Perché ho voluto difendere alcuni collaboratori di Primato
Non capisco perché Giorgio Israel, persona che stimo e di cui leggo in genere con attenzione e interesse gli interventi, se la prenda con me (il Foglio, 6 dicembre) a proposito di bottaismo e dintorni infilzando un fantoccio che forse mi somiglia e però non corrisponde a ciò che ho scritto e a ciò che penso: sia quando mi considera un puro “baffuto”, cioè stalinista vecchio stampo, sia quando vorrebbe a tutti i costi mandarmi “a braccetto con Bottai” quale suo presunto integrale sostenitore.
Considerando però l’impulso morale che genera certi giudizi non mi concentrerò sugli aspetti più sopraesposti della sua critica per misurare invece quanto ci unisce rispetto a quanto ci divide. Sollecitato da Giuliano Ferrara me la sono presa (il Foglio, 30 novembre) con una tendenziosa e scriteriata campagna tesa a celebrare le pressoché inesistenti virtù di un libro (“I redenti” di Mirella Serri) da me criticato con argomenti finora non smentiti e tanto più lontani da mentalità inquisitoria del tipo: “Non dici bene di me, dunque sei per definizione in errore”.
(E invito anche per questo Giorgio Israel a valutare con attenzione fino a qual punto certe sue posizioni siano vicine alle mie in tema di fascismo, antifascismo, comunismo e antisemitismo.)
Se però la reazione emotiva generata dal mio scritto ha fatto addirittura bloccare la penna di Israel già pronta a demolire la “insostenibile tesi di un Mussolini costituzionalmente antisemita” esposta in un libro di Giorgio Fabre appena uscito, lo prego di accettare le mie scuse e di riprendere subito il benefico lavoro iniziato.
Proverò a farmi intendere meglio. E già fin d’ora posso apprezzare la sua annunciata “severa critica” del tipico “antifascista militante” che parrebbe non rispettoso delle fonti e dunque di una onesta interpretazione.
Ma non si tratta purtroppo, ne converrà con me, dell’unica falsa nota che gira. Dopo la preziosa impresa archeologica condotta da Renzo De Felice sull’esperienza fascista (dagli esordi fino ai giorni in cui si consumò la “morte della patria”) accanto a lavori di grande interesse è cresciuto anche un coro di ragli storiografici che sta danneggiando e in parte smentisce la stessa direzione di marcia del maestro cantore. Ho richiamato proprio su questo punto in tono animoso ma pur sempre ironico e benevolo l’attenzione di Paolo Mieli e Pigi Battista: e la polemica in questo caso non intendeva offuscare i meriti di chi ha diffuso l’insegnamento di Renzo De Felice.
Dal mirabile archivio defeliciano ho personalmente appreso molto proprio sull’opera di Giuseppe Bottai (la sua intensa crisi politica e spirituale all’epoca di Primato tra il 1940 e il 1943, il carteggio illuminante anche in materia “razziale” con don Giuseppe De Luca, la progressiva conversione fino al crollo interiore di ogni mito immanentista, attualista, superomista e imperialista) cominciando a leggerne senza pregiudizi la personalità complessa di fascista in bilico, come ho provato a segnalare, senza mai attenuare la condanna per avere egli firmato da numero tre (prima di lui ci furono il Duce e quel piè veloce di Re Vittorio) e zelantemente fatto applicare nelle scuole le leggi di discriminazione antiebraica.
Nel tenere conto delle legittime inquietudini di Israel mi preme perciò ribadire la mia estraneità a qualsiasi forma di giustificazionismo non solo e non tanto delle responsabilità personali di Bottai ma dello stesso fascismo come regime a tendenza totalitaria sia pure imperfetta e più che dimezzata.
La domanda resta però sempre quella: era davvero inevitabile la dittatura di Mussolini oppure esistevano alternative che le classi dirigenti italiane non seppero o non vollero perseguire?
Se ne discute da tanto tempo e con l’intelligenza dei migliori. Ma non credo alla fine se ne ricaverà gran che. Fatto sta che il fascismo non può essere ridotto a fattore estraneo e non conseguente alla breve storia dell’Italia unita – come vorrebbe invece la formula crociana della “invasione degli Hyksos” – né tantomeno ad episodio culminante della “reazione borghese” come vuole la tradizione marxista-leninista (e in ultima istanza anche gramsciana).
