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Discussione: Proletariato e Nazione

  1. #21
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    Citazione Originariamente Scritto da guardia arrubia
    Lo sai cosa vuol dire sviluppo o progresso?
    Il tuo obiettivo è quello di ritornare a una società precapitalista?
    "Una società più è progredita più è anti-umana"? Questa poi...Lenin direbbe che il tuo è "romanticismo economico", vedi omonima opera in cui analizza l'errato punto di vista di chi, criticando il capitalismo, indica il male di questo nello sviluppo della macchina e delle forze produttive.

    Per me ciò che va distrutto non sono le forze produttive, il cui sviluppo è (senti senti) sempre positivo per il progresso dell'umanità, a cui non posso che auspicare, ma gli attuali rapporti di produzione capitalisti.

    "Parlare di progresso naturale e incontrovertibile, come se questa non fosse pura ideologia borghese"!? Questo è il fulcro del pensiero marxiano, altro che mio "comunismo volgare".
    Queste tue parole mi confermano nel mio giudizio ai tuoi confronti. Come tanti marxisti di vecchio stampo, hai conservato del marxismo i tratti più "modernisti", di quelli per esempio che andavano fieri del'industrializzazione dell'URSS, vedendo in questo un segno "incontrovertibile" della natura progressista del regime, e dunque un segno "incontrovertibile" della sua bontà.

    Questa lettura di Marx è stata egemonica in tutti i partiti comunisti del dopo-guerra, e questo non mi stupisce visto che è semplicistica al'estremo. In poche parole, sei contro i padroni e per i lavoratori, come dici sei per il cambiamento dei rapporti di produzione. Un punto e basta. Questo è il tuo comunismo, non c'è niente da aggiungere. Ma forse quel che tu non sai, è che il Marx non si interessava tanto del rapporto di produzione, che di quel che lo determina. E qui il discorso è altrimenti più complicato che il tuo, perché non si tratta infatti di dire "il cattivo padrone opprime il bravo lavoratore, e allora compagni mettiamo un membro del partito al posto del cattivo padrone!". Si tratta di capire che il Capitale non abbisogna di una forma singolare, storicamente data, per svolgere il processo di accumulazione. Che a fare da padrone sianno i borghesi o i compagni del partito, poco importa, il valore è sempre in movimento.

    Il valore, e non il padrone o il rapporto di produzione, è al tempo causa e effetto del processo storico che ha creato la categoria di "lavoro". Prima non esisteva una cosa chiamata "lavoro", c'era invece attività, nella quale l'aspetto produttivo non poteva prescindere da tante altre dimensioni sociali. Il tuo marxismo volgare passa completamente alla larga da questa critica, si riduce ad un materialismo volgare, ad un feticismo produttivista che funziona, nel'imaginario, come sostituto della parusia - ma qui, invece ad essere il figlio di Dio che molteplica le merci, sara il compagno di partito diventato padrone della fabrica.

    Proprio per colpa di comunisti come te, non si puo dare torto a chi, come gli ecoprofondi, i comunitaristi aperti su questioni non solo materialiste, anarchici radicali, non vogliono più sentire parlare di comunismo.
    Prova a leggere Lukacs, Debord, Socialisme ou Barbarie, Goldmann, invece che di ripetere i stupidi slogan del partito comunista, che di comunista non ha proprio niente.

    La distruzione del capitalismo portera di certo un mondo che somigliera di più a quello pre-capitalista che a quello di oggi. E una cosa ovvia, ma evidentemente un "Progressista Distributore Produttivista" prende paura, perché per lui il passato è il luogo del Male Assoluto, eh?

  2. #22
    Melkitzedeq
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    Qui si confonde progresso con tecnologia.
    Sono due cose diverse, non necessariamente legate, tornare ad un sistema di produzione pre-capitalista non significherebbe annullare le scoperte scientifiche e la tecnologia, perche' le scoperte scientifche si facevano anche nel 1600...

    Poi il mito dello sviluppo e' da abbandonare del tutto, sarebbe il mito secondo cui il PIL deve essere in costante crescita, e piu' cresce e meglio e', ma chi lo dice? I capitalisti... il PIL e tutti gli altri termini economicisti non significano niente.

  3. #23
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    Predefinito a proposito di lavoro...

    In fondo, (...) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare».

    Friedrich Nietzsche, "Aurora" 1881

    Manifesto contro il lavoro
    Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l'assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell'umanità.

    In un'epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro».

    In una società meccanicistica dove il lavoro forma la personalità stessa dell'individuo («gli occupati di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico»), dove non si è più in grado di immaginarsi una vita al di fuori della fatica lavorativa, può sembrare utopica la battaglia per la distruzione del feticcio lavoro.

