottor Mengele, I presume

    Giorni fa abbiamo pubblicato un lungo testo del professor Maurizio Mori, associato di Bioetica all’Università di Torino.
    Chi lo abbia letto con attenzione si sarà detto: il dottor Mengele, I presume. Oppure avrà pensato all’eugentica liberale del secolo scorso, quella che ha celebrato il suo potere in America e in Scandinavia.
    Oppure alla Corea del Sud e ai suoi laboratori, dove per uno che si dimette e si pente dopo aver detto “bugie sulla clonazione”, molti altri lavorano a pieno ritmo su quella bugia.
    Il professor Mori potrebbe non sapere di che cosa parla, nel senso che si può essere ferrati nella disciplina “bioetica” e non avere familiarità con i fondamenti di alcuna etica.
    Tra l’essere informati e il conoscere c’è una certa, sensibile differenza. Sarebbe un caso complicato, da risolvere nel dibattito pubblico accademico (e si troverà pure qualche studente capace di sollevare interrogativi seri nel corso di una lezione di bioetica, si spera) oppure con tecniche di aggiornamento del corpo docente: un corso integrativo di filosofia per il cattedratico bioetico, su base volontaria e facoltativa naturalmente, non una rieducazione maoista.
    Oppure il professor Mori sa di che cosa parla, e allora è culturalmente l’avversario da sconfiggere, fatta salva la sua libertà di insegnamento.
    Un negazionista, una specie di David Irving che vorremmo vedere ignorato e intellettualmente marginalizzato, ma non in ceppi, naturalmente.
    Diceva il professor Mori, nel testo pubblicato dal Foglio, che “la bioetica è la definizione di una nuova tavola dei valori adeguata alle nuove condizioni storiche createsi con la rivoluzione biomedica degli ultimi cinquant’anni”.
    Per lui “la bioetica è la riflessione richiesta per determinare i nuovi valori e le nuove norme che devono rimpiazzare quelle della morale tramandata dalla tradizione millenaria”.
    Il professore riconosce “norme e valori generali che sono definitivi entro una data epoca storica” e specifica: “Oggi questo valore generale definitivo è il conseguimento di un adeguato livello di qualità della vita o di autorealizzazione dei soggetti coinvolti: i vari divieti specifici sono ‘relativi’ rispetto a questo grande valore”.
    Non è molto diverso dal “diritto di morire” di Umberto Veronesi, ma se possibile è ancora più chiaro.
    Mori in sostanza dice: io non sono relativista, io riformulo i dieci comandamenti alla luce degli ultimi trent’anni di ricerca biomedica (la scoperta del Dna, la capacità di fabbricare la vita), trasvaluto tutti i valori sulla scia di un mio Nietzsche portatile, mi libero e vi libero da una tradizione millenaria obsoleta, e fisso l’ultimo valore, il valore definitivo nell’orizzonte della storia: la qualità della vita, l’autorealizzazzione dell’umano.
    Facile osservare:
    a) che valori definitivi “nell’orizzonte della storia” non sono valori definitivi (Aristotele, principio di non contraddizione) a meno che la storia non sia terminata nell’apocalissi biomedica, una sorta di nuova Rivelazione;
    b) che la vecchia tavola dei valori fu stabilita da un profeta e poi sviluppata da un inviato di Dio, egli stesso Dio e logos o ragione fattasi carne, secondo quella tradizione millenaria di cui gli studenti del professor Mori vengono sbarazzati con qualche frettolosità, e dunque il titolo accademico del professore deve cambiare: sempre prof., ma come profeta, oppure il Cristo, come messia consacrato all’annuncio;
    c) sostituire l’escatologia giudaica o cristiana, e alcuni millenni di pensiero religioso e filosofico, con la qualità della vita o l’autorealizzazione può essere un modo per spiegarsi un miliardo di aborti in vent’anni o una sciocchezza psicologica narcisistica, un umanesimo da talk show.
    Che c’entra con questo una laica e libera Università?
    Perché devo imparare tutte queste cazzate?

