FALLUJAH, UNA TESTIMONIANZA ALLA VIGILIA DI ELEZIONI IMPROBABILI
“Vedi queste fotografie? Sono civili di Fallujah bruciati dall’uso di ‘micro-onde’ di cui non conosciamo ancora le caratteristiche. Da un confronto risultano molto simili alle immagini delle vittime del bombardamento di Amburgo durante la Seconda Guerra mondiale” quando gli americani usarono il fosforo e altri agenti chimici. Mohamed Tariq al-Daraji mostra le foto sul suo computer portatile: ‘0088-0Y-F-04’ indica un foglio di carta appoggiato su un cadavere. “È incredibile ma queste persone sembrano come ‘cotte’ in un forno: secondo diverse testimonianze, gli americani hanno usato un fascio laser montato sopra i blindati, come si vede in quest’altra immagine” dice con tono pacato alla MISNA al-Daraji, 33 anni, specializzato in biotecnologie all'università di Baghdad, fondatore e direttore del Centro per i diritti umani e la democrazia di Fallujah, la città-martire dell’Iraq. “La città-prigione”, corregge subito. “Le forze americane l’hanno sigillata per evitare che possano essere raccolte prove sui crimini commessi nei due attacchi di aprile e novembre 2004” aggiunge. I documenti sull’uso del fosforo bianco da parte dell’esercito Usa raccolti da al-Daraji e dai suoi collaboratori sono stati usati anche nel reportage di ‘Rainews 24’, che ha costretto il Pentagono ad ammettere di averlo utilizzato solo “per stanare il nemico”. “Un recente rapporto indica che quasi il 50% degli abitanti di Fallujah rischia un tumore o altre forme di cancro ed è in preoccupante aumento il numero di nascite di bambini malformati. Per entrare e uscire dalla città io e i miei concittadini dobbiamo passare attraverso i posti di blocco degli americani, che possono anche decidere di non lasciar passare nessuno” spiega il giovane direttore del Centro per i diritti umani, creato a gennaio del 2004 “in risposta all’inaudita violenza contro Fallujah”. Per al-Daraji – tesserino n. g-100340 rilasciato dalla ‘1st Marine Division’, necessario per entrare nella sua città – la gente non ha nessuna fiducia nelle elezioni di domani: “Non c’è bisogno di attendere i risultati del voto. Come possiamo parlare di politica se non ci permettono di esercitare il nostro diritto di voto? L’Occidente si ricorda o no che i risultati del referendum costituzionale sono stati diffusi dieci giorni dopo il voto e che le urne sono state trasportate prima nelle basi militari americane?”. Per questo, dice ancora alla MISNA, un centinaio di avvocati di Baghdad e oltre 70 docenti universitari di Mossul hanno presentato un esposto alla magistratura iracheni. Per questo, a suo parere, il risentimento contro l’occupazione è motivato: “I soldati Usa hanno affisso manifesti sui muri di Fallujah in cui spiegano che possono effettuare arresti e uccidere chiunque, senza dipendere da alcuna autorità locale”. Fallujah, aggiunge al-Daraji – responsabile anche della rete per il monitoraggio dei diritti umani in Iraq, che riunisce 22 organizzazioni locali – “è una città senza legge né Stato: spesso al passaggio dei convogli statunitensi si verificano sparatorie in cui molto spesso rimangono coinvolti anche i civili”. Dei suoi 300.000 abitanti, oggi ne sono rimasti poco meno di 200.000. In questo clima, argomenta l’attivista, “non ha senso parlare di elezioni. Anche perché gli Stati Uniti hanno già deciso: o Allawi o al-Jafari, sono i due pupazzi più maneggevoli nelle loro mani”. Eppure qualcuno sostiene che gli attentati quotidiani contro i civili iracheni e non solo le forze straniere siano organizzati da gruppi armati locali. “Sono crimini iniziati con l’occupazione. È poi abbiamo le prove che almeno in alcune circostanze questi episodi avvengono con la collaborazione dei servizi segreti americani”. Un esempio? “Almeno due casi a Fallujah: secondo i testimoni, durante una perquisizione a un check-point americano su un’auto con a bordo una famiglia diretta a Baghdad è stato collocato un ordigno. I militari hanno chiesto agli occupanti della vettura entro quanto tempo sarebbero arrivati nella capitale e il timer della bomba era regolato di conseguenza”. Un altro caso con un camion carico di verdure. “Abbiamo raccolto testimonianze, prove e dati, denunciando tutto alla magistratura locale. Per documentare le violazioni dei diritti umani occorre essere rigorosi: per questo ci documentiamo con immagini, fotografie, dati, testimonianze. L’unica possibilità per fermare questa violenza è far sapere quello che accade” aggiunge ancora al-Daraji, che è rimasto in Italia alcuni giorni, incontrando anche delegati del Parlamento europeo. Il dossier sui crimini compiuti dagli americani è stato inviato alla missione Onu in Iraq, che ha deciso l’invio di due delegati a Fallujah: “I soldati Usa però hanno impedito loro l’ingresso, affermando che non c’erano garanzie di sicurezza”. La stessa “scusa”, conclude al-Duraji, è stata usata anche per le elezioni di domani: “Agli osservatori dell’Unione Europea verrà impedito di verificare l’andamento del voto in gran parte del Paese a causa dell’insicurezza. Come si fa a chiamarla democrazia?” (intervista di Emiliano Bos)
[EB]
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