    Eppure analizzando la storia dell'epoca della Rivoluzione francese (fervente assertrice del dovere al lavoro) fino ai giorni nostri, ci si accorge che «La sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell'energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell'idolo lavoro». (1)

    Infatti la maggior marte delle popolazioni tradizionali non si sono dedicate spontaneamente alla trasformazione dell'energia umana in denaro, ma perché i progenitori degli attuali amministratori del capitalismo finanziario li costrinsero con la forza, monetarizzando le tasse, a trasformarsi gradualmente nei loro sudditi, imprigionandoli(ci) per sempre nella logica del profitto.

    Da allora ogni popolazione ogni individuo viene maciullato negli ingranaggi di questa assurda logica mercantilistica, che non risparmia neanche gli esclusi, gli emarginati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Mai la società era stata, fino a questo punto, una società basata totalmente sul lavoro come in quest'epoca, ma per ironia della sorte, mai come oggi la società del lavoro è giunta così vicino alla sua fine, «come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell'umanità sprofondano nella miseria perché la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?»

    «Perfino nei centri capitalistici, al centro, della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, (...) Il capitalismo diventa l'affare globale di una minoranza. L'Idolo del lavoro in agonia è oramai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti» (2)

    Al di là del fatto che la società dei consumi stia letteralmente andando in pezzi, occorre qui e subito, accelerare il processo di decomposizione di una cultura, quella «lavorista», che ha ottenuto come unico risultato quello di farci precipitare nell'abisso di questa assurda logica giudaico-mercantilistica.

    A ben pensare, tutto inizia dal lavoro, in nome e nell'ottenimento del quale si finisce per prostituirsi al prezzo più basso, al miglior offerente, in una inarrestabile corsa al ribasso, tutto ciò è semplicemente agghiacciante. Inoltre le recenti agenzie interinali, le governative agevolazioni fiscali e le così dette «gabbie salariali» non fanno altro che abbassare ulteriormente il costo del lavoro gettando libre di carne fresca nella macchina tritatutto capitalistica.

    Il saggio del Gruppo Krisis in oggetto riporta la delirante osservazione fatta dalla Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia che scrive: «La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più diminuisce il loro costo, e quindi tanto meno guadagnano i prestatori di servizi»; gli autori specificano quindi a ragione che: «se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l'autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato». (3)

    Lavoro per lavoro è soltanto lavoro per accumulazione, che produce sì ricchezza sociale (e neanche per tutti), ma allo stesso tempo degrada il tradizionale concetto di «lavoro come opera» per ridurlo a all'attuale «lavoro come fatica».

    Come abbiamo potuto constatare finora, il lavoro penetra tanto nei muscoli quanto nel cervello e sterilizza ogni naturale pulsione di rivolta contro questo abominio. Cerchiamo ora, di analizzare un fatto che a molti potrebbe sembrare stupido, ma in realtà non lo è affatto, ossia l'inutilità del lavoro prestato. A ben pensarci, oggi non conta quello che si fa, o come si fa, l'importante è che si faccia qualcosa dal momento che il lavoro è un fine in sé, trasforma cioè il denaro grazie al denaro stesso.

    Nella produzione di una mercé, quale che essa sia, quest'ultima vale soltanto perché è essa stessa, portatore di lavoro passato, cioè di lavoro morto. Il lavoro morto, qui inteso come capitale, rappresenta l'unico scopo dell'attuale sistema di produzione. «Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce - o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L'homo faber, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere». (4)

    Pensiamo ora, per un attimo, all'incidenza che il lavoro ha sulle nostre vite. «Possiamo affermare, (...) che il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio» con queste parole Bob Black nel suo "L'abolizione del lavoro", dava inizio ad un calcolo, se pur carente in difetto, sull'incidenza mortale che il lavoro provoca all'umanità. Credete che stiamo scherzando? Sentite qua: «Direttamente o indirettamente, il lavoro uccide la maggior parte delle persone che legge queste righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in questo paese [gli USA] dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti ammontano a 20-25 milioni ogni anno. (...) Su 100.000 lavoratori che contraggono la silicosi, 4.000 muoiono ogni anno. (...) Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni di persone, ciò che d'altra parte, è il significato proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano di lavoro all'età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i lavoro-dipendenti. Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accadere mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d'auto stava svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure venero travolte da qualcuno impegnate in esse». (5)

    Sommate i danni indotti da esso (inquinamento industriale, alcolismo e droghe indotto dal lavoro, depressione ecc..) et voilà, si giunge alla naturale equazione che il lavoro istituzionalizza l'omicidio come modo di vita. Provate a calcolare ora, quanto prezioso tempo di vita (oltre alla vita stessa) il lavoro vi ruba ogni giorno, provate per un attimo a pensare quanto sarebbe bello riscoprire il valore della lentezza, reimpostare le lancette della gabbia temporale, e già... distruggendo il lavoro si renderebbe inutile anche il tempo, così affannosamente rincorso ogni giorno per... niente! Immaginate per un attimo «quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche!».