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Ieri Michele Serra su Repubblica ha scritto che, invece di perdere tempo con gli embrioni congelati, dovremmo difendere le donne dalla “patologia del maschio ripugnante e impunito”, come quel bruto che ha molestato e poi sgozzato la ragazza di Biella dopo una persecuzione durata dieci anni.
    Serra è sempre molto utile per capire l’ideologia corrente, di cui è sapido e intelligente e manierista portavoce.
    Le donne, che anche secondo noi embrionisti devono essere protette da ogni brutalità, aiutate a scegliere di non farsi-farci-fargli del male con un aborto in un mondo in cui siano libere di abortire non clandestinamente, e promosse senza sussiego o paternalismo nella vita civile e politica, sono diventate da tempo per i moralisti di sinistra una cosa diversa da quel che sono, persone, soggetti umani diversi per genere dai maschi: sono diventate la Donna, cioè un simbolo politico e culturale.
    La Donna è diventata il testimonial privilegiato dell’omologazione ideologica neosecolarista.
    Il rispetto per loro (che sono una pluralità, un insieme di soggettività) diventa la prosternazione di fronte a un Idolo (unico, disumanizzato), cioè una cosa falsissima, di un moralismo decrepito.
    Sono il solito sostituto dell’Operaio, del Proletario, del Domani che canta. Idolo tra gli idoli, come il Medico che ti dice come devi vivere e come devi morire, come lo Scienziato che ti illustra la via la verità e la vita attraverso i suoi esperimenti, la Donna è oggi usata dagli ideologi in modo secondo noi insolente per la sua identità, e anche per la sua differenza.
    Se avete bisogno di predicare la vostra idea salutista, di respingere la tentazione diabolica della religione, di coltivare il potere culturale di legittimazione di quel che è buono e giusto e bello nel nuovo che avanza, di accanirvi dopo la sconfitta sull’embrione congelato e un poco protetto (magari è una donna, una embriona), fatelo, di grazia: ma non usate la Donna, ché anche quella è una “patologia del maschio ripugnante e impunito”.

    Ferrara su il Foglio del 26 novembre

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Cose turche

    Una famiglia di Lecce, con una figlia talassemica, è ricorsa alla selezione genetica per far nascere un fratellino dal cui cordone ombelicale si potranno trarre cellule staminali adatte alla cura della sorellina.
    Il passaggio critico consiste nel fatto che gli ovuli inseminati in vitro della madre vengono sviluppati fino allo stato embrionale, e poi tra gli embrioni si sceglie quello che ha le caratteristiche adatte per farlo nascere, mentre gli altri vegono scartati.
    L’atto della selezione genetica in Italia è precluso dalle legge per la fecondazione medicalmente assistita, e per questo il biologo Francesco Fiorentino l’ha eseguita al Memorial Hospital di Istanbul.
    La catena di montaggio, con tanto di eliminazione delle “scorie” indesiderate, in cui pure è presente un progetto di vita umana, viene descritta come un’operazione di routine, puramente tecnica e priva di controindicazioni morali. Il successo di operazioni di questo genere (il biologo ha annunciato che ne sono in corso altre sei) viene anzi considerato un’indiretta critica alla proibizione inserita nella legislazione italiana confermata dal referendum.
    Quel che più impressiona è l’assoluta tranquillità con cui si parla di selezione genetica, cioè in pratica della decisione su chi debba vivere e chi no, come se si trattasse della scelta tra sementi più adatte alla coltivazione.
    Anzi, la manipolazione genetica delle sementi viene considerata da alcuni ecologisti come moralmente inaccettabile, mentre quella degli embrioni umani sarebbe una conquista scientifica e civile.
    La tragedia di genitori di una bambina destinata ad affrontare una vita segnata dalla sofferenza di una terribile malattia che richiede terapie invasive merita tutta la comprensione e la pietà umana.
    Resta tuttavia in piedi la terribile domanda: è lecito precludere delle vite umane per evitare le sofferenze di altre?
    Per molti il fatto che la tecnica lo consenta equivale al fatto che si possa fare.
    E’ una risposta che delega all’evoluzione tecnologica la decisione sulla vita e sulla morte, che rinuncia a esercitare il controllo della ragione e della sensibilità umana sulle nuove potenze che la scienza ci mette a disposizione.
    Se la scienza non ha limiti, l’uomo non ha limiti, e chi sostiene che se si perde il senso del limite si perde anche quello della responsabilità e della dignità della persona viene considerato un oscurantista.
    Credono a una libertà che si separa dalla vita, e quindi dall’uomo.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Bioetica e relativismo: ecco cosa....