Chi come me è più incline invece a ripensare quella vicenda come un continuum modernizzatore nel solco aperto dalla tradizione risorgimentale unitaria, e infine una “rivoluzione mancata” travolta dalla bufera della guerra mondiale, tende oggi a soppesarne meglio pregi e difetti in vista di un presente non più bloccato nel perimetro della statualità nazionale (con le connesse derive politiche di centro, destra e sinistra) bensì aperto a un più vigoroso moto politico continentale e transcontinentale tuttora in continuo e imprecisato sviluppo.
Un simile sguardo comporta innanzitutto la razionale pietas interpretativa per tutti gli attori di un dramma storico quale fu il nostro, sfociato fuori tempo massimo persino col pessimo gusto della “guerra civile per conto terzi” (ultimo regalo avvelenato che forse il penultimo dei Savoia avrebbe potuto risparmiare al popolo italiano). Il che significa esercitare al massimo la difficile arte della distinzione sine ira ac studio per evidenziare e isolare caratteri, motivazioni, speranze e verità interne di chi ha impersonato il ruolo di vittima e chi di carnefice (e anche di qualche eroe) negli anni che Giuliano Ferrara ha voluto chiamare “complicati per tutti” e coincidenti grosso modo con l’impresa freischwebend, oscillante nel vuoto, di Primato: dove brillò, mentre urlava la bufera, la migliore cultura italiana senza alcuna discriminazione razziale lasciando aperta la strada a valutazioni più intense e meno semplicistiche della vita e della storia. E’ quanto ho cercato di suggerire e di affermare correggendo non solo l’idea monocroma dello storico Sarfatti (Primato fu rivista “totalitariamente e programmaticamente ariana e antisemita”), ma anche la sparata di Mirella Serri secondo cui la rivista di Bottai fu una “corazzata della cultura fascista”, quando invece fu una piccola pubblicazione a bassa tiratura che raccolse come nell’arca di Noè gli esemplari – e che esemplari! - tra i più sensibili e fini della cultura italiana del Novecento (letteraria, filosofica e artistica, s’intende).
E dove non si sparse il veleno dell’antisemitismo nemmeno per una riga.
Lo ripeto e sottolineo: chi sa leggere i testi scoprirà che su Primato si manifestò anche una sempre meno velata opposizione al razzismo nazista.
Detto questo ho voluto anche difendere (io, che stimo l’odierna sinistra italiana molto meno di quanto Israel pare apprezzi l’ultima opera dell’amico Giorgio Fabre) la verità e l’onore di alcuni autentici intellettuali di sinistra (Alicata, Guttuso, Muscetta, Trombadori e tutti gli altri: da Franco Rodano a Giulio Carlo Argan) divenuti antifascisti prima del 1940 e che poi legittimarono in Italia – loro, non Velio Spano – la politica bifronte del Pci dopo avere partecipato alla Resistenza accanto ai fratelli ebrei combattenti o rifugiati perché impossibilitati a fuggire in altro modo la persecuzione nazista.
Quelle parole di Bruno Zevi del 1976
Non avrei dovuto farlo? Non avrei dovuto ricordare ciò che è sotto gli occhi di tutti, e cioè la testimonianza dei fatti oltre ai giudizi limpidi di uomini non dimenticabili come Bruno Zevi, Paolo Alatri e Maurizio Ferrara? Non credo affatto che Giorgio Israel pensi una simile corbelleria. Credo piuttosto che egli – col suo temperamento legittimamente risentito – voglia farla una buona volta finita con la fuorviante retorica della “partigianeria” o della “militanza antifascista”, diffusa a piene mani nel cinquantennio passato (da parte del Pci, ma non solo e non tanto: vedi azionismo) che ha finito col mettere tra l’altro in secondo piano le dimensioni della tragedia ebraica rispetto alle glorie del “secondo Risorgimento”. Se è questo che egli pensa e sente sono d’accordo con lui.
