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Discussione: Wojtyla

  1. #1
    Non sono d'esempio in nulla
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    Question Wojtyla

    The Pope was Jewish says historian

    LINEAGE: Pope John PaulA MANCHESTER historian has claimed that Pope John Paul II was Jewish.

    Yaakov Wise says his study into the the maternal ancestry of Karol Josez Wojtyla (John Paul II's real name) has revealed startling conclusions.

    Mr Wise, a researcher in orthodox Jewish history and philosophy, said the late Pope's mother, grandmother and great-grandmother were all probably Jewish and came from a small town not far from Krakow.

    The Pope was a priest and cardinal archbishop in the Polish city before his election to the papacy.

    Mr Wise said: "According to orthodox Judaism, a person's Jewish identity is passed down through the maternal line. I saw a photograph of the Pope's mother and I showed it to people who didn't know who she was.

    "They all said she looked Jewish. So I started doing more investigations about her background."

    Although he believes the Pope's father was an ethnic Pole, he thinks that John Paul's mother Emilia Kaczorowski - Emily Katz in English - was Jewish and that she was the daughter of Feliks Kaczowski, a businessman from Biala-Bielsko in Poland. Katz is a common surname amongst East European Jewish families.

    Emilia's mother, the Pope's grandmother, was Maria Anna Scholz. Scholz, or Schulze, is also a common surname among Jews, as is Rybicka, or Ryback, which is the surname of the Pope's great-grandmother Zuzanna.

    All the names or their variations appear on gravestones in the old Biala Jewish cemetery, as does the surname of Felik's mother Urszula Maklinowska. Mr Wise said: "The Pope's ancestry has been researched by an American historian.

    "But nobody has traced the family name through the Jewish community and, as Jewish historian, I have access to information that a non-Jewish historian wouldn't know about.

    "I'm not making any firm conclusions, but what I'm saying is that there is a lot of circumstantial evidence to say that he was Jewish.

    "The Pope's mother married out of the Jewish community to wed a Catholic. Her children were born and raised as Catholics and the Pope was baptised. It would shed light on why the Pope had to go into hiding from the Nazis in November 1940.

    "If he had been a pure ethnic Pole this would not have been necessary.

    "It would also explain why this Pope in particular felt a strong desire to improve relations between the Church of Rome and the Jewish people."

    by Riazat Butt

    fonte: http://www.metronews.co.uk/news/arti...historian.html

  2. #2
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    Predefinito

    Già Cariddeo anni fa ci aveva scritto qualcosa sull'argomento.
    Magari se è in giro può aggiungere qualche considerazione.

    Guelfo nero

    ps: è stato un piacere trovarsi alla Messa di Natale, caro amico

  3. #3
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    Predefinito Karol Wojtyla frankista, la perfida violenza di satana sul Corpo Mistico

    Intervista con Krzysztof Zanussi

    "Jacob Frank? Un soggetto affascinante"

    "Su Jacob Frank volevo addirittura girare un film. La presenza dei frankisti nella vita culturale polacca rimane sempre enorme. E nell’ambito cattolico i frankisti sono moltissimi". Il regista amico del Papa con disarmante sincerità si confronta con le pagine di Cronache dell’anticristo di Maurizio Blondet

    di P









    La critica cinematografica lo iscrive nel novero dei cineasti che "fanno cinema dell’inquietudine morale". Riguardando certi suoi film, come La struttura del cristallo (1969), Illuminazione (1973), Constans (1980), Imperativo (1982), in cui la cinepresa è allo stesso tempo scandaglio nelle profondità dell’anima umana e cronista vigile nel raccontare problemi sociali e politici, risulta facile farsi un’immagine un po’ particolare del loro autore, magari un uomo austero, schivo, silenzioso. Krzysztof Zanussi, come spesso accade quando ci si imbatte nell’artista dopo che si sono conosciute le sue opere, capovolge, anche solo con il tono vivido della voce, quell’immagine. Nato a Varsavia 62 anni fa, è uno dei più celebri registi polacchi, appartenente alla generazione del cosiddetto "terzo cinema" che negli anni Sessanta annoverava nelle sue file Andrzej Wajda, Roman Polanski, Jerzy Skolimowski e Krzysztof Kieslowski. Artisti che, con Zanussi, rinnovarono la scena cinematografica della loro patria ricevendo un unanime riconoscimento internazionale.
    Grande amico di Wojtyla, nel 1981 Zanussi portò sul grande schermo una pellicola ispirata alla vita dell’attuale Papa, Da un paese lontano, e nel 1995 realizzò Non abbiate paura. Storia di un Papa, film in cui si ripercorrono le vicende della giovinezza e del pontificato del Papa polacco. "Karol Wojtyla da giovane era un bravo attore" ha detto Zanussi qualche tempo fa. "Aveva una impostazione della voce professionale. Non è una cosa spontanea, occorre studio. Questa voce, da buon attore, gli è rimasta". Bravo attore, ma anche bravo drammaturgo, visto che Zanussi nel 1997 ha diretto Fratello del nostro Dio, film costruito sui dialoghi dell’omonimo dramma scritto dal giovane Wojtyla.
    Il regista polacco ha da pochissimo terminato il suo ultimo film, Il supplemento, di cui sta aspettando l’uscita nelle sale. Intanto, al Teatro Eliseo di Roma è in scena il grande classico di Jean Cocteau I parenti terribili, di cui Zanussi è regista.
    Dei "parenti terribili" del cattolicesimo polacco, i frankisti descritti da Maurizio Blondet nel suo libro Cronache dell’anticristo 1666-1999 (Effedieffe, Milano 2001; cfr. anche D. Malacaria, Jacob Frank, il messia militante, intervista con Maurizio Blondet, in 30Giorni, n. 12, dicembre 2001, pp. 86-88), abbiamo dialogato con Krzysztof Zanussi, che spiega a 30Giorni come Jacob Frank sia "un soggetto molto affascinante, sul quale volevo addirittura fare un film. La presenza dei frankisti nella vita culturale polacca rimane sempre enorme. E nell’ambito cattolico i frankisti sono moltissimi". Abbiamo parlato di questo, oltre che, naturalmente, della sua storia di regista e del suo amore per il cinema. Usando come sfondo squarci di storia polacca degli ultimi cinquant’anni.

    Un paio di anni fa, nel suo intervento al Giubileo degli artisti, lei ha affermato che i grandi autori cristiani del cinema sono scomparsi…
    KRZYSZTOF ZANUSSI: Sì, ho detto che registi cristiani come Dreyer, Bergman, Pasolini, Fellini e Tarkowskij non ci sono più. Ai nostri giorni torna di moda una spiritualità più vicina alla New Age che al Vangelo.
    Pasolini e Fellini registi cristiani, dunque?
    ZANUSSI: Certo. Mi sembra ovvio che il Pasolini di Teorema ha una prospettiva spirituale che può essere accettata come la profonda riflessione di un cristiano. Le notti di Cabiria e La strada di Fellini sono film in piena sintonia con lo spirito del cattolicesimo. Credo che oggi guardando un film considerato una volta scandaloso come La dolce vita, si colga in esso il grande grido di sete metafisica, pure nel tragico suicidio dell’intellettuale disperato amico del protagonista.
    E cosa pensa dell’ultima produzione "fantastica"? Mi riferisco ad Harry Potter, Il signore degli anelli, Il favoloso mondo di Amélie…
    ZANUSSI: Sono film prodotti con un "linguaggio" molto accademico pur appartenendo alla cultura popolare. Non sono pellicole molto raffinate. Tentano di riempire questo diffuso vuoto esistenziale in un modo piuttosto pagano. Ma, perlomeno, non materialista.
    Lei si è formato professionalmente nella Scuola nazionale di cinema, teatro e televisione di Lodz.
    ZANUSSI: Sì, certo. Tutti i registi della mia generazione escono da lì. Io però sento di appartenere alla storia del cinema polacco più che ad una particolare scuola di cinematografia. Oggi abbiamo due altri istituti, c’è più scelta. Ma ciò che conta è l’identità del cinema polacco che prescinde dalle provenienze scolastiche.
    Alla fine degli anni Sessanta la Scuola di Lodz aveva già un’enorme importanza, riconosciuta da molti anni. La purga di Gomulka nel ’68 l’ha definitivamente distrutta. Da allora non si è più ripresa, non ha più brillato come prima. Il valore di questa Scuola ebbe origine nel lavoro degli intellettuali polacchi di sinistra di prima della seconda guerra mondiale. Essi investirono molte energie nel cinema, crearono delle cooperative, valorizzarono un certo tipo di opere socialmente e culturalmente impegnate. Tutte cose molto positive. Ricordo che i registi più influenti e noti tenevano anche i corsi nella Scuola. È un aspetto piuttosto singolare, perché normalmente gli insegnanti in questo tipo di istituti di cinematografia sono quelli che hanno fallito nel cinema, sono nella maggioranza dei casi dei frustrati.
    Nel libro di Maurizio Blondet si parla della Scuola di Lodz e dei personaggi che la frequentarono. Un paragrafo è dedicato a Roman Polanski, autore di molti film sul satanismo…
    ZANUSSI: Senza dubbio in Polanski si avverte un fascino per l’oscurità del mondo, si percepisce una ricerca in questo senso. Anche la sua vita testimonia questo fascino e questa ricerca. D’altronde, uno che da ragazzo ha vissuto l’epoca dell’Olocausto, ha tutto il diritto di vedere le cose in una maniera molto tragica e scura, e quindi di trasformare le sue ansie e le sue paure nel linguaggio del cinema popolare. Io e Polanski siamo stati colleghi per un breve periodo. Quando io entravo nella Scuola di Lodz lui era in procinto di uscirne. Siamo comunque molto amici e ne ho una grande stima personale. Di lui purtroppo circola un’immagine pubblica completamente distorta. Lo conosco bene e so con certezza che è un uomo profondo, sofferente. Un uomo serio, nel vero senso della parola.
    Amico di Roman Polanski fu anche lo scrittore polacco Jerzy Kosinski, autore di best-sellers come The painted bird del 1965. Come Polanski, visse molti anni negli Stati Uniti. Là divenne famoso e là morì suicida nel 1991. James Parker Sloan, suo biografo americano, ne traccia un profilo molto preciso e racconta del suo rapporto con Wojtyla. Lei lo conobbe?