    Quasi tutti i mali della nostra società, traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Ma allora, Vi starete chiedendo cosa diamine dovremmo fare?

    Dovremmo andare a svaligiare banche per sopravvivere?

    No, semplicemente perché, come ci ammonisce a giusta ragione l'anarchico insurrezionalista Alfredo M. Bonanno, anche la rapina potrebbe pericolosamente degenerare in un lavoro, tale e quale agli altri. «Andare a prendere i soldi dove si trovano è un gioco, che ha le sue regole, e che può degenerare in un professionismo fine a se stesso, quindi diventare un lavoro a tempo pieno con tutto quello che ne deriva. (...) Allungare la mano sulla proprietà altrui, anche per un rivoluzionario, è faccenda piena di rischi, non solo legali in senso stretto, ma in primo luogo morali. (...) Cosa possiamo farci col denaro di tutte le banche che saremmo in grado di svaligiare se poi l'unica cosa che sappiamo fare è quella di comprarci una macchina grossa, farci una bella casa, andare in discoteca, riempirci di bisogni inutili e annoiarci a morte fino alla prossima banca da svaligiare». (6)

    Questo, a nostro avviso rappresenta la lucida e logica conclusione rivoluzionaria della volontà di distruggere il lavoro. Bisogna quindi uccidere il concetto del lavoro in quanto tale, anche il più divertente, anche il più redditizio, bisogna ucciderlo nella mente e nel corpo e una volta morto sputare sul suo cadavere.

    La reinvenzione della vita quotidiana significa andare oltre gli obsoleti schemi sistemici, significa scardinare la concezione «lavorista» del diniego e del sacrificio fine a se stesso. Il fatto che Paul Lafargue, avesse la madre di origine ebraica, e quindi ebreo lui stesso, non esime dal fatto che avesse pienamente ragione nell'affermare: «Bisogna che (si) ritorni agli istinti naturali che (si) proclami i Diritti alla pigrizia, mille e mille volte più nobili e sacri dei tisici Diritti dell'uomo, elaborati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese; che vi sia l'obbligo di lavorare solo tre ore al giorno, a fannullare e fare bisboccia per il resto della giornata e della notte». (7)

    E dove dissentire, se non nel fatto che non bisognerebbe lavorare neanche quelle tre maledette ore.

    Non basterebbe infatti, diminuire le ore lavorative per distruggere il lavoro, ma così facendo si otterrebbe al massimo l'innesto di nuove e più fresche forze meccaniche per il proseguo dell'aberrante produzione capitalistica. Bisogna capire che «la critica al lavoro è una dichiarazione di guerra all'ordine dominante, non una pacifica coesistenza in una nicchia, con i suoi vincoli». Per distruggere il lavoro bisognerebbe semplicemente rifiutarlo come tale e creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco. I sindacalisti sono a favore della piena occupazione? Noi a favore della piena Disoccupazione, che la mannaia della vita ludica si abbatta sul lavoro! Sappiate che in merito all'argomento esiste una corrente di pensiero molto più nutrita di quanto possiate immaginare. Una corrente di pensiero che annovera tra le sue fila filosofi, economisti e semplici oziosi ed alla quale Vi rimandiamo nel caso in cui leggendo questo articolo ci avrete scambiato per pazzi... Proletari di tutto il mondo... rilassatevi leggetevi questo libro e state pur certi che ci riprenderemo tutto: la vita, la terra e l'ozio!!!

    Alessandro Mereu

    (1) "Manifesto contro il lavoro", pag. 10 della versione telematica.

    (2) "Manifesto contro il lavoro", pag. 16

    (3) "Manifesto contro il lavoro", pag. 3

    (4) "Manifesto contro il lavoro", pag. 5

    (5) Bob Black, "L'abolizione del lavoro", Nautilus, 1992, pag. 22/23

    (6) Alfredo M. Bonanno, "Distruggiamo il lavoro", inserto del n. 73, maggio 1994 di "Anarchismo" richiedibile a: "L'Arrembaggio": C.P. 1307 - ag. 3 - 34100 Trieste, e-mail: spacala@hotmail.com, oppure è possibile richiederlo gratuitamente in fotocopie alla redazione del Lazio.

    (7) Cfr. "Il diritto alla pigrizia", di L. Fonte, in "Avanguardia" n. 176, settembre 2000, pp. 11-14.
    Ibrahim

  4. #24
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    Oltre il Manifesto contro il lavoro, consiglio tutta la produzione del gruppo Krisis, e in particolare la loro critica rivolta contro le stupide teorie di Negri.

    Consiglio anche il libro di Anselm JAPPE su Guy Debord.

    Inoltre, si dovrebbe andare ben oltre la critica del lavoro. In realtà sono tutti i nomi impiegati per rappresentare il mondo che sono stati contaminati dall'ideologia borghese. A cominciare per esempio dall' "uomo". Cos'è un "uomo", oggi? Come si definisce in rapporto al mondo, alla natura, al genere umano? Le risposte date dalla scienza borghese a queste domande sono diventate cosi ovvie che a nessuno (o quasi) viene in mente di criticarle.