    ....avrebbe detto Aristotele

    La discussione del relativismo di Maurizio Mori è interessante perché mette in luce un modo di ragionare caratteristico del revival del pensiero scettico nei tempi nostri.
    Tenteremo di decostruirne i principali passaggi.
    Dice Mori che asserire che il relativismo non riconosce nulla come definitivo è una critica evanescente perché “una cosa è relativa rispetto a un’altra che relativa non è, che è stabile e definitiva (o considerata tale o assunta come tale). La nozione di ‘assolutamente relativo’ è autocontraddittoria come quella di ‘quadrato rotondo’”.
    Questo modo di porre la questione è caratteristico di un modo di pensare a tal punto influenzato da una visione scientista (quasi fisico-matematica) che il relativismo viene pensato come una questione di relatività di sistemi di riferimento spaziali. Per cui viene da dire che – se ne renda conto oppure no – Mori è un galileiano ortodosso, nel senso che pensa che tra tutti i sistemi di riferimento ne esista uno privilegiato (stabile, definitivo, nel suo linguaggio), le cosiddette “stelle fisse”.
    Ma a una visione della relatività che ammetta l’esistenza di un sistema privilegiato di riferimento soggiace in realtà una visione assoluta dello spazio e del tempo, come era per l’appunto quella di Galileo e di Newton. Dunque Mori non sarebbe per niente un relativista, al contrario. Sembra anzi uno di quegli accaniti critici di Einstein, che difendevano fino allo spasimo la nozione di spazio e tempo assoluti e l’idea dell’esistenza di riferimenti privilegiati nello spazio. Perciò, quando Mori dice che la nozione di “assolutamente relativo” è autocontraddittoria come quella di “quadrato rotondo” dice una cosa che non sta né in cielo né in terra. Nella fisica-matematica – che ispira così visibilmente il suo ragionamento – la relatività assoluta può benissimo pensarsi, senza correre il rischio di parlare di quadrati rotondi.
    Poniamoci ora due domande.
    Perché Mori ricorre a queste analogie “fisicaliste”, che peraltro non gli servono a niente? Perché si impegna in questo triplo salto mortale concettuale che finisce in una caduta, perché alla fin fine, per non essere tacciato di assolutismo, Mori attribuisce al suo riferimento stabile e definitivo la proprietà molto peculiare di essere variabile e con ciò ne distrugge il carattere stabile e definitivo?
    Alla prima domanda la risposta è che Mori ha dimenticato completamente cosa sia il relativismo filosofico e lo confonde con il problema dei moti relativi e dell’esistenza o meno di un riferimento assoluto. Insomma, ragiona da scientista in campo filosofico.
    Abbiamo visto come ciò non lo aiuti per niente. Ma serve a confondere la relatività fisica con il relativismo filosofico (ed etico), a far dimenticare che quest’ultimo è altra cosa dall’idea del “riferimento”: implica l’inesistenza di qualsiasi verità oggettiva e che ogni forma di conoscenza è irrimediabilmente determinata dal soggetto.
    Tuttavia, siccome Mori, nonostante le nebbie epistemologiche in cui si è avvolto, si rende in qualche modo conto che il relativismo implica il soggettivismo assoluto, e siccome non vuole essere tacciato di quest’ultimo –una brutta colpa per chi vuol dare un’aura di scientificità alle proprie deduzioni – tira fuori questa storia del riferimento stabile e definitivo che però non sarebbe assolutamente stabile, ma variabilmente stabile o provvisoriamente definitivo… il triplo salto mortale con relativa caduta perché l’idea di definitività provvisoria o stabilità variabile, questa sì, è roba da cerchio quadrato…