    ZANUSSI: Ho conosciuto personalmente Jerzy Kosinski. Non è facile raccontare la sua vicenda. Era un ragazzo di Lodz molto ambizioso, con molto talento. Emigrò in America negli anni Cinquanta e intraprese una carriera che definirei "socio-letteraria" perché fu soprattutto una carriera in società più che una carriera letteraria pura. Subì l’accusa di aver creato un’"industria" della narrativa, nella quale lavoravano molti autori che scrivevano i suoi romanzi. Era sicuramente un uomo che cercava sempre l’eccesso. Morì in condizioni misteriose, e se si tratti di suicidio o no non lo sappiamo con certezza. Era un ragazzo sopravvissuto all’Olocausto, e il suo modo di vivere rappresentò una reazione sfrenata di fronte al consumismo estremo con cui venne a contatto. Volle vivere tutte le esperienze estreme, dal sesso alla violenza alla droga. Però era un uomo interessante e profondo, non era sicuramente un superficiale. E non credo che la sua letteratura renda con evidenza la complessità della sua personalità. Perché Kosinski era uno speculatore. Speculava sul gusto del pubblico snob di massa e questo suo atteggiamento credo che un po’ sporchi il suo lavoro letterario. Ma soprattutto era un uomo di grandissimo talento e di grandissima vitalità. Con Wojtyla posso dire che forse ebbe un rapporto di conoscenza, ma non parlerei di amicizia.
    In un altro passaggio del testo di Blondet vengono delineate le vicende del Sessantotto polacco di cui furono protagonisti anche vari allievi della Scuola di Lodz.
    ZANUSSI: Guardi, posso solo dirle che per noi polacchi il Sessantotto ha un significato del tutto diverso da quello che gli si dà nel resto dell’Europa. Per noi è il marzo del ’68, non il maggio. Altro mese, altro significato. Da noi gli studenti combatterono in difesa dei professori, a Parigi i docenti furono attaccati. Il nostro marzo fu orchestrato e ispirato dalla corrente comunista, probabilmente a sua volta ispirata direttamente dall’Urss. I servizi segreti russi, nella storia, anche prima della Grande Guerra, hanno sempre sfruttato il "falso nazionalismo" polacco. Definisco "falso nazionalismo" quello riemerso in seno al Partito comunista polacco nel ’68, che era soprattutto antisemita, xenofobo, un nazionalismo della folla. Non era il nazionalismo dei patrioti polacchi. Nella tradizione polacca, il nostro pensiero nazionale è sempre stato condiviso dagli ambienti intellettuali ebrei.
    Ebrei che furono in quegli anni oggetto di una grande purga…
    ZANUSSI: Questo accadde quando Gomulka cominciò a perdere il controllo del Partito. Ma Gomulka stesso all’epoca era sposato con una ebrea. Era inoltre molto legato ai suoi vecchi compagni ebrei del periodo antecedente la seconda guerra mondiale, quando il Partito comunista era composto soprattutto da persone di origine ebrea i quali, temendo quel "falso nazionalismo" antisemita di cui ho parlato, avevano aderito al Partito comunista e avevano guardato con speranza all’Urss.
    Quali rapporti aveva Karol Wojtyla con gli intellettuali sessantottini polacchi?
    ZANUSSI: Molti, e molto buoni. Era molto legato ai movimenti degli intellettuali e dei politici che protestarono contro questa ondata di nazionalismo polacco antisemita. Era con quelli che cercarono di smascherare tutto questo finto nazionalismo orchestrato dall’"altro" potere, che voleva creare una cortina di ferro tra la Polonia e l’Occidente.
    Lei e il giovane Wojtyla scrivevate nella celebre rivista cattolica di orientamento progressista, Tygodnik Powszecny.
    ZANUSSI: Sì, esiste ancora oggi. In quegli anni era il solo settimanale veramente indipendente di tutto il mondo comunista. Io vi ho scritto molte volte.
    Su quella rivista scriveva anche l’intellettuale cattolico Jerzy Turowicz, il "Nestore della Polonia", di cui Blondet ricorda le origini frankiste e l’amicizia con l’attuale Pontefice…
    ZANUSSI: Sì, certo, Wojtyla lo conosceva e lo conoscevo personalmente anch’io. È morto nel ’99.
    Nel nazionalismo polacco, quello che lei definisce genuino e patriottico, c’è una grande componente messianica. Adam Mickiewicz, il vate del vostro risorgimento nazionale, inventa le idee della Polonia come "nazione martire" e "Cristo delle nazioni"…
    ZANUSSI: Questa componente messianica ha le sue radici nel pensiero polacco. È conosciuta come uno dei suoi concetti estremi, esasperati, ma non privi di senso, che nasce inizialmente dalla nostra tragica disfatta del 1785, quando perdemmo l’indipendenza dello Stato.
    In Polonia attualmente c’è ancora questa componente. Io, essendo lontano dalla tradizione romantica polacca, non la condivido, non mi ritrovo tanto in questo filone. Posso quindi parlare con una certa obiettività. Dico allora che ci sono anche degli elementi ragionevoli e completamente spiegabili: abbiamo perso la libertà, abbiamo perduto tanto sangue nella seconda guerra mondiale e, alla fine, siamo stati semicolonizzati dalla Russia sovietica per le decisioni prese a Yalta, con la piena accettazione di esse da parte dei poteri occidentali. Allora nasce il sentimento amaro di essere stati traditi. Quando combattemmo per salvare l’Inghilterra nella battaglia di Londra, i nostri piloti caddero in un numero sproporzionato, dando la vita per la causa europea che era la nostra vera causa. Ma subito dopo la guerra scoprimmo che Churchill a Yalta concedeva la Polonia a Stalin. Allora si cercò il modo di sopravvivere a questa sconfitta, a questa ingiustizia. E si trovava questa giustificazione: forse la nostra sofferenza serve a qualcosa. Questo è un pensiero profondamente cristiano.

