posto un articolo appena apparso sull'ultimo numero del bimestrale della rivista allegata all'associazione della quale sono referente.

Cent'anni di laicismo a Parigi


Compie un secolo la legge che separa chiese e stato e libera quest'ultimo da vincoli confessionali. Approvarla allora non fu facile; oggi sono le chiese a volerla mantenere
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Il 9 dicembre 1905 il presidente della Repubblica francese, Emile Loubet, promulga la legge di separazione delle chiese e dello stato. Cent'anni dopo, la questione religiosa è di nuovo in primo piano: dibattiti infiniti sui segni «ostensibili» di appartenenza religiosa a scuola, ormai proibiti per legge, polemiche sulle bandiere a mezz'asta negli edifici pubblici alla morte di papa Wojtyla, manifestazioni e contromanifestazioni, negli ultimi vent'anni, attorno alla questione del finanziamento pubblico alle scuole private (in maggioranza cattoliche), timori per l'irruzione dei comunitarismi, anche religiosi, sulla scena pubblica. Nel 1905, c'erano voluti cinque mesi di infuocati dibattiti parlamentari per arrivare a questa legge che oggi Jacques Chirac considera «un pilastro del nostro tempio repubblicano», mentre il suo ministro degli interni Nicolas Sarkozy la vorrebbe ritoccare, per permettere allo stato di finanziare la costruzione di nuovi luoghi di culto (pensando all'islam, religione che nel 1905 venne esclusa dall'applicazione della legge di separazione: l'Algeria a quell'epoca faceva parte del territorio francese ma il culto musulmano, che riguardava allora solo la maggior parte degli abitanti di questa regione, rimase sotto tutela statale).

La legge del 1905 veniva da lontano nella storia francese: «separazione» c'era già stata a due riprese, nel 1795 (per mettere fine a una guerra civile durata cinque anni durante la Rivoluzione) e nel 1871, con la Comune. Alla fine del Secondo impero, i repubblicani (Léon Gambetta, Jules Ferry) avevano rinunciato a mettere fine al Concordato firmato da Napoleone Bonaparte, nel 1801, per tenere sotto controllo il clero, ma avevano fatto passare una serie di leggi di laicizzazione (prima di tutto sulla scuola, ma anche cimiteri, assistenza pubblica, riposo domenicale).

Il peso di Dreyfus

Ma poi l'affaire Dreyfus - un ufficiale ebreo ingiustamente accusato di spionaggio a favore della Prussia, condannato nel 1894 e poi graziato nel 1899 - fa precipitare gli avvenimenti. Una maggioranza di cattolici si schiera nel campo anti-dreyfus, in difesa dell'esercito dove erano numerosi i militari devoti. Questo ridà fiato e argomenti agli anticlericali, che fin dall'inizio dell'800 non avevano mai cessato di lottare per la separazione. Dopo le elezioni del 1902, che portano i radicali al potere, una serie di leggi limita il potere della chiesa. Fino al punto che, sulla questione della nomina dei vescovi, la Francia rompe le relazioni diplomatiche con il Vaticano, il 30 luglio 1904. Il 10 novembre il presidente del consiglio, il radicale Emile Combes, presenta un progetto di legge per la separazione delle chiese dallo stato. Le sue dimissioni, nel gennaio 1905, impediranno a Combes di andare fino in fondo, ma la battaglia per la separazione viene ripresa con intelligenza dal socialista (dissidente) Aristide Briand. Il dibattito parlamentare fu violento e anche se la legge del 9 dicembre 1905 è il frutto delle relazioni conflittuali tra la Francia e la chiesa cattolica iniziate con la Rivoluzione, alla fine la legge sarà un testo equilibrato, che relega la fede e ciò che ne deriva in termini di opere alla sfera privata, dove, tra l'altro, non compare mai il termine «laicità», che tanto fa discutere ancora oggi (la laicità verrà inscritta nella Costituzione della IV Repubblica, nel '46, e la frase «La Francia è una Repubblica laica... Rispetta tutte le credenze» compare nella Costituzione del '58). Nel lungo dibattito parlamentare del 1905, il socialista Jean Jaurès interviene in aula per difendere una separazione che innalza di fronte alle chiese «la grande associazione degli uomini che lavorano al nuovo culto della giustizia sociale e dell'umanità rinnovata». Per un altro socialista, Maurice Allard, «il cristianesimo è un ostacolo permanente allo sviluppo sociale della Repubblica e ad ogni progresso verso la civiltà». Secondo il moderato Aristide Briand, la separazione è «ridare libertà alla chiesa» dopo essersi ripresa «la propria». Per il radicale Jean-Baptiste Bienvenu-Martin significa «libertà di culto» perché toglie alla chiesa cattolica i soldi che prendeva nel regime concordatario in quanto «servizio pubblico». Per il campo opposto, la legge è «un atto di ostilità» contro la chiesa, «un progetto di distruzione della chiesa da parte dello stato». Il papa Pio X, con l'enciclica Vehementer nos, condanna la legge francese, definita «profondamente ingiuriosa nei confronti di Dio, che rinnega ufficialmente».