    Il capitalismo ha cosi finito per creare un linguaggio a suo vantaggio. Si vuole dire una cosa, e in realtà non si fa altro che ripetere, senza sosta, le sentenze del Capitale. Il comunismo è una guerra totale contro il mondo borghese e contro le sue rappresentazioni alienate. È il movimento che vuole ricreare la comunità umana, e dare un senso alla vità che non sia quello della produzione in vista dello scambio.

  5. #25
    Con l'Iraq che si ribella
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    Sinceramente vorrei capire cosa si intenda qui per contrapposizione al concetto di "produzione"...

    Personalmente ritengo che il capitalismo abbia, al di là di ogni questione di natura etica, problemi gravissimi sotto il profilo dell'efficienza...

    ...col Capitalismo nella sua manifestazione contemporanea si ha spreco di risorse e qualità sub-ottimale, dovute proprio al delirio di possesso che questa società induce nelle persone, ma soprattutto nei capitalisti...una cosa che, di fatto, è un accumulo illimitato privo di ogni senso...

    ...la contrapposizione a ciò non può essere però certo una riproposizione di esperimenti economici carenti se non proprio fallimentari che si sono visti con i socialismi reali!

    ...l'obiettivo deve essere, a mio avviso, la produzione ottimale, dove lo spreco di risorse sia ridotto ai minimi, dove le persone vengano stimolate a svolgere le attività per le quali sono davvero portate e motivate (senza la mannaia della povertà perennemente sul capo), dove la qualità dei processi produttivi e di supporto ottimizzata e dove la produzione sia il più possibile fedele alle reali necessità della popolazione e della comunità (senza la creazione attraverso il lavaggio del cervello di bisogni illusori tesi a saziare necessità che i beni materiali non sazieranno mai!).

    In un simile contesto molto probabilmente sarebbe possibile anche ridurre
    le ore di lavoro necessarie alle attività produttive, in modo da rendere la società più "a misura d'uomo"...ma questo a mio avviso non vuole assolutamente dire che il comportamento di chi, pur avendo tutte le possibilità di fare il lavoro che desidera e non essendo schiavizzato come avviene adesso, lavori in modo molto approssimativo (anche detto "alla cazzo) o ometta attività più o meno importanti ai fini della qualità del suo lavoro non debba essere condannato!

    Se ciò avvenisse si ricadrebbe solo in una delle catastrofi delle società eccessivamente burocratiche che caratterizzò anche molti esperimenti del socialismo reale :

    In una società dove il fancazzista non viene punito, si finisce in balia di nuove forme di parassiti della società che vanno a sostituirsi ai capitalisti nell'accaparramento di valore prodotto da altri...gente che ottiene benefici dall'altrui apporto al benessere collettivo oltre la reale misura del proprio apporto...si finisce con avere una produzione limitata o qualitativamente scadente!

    E poi mi si venga a dire che la produzione non conta un cazzo, quando ci dovessimo trovare a fare file interminabili per avere una quota minima di "nulla", giusto perchè si sono lasciate aperte le porte all'inefficienza ed alla non-qualità, chiudendole alla meritocrazia!
    Skarm
    Alle europee io voto Codacons...e tu?

  6. #26
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Oltre il Manifesto contro il lavoro, consiglio tutta la produzione del gruppo Krisis, e in particolare la loro critica rivolta contro le stupide teorie di Negri.

    Consiglio anche il libro di Anselm JAPPE su Guy Debord.

    Inoltre, si dovrebbe andare ben oltre la critica del lavoro. In realtà sono tutti i nomi impiegati per rappresentare il mondo che sono stati contaminati dall'ideologia borghese. A cominciare per esempio dall' "uomo". Cos'è un "uomo", oggi? Come si definisce in rapporto al mondo, alla natura, al genere umano? Le risposte date dalla scienza borghese a queste domande sono diventate cosi ovvie che a nessuno (o quasi) viene in mente di criticarle.