    Insomma, non condivide in tutto le osservazioni di Blondet…
    ZANUSSI: Questo saggio sorprende per il numero dei dettagli, ma anche delle inesattezze, a cominciare dai nomi che sono quasi tutti sbagliati. Il nome del nostro attuale presidente è tutto un errore, sembra si parli di una persona che non esiste. Il nome di Adam Mickiewicz è scritto con un grande errore di ortografia. Il numero di dettagli dà l’impressione che si tratti di un lavoro molto preciso. Ma, al medesimo tempo, gli errori nel testo suggeriscono un giudizio diverso, cioè che sia un lavoro compiuto molto emotivamente. Blondet ignora poi molte cose che in Polonia sono note. Parlando ad esempio della famiglia Toeplitz, non riporta importanti informazioni su Cristoforo Toeplitz e sulla sua polemica relazione con lo scrittore americano David Halberstam, premio Pulitzer nel ’64, che pubblicò nel New York Times i materiali che denunciavano l’antisemitismo in Polonia, mentre Toeplitz, da ebreo, testimoniava l’assenza di antisemitismo nella nostra nazione.
    È, insomma, una ricostruzione un po’ frammentaria, pure se moltissime cose sono interessantissime.
    Cosa pensa dell’analisi sul frankismo operata da Blondet?
    ZANUSSI: Conosco benissimo la figura di Jacob Frank. È un soggetto molto affascinante, sul quale volevo addirittura girare un film. La presenza dei frankisti nella vita culturale polacca rimane sempre enorme. E nell’ambito cattolico i frankisti sono moltissimi. Non possiamo produrre statistiche, perché sarebbe razzista indagare sulla eventuale matrice ebraica di ogni cattolico polacco… Ma è vero che questa minoranza frankista ha accettato il cristianesimo, e l’ha accettato profondamente, contribuendo poi a infondere nel cattolicesimo polacco grandi valori. Questo è fuori dubbio. Interessantissimo è anche il processo di conversione al cattolicesimo dei frankisti, che durò vent’anni. Il dialogo di Frank coi Domenicani, i passi compiuti per arrivare alla conversione… Sono tutti elementi storici avvincenti e ancora da approfondire. La conversione dei frankisti al cattolicesimo nel XVIII secolo non mi sembra per niente un atto superficiale o falso. Mi pare invece il risultato di un grandissimo dibattito teologico, durato due decenni, durante il quale questo gruppo di ebrei ha accettato il parere dell’avversario. È una cosa affascinante come processo intellettuale. E le sue conseguenze culturali ovviamente esistono ancora oggi. Io, come artista, sono molto affascinato dall’immaginare come avrebbero reagito i Domenicani nell’ipotesi in cui, durante questo dialogo, si fossero trovati senza più argomenti da opporre a quegli avversari… Chissà se anche loro sarebbero stati pronti ad accettare le argomentazioni sostenute dagli ebrei… Questa disposizione d’animo in un dialogo è indispensabile. È un rischio mettere in conto l’ipotesi che il mio avversario abbia ragione. Tutto ciò, ripeto, è affascinante.
    E che cosa pensa degli elementi di gnosi aberrante e delle derive sataniste che informerebbero il frankismo?
    ZANUSSI: Non ci credo per niente. Per quello che sappiamo dei frankisti, niente di tutto questo è accertato. Si tratta di ornamenti letterari. Scientificamente, da tutto quello che ho letto sul frankismo, posso trarre la conclusione che sia un’interpretazione un po’ parziale.



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  4. #4
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    L'autore dell'intervista che ajuta a capire il brodo di coltura del polacco, sulla cui schiavitù alla Sinagoga di Satana si tornerà presto, è Paolo Mattei.
    Nel copia-incolla è saltato.
    @+

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Sùrsum corda!
    The Pope was Jewish says historian

    LINEAGE: Pope John PaulA MANCHESTER historian has claimed that Pope John Paul II was Jewish.

    Yaakov Wise says his study into the the maternal ancestry of Karol Josez Wojtyla (John Paul II's real name) has revealed startling conclusions.

    Mr Wise, a researcher in orthodox Jewish history and philosophy, said the late Pope's mother, grandmother and great-grandmother were all probably Jewish and came from a small town not far from Krakow.

    The Pope was a priest and cardinal archbishop in the Polish city before his election to the papacy.

    Mr Wise said: "According to orthodox Judaism, a person's Jewish identity is passed down through the maternal line. I saw a photograph of the Pope's mother and I showed it to people who didn't know who she was.

    "They all said she looked Jewish. So I started doing more investigations about her background."

    Although he believes the Pope's father was an ethnic Pole, he thinks that John Paul's mother Emilia Kaczorowski - Emily Katz in English - was Jewish and that she was the daughter of Feliks Kaczowski, a businessman from Biala-Bielsko in Poland. Katz is a common surname amongst East European Jewish families.

    Emilia's mother, the Pope's grandmother, was Maria Anna Scholz. Scholz, or Schulze, is also a common surname among Jews, as is Rybicka, or Ryback, which is the surname of the Pope's great-grandmother Zuzanna.

    All the names or their variations appear on gravestones in the old Biala Jewish cemetery, as does the surname of Felik's mother Urszula Maklinowska. Mr Wise said: "The Pope's ancestry has been researched by an American historian.

    "But nobody has traced the family name through the Jewish community and, as Jewish historian, I have access to information that a non-Jewish historian wouldn't know about.

    "I'm not making any firm conclusions, but what I'm saying is that there is a lot of circumstantial evidence to say that he was Jewish.

    "The Pope's mother married out of the Jewish community to wed a Catholic. Her children were born and raised as Catholics and the Pope was baptised. It would shed light on why the Pope had to go into hiding from the Nazis in November 1940.

    "If he had been a pure ethnic Pole this would not have been necessary.

    "It would also explain why this Pope in particular felt a strong desire to improve relations between the Church of Rome and the Jewish people."

    by Riazat Butt

    fonte: http://www.metronews.co.uk/news/arti...historian.html

    chi traduce?
    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

  6. #6
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    foto di famiglia....

    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

  7. #7
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    http://www.effedieffe.com/interventi...etro=religione


    religione

    Confermato: Wojtyla era ebreo (forse frankista)
    Maurizio Blondet
    28/12/2005
    Carol Wojtyla prega davanti al muro del pianto durante il suo viaggio in Terra Santa del marzo 2000Allora era proprio vero: Giovanni Paolo II era ebreo.
    Lo ha scoperto con gioia Yaakov Wise, uno studioso di genealogie ebraiche che abita a Manchester.
    Da esperto del problema, Wise ha fatto ricerche sull'ascendenza del lato femminile della famiglia Wojtyla: per decreto rabbinico sono le madri, non i padri, a trasmettere l'ebraicità.
    La mamma di Karol, che morì quando lui era lattante, aveva sposato un polacco cattolico; ma il suo nome, Emilia Kaczorowski è apparso a Wise un adattamento polacco di un nome ebraico molto comune nel mondo yiddish: Katz.
    La nonna si chiamava Marianna Scholz, altro nome ebraico (Schulze, Schultz).
    E la bisnonna, Zuzanna Rybicka, altro nome di suono ebraico.
    Infatti tali nomi appaiono frequenti nelle tombe del cimitero ebraico di Biala-Bielsko, da cui veniva la famiglia della mamma di Karol.
    Wise ne è sicuro: «come storico ebreo, ho accesso ad informazioni che sono chiuse ad altri storici», dice.
    Con questo lignaggio materno fino alla terza generazione, Karol Wojtyla non solo era un ebreo integrale; avesse chiesto la cittadinanza israeliana, lo Stato ebraico avrebbe dovuto riconoscergliela.



    Questo fatto getta una nuova luce non solo sugli atti di Karol Wojtyla (la visita del primo Papa a una sinagoga, la preghiera al «muro del pianto», le «scuse» della Chiesa agli ebrei) ma sulla sua neo-teologia della «elezione».
    Risale a lui la nuova e malferma dottrina «cattolica» secondo cui l'Antica Alleanza persiste tutt'ora; la Nuova Alleanza (di Gesù) non l'ha fatta decadere - insomma che gli ebrei hanno diritto di aspettare ancora un messia, avendo rifiutato il primo.
    Una «dottrina» che forza alquanto i testi del Vangelo, per negare la «sostituzione».
    Anche l'accettazione dell'Olocausto (con la maiuscola) come il «sacrificio di sangue» sacramentale che fa degli ebrei la «vittima» collettiva alternativa all'Agnello, diventa più significativa alla luce dell'ebraicità di Wojtyla.
    Del resto nel 1998, quando il Papa polacco chiese perdono agli ebrei col documento «Noi ricordiamo», Giovanni Paolo II approvò il discorso ufficiale, dove si diceva che «il popolo ebraico è crocifisso da duemila anni».
    Non «perseguitato», ma «crocifisso», come il Salvatore.
    E non da tremila anni, ma da duemila: ossia dalla nascita di Cristo.
    Dal solo fatto che Gesù sia nato.
    Popolo «crocifisso» per il fatto che il cristianesimo esiste.



    Che significa?
    La frase è assurda per un cattolico credente.
    Ma esprime i sentimenti di ogni ebreo, «offeso» dalla pretesa cristiana di essere il Novus Israel.
    Ma non basta.
    Nel processo di canonizzazione a tappe forzate, sarebbe bene che gli avvocati del diavolo investigassero questo lato del beatificando.
    Che idea aveva di sé Wojtyla e della sua ebraicità?
    Perché in Polonia, come noto, nacque e operò Jacob Frank (1726-1791), un israelita che si proclamò messia; e sull'esempio di Sabbataei Zevi (un precedente «messia» che operò in ambiente islamico e si convertì falsamente all'Islam con tutti i suoi seguaci) anche Frank e 500 famiglie di suoi fedeli si fecero battezzare, nel 1759.
    Mantenendo però in segreto i loro culti ebraici eretici spesso licenziosi (vi aveva una parte importante la figlia di Frank, Eva, adorata con un culto copiato a quello della Vergine Nera di Cracovia), la fede nel loro «messia» apostata, e la pratica della più stretta endogamia settaria (i frankisti si sposano solo tra loro, come ordinato da Frank: «non prendete in moglie nessuna delle loro puttane» cattoliche).