    Il modo con cui Mori cerca di attribuire una forma di oggettività e di definitività al provvisorio è una trovata poco originale: il relativismo assoluto sarebbe l’opinione dell’io chiuso in uno stato di incomunicabilità assoluta, mentre qui si parla delle concezioni di formazioni o istituzioni sociali che, in quanto espressione di intersoggettività, sarebbero fonte di oggettività. Ma l’alternativa tra il relativismo assoluto dell’io solipsistico e quello di un gruppo – come definito, come delimitato, ed entro quali confini spaziotemporali? E’ un mistero – è del tutto fallace e, se di relativismo si tratta, l’unico coerente è soltanto il primo.
    La questione è stata chiarita in modo esemplare da Aristotele nella sua confutazione del relativismo.
    Osserva Aristotele che “… essi, osservando che tutta quanta la natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cambia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cambiamento.
    Da questa considerazione germogliò l’opinione che, tra quelle da noi esaminate è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraclito, opinione che è stata sostenuta da quel Cratilo, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta!”.
    Mori, temendo che lo si prenda per un estremista alla Cratilo, si limita a sostenere il punto di vista più moderato, ovvero che non si può entrare nel fiume più di una volta. Resta il fatto che tutti i relativisti, a qualsiasi categoria appartengano, sono indotti a sollevare difficoltà fondamentali “domandandosi, ad esempio, quale persona possa giudicare sulla buona salute di un uomo e, in generale, chi possa dare un corretto giudizio su ciascuna cosa”.
    “Ma – prosegue Aristotele – porre questioni di tal genere equivale a chiedersi se in questo istante noi stiamo dormendo o siamo desti, e le aporie siffatte hanno tutte quante il medesimo punto di partenza, giacché quelli che le pongono ritengono che si possa dare una spiegazione razionale di tutte le cose. Essi, infatti, vanno alla ricerca di un principio e intendono conseguirlo mediante la dimostrazione, ma poi con il loro comportamento fanno chiaramente vedere che essi non posseggono alcuna convinzione. Ma, come noi dicevamo, il loro caso è appunto il seguente: essi cercano una spiegazione razionale di ciò che non può averla, giacché il principio di una dimostrazione non va soggetto esso stesso a dimostrazione. Quelli che sono in buona fede possono essere facilmente convinti di ciò, ma quelli che mirano soltanto a farsi valere nella discussione, vanno alla ricerca dell’impossibile, giacché essi si arrogano il diritto di fare asserzioni tra loro contrarie, cominciando col fare realmente asserzioni che sono tra loro contrarie”.
    E’ questa esattamente la situazione in cui ci troviamo. Quando si inizia a porre il problema del relativismo in termini di movimenti relativi – come nel caso del fiume di Eraclito o delle frecce di Zenone – e si comincia a discettare di sistemi di riferimento, fermi ma non proprio fermi, provvisoriamente stabili e aleatoriamente definitivi, siamo al ritorno dello scetticismo e delle domande senza risposta: in questo momento mi muovo o sto fermo, sto dormendo o son desto?
    E – perché no? – sono relativista o antirelativista?
    A questo punto bisognerebbe parlare del tema principale, ovvero della bioetica.
    Ma che dire su basi simili?