    Il capitalismo ha cosi finito per creare un linguaggio a suo vantaggio. Si vuole dire una cosa, e in realtà non si fa altro che ripetere, senza sosta, le sentenze del Capitale. Il comunismo è una guerra totale contro il mondo borghese e contro le sue rappresentazioni alienate. È il movimento che vuole ricreare la comunità umana, e dare un senso alla vità che non sia quello della produzione in vista dello scambio.
    mi trovi in sintonia con quello che dici. bisognerebbe provare ad andare oltre i soliti stereotipi sui quali ci muoviamo e a volte ci scanniamo...
    è da molto tempo che penso ( sul tema da te toccato dell'uomo oggi e del suo rapporto con quello che lo circonda ) che non ci sia nessun rapporto. se intendiamo questo come due entità separate e diverse. credo ci sia da sempre più che una semplice relazione una vera e propria interconnessione dove NESSUNO dei "componenti" è staccato dall'altro.Ne "Il tao della fisica" Fritjof Capra esprime molto bene questo concetto di rete e di relazione, anche se ancora in stato embrionale la sua teoria viene meglio specificata nel suo testo "La rete della vita". Sono testi apparentemente non politici e a torto considerati quasi esclusivamente scientifico-filosofici. un vero peccato.
    Dopo di questi fondamentali testi (secondo me) per quanto riguarda i rapporti di "produzione", "scambio" etc. ti consiglio di lasciarti "sedurre" (non è a caso il virgolettato, poi capirai...) da Jean Baudrillard che, se già non lo conosci, rimane almeno per me un faro che ha illuminato diversi punti, oscuri ma ultrafondamentali.

    p.s. se vuoi consigliarmi altri testi attinenti all'argomento sono a disposizione
    Ibrahim

  7. #27
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    Ibrahim, Baudrillard lo conosco bene, avendo la fortuna di essere francofono (il che spiega gli errori frequenti del mio italiano). Posso cosi leggere la sua produzione direttamente nell'edizione originale.
    Chiaramente, Baudrillard è uno degli autori francesi più interessanti. Tra l'altro il suo testo sul 11.09.01 è secondo me capitale. La sua fama gli permette di tenersi al di-sopra delle solite polemiche parigine. Non ha bisogno, il Baudrillard, di prostituirsi sulle platee televisive per vendere il suo ultimo libro. Per la verità il giornalista media è anche troppo stupido e indaffarato per capire e criticare ciò che scrive. Hai dunque ragione di leggere Baudrillard.

    In Francia parte della sua produzione è publicata dalle edizioni Sens&Tonka, che tengono in catalogo parecchi titoli di grande interesse, se leggi il francese. Ci sono testi oltre a quelli di Baudrillard, di Georges Sebbag, Jean-Paul Curnier, Daniel Blanchard (su Guy Debord, bel libro) - che sono letture non direi fondamentali, ma per lo meno di ottima scelta. Ultimamente è uscito L'effacé (capitalisme et effacement) di Anne-James Chaton, che è una rilettura del Marx dei Manoscritti del 1844, che ti consiglio. È un libro che tratta tra l'altro di un tema che ho appena abordato, appunto quello dell 'effacement, cioè della cancellazione del senso originale delle parole, e quindi della loro falsificazione. Molto interessante.

    Baudrillard è publicato anche dalle edizioni Galilée, dove si trova un altro grande pensatore francese, Paul Virilio. Ti consiglio di dare un occhiata alla sua produzione, che è una riflessione originale sulla significazione e le conseguenza della tecnicizzazione del mondo.

    Poi se non sbaglio Jacques Camatte deve avere alcuni amici in Italia, visto che è stato publicato presso Milano. Se trovi alcuni suoi testi, avrai pure un punto di vista post-bordiguista sulla società capitalista.

    Mi fermo qui per il momento.

    Saluti

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da Skarm
    Sinceramente vorrei capire cosa si intenda qui per contrapposizione al concetto di "produzione"...

    Personalmente ritengo che il capitalismo abbia, al di là di ogni questione di natura etica, problemi gravissimi sotto il profilo dell'efficienza...

    [...]

    ...l'obiettivo deve essere, a mio avviso, la produzione ottimale, dove lo spreco di risorse sia ridotto ai minimi, dove le persone vengano stimolate a svolgere le attività per le quali sono davvero portate e motivate (senza la mannaia della povertà perennemente sul capo), dove la qualità dei processi produttivi e di supporto ottimizzata e dove la produzione sia il più possibile fedele alle reali necessità della popolazione e della comunità (senza la creazione attraverso il lavaggio del cervello di bisogni illusori tesi a saziare necessità che i beni materiali non sazieranno mai!).
    Siamo alle solite. La società che hai in vista, più o meno, è la stessa di quella di Guardia Distributore Arruba, cioè una società organizata in base alla ottimizzazione della produzione. È il vecchio marxismo del nonno: facciamo la Rivoluzione in nome del valore di uso. Tutto questo, nel migliore dei casi, ci portera ad una social-democrazia di tipo scandinavo; nel peggiore, ai bei tempi del Piccolo padre dei popoli ("le Petit Père des peuples", cosi la feccia di partito chiamava il criminale Stalin) e delle file di attesa per il pezzo di pane.

    Invece sto provando ad spiegare che la rivoluzione vera consiste nel rimuovere la produzione, il lavoro, la proprieta privata e cosi via, a rimuovere dunque queste categorie fondamentali del nostro imaginario. È rivoluzionario, dunque, arrivare a pensare l'uomo non più come essere privato, asociale, che strumentalizza una natura diventata aliena e addirittura ostile, ma bensi come essere appartenente di un tutto, intriso nella richezza del mondo. Per spingerci al limite di questa proprettiva, si potrebbe dire che finalmente anche l'individu, in quanto essere singolare astrattamento opposto al resto della natura, è problematico.