    Nota è la giustificazione teologica della loro apostasia e doppiezza: il messia «deve» compiere gli atti più peccaminosi, e la conversione falsa all'odiata «religione di Edom» (Roma) è la peggiore. Perché «la salvezza si ottiene attraverso il peccato», secondo una tipica movenza gnostica detta anti-nomica (1).
    I frankisti andavano a messa la domenica, ma il sabato si riunivano nelle loro sinagoghe segrete.
    Wojtyla era influenzato sicuramente da questa «cultura», perché personalità frankiste hanno svolto una parte essenziale nel creare il particolare nazionalismo polacco, l'idea della nazione sofferente, «Cristo delle nazioni».
    Il poeta nazionale polacco Adam Mickiewicz (1798-1855) tanto amato dal Papa, era un frankista: super-cattolico a parole, ma amico di Mazzini, con cui partecipò alla Repubblica Romana, la massonica impresa che nel 1849 cacciò da Roma Pio IX; e morì a Costantinopoli mentre cercava di arruolare una legione ebraica per liberare Gerusalemme: un sionista ante litteram.
    Jerzy Turowicz, il potentissimo direttore di «Tygodnik Powsszechny», l'autorevole rivista cattolico-progressista cui Karol collaborò e che tanto influì sulla sua formazione culturale e spirituale, era un frankista, e al suo funerale volle si cantassero cori ebraici.
    Di altri personaggi ebrei o frankisti che hanno influito e guidato il giovane Wojtyla ho parlato nel mio libro «Cronache dell'Anticristo» (Effedieffe, 2001).
    Fra l'altro è notevole che la comunità ebraica americana si prodigò per sostenere finanziariamente Solidarnosc, organizzazione sindacale cattolica, ma controllata da vicino da tre ebrei di fiducia, Jacek Kuron, Adam Michnitz e BronislaGeremek, figli di funzionari comunisti di colpo passati al nemico.



    Ma sapeva Wojtyla di avere sangue ebreo?
    Wise sostiene di sì.
    Altrimenti non si spiega perché nel 1940, il giovane seminarista si sia nascosto ai nazionalsocialisti: se si fosse saputo polacco e dunque «ariano», non sarebbe stato necessario.
    Ma se lo sapeva, perché ha taciuto questa sua identità, mentre moltiplicava i favori e le aperture al giudaismo?
    Questo elemento può indicare una sua appartenenza all'ambiente frankista: celare il proprio ebraismo è un obbligo per la setta (2).
    D'altra parte, sua madre Emilia si sposò al di fuori della cerchia ebraica, e questo potrebbe essere un segno contrario; però il mutamento del nome da Katz a Kaczorowski potrebbe essere un indizio a favore.
    E' anche possibile che, a distanza di due secoli, gli stessi elementi frankisti non abbiano più una coscienza netta e separata della loro identità, si sentano insieme «cattolici» ed ebrei.
    Sarà stato il caso di Giovanni Paolo?
    E' una questione su cui indagare a fondo, anziché proclamarlo «santo subito» senza accurata inchiesta.
    Santo, forse; ma subito, meglio di no.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «Antinomia» vuol dire «contro la legge» (nòmos in greco). Nell'ebraismo ortodosso come in quello frankista, l'avvento del messia sancisce l'abolizione della «legge» e di ogni legge, anche morale. Tipicamente, i frankisti - ormai «liberati» dalla legge grazie al loro «messia» - praticavano l'incesto, «perché lassù non esiste divieto». Contro questa credenza giudaica, esplicitamente, Gesù dice la famosa frase: «non crediate sia venuto ad abolire la legge». Voleva dire: benché il Messia sia venuto (era Lui), della legge morale non cadrà «uno jota» fino alla fine dei tempi.
    2) Voci che Wojtyla fosse ebreo sono circolate parecchio in Polonia. Del resto, nella polemica politica polacca, è frequente che un avversario venga accusato di essere un «ebreo nascosto», ossia un frankista. Il regime comunista cercò di far credere che lo stesso Lech Walesa fosse un ebreo, che in realtà si chiamava Leiba Kohne (Cohen). Non era vero. Lo stesso Walesa una volta spiegò: «l'antisemitismo in Polonia è dovuto agli ebrei che celano la loro nazionalità», insomma un'altra allusione ai frankisti.




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    archivio: religione

  8. #8
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    Santo, forse...

    Maurizio Blondet

    Blondet non tira mai le somme, mette solo gli addendi ma omnis tergiversatio est negatio.

    Guelfo Nero

    ps: thread comunque interessantissimo e degno oggetto di riflessioni in questa Ottava della Natività

  9. #9
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    Ottimo, Blondet....veramente.
    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

  10. #10
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    Sodalitium Numero 49 Aprile 1999

    KAROL, ADAM, JACOB
    don Francesco Ricossa

    In questo numero di Sodalitium non troverete - per motivi di tempo e di spazio - la consueta rubrica ‘L’Osservatore Romano’, nella quale vengono esaminati alcuni documenti ufficiali di Giovanni Paolo II o delle sue Congregazioni. A parziale riparazione di questa omissione presentiamo ai nostri lettori questo studio che può far luce, appunto, sul pensiero di Giovanni Paolo II, ed in particolar modo sul suo interesse e la sua simpatia per il mondo ebraico, interesse che lo ha portato allo storico incontro col rabbino capo Toaff nella Sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986.
    In questo articolo don Ricossa suggerisce al lettore di seguire, a questo scopo, tra i molti possibili, il filo che lega Karol Wojtyla a Adam Mickiewicz, e questi a Jacob Frank, prendendo inizio la nostra ricerca da due testimoni insospettabili di pregiudizi nei confronti di Giovanni Paolo II, quali il teologo Padre de Lubac, creato ‘cardinale’ da Giovanni Paolo II stesso, ed il filosofo e politico democristiano Rocco Buttiglione.
    Sodalitium

    Il 16 ottobre 1978...

    “Alla sera della sua elezione, il 16 ottobre 1978, dal balcone di San Pietro di Roma, il cardinale Karol Wojtyla, divenuto Giovanni Paolo II, salutava Mickiewicz, testimone della fede cattolica e della libertà. E nella lontana Cracovia, che il poeta esiliato non aveva mai potuto vedere, quella notte stessa, ‘i cortei che festeggiavano l’elezione pontificia onorando gli eroi della storia polacca ci significano che da Adam Mickiewicz a Karol Wojtyla si è perseguita la continuità di una stessa speranza alla quale sembra infine rispondere un sorriso della storia’ (La Croix, 27/10/1978)” (1). Così scrive padre de Lubac, per ricordare l’affinità tra i due poeti polacchi, Karol Wojtyla e Adam Mickiewicz. Buttiglione, a sua volta, fa notare: “Può essere interessante notare che, subito dopo la sua elezione a Sommo Pontefice, il primo luogo nel quale Giovanni Paolo II si è recato in pellegrinaggio, è stato il santuario della Mentorella, vicino Roma, tenuto dai Padri Resurrezionisti” (2) Ora, “narra la leggenda che, dopo il fallimento della rivolta [dei polacchi contro lo Zar] del 1831, alcuni capi della sollevazione si siano ritrovati a Parigi, nell’esilio. In un incontro il giorno di Pentecoste del 1836, dopo aver analizzato ancora una volta la situazione politica ed averla trovata disperata Mickiewicz conclude che bisogna fondare un ordine religioso, per salvare l’anima della Nazione. ‘Abbiamo bisogno di un nuovo ordine, non c’è altra salvezza. Ma chi può fondarlo? Io sono troppo orgoglioso’. E a questo punto, il grande poeta designa Bogdan Janski che di lì a poco effettivamente fonderà l’ordine dei Resurrezionisti con Piotr Semenenko e Hieronim Kajsiewicz” (3). Adam Mickiewicz ha dunque influenzato il giovane Wojtyla, come sostiene lo stesso Buttiglione (p. 32), e come Giovanni Paolo II solennemente significò in questi due suoi primi atti dopo la sua elezione (4). Ma chi era Mickiewicz?

    Solo un Mazzini polacco?