E lo assicuro che non è mia intenzione esibire intoccabili “primati” di alcun tipo, tanto meno la favola del “mondo salvato dai comunisti” quando è invece gran tempo di fare i conti spirituali – cioè quelli veri e seri – con gli ostacoli opposti anche dalla filosofia marxista e dalla politica comunista al cammino della verità e della libertà non solo e non tanto in Italia, ma nel mondo intero. Da questo punto di vista le solite discussioni su quella volpe di Togliatti, le occhiute amnistie, i vincitori e i vinti, la presunta egemonia del Pci sulla cultura italiana, così come l’indagine sulla famosa “ideologia dell’antifascismo” (primo mentore ne fu il vero Zdanov italiano, il beneamato Emilio Sereni) sono già dietro le nostre spalle: pare se ne occupino con assiduità le menti di Tamburrano, Bruno Vespa eccetera eccetera.
Ma ciò che veramente importa è comprendere, mettere in chiaro e interpretare la relazione intima, contrastante e tragica (storico-politica, ma molto più che storicopolitica) che vi fu tra ebraismo e comunismo, e tra rinascenza ebraico-sionista e movimento comunista, nel cuore della civiltà europea e occidentale degli ultimi due secoli. Credo che a questo più che elevato ordine di problemi faccia riferimento Israel quando tra l’altro si interroga – a proposito di antisemitismo – sulla “assoluta incomprensione del mondo comunista per la questione ebraica, al punto di indurla persino nei militanti ebrei”.
Ben detto. Ma forse ancora meglio aveva già detto Bruno Zevi rivendicando una “revisione delle tesi marxiste sulla questione ebraica” quando il 16 ottobre 1976 commemorò per la prima volta in Roma la tragica deportazione degli ebrei dal Ghetto (davanti ad Argan, al giovin Veltroni e tutti gli altri). In quella occasione egli sollecitò tra l’altro vivamente i comunisti di allora ad “una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica, per decretare che il problema ebraico non va risolto con la scomparsa, con la assimilazione forzosa, con l’annientamento o l’autoannientamento degli ebrei in quanto tali , ciò che ha provocato e provoca laceranti discriminazioni antisemite”. La calorosa e importantissima perorazione di Zevi fu accolta solo da pochi (pochissimi) intimi e se ne possono misurare purtroppo ancora fino a oggi le relative conseguenze e ricadute politico-internazionali. Ma si tratta in questo caso non solo e non tanto di meditare su “cose italiane” (che l’Italia, nazione di antica civiltà romana, cattolica, cristiana ed ebraica ha sempre finora saputo mostrare eccellenza d’equilibrio di fronte all’emergere del male nella storia).
Qui si presentano questioni storiche e metastoriche su cui varrebbe la pena di continuare a discutere sul serio (perché il Foglio non chiama al dibattito?) cominciando dalle conclusioni dei maggiori intellettuali ebrei del XX secolo che hanno vissuto e scontato l’idea comunista come promessa “messianica” nel mondo secolarizzato.
Ricordo al volo soltanto Giorgy Lukàcs, Ernst Bloch, Walter Benjamin, Th. W. Adorno e per converso Hannah Arendt o Gershom Sholem, che della questione ebraica in relazione al comunismo hanno fatto il centro della loro vita e dei loro alti pensieri vuoi ateistici vuoi religiosi.
Questi brevi riferimenti – cui si potrebbero aggiungere gli speculari giudizi del cattolico Ernst Nolte sull’antisemitismo nazista e l’ illuminante saggio, non ancora tradotto in italiano, dell’ortodosso Aleksandr Solzenicyn sui “due secoli passati insieme” da russi ed ebrei tra il 1776 e il 1970 – servono per segnalare che il grave e sacro argomento dell’antisemitismo non può e non dovrebbe essere mai introdotto in modo facilone nel gioco della propaganda politica e tantomeno del gossip giornalistico. Almeno secondo me, che comunista sono stato per sincera convinzione filosofica e ne sono uscito dopo la dovuta
“fatica del concetto” che il caso richiede.
Quando poi il gossip comincia a gonfiarsi come una rana spocchiosa e inconsapevole macchiando ingiustamente e inutilmente biografie fino a prova contraria ben più che onorevoli (altro che “redenti”: e chi sarebbe poi il “redentore”?) non me la sento di restare a guardare.
E ho buoni motivi di pensare che anche un uomo serio come Giorgio Israel su questo punto non possa non convenire con me.
Shalom.
Duccio Trombadori su il Foglio del 9 dicembre
saluti




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