    Tutto questo lo si puo capire meglio se si ha in mente che per alcuni popoli primitivi, come pure era il caso per gli Antichi della Grecia, alcune nostre perspettive diventate oggi abituali erano da loro sconosciute. Si pensi per esempio alla perspettiva dello spazio tri-dimenzionale nelle arti della rafigurazione, oppure alla perspettiva storica lineare. Cosi, quando ci descrivi la tua società ideale, hai automaticamente intrapreso di spiegare il processo produttivo ottimale, come se proprio questa prospettiva fosse l'unica operante. Il problema è che, appunto, la produzione e tutto l'imaginario che gira intorno a questa non è la soluzione, ma quel che fa problema.

    Che in un futuro comunista ci sia sempre attivita, sforzo muscolare, esercizio delle facolta intelletive, è ovvio. Ma tutto questo non sarà più assemblato sotto la categoria astratta borghese di "lavoro" o "produzione". Nello stesso modo che oggi cresce l'abitudine di considerare momenti estranei al lavoro in quanto "consumo" - cosi per esempio, se fai una festa, offri un "momento di consumo di affezione, di amore, di gioia, etc" ai tuoi compagni. Il consumo è speculare alla produzione, e queste due categorie tendono a ingabiare la totalità della nostra vita. Il totalitarismo del mercato non è che, in fondo, la realizzazione dell'essenza del capitalismo.

    Saluti

  9. #29
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Ibrahim, Baudrillard lo conosco bene, avendo la fortuna di essere francofono (il che spiega gli errori frequenti del mio italiano). Posso cosi leggere la sua produzione direttamente nell'edizione originale.
    Chiaramente, Baudrillard è uno degli autori francesi più interessanti. Tra l'altro il suo testo sul 11.09.01 è secondo me capitale. La sua fama gli permette di tenersi al di-sopra delle solite polemiche parigine. Non ha bisogno, il Baudrillard, di prostituirsi sulle platee televisive per vendere il suo ultimo libro. Per la verità il giornalista media è anche troppo stupido e indaffarato per capire e criticare ciò che scrive. Hai dunque ragione di leggere Baudrillard.

    In Francia parte della sua produzione è publicata dalle edizioni Sens&Tonka, che tengono in catalogo parecchi titoli di grande interesse, se leggi il francese. Ci sono testi oltre a quelli di Baudrillard, di Georges Sebbag, Jean-Paul Curnier, Daniel Blanchard (su Guy Debord, bel libro) - che sono letture non direi fondamentali, ma per lo meno di ottima scelta. Ultimamente è uscito L'effacé (capitalisme et effacement) di Anne-James Chaton, che è una rilettura del Marx dei Manoscritti del 1844, che ti consiglio. È un libro che tratta tra l'altro di un tema che ho appena abordato, appunto quello dell 'effacement, cioè della cancellazione del senso originale delle parole, e quindi della loro falsificazione. Molto interessante.

    Baudrillard è publicato anche dalle edizioni Galilée, dove si trova un altro grande pensatore francese, Paul Virilio. Ti consiglio di dare un occhiata alla sua produzione, che è una riflessione originale sulla significazione e le conseguenza della tecnicizzazione del mondo.

    Poi se non sbaglio Jacques Camatte deve avere alcuni amici in Italia, visto che è stato publicato presso Milano. Se trovi alcuni suoi testi, avrai pure un punto di vista post-bordiguista sulla società capitalista.

    Mi fermo qui per il momento.

    Saluti

    caro orkonner, il fatto stesso che tu sia francofono mi rende un pò invidioso nei tuoi riguardi, puoi leggere autori interessantissimi nella loro lingua natale...
    ;-)
    a parte gli scherzi mi fa piacere che tu abbia una conoscenza tanto approfondita di Jean Baudrillard. Un'autore che ho scoperto per caso all'università e che è riuscito a de-costruire certi miei schemi mentali riuscendo a dare altre interpretazioni a fatti della vita per me incomprensibili. in poche parole mi ha dato una panoramica non più bidimensionale ma (e non esagero) tridimensionale con una conseguente maggiore libertà...di pensiero.
    cito per esempio solo due temi che da soli riuscirebbero a scardinare molti luoghi comuni del pensare moderno: il discorso del "senso" (è obbligatorio dare un senso a tutto? cosa si intende per dare un senso alle cose e, domanda fondamentale, dove porta?) e il discorso "produzione/seduzione" (il suo testo "Della Seduzione" mi ha aperto non una porta ma un'intero universo di "segni" e "contro-segni"). I traduttori dei suoi testi sono estremamente abili a trasporre concetti non proprio all'ordine del giorno visto che il linguaggio dell'autore in questione non è tra i più immediati anche se per me è sferzante e costruttivo/distruttivo nello stesso tempo. non a caso in facoltà era tra i più odiati e molti studenti piuttosto che portare all'esame un suo libro erano disposti a dare un'esame supplementare....