    Giorgio Israel su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    Roma. E’ la più dura bordata alla leggenda diffusa da vecchi e nuovi piazzisti della pillola abortiva Ru486, secondo i quali essa sarebbe il sistema meno invasivo e più sicuro (più dell’aspirazione col metodo Karman, per intendersi) per la salute delle donne che interrompono la gravidanza.
    Ad attaccare in modo circostanziato quella versione dei fatti è l’editoriale dell’ultimo numero del New England Journal of Medicine. Per chi non la conoscesse, si tratta della rivista che occupa il vertice assoluto per esperienza (è stata fondata nel 1781 dalla Massachusetts Medical Society) e per prestigio tra i periodici medici internazionali. Il NEJM, che ha cadenza settimanale, è soprattutto molto attento ai problemi di politica sanitaria. E’ il professor Michael Greene (professore di ostetricia, ginecologia e medicina riproduttiva alla Harvard Medical School di Boston e firma importante della rivista), a mettere in fila i fatti concreti che, con buona pace dei piazzisti di cui sopra, rovesciano totalmente il giudizio di maggiore sicurezza della Ru486.
    L’articolo di Greene prende le mosse dai recenti allarmi della Food and Drug statunitense, costretta a modificare per due volte in otto mesi i foglietti illustrativi della pillola abortiva, dopo che quattro ragazze che l’avevano usata sono morte in California in meno di due anni, tutte per il rarissimo shock tossico da Clostridium Sordellii (un’altra ragazza, canadese, era morta nello stesso modo nel 2001). Si trattava, scrive Greene, di “donne giovani e in buona salute”, e questo rende ancora più inspiegabili le circostanze delle loro morti. Che erano state semplicemente precedute da forti crampi addominali, del tutto prevedibili nell’aborto con la Ru486, e senza che nemmeno una linea di febbre segnalasse lo shock settico in atto.
    Ma la parte forse più importante del ragionamento del dottor Greene è quella che, con tutto il peso della testata su cui appare, afferma che le percentuali di mortalità legate all’aborto chimico con Ru486 sono dieci volte più alte di quelle connesse all’aborto effettuato con aspirazione o raschiamento. Tutte le statistiche che fino a oggi equiparavano le percentuali di mortalità, scrive Greene, in realtà mettevano a confronto cose inconfrontabili.
    L’aborto chirurgico si effettua (parliamo dell’America) fino alla ventunesima settimana di gestazione e oltre. L’aborto chimico, invece, è per definizione efficace solo entro l’ottava settimana di gestazione. Ma allora, scrive il New England Journal of Medicine, per avere termini comparabili riguardo i rischi dei due metodi dobbiamo confrontare le morti che intervengono entro le prime otto settimane. E’ così facendo che il maggior rischio a carico della Ru486 appare evidente.
    Scrive Greene: “Il tasso globale di mortalità da aborto negli Stati Uniti è all’incirca di un caso ogni centomila. Questo tasso globale in realta ‘mescola’ tutte le procedure usate negli Stati Uniti a tutte le età gestazionali (le fasi della gravidanza, ndr)”, mentre, scorporandole, “il tasso di mortalità aumenta esponenzialmente da 0,1 casi su centomila entro le otto settimane di gestazione a 8,9 su centomila a ventuno o più settimane di gestazione”.
    Il mifepristone (nome scientifico della Ru486) è approvato per l’interruzione di gravidanze arrivate a circa sette settimane. Allora, spiega Greene, è chiaro che “la comparazione appropriata è con il rischio di 0,1 casi su centomila aborti chirurgici eseguiti entro le prime otto settimane”. Ed emerge così quel rischio dieci volte superiore che smentisce tutti coloro che fanno della Ru486 una inopinata bandiera di attenzione per la salute della donna.
    Le conclusioni del New England Journal of Medicine sono preoccupate. Secondo Greene “le pazienti dovrebbero essere informate del rischio prima di acconsentire alla procedura e dovrebbero vigilare sui sintomi dopo” mentre chi “la somministra deve essere avvertito della potenziale complicazione e non deve sentirsi rassicurato per l’assenza di febbre”. Per quanto riguarda il legislatore, che pure “deve tener conto di queste rare complicazioni in prospettiva”, la rivista invita a “non reagire esageratamente precludendo prematuramente l’unica opzione medica (non chirurgica, ndr) approvata per interrompere la gravidanza”.
    Il dottor Greene, insomma, non è nemmeno contrario alla Ru486, ma ne indica onestamente e chiaramente i rischi, rari ma terribili.
    Non altrettanto si può dire dei medici alla Silvio Viale, troppo impegnati a promuovere la Ru486 per dar credito agli allarmi della Fda, e che, siamo sicuri, riuscirà ad accusare anche il NEJM di intesa col nemico.
    Le raccomandazioni della Fda, pur riportate con gran risalto dal liberal New York Times, non hanno del resto trovato alcuno spazio sui giornali italiani, a parte pochissime eccezioni.
    Buffa contraddizione, per tutte le illuministiche testate che si richiamano a ogni pié sospinto all’autorevolezza della scienza.
    Chissà come la metteranno con il dottor Greene.