    Edgar Quinet, Jules Michelet, Adam Mickiewicz: “i tre anabattisti del College de France” (Daniel Halévy), “triade sacra che preparò l’esplosione del 1848” (Giovanni Scovazzi, discorso per l’incoronazione del busto di Mickiewicz al Campidoglio, a Roma, il 26 novembre 1879). Eppure, de Lubac sottolinea le differenze tra i tre amici e colleghi al College de France: “Mickiewicz, che nella sua prima gioventù aveva ammirato Voltaire, lo detestava; Michelet e Quinet saranno membri del comitato costituito per fargli erigere una statua” (5), Mickiewicz era cattolico e bonapartista, i suoi amici atei e repubblicani. Mickiewicz era un rivoluzionario, certo, ma un rivoluzionario particolare: un “mistico”.
    Nato in Lituania il 24 dicembre 1798 (200 anni prima dell’elezione di K. Wojtyla), sotto la dominazione zarista, fondò all’Università di Wilno, nel 1815, la Società dei Filomati (poi Filareti, poi Raggianti) “con finalità apparentemente letterarie (...) in realtà politiche” (6) Per questo motivo fu arrestato ed esiliato in Russia, da dove fu espulso nel 1829. Si recò allora a Roma: “la sua formazione spirituale era stata illuminista e voltairiana; a Roma egli ritrovava la coscienza della superiore potenza creatrice della fede in confronto alla sola ragione; e a questo concetto doveva ormai ispirarsi tutta la sua poesia”. “Nel 1831, dopo aver invano cercato di raggiungere la patria insorta, il M. si recò a Parigi”, frequentando gli ambienti dell’emigrazione polacca. ove la delusione sarà forte nel leggere l’enciclica di Gregorio XVI Cum primum del 9 giugno 1832, in appoggio alla repressione russa contro i polacchi (7). Nel 1839 insegnò all’Università di Losanna, e l’anno seguente, come abbiamo visto, al Collège de France di Parigi. “Nel 1848, alla riscossa dei popoli, il M., che aveva seguito tutta la vita i movimenti nazionali ed era amico di Mazzini [che tradusse alcune sue poesie] e di altri patrioti, fondò una legione che combatté nella prima guerra d’indipendenza italiana”. Tornato a Parigi dopo la nuova sconfitta, morì nel 1855 a Costantinopoli, durante una missione politica. Da questi brevi cenni biografici tratti dall’Enciclopedia Cattolica, emerge la figura di un M. cattolico liberale, vagamente mazziniano. Fu solo (solo!) questo?

    Mickiewicz e Lamennais

    Padre de Lubac non esita a porre M. nella “posterità spirituale di Gioachino da Fiore”, anche se non manca di difendere l’ortodossia del Nostro, come fece con Padre Theilard de Chardin, al quale, esplicitamente lo accomuna (8). Impresa disperata in entrambi i casi. Al seguito di de Lubac, approfondiamo la nostra conoscenza con M.
    Innanzitutto, è la lettura de l’Essai sur l’indifférence di Lamennais, durante la deportazione a San Pietroburgo, a riavvicinare M. al “cattolicesimo” (p. 242). Nel 1831, M. conobbe personalmente il “profeta di La Chesnaie” a Parigi, e ne divenne amico: a ragione, i due sono stati chiamati “i Pellegrini dell’avvenire” (9). “Lamennais, scrisse a Lelewel il 23 maggio 1832, ‘è il solo francese che abbia sinceramente pianto su di noi’” (p. 240). L’opera di M., I libri della nazione polacca e del suo pellegrinaggio (1832), fu tradotta in francese da Janski (il futuro fondatore dei Resurrezionisti) e dal conte di Montalembert. Il nome di quest’ultimo è presente affinché “il libro si diffonda tra i cattolici liberali”. Montalembert e Lamennais ne scelgono il titolo dell’edizione francese, Livre des pèlerins polonais (1833); Montalembert ne scrisse la prefazione, Lamennais vi aggiunse un suo “inno alla Polonia”. Ricordo che le idee di Lamennais, espresse nel suo giornale L’Avenir, erano già state condannate da Gregorio XVI nell’enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832, ma il Papa aveva omesso di nominare lo sventurato sacerdote, nella speranza di un suo ravvedimento. Invece, fu proprio l’opuscolo di M. a dargli l’occasione di precipitarsi nell’abisso che lo condusse all’apostasia. Lamennais “aveva immediatamente ammirato il libretto di M.: ‘Una così pura espressione della Fede e della Libertà unite è una meraviglia, in questo nostro secolo di servitù e di incredulità’ (...). Lui stesso aveva allora iniziato, dirà, la redazione di un piccolo libro ‘di genere molto analogo’, ma senza esserne molto attirato, e esitava a terminarlo. La lettura del manoscritto dei Pélerins fu la ‘scintilla’ che lo galvanizzò. Ne imitò ‘lo stile biblico e visionario’ e ne prese a prestito la maniera parabolistica ne ‘Les Paroles d’un croyant’. È nota la lettera che Maurice de Guérin scrisse al suo amico Hippolyte de la Morvonnais il 10 maggio 1834, a proposito dei tre scritti di M., de Lamennais e di Silvio Pellico (Le mie prigioni) pubblicati a poca distanza: ‘terribile trilogia..., tre colpi di mazza, colpo su colpo, e dati da uomini cattolici, uomini puri, uomini santi’” (pp. 241-242).
    Il Papa però, non apprezzò allo stesso modo; “la prova fu rude, sia per il polacco che per il bretone. Se la condanna romana del giugno 1834 [enciclica Singulari nos di Gregorio XVI] aveva per obbiettivo, innanzitutto, Lamennais, essa non risparmiava però M., la cui attitudine era stata anch’essa duramente riprovata” con la lettera al Vescovo di Rennes del 15 ottobre 1833. Fu allora che le strade di Lamennais e M. si divisero: il primo apostatò, il secondo si sottomise (?) e fondò nel 1834 “l’associazione dei fratelli uniti”, alla quale si affiliò l’ex carbonaro Janski (p. 244). Nel 1836, lo abbiamo visto, fondarono assieme l’ordine religioso dei Resurrezionisti.

    Mickiewicz e il messianismo

    M. ha appena lasciato la compagnia di un eretico (Lamennais), per aggregarsi a quella di un altro forse peggiore: Andrzej Towianski (1799-1871), un vecchio compagno di studi a Wilno. Costui capita a Parigi nel 1841, “guarisce a distanza” la moglie di M. che era in manicomio, e viene riconosciuto da lui come “l’inviato di Dio”. “Durante tre anni consecutivi, tra i quali i suoi due ultimi anni di insegnamento [al Collège de France], M. diventerà l’araldo del towianismo” (pp. 253-25). Towianski era un adepto del “messianismo”. La corrente fu inaugurata da Hoëné-Wronski (1778-1853) “che aveva finito per credersi il Paraclito incaricato di annunciare il ‘cristianesimo compiuto’” (p. 251). Messianisti furono i grandi letterati polacchi Zygmunt Krasinski (1812-1859) e August Cieszkovski (1814-1894): il primo “annunciava che la Chiesa di Pietro era giunta alla fine, come tutta l’antica società”, il secondo “annuncerà l’apertura della terza e ultima èra della storia: dopo l’antichità che fu l’età del Padre e il cristianesimo che fu l’età del Figlio, verrebbe presto l’età dello Spirito Santo che, realizzando l’accordo della volontà umana e della volontà divina, instaurerebbe sulla terra il regno di Dio: allora sarebbe realizzata la ‘pienezza delle nazioni’ predetta da San Paolo” (pp. 250-251). Quanto a Towianski, umilmente crede di essere, dopo Napoleone (10), la terza epifania di Cristo, il capo predestinato che doveva nascere da una nazione, la Polonia, martire e redentrice come Cristo. Egli era “inebriato di letteratura mistica e occultistica: forse era iniziato a svariate società segrete” (p. 252). “Il suo sistema metafisico e morale, antirazionalista e antiautoritario, subì gli influssi di Saint-Martin, Swedenborg, T. Grabianka” (11), ma anche di un certo Jacob Frank, di cui riparlerò. È interessante notare che, per T., alla fine l’inferno non ci sarà più (8). Molti autori furono influenzati da T.: il poeta polacco Juliusz Slowaki (1803-1849), che predisse un Papa slavo (12), il nostro Mickiewicz, e lo scrittore modernista Fogazzaro (13). Ora, Mickziewicz, Slowaki, Krasinki, sono indicati da Buttiglione come “maestri” di Karol Wojtyla (p. 32). Il pensiero di Towianski è contenuto in un libro del 1841 (sarà messo all’indice nel 1858) intitolato Biesiada, il Banchetto. M. ne diventa il diffusore al prestigioso Collège de France. “Nel dicembre del 1843, prende per oggetto del suo corso ‘la Cena’ (= ‘il Banchetto’) rispettandone l’anonimato e evitando di citarlo direttamente. Esso è - dichiarò - ‘il frutto più prezioso e più maturo che cade dall’albero di vita della razza slava’, è ‘un proclama di guerra contro ogni dottrina, contro ogni sistema razionalista’” (p. 254).”Mi sento sostenuto da una forza che non viene dall’uomo - disse M. durante il suo corso del 19 marzo 1844 - (...) mi proclamo al cospetto del cielo testimone vivente della nuova rivelazione” (p. 254). Non stupiamoci se M. ed i suoi furono scambiati per dei “nuovi Montanisti” (14). Lo Stato (Luigi Filippo) e la Chiesa si inquietano entrambi, anche se per differenti motivi. Il primo impone a M. - anche se discretamente - di lasciare la cattedra nel 1844, la seconda metterà all’Indice, il 15 aprile 1848, i volumi contenenti i due ultimi tomi delle sue lezioni parigine: L’Église et le Messie e L’Église officielle et le messianisme.