    Paul Virilio lo conosco ma ho letto soltanto "Velocità e politica: saggio di dromologia". devo dire che ho avuto qualche difficoltà di comprensione del testo... anche qui avere avuto l'opportunità di leggerlo in lingua originale sarebbe stato sicuramente meglio, ma il francese non lo conosco a sufficienza per leggere testi di cotanto spessore...purtroppo.

    ciao
    Ibrahim

  10. #30
    Con l'Iraq che si ribella
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Siamo alle solite. La società che hai in vista, più o meno, è la stessa di quella di Guardia Distributore Arruba, cioè una società organizata in base alla ottimizzazione della produzione. È il vecchio marxismo del nonno: facciamo la Rivoluzione in nome del valore di uso. Tutto questo, nel migliore dei casi, ci portera ad una social-democrazia di tipo scandinavo; nel peggiore, ai bei tempi del Piccolo padre dei popoli ("le Petit Père des peuples", cosi la feccia di partito chiamava il criminale Stalin) e delle file di attesa per il pezzo di pane.
    Non sono affatto d'accordo :

    - Una social-democrazia di tipo scandinavo altro non sarebbe se non un
    capitalismo tinto di spregevole "pietismo socialisteggiante", cosa che non
    auspico minimamente.

    - Una riedizione dell'URSS è esattamente ciò che "non" auspico e le file di
    attesa a cui accenni, a parte essere dovute alle dure condizioni della regione
    in quei tempi, furono peraltro dovute all'inefficienza del socialismo reale!

    Ne deduco che la mia ipotesi è così "problematica" (per te) che non riesci a fare altro che ridurla ai vecchi fallimentari modelli del passato...

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Invece sto provando ad spiegare che la rivoluzione vera consiste nel rimuovere la produzione, il lavoro, la proprieta privata e cosi via, a rimuovere dunque queste categorie fondamentali del nostro imaginario.
    Non sono minimamente d'accordo e mi sembra anzi che questo genere di "voli pindarideologici" sia alla base del flop dei socialismi reali...

    -Il cibo non comincia da solo a crescere dagli alberi per caderti direttamente in bocca perchè proclami "da oggi c'è il Comunismo"!

    -Se anche il lavoro non deve prendere porzioni così rilevanti dell'esistenza degli uomini, mi sembra propaganda parlare di "rimozione del lavoro"...peggio...
    ...mi sembra un genere di propaganda su chi ha come unico scopo ottenere il privilegio di non fare nulla a scapito degli altri!

    -Se parliamo di proprietà privata dei mezzi di produzione posso anche condividere, ma se parliamo del fatto di non possedere più neppure il proprio spazzolino da denti...mi pare, sinceramente, una sciocchezza totale che non può trovare le basi se non nel più bieco "trinariciutismo"...se il valore dei beni materiali va ricondotto alla sua giusta misura, questo non significa che si debba brutalmente privare ciascun individuo di quella miscela di ricordi e sentimenti che si possono provare nei confronti di alcuni oggetti personali...

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    È rivoluzionario, dunque, arrivare a pensare l'uomo non più come essere privato, asociale, che strumentalizza una natura diventata aliena e addirittura ostile, ma bensi come essere appartenente di un tutto, intriso nella richezza del mondo. Per spingerci al limite di questa proprettiva, si potrebbe dire che finalmente anche l'individu, in quanto essere singolare astrattamento opposto al resto della natura, è problematico.
    La natura è aliena e spietata...essa merita il lungimirante rispetto che qualunque persona sensata ha nei confronti del luogo in cui vive, ma questo nulla toglie alla sua natura "profondamente altra"...

    ...prova ad andare da una tigre affamata a parlargli della ricchezza del mondo...dubito che tu non ti renda conto di quale sia l'esito più probabile di una simile impresa...tra il fatto che quella ti dia retta o ti faccia a pezzi!

    La "ricchezza del Mondo"?
    Vorrei farti notare che una porzione notevolissima delle mutazioni che ci hanno procurato il cibo che ci mettiamo in tavola è stata fatta artificialmente dall'uomo...le pannocchie selvatica in natura erano piccolissime...il grano in natura rendeva molto meno di ora...ecc...dire che la natura sia "ricca" è una convenzione recente dovuta alle nostre avanzate capacità di sfruttamento della stessa, ma di base essa ha due qualità e cioè :
    - Ê avara
    - Ê crudele


    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Tutto questo lo si puo capire meglio se si ha in mente che per alcuni popoli primitivi, come pure era il caso per gli Antichi della Grecia, alcune nostre perspettive diventate oggi abituali erano da loro sconosciute.
    Definire gli abitanti della Grecia Classica "primitivi" mi pare altamente improprio...peraltro vorrei farti notare che anche la Grecia Classica aveva dei
    "sistemi produttivi"...