Inventario difficile

L'applicazione non è facile. Ci saranno incidenti quando i funzionari dello stato faranno gli inventari dei beni ecclesiastici, fino a che Georges Clemenceau, allora ministro degli interni, calmerà il gioco affermando che «la questione di sapere se conteremo o no i candelabri in una chiesa non vale una vita umana». Ma la legge verrà applicata, malgrado alcune modifiche, come già le norme che l'avevano preceduta, in particolare per quello che riguarda la scuola : 12mila scuole religiose vengono chiuse in quegli anni, un milione e mezzo di alunni sono obbligati a passare alla scuola pubblica. Le relazioni tra lo stato e i cattolici miglioreranno poi in Francia dopo la prima guerra mondiale, dove tremila religiosi avevano lasciato la vita. Nel `21 Francia e Vaticano ristabiliscono le relazioni diplomatiche; nel '26 Pio XI condanna l'Action française, movimento di estrema destra. Ma i cattolici restano agguerriti. Impediranno, dopo la prima guerra mondiale e la reintegrazione nel territorio francese di tre dipartimenti ex tedeschi (Basso Reno, Alto Reno e Mosella) di estendere anche qui la legge di separazione. A tutt'oggi, in questi dipartimenti vige ancora il Concordato e lo stato paga lo stipendio ai preti (ma anche ai rabbini e ai pastori).

Paradossalmente oggi, cent'anni dopo le feroci polemiche contro lo stato, è la chiesa cattolica che difende con più forza la legge del 1905 e non vuol sentir parlare di modifiche. Difatti ne è la principale beneficiaria. Allora la chiesa aveva rifiutato di costituire delle associazioni religiose, come prevedeva la legge. Così i suoi beni vennero confiscati. E oggi tocca allo stato e agli enti locali sovvenzionare la manutenzione dei luoghi di culto cattolici. Secondo lo storico delle religioni Odon Vallet, «la Francia non è più un paese laico. Se addizioniamo i finanziamenti che lo stato accorda agli istituti scolastici privati, alla manutenzione dei luoghi di culto, senza dimenticare il deficit della mutua e delle pensioni dei religiosi, arriviamo a un totale di 8 miliardi di euro». Nel 1905, i protestanti avevano difeso la legge, perché vi avevano visto un freno allo strapotere cattolico in regime concordatario. Oggi, la Federazione protestante di Francia è d'accordo con Sarkozy per una modifica della legge, perché afferma di trovare ostacoli all'apertura di nuovi luoghi di culto (il problema riguarda soprattutto le nuove chiese evangeliche). E' lo stesso problema sottolineato dai musulmani e che Sarkozy vorrebbe risolvere permettendo allo stato di finanziare i luoghi di culto. Per questo, malgrado la chiara opposizione del presidente Chirac e del primo ministro de Villepin, ha insediato una «commissione di riflessione giuridica», che dovrà consegnare le sue conclusioni al ministro degli interni e dei culti entro il giugno 2006.

La legge di separazione dice che «la Repubblica non riconosce, né stipendia, né sovvenziona alcun culto». Nei fatti, esistono delle relazioni finanziarie tra stato e chiese. Lo stato finanzia la presenza di religiosi, di tutti i culti, negli ospedali o nelle prigioni, paga le ristrutturazioni degli edifici (la legge risale al '42, quando Vichy svuotò di ogni contenuto la legge del 1905), le «associazioni culturali» confessionali godono di vantaggi fiscali, gli edifici devoluti al culto non pagano la tassa fondiaria, le donazioni a loro favore sono praticamente esentasse. Ma, soprattutto, gli insegnanti delle scuole confessionali (praticamente tutte cattoliche) parificate vengono pagati dallo stato (ma devono aver passato un concorso).


Le controversie sul velo


Oggi, l'attenzione è catturata soprattutto dalla questione musulmana, con le controversie sul velo - a scuola, negli spazi pubblici in occasione di atti civili (come i matrimoni), sulle carte d'identità. Ma il braccio di ferro ha una lunga storia. Nel 1894, per esempio, il sindaco di Saint Denis, dove sorge la cattedrale con le sepolture dei re di Francia, proibì l'esibizione di qualsiasi emblema religioso nelle strade, in molti comuni dopo la legge del 1905 vennero proibite le processioni, le campane. Nel '37 una maestra venne licenziata perché aveva insegnato delle canzoni di Natale ai bambini e portava al collo una croce. In genere, il Consiglio di stato ha poi sempre annullato questo tipo di decisioni locali. Oggi, altro paradosso, la Francia è il solo paese europeo a nominare ancora dei vescovi cattolici (a Strasburgo e a Metz). E, anche se a scuola è l'unico a non avere l'ora di religione, le tv pubbliche concedono delle fasce orarie alle diverse religioni. Ma il centenario della legge del 1905 non sarà celebrato con fasto, visto il momento politicamente delicato. Del resto oggi, in una Francia che dubita della propria identità, tutta la storia è fonte di incertezze. Un esempio emblematico: Parigi ha partecipato alle celebrazioni di Trafalgar (una sconfitta), ma ha passato quasi sotto silenzio, in questi giorni, la vittoria di Austerlitz, perché delle associazioni d'oltremare hanno manifestato contro Napoleone, per aver ristabilito nel 1802 la schiavitù abolita dalla Rivoluzione.