    Mickievicz e la “Chiesa ufficiale”

    Se si annuncia un nuovo Messia, un nuovo Salvatore, una nuova Rivelazione, che ne è della (vecchia) Chiesa? Essa, naturalmente, deve o scomparire per cedere il posto alla nuova (come pensa Krasinski) oppure trasformarsi (come pensa il Nostro). Nel frattempo, essa è “la Chiesa ufficiale” contrapposta alla “Chiesa dell’avvenire” (p. 270) che sorgerà dalla precedente “come la farfalla dalla crisalide” (15). “Le lezioni del Collège de France nel 1842-1844 sono dure per la ‘Chiesa ufficiale’. Esse respingono ogni idea ‘d’insultare gli uomini che la rappresentano’ ma constatano che essa ‘ha perduto lo spirito di profezia’. La ‘vecchia teologia clericale’ non basta più per guidarci: ci insegna ancora a conoscere Dio, ma non ce lo fa ‘sentire’” (p. 260). M., invece, si crede “un profeta” (p. 246), “un illuminato” (p. 250), quando parla diventa estatico (p. 249) ed è tenuto per santo e mistico (p. 239). “Un presentimento universale - afferma M. - ci avverte dell’imminenza di una nuova crisi... Gli spiriti più attaccati all’antica tradizione, come quello di Joseph de Maistre (16), la presentivano” (p. 260). La Chiesa “ufficiale” è divenuta razionalista: “questa Chiesa, la cui esistenza è un miracolo, evita di parlare dei miracoli”, “sa solo più respingere e condannare”, ma “sarà salvata malgrado (i preti) e contro di loro” (p. 269) (17). “A partire dalla Riforma” “da parte del cattolicesimo inizia la p(i)etrificazione e, da parte del protestantesimo, la putrefazione” (p. 269); per ovviare a questo processo occorre un ecumenismo cattolico alla de Maistre (ibidem). L’idea di M. sulla Chiesa è ben riassunta dal seguente episodio: “Era il 16 gennaio 1844. Mai, senza dubbio, dalla sua fondazione, da alcuna delle sue cattedre, gli uditori del Collège de France avevano ascoltato qualcosa di simile. (...) In quel giorno, lo storico delle letterature slave [M.] ha dato la sintesi della sua visione cattolica”. M. racconta allora agli allievi la leggenda scritta da Krasinski quattro anni prima (18): “Notte di Natale. A San Pietro di Roma, il papa termina la messa circondato da stanchi vegliardi. Tra di loro, appare un giovane vestito di porpora: è la Chiesa dell’avvenire, nella persona di Giovanni (19). Egli annuncia alla folla dei pellegrini che i tempi sono compiuti, poi, recandosi alla tomba del capo degli Apostoli, lo chiama per nome e gli ordina di uscire. Il cadavere si leva e grida: ‘Sventura!’. Allora, la cupola della basilica scricchiola e si crepa. Il giovane cardinale chiede: ‘Pietro, mi riconosci?’. Il cadavere risponde: ‘La tua testa ha riposato sul seno del Salvatore, non hai conosciuto la morte; ti conosco’”. Pietro torna nel sepolcro, dopo aver ceduto il posto a Giovanni. I pellegrini polacchi, per fedeltà, muoiono sotto le rovine della basilica di san Pietro. “Pietro è morto per sempre. La Chiesa romana è finita, i suoi ultimi fedeli sono morti. La rottura è consumata”. M. riprende l’allegoria di Krasinski, ma ne cambia il finale. I pellegrini polacchi che “cercano la Chiesa dell’avvenire” non periscono sotto le rovine, ma salvano la Chiesa. “Essi - sono le parole stesse di M. - apriranno questa cupola alla luce del cielo, affinché assomigli a quel pantheon di cui è la copia (20); affinché essa sia di nuovo la basilica dell’universo, il pantheon, il pancosmo e il pandema, il tempio di tutti gli spiriti; affinché essa ci dia la chiave di tutte le tradizioni e di tutte le filosofie...” (p. 271). De Lubac pensa che M. corregge in senso ortodosso Krasinski; per Journet, invece, ne “accentua il carattere eretico”. Per M., è vero, la Chiesa di Giovanni non abbatte quella di Pietro, ma sboccia da essa come la farfalla dalla crisalide; direi che Mickiewicz è eretico quanto Krasinski, ma più pericoloso, perché nascosto sotto pelle ovina. Quando, il 5 aprile 1848, M. entrò in processione nella basilica di san Pietro seguito dalla sua legione polacca, pensò di essere vicino alla realizzazione del sogno della ‘Notte di Natale’ (cf p. 458). Ma il 29 aprile Pio IX rifiutava di dichiarare la guerra all’Austria. La Repubblica Romana guidata dal Mazzini - amico del Nostro - depose il Papa, ma si avviava anche alla sconfitta. Il sogno di una Chiesa “spirituale” era rinviato. Se nel 1845 M. si era separato da Towianski, egli interverrà però in suo favore presso il governo francese, nel 1848 e nel 1851 (p. 275, n. 4). Né, per questo, abbandonò il suo falso misticismo, come vedremo.

    Mickiewicz massone martinista

    In effetti, i legami con Towianski erano anche di genere occulto, ovvero massonico. Appartenne, M., alla massoneria? Fin dall’inizio, lo vediamo fondare, nel 1817, la società segreta dei Filomati (Towarzystwo filomatow). Nel 1820, fa parte di un’altra società segreta, quella dei Filareti, di cui parlerà nella terza parte del suo libro Dziady (Gli avi), del 1833. Purtroppo, non so se i Filareti abbiano qualche cosa a che fare con le logge massoniche dette dei Filaleti (21). In ogni caso, queste società segrete polacche erano simili (e spesso alleate) a quelle russe - sorta di Carbonerie slave - che diedero vita al complotto dei Decabristi. Il governo zarista riconobbe nel complotto decabrista del 1825 la mano della massoneria, che infatti fu messa fuorilegge in Russia proprio in quella circostanza (22). Anche a supporre che le società segrete alle quali aderiva il giovane M. non fossero massoniche, un incontro lo porterà al Martinismo: quello con Oleszkiewick. “Nessuno avrà su di lui un’influenza così forte come il polacco Josef Oleszkiewick, pittore, mistico, seguace di Saint-Martin, che sarà per il M. il primo iniziatore di esperienze di vita più profondamente religiose” (23). Così, M. da voltairriano diventa Martinista, da razionalista, “mistico”; nel 1836 pubblicherà Zdania i uwagi (Sentenze e osservazioni), una raccolta di citazioni delle opere di Böhme (24), Silesio e Saint-Martin (25). Ora, con Saint-Martin siamo in piena massoneria, e anche in pieno cabalismo giudaico! È in questo ambiente esoterico, ben prima di affiliarsi al movimento di Towianski, che affonda il pensiero di M: “fortemente toccato in gioventù dalla mistica delle società segrete, - deve ammettere de Lubac - e poi in seguito da Böhme di cui si innamorò a Dresda nel 1832 (26), dalle visioni di Frédérique Wanner, da Swedenborg (27) da Baader e da Saint-Martin che lesse a Parigi nel 1833, ma anche da Caterina Emmerich (...) e dai grandi mistici della tradizione cristiana, soprattutto Dionigi (che progetta di tradurre in polacco), assomiglia a un de Maistre più vicino a delle fonti di ispirazione popolare, a un Lamennais rimasto fedele” (p. 245). Veramente, più de Lubac cerca di scusare M., più - involontariamente - ne aggrava la situazione, tanto ne risulta chiara la collocazione di M. tra i pensatori più pericolosi dell’esoterismo “cristiano”-massonico.