    (nic.til.) su il Foglio

    saluti

  7. #7
    in silenzio
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    Exclamation donne ?

    Sono perplessa.

    Cosa c'entrano i post di questo thread, con il titolo?

    Non volevate scrivere di donne?


    di necessità virtù

  8. #8
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    Predefinito

    [QUOTE=MariaVittoria C]Sono perplessa.

    Cosa c'entrano i post di questo thread, con il titolo?

    Non volevate scrivere di donne?

    -------------------
    Attenta! Ancora pochi anni e questi "cervelloni" aiutati da bisturi robot risolveranno tutti i vostri - e i nostri - problemi.
    Dalla provetta schizzerà fuori il il nuovo padrone del mondo, bello e forte e completamente autonomo e finalmente libero.
    Completo di pisellina e pisellino.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Il tic antinatalista

    In un’Italia afflitta dal più basso tasso di natalità del mondo, nel paese dove chi ragiona su come combattere l’aborto (non la 194) si sente rispondere ogni due per tre che prima di tutto vanno rimosse le cause sociali ed economiche che lo influenzano, in questa Italia in cui si straparla di declino e non si affronta in nessun modo il declino più grave e senza ritorno, ovvero quello demografico, capita che una (magari modesta e parzialissima, comunque decente) proposta di aiuto in gravidanza per le donne più svantaggiate finisca per essere attaccata furiosamente da sinistra e un po’ anche da destra.
    Buffo l’attacco da sinistra, perché a proporla sono stati tre importanti esponenti dell’Ulivo, e cioè Giuseppe Fioroni e Rosy Bindi, della Margherita, e la diessina ed ex ministro del Welfare Livia Turco.
    Si sta parlando, come è noto, di trecentocinquanta euro al mese, a partire dal terzo mese e fino al termine della gravidanza, per le ragazze madri con un reddito non superiore ai venticinquemila euro, e di duecentocinquanta euro, dal sesto mese fino alla fine della gravidanza, per le disoccupate, le casalinghe e le lavoratrici con contratti previsti dalla legge Biagi, il cui reddito familiare annuo non superi i quarantamila euro. Il provvedimento interessa italiane e straniere.
    Nulla di risolutivo, certo, ma pur sempre un segnale di attenzione e di consapevolezza della necessità di investire sulla maternità.
    Tutto bene? Macché. Solo il sospetto che quella proposta celi un cedimento “antiabortista” o nasconda una sponda subdola alle istanze pro-life (e stiamo ancora aspettando qualcuno che ci spieghi sul serio che male ci sarebbe), è capace di scatenare una delle più corali dimostrazioni del fatto che, come sempre, il meglio è il peggior nemico del bene, e che i problemi, naturalmente, sono “ben altri”.
    C’è Boselli che storce il naso e chiede piuttosto “più servizi”, c’è la responsabile diritti del Pdci Katia Bellillo, che definisce “miope e avvilente” la politica dei sussidi, mentre la radicale Emma Bonino attacca la proposta Fioroni-Turco-Bindi come “diversivo per rispondere alla questione clericale”.
    Enrico Boselli che dà lezioni a Livia Turco sull’importanza degli asili nido e dei refettori scolastici ci fa un po’ sorridere.
    Resta la sensazione che l’alzata di scudi a sinistra contro gli assegni di sostegno alla gravidanza sia, in fondo, il solito tic antinatalista anni Settanta.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  10. #10
    in silenzio
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    non sono materialista.

    [QUOTE=mustang]
    Citazione Originariamente Scritto da MariaVittoria C
    Sono perplessa.

    Cosa c'entrano i post di questo thread, con il titolo?

    Non volevate scrivere di donne?

    -------------------
    Attenta! Ancora pochi anni e questi "cervelloni" aiutati da bisturi robot risolveranno tutti i vostri - e i nostri - problemi.
    Dalla provetta schizzerà fuori il il nuovo padrone del mondo, bello e forte e completamente autonomo e finalmente libero.
    Completo di pisellina e pisellino.
    saluti


    Non credo ci sia da stare attenta a questo: non sono materialista.

    Anche se le regole del gioco riproduttivo dovessero cambiare, potremo sempre chiederci come essere migliori, umanamente.

    E la mente di una donna sarà sempre complementare alla mente di un uomo.


    di necessità virtù

 

 
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