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Si pensi per esempio alla perspettiva dello spazio tri-dimenzionale nelle arti della rafigurazione, oppure alla perspettiva storica lineare. Cosi, quando ci descrivi la tua società ideale, hai automaticamente intrapreso di spiegare il processo produttivo ottimale, come se proprio questa prospettiva fosse l'unica operante. Il problema è che, appunto, la produzione e tutto l'imaginario che gira intorno a questa non è la soluzione, ma quel che fa problema.
    Il problema invece è sempre lo stesso...è "come fornire agli entusiasti compagni qualcosa da ficcare nella pancia o con cui vestirsi quando fa freddo"...è un problema che esiste sin dalla notte dei tempi...per certi versi esiste pure per gli animali!

    Mi permetto di farti poi notare che i livelli demografici su cui ci attestiamo attualmente sono possibili "unicamente" con una produzione di tipo moderno...e ti faccio notare che l'unico modo per avere maggior spazio per la vita privata (che, ipoteticamente, potrebbe voler anche dire lavorare in modo efficiente per 2 ore al giorno...) sarebbe ottimizzarla...quindi...a meno di non voler prendere qualche cittadino-compagno e farci carne in gelatina per nutrire gli altri, mi chiedo, al di là delle nobili parole (di cui tutti siamo bravi a far sfoggio) come tu penseresti di risolvere questo genere di problemi di natura molto pratica...

    Mi permetto di precisare che non vale la risposta..."non lo so...ci penserà qualche esperto" (o "qualcun'altro")...perchè ormai più che giustamente la gente pretende risposte tangibili da chi si mette a fare certi voli pindaricideologici!

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Che in un futuro comunista ci sia sempre attivita, sforzo muscolare, esercizio delle facolta intelletive, è ovvio. Ma tutto questo non sarà più assemblato sotto la categoria astratta borghese di "lavoro" o "produzione".
    Sinceramente la questione della categoria e delle etichette mi pare questione di lana caprina...quella di voler cambiare i nomi alle cose per fare fumo e confondere le idee mi pare una classica ed insana passione sinistrorsa che si è ben manifestata (nella versione post-comunista) nei 10.000 cambiamenti di nome dell'ex-PCI e delle varie squallide coalizioni "rosè"...

    ...personalmente finchè non si chiarisce con precisione cosa si intende fare, si stanno solo facendo non tanto "chiacchere", ma vero e proprio "fumo"!

    Citazione Originariamente Scritto da orkonner
    Nello stesso modo che oggi cresce l'abitudine di considerare momenti estranei al lavoro in quanto "consumo" - cosi per esempio, se fai una festa, offri un "momento di consumo di affezione, di amore, di gioia, etc" ai tuoi compagni. Il consumo è speculare alla produzione, e queste due categorie tendono a ingabiare la totalità della nostra vita. Il totalitarismo del mercato non è che, in fondo, la realizzazione dell'essenza del capitalismo.

    Saluti
    Credo che l'idea di confondere il "consumo" di natura consumistica con lo scambio legato a ragioni di natura sociale sia un'estremizzazione del tutto fuori luogo...anche le bestie si offrono cibo tra loro...anche i popoli più antichi lo facevano...non è il fatto di offrire qualcosa di materiale come indicativo o come premessa di qualcosa di spirituale ad essere "capitalistico"...

    "Affezione"?
    "Amore"?
    "Gioia"?

    Ma per favore!
    Una delle caratteristiche di questa società capitalista avanzata sta proprio nella fame rabbiosa ed insaziabile di sentimenti positivi che hanno coloro che ci vivono...questi sentimenti *non vengono consumati*...vi sono unicamente
    dei surrogati...lo "stordimento endorfinico" dovuto all'eccesso di cibo o di sesso...la "gioia artificiale" degli alcolici e delle droghe...surrogati su cui l'individuo moderno si butta proprio a causa dell'assenza di tali sentimenti!

    Dando una festa una persona "cerca" di creare affetto e non-solitudine attorno a sè...se è già triste che si debba offire qualcosa di materiale nella ricerca disperata di sentimenti umani, in un contesto ancora un minimo sano questo potrebbe essere possibile, ma in una realtà come questa (soprattutto nelle grandi città) i rapporti sono spesso così opportunistici ed instabili neppure ciò è possibile...

    ...dando una festa in non pochi casi una persona crea solo un'occasione di sfruttamento da parte degli altri...

    ...ma non è la "festa" che va condannata, bensì il modo opportunistico di rapportarsi tra le persone!

    A me pare che tu in molti aspetti del tuo intervento confonda grandemente la "forma" con la "sostanza", dando peraltro un ruolo di spicco, a mio avviso del tutto fuori luogo, alla prima sull'ultima...
    Skarm
    Alle europee io voto Codacons...e tu?

 

 
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