    Mickievicz e gli ebrei

    “Duecento anni fa, il 24 dicembre 1798, nasceva a Nowogrodok in Bielorussia, non lungi da Vilnius, la ‘Gerusalemme di Lituania’, Adam Mickiewicz, il più grande poeta polacco di tutti i tempi. (...) Egli fu un Europeo e un uomo molto vicino al giudaismo. (...) Si dice che egli avesse origini ebraiche. In ogni caso, fu un filosemita sincero. Un giorno, protestò violentemente, in un salone letterario parigino, in compagnia di Gautier, Musset e Hugo, contro l’antisemitismo di quell’ambiente, dichiarando: ‘Se si farà la minima allusione contro gli Ebrei, vi lascio immediatamente’. Era un umanista del XIX secolo che gli Ebrei originari della Polonia non hanno mai dimenticato”. Queste righe fanno parte di un “omaggio” a Mickiewicz che Actualité Juive (il settimanale della Comunità Ebraica francese) ha dedicato al Nostro (n. 592, 31/12/1998, p. 25). Ci dobbiamo stupire? Massone martinista, M. risale inevitabilmente, tramite Saint-Martin, a Martinez e a Böhme, e da costoro alla Cabala. Ma, come abbiamo visto, l’influenza del Giudaismo su M. non è solo indiretta. Il filosemitismo di M. non è ignoto neanche a de Lubac: “Il privilegio unico della rivelazione fatta al popolo ebraico fu che essa preparava alla rivelazione definitiva [e fin qui, niente di più cattolico]. Ma di ciò è rimasta una impronta in questo popolo, che gli assegna un ruolo nel futuro [ecco la novità precorritrice del Vaticano II e di Giovanni Paolo II!]”. M. scrive: “L’uomo del passato cerca... una verità comoda, una verità facile, una verità cortigiana. Ma nelle contrade abitate dalla nostra razza [la Polonia] le parcelle di verità che ci giungono sono state conquistate col sudore dello spirito. Là vivono milioni di uomini appartenenti a un popolo ben conosciuto, a un popolo che è il fratello maggiore dell’Europa, il fratello maggiore di tutti i popoli civilizzati, il popolo ebraico che, dal fondo delle sue sinagoghe, non cessa da secoli di elevare grida alle quali nulla, nel mondo, assomiglia, di quelle grida di cui l’umanità ha perso la tradizione. Ora, cosa può riportare sulla terra la verità del cielo, se non queste grida nella quali l’uomo concentra e esala tutta la sua vita?” (p. 263). La “tradizione” (28) è stata perduta da tutti (anche dalla Chiesa, se ne deduce); solo la Sinagoga la riporta sulla terra! Nel 1848 M. forma a Roma una “legione polacca” per combattere l’Austria nella prima guerra d’indipendenza italiana. In quell’occasione, M. compone un “Simbolo politico polacco” in quindici brevi articoli. Il decimo recita testualmente: “A Israele, nostro fratello maggiore, rispetto, fraternità; aiuto sulla via verso il suo bene eterno e temporale; completa eguaglianza di diritti politici e civili” (29). L’Encyclopedia Judaica aggiunge altri elementi di valutazione: “ In ciò [nel suo filosemitismo] egli subì l’influenza del filosofo mistico Towianski per il quale Ebrei, Francesi e Polacchi formano assieme una ‘nazione eletta’ e il cui nazionalismo messianico prendeva ispirazione da Mesmer, Swedenborg e la Kabbalah. È così che, nel grande poema epico ‘Pan Tadeusz’ (1834), il capolavoro di M., il Giudeo idealizzato, Jankiel, è un ardente patriota polacco. Nei suoi corsi di lingue e letterature slave, quando era professore al Collège de France a Parigi (1840-1844), M. si sforzava di lodare gli Ebrei e di difenderli contro i loro detrattori. In una predica fatta alla Sinagoga di Parigi in occasione del Digiuno del Nono di Av, nel 1845, espresse la sua simpatia per le sofferenze dei Giudei e per le loro aspirazioni riguardanti la terra di Israele. Benché sognasse da anni la conversione dei Giudei al Cristianesimo, fu molto deluso dalle tendenze all’assimilazione degli Ebrei francesi”. Dopo aver ricordato l’episodio del 1848, l’Encyclopedia Judaica prosegue: “Quando scoppiò la guerra di Crimea nel 1853, M. partì per Costantinopoli per contribuire alla levata di un reggimento polacco per combattere contro i Russi. Egli sperava di potervi includere delle unità ebraiche e si era impegnato ad assicurare loro il diritto di osservare il Sabbath e tutti gli altri doveri religiosi. Il suo secondo, Armand Levy, medico-ufficiale francese, era un nazionalista ebreo, e non è escluso che con la creazione di unità giudaiche i due capi abbiano pensato di realizzare un primo passo verso la restaurazione della nazione ebraica sulla propria terra. M. morì subitaneamente a Costantinopoli prima di aver potuto compiere la sua missione”. Non lascia perplessi un cattolico polacco che predica in una Sinagoga, che chiama gli Ebrei “fratelli maggiori” e che prepara la creazione dello Stato Ebraico in Palestina (30), prima di Herzl e del Vaticano II? Una spiegazione, però, c’è...

    Mickievicz ed il frankismo

    È lo stesso Rocco Buttiglione che ce la suggerisce - ben involontariamente - ove parla dell’influenza che ebbe un oscuro “messia dell’ebraismo polacco del ‘700”, tal Jacub Frank, su Towianski, Slowacki e Mickiewicz (31). L’Encyclopedia Judaica, alla quale Buttiglione fa riferimento, è più esplicita: nel dramma intitolato Dziady (1832), M. “traccia un ritratto del futuro salvatore della Polonia, personaggio che secondo i commentatori raffigura l’autore stesso. Secondo la visione di uno dei personaggi, questo salvatore sarebbe ‘figlio di una donna straniera; il suo sangue sarebbe quello degli antichi eroi; e il suo nome: 44’. La madre di M., discendente di una famiglia frankista convertita, era una ‘straniera’; e il suo nome, Adam, () se si omette la ‘A’ non pronunciata (), ha il valore numerico 44. Queste nozioni cabalistiche erano state disseminate negli scritti del mistico francese Louis-Claude de Saint-Martin”. La medesima Encyclopedia, ma alla voce ‘Frank’, aggiunge quanto segue: “...il poeta stesso testimonia chiaramente di questa discendenza [frankista] (da parte di madre) (...). Le origini frankiste di M. erano ben note dalla comunità ebraica di Varsavia dal 1838 (ne fanno fede le AZDJ di questo stesso anno). I genitori della moglie del poeta [Celina Szymanowska, sposata nel 1834] provenivano egualmente da famiglie frankiste”. La madre e la moglie di M. erano quindi di famiglia ebraica frankista, come ci conferma il biografo di Jacob Fank, Arthur Mandel: “la figlia di Maria [Szymanowska] (32), Celina, era sposata con il grande figlio della Polonia, il poeta Adam Mickiewicz, anche lui di discendenza frankista. Nel suo Dziady (La festa degli Antenati), un dramma mistico intessuto di motivi frankisti, Mickiewicz fa allusioni velate al suo essere il Messia il quale, alla testa della Polonia e ‘del suo fratello maggiore’, il popolo ebraico, avrebbe guidato l’umanità alla libertà, idea che ricorda vivamente Frank” (33). Quello che è particolarmente significativo è che Mickiewicz, di madre frankista, ma nato e battezzato cattolico, abbia sposato nel 1834 Celina Szymanowska, anch’essa cattolica, ma figlia di due frankisti. Ora, un principio capitale dei frankisti è proprio l’endogamia: “Noi dobbiamo accettare pro forma questa religione nazarena - diceva Jacob Frank - e osservarla meticolosamente per apparire Cristiani migliori dei Cristiani stessi... Tuttavia non dobbiamo sposare nessuno di loro (...) ed in alcun modo mescolarci con le altre nazioni” (34). Settantotto anni dopo il battesimo di Frank e dei loro stessi antenati, Adam Mickiewicz e Celina Szymanowska si univano in matrimonio, rispettando, di fatto, le regole frankiste: si tratta solo di un caso?

    Jacob Frank. La sua vita.

    Ma chi era Jacob Frank? La nostra storia inizia nel 1665, quando tutta la diaspora ebraica credette di avere trovato in Sabbatai Zevi (1616-1676), un cabalista di Smirne, il Messia tanto atteso (35). Lo sconcerto fu grande quando l’anno appresso, posto dal Sultano nella condizione di scegliere tra la morte e l’apostasia, Sabbatai Zevi preferì apostatare e farsi musulmano (settembre 1666). Eppure ci fu chi vide in questa apostasia la paradossale conferma della qualità messianica di Sabbatai: il Messia doveva salvare il mondo con il peccato! Molti ebrei, per imitare il “Messia” apostatarono a loro volta, restando però - come lo stesso Zevi - interiormente giudei. Da essi viene la setta detta dei Dunmeh (apostati): “il generale Kemal Atatürk, padre della Turchia moderna, era dei loro” (36). Pur essendo rimasto anche esteriormente ebreo, Leib, un albergatore di Korolowska (Galizia, Polonia), era un “sabbataiano”. Da lui nacque, nel 1726, il piccolo Jacob. Fu chiamato Frank solo quando si recò a Salonicco, che era la sede dei sabbataiani. Fu lì che si proclamò a sua volta Messia, prima di ritornare in Polonia nel 1755. I Rabbini lo dichiararono eretico, chiedendo alla Chiesa di perseguirlo come tale: Frank tornò in Turchia facendosi (esteriormente) musulmano, confermando così di essere la reincarnazione di Sabbatai Zevi. Tornato così in Polonia, fece balenare la possibilità della conversione al cristianesimo di lui stesso e di 30.000 suoi seguaci. Nella Cattedrale di Leopoli, nell’estate del 1759, poi altrove in Polonia, 20.000 frankisti si fecero battezzare accedendo così al rango nobiliare; molti di più restarono ebrei, pur seguendo le dottrine di Frank. Il 18 novembre 1759, a Varsavia, lo stesso Frank fu battezzato prendendo il nome di Giuseppe; il padrino era il Re in persona. Ai suoi, Frank richiese il più grande segreto sulle loro vere credenze, al Re chiese il permesso di costituire un esercito e l’assegnazione di un territorio per la fondazione di uno stato ebraico. Ma qualcosa trapelò, e l’Inquisizione relegò Frank in una prigione dorata a Czenstokhova, che “divenne così un centro di pellegrinaggio per i frankisti” (37). Tredici anno dopo, fu liberato dai russi. Nel frattempo, “cominciò a preparare il terreno per il suo successore, la figlia Eva-Avatcha, immortale come lui. Così Eva Frank divenne una sorta di controparte della Madonna nera di Czenstokhova, e accanto al culto di Maria vi si istituì un culto di Eva, al quale lo stesso Frank si sottometteva” (38). Dopo la liberazione, si recò in Moravia (Austria), a Brünn, dove abitava la cugina Schöndl Hirschel (1735-1791), moglie del ricco monopolista del tabacco e fornitore dell’esercito, Salomon Dobruschka (1715-1774). Sia la cugina che 10 dei suoi 12 figli si fecero battezzare, adottando nomi cristiani e il cognome von Schönfeld; ma non erano cristiani: erano frankisti! Nel 1778 furono nobilitati. Ribattezzato Franz Thomas von Schönfeld, Moses Dobruschka fu consigliere e banchiere degli imperatori Giuseppe II e Leopoldo II (all’incoronazione del quale assistette, tra i nobili, il “barone Joseph Frank-Dobruschki”, ovvero il nostro Jacob Frank). Ma Schönfeld fu anche membro degli “Illuminati di Baviera” (che preparavano una rivoluzione egualitaria) e uno dei fondatori dell’ordine massonico dei “Fratelli asiatici” (39) il cui Gran Maestro fu il famoso Principe Carlo di Assia-Cassel (1744-1836), suocero del Re di Danimarca, e al quale aderì il futuro Re di Prussia, Federico Guglielmo II. Anche Jacob ed Eva Frank avevano accesso ai Re: nel 1775 furono alla Corte di Maria Teresa e Giuseppe II a Vienna, nel 1783 e nel 1813 furono i Romanov (Paolo I e Alessandro I) a rendere visita alla Frank. Infine, J. Frank trasferì la sua corte a Offenbach, in Germania, nel castello del duca di Isemburg (un massone e illuminato), dove visse dal 1788 al 1791, quando morì. Era già scoppiata la Rivoluzione francese, e Jacob Frank aveva detto: “sono venuto per liberare il mondo da tutte le leggi e da tutti i comandamenti. Ogni cosa deve essere distrutta perché il buon Dio mostri se stesso” (40).

    Il frankismo e la rivoluzione

    Il frankismo sopravvisse a Jacob Frank. Prima di riassumerne le credenze, vediamone le conseguenze. Mandel dimostra che i frankisti appoggiarono, coerentemente, tutte le rivoluzioni. Emblematico il caso del cugino ed erede di Frank: Moses Dobruschka come ebreo, Franz Thomas von Schönfeld come cristiano, Isaac ben Joseph come Massone (41) e, infine, Junius Brutus Frey come giacobino. Venne nella Francia rivoluzionaria, da lui chiamata “paradiso in terra” nel 1792, fu ferito all’assalto delle Tuileries del 10 agosto; finì ghigliottinato a Parigi col fratello minore, il cognato (l’ex frate Chabot, “primo rivoluzionario d’Europa”) e Danton, nel 1794. Nella lista del boia compare con un altro nome (tanto per cambiare): Junius Eschine Portock. Incerti della Rivoluzione! (42). Ciononostante, i frankisti continuarono a dare il loro appoggio alle rivoluzioni successive: furono i capi dei giacobini polacchi nella rivolta del 1793-1795, furono numerosi tra i generali di Napoleone che, così speravano, avrebbe fondato lo stato ebraico in Palestina (43), animarono le rivolte polacche del 1830 e del 1863 contro lo Zar (44). Il sostegno ebraico e frankista alle rivolte polacche è particolarmente interessante per il nostro soggetto, perché Mickiewicz vi fu personalmente implicato, e il patriottismo polacco di Wojtyla notevolmente influenzato.

    Jacob Frank. Il suo pensiero.

    Retroterra del pensiero di Frank è la Cabbala (specialmente lo Zohar e Isaac Luria) e, più vicino a lui, l’interpretazione che ne diede Sabbatai Zevi. Seguendo Gershom Scholem (45) riassumo il sistema di Zevi e Frank. “Secondo Frank, il cosmo (tevel) (...) non è stato creato dal ‘Dio vivo e buono’” (p. 200), il quale è il Dio nascosto e impersonale della Cabbala (p. 171). Il peccato primordiale di Adamo ha fatto cadere le scintille divine (nitzotzot) nella materia=il male (kelipot) particolarmente presente tra i non ebrei. Compito del Messia Redentore, inviato dal Dio buono, è far liberare le nitzotzot dalle kelipot. Per farlo, egli deve discendere nel regno impuro delle kelipot, per distruggerle. Più discende nell’impurità e meglio è; lo farà attraverso gli “atti strani” (ma’ asim zarim). La Redenzione cosmica (tikkun) si compie mediante il peccato: “è violando la Tora che la si compie” (bittulah shel Torah zehu kiyyumah) (p. 163); “benedetto sei Tu, Signore nostro Dio, Re dell’universo, Tu che permetti ciò che è vietato” (p. 180). I “pneumatici”, gli “spirituali”, gli “stravaganti”, i “maestri dell’anima santa” (p. 152) non peccano commettendo il male, ma accelerano paradossalmente la Redenzione. I peccati preferiti sono: la violazione della Tora di beriah (la legge di Mosè) per sostituirla con la Tora dell’atzilut che è il suo esatto contrario; gli eccessi sessuali di ogni genere, ad immagine dell’unione che avviene in Dio tra la parte maschile e quella femminile (p. 181-182); ed infine, l’apostasia. L’apostasia ed il marranesimo (almeno del Messia) sono necessari (p. 176), col conseguente obbligo del segreto sulla vera fede giudaica conservata dal falso convertito. “Rammentando Sabbatai Zevi, essi potevano tollerare la sua [di Frank] conversione all’Islam, ma il battesimo cristiano non lo potevano mandar giù”. Ma Frank spiegò ai suoi seguaci: “il battesimo era un male necessario, il punto più basso della discesa nell’abisso dopo il quale avrebbe avuto inizio l’ascesa. (...) Il battesimo sarebbe stato l’inizio della fine della Chiesa e della società ed essi, i Frankisti, erano scelti per realizzare la distruzione dall’interno ‘come soldati che prendono d’assalto una città passando attraverso le fogne’. Ora erano richieste segretezza assoluta e disciplina rigidissima, insieme a un meticoloso conformismo agli ordini e alle pratiche della Chiesa per non destare sospetti. Mentre osservavano esteriormente i precetti della Chiesa Cattolica, non dovevano mai perdere di vista il loro vero fine o dimenticare che erano legati gli uni agli altri” (46).
    Il Messia-marrano è spesso visto come una incarnazione del Dio buono (pp. 194-195). Siccome costui ha varie emanazioni, Zevi era l’incarnazione del “Santo dei giorni antichi”, Frank lo era del “Santo Re”, la figlia di Frank, Eva, lo era della Shekhina. Se in Dio vi è l’elemento femminile, così dev’essere nel Messia: “perché essa [Eva Frank] è il vero Messia! Essa salverà il mondo” (Mandel, p. 107). La divina Sophia, la Gnosi, è il “serpente sacro” del giardino dell’Eden (pp. 204-205) che si ritrova commettendo, come abbiamo visto, il “peccato sacro”. Lo stesso Scholem, che pure ne è come affascinato, definisce questa dottrina “satanica”. Essa è: nichilismo (perché tutto deve essere distrutto), anomeismo (perché è nemica di ogni legge, morale, comandamento e religione), esoterismo (perché è dottrina “mistica” e segreta) ed, infine, gnosticismo. Impressionante è la somiglianza coi peggiori gnostici (come Carpocrate) (p. 205-206), somiglianza che si spiega con l’origine ebraico-cabalistica della gnosi (47). Nel piano sociale, il Frankismo progettava un Sionismo senza Sion, ovvero la creazione di uno stato ebraico, ma non in Israele (“territorialismo”), la distruzione della Religione, della Chiesa e dello Stato, nonché di ogni morale.

    Conclusione

    Giunti al termine del nostro studio, una conclusione si impone. Mi sembra che si debbano evitare, al proposito, due opposte attitudini. Da un lato, la conclusione andrebbe al di là delle premesse, se si affermasse una identità di pensiero tra Adam Mickiewicz e Jacob Frank; ancor più, pertanto, tra questi e Karol Wojtyla. D’altro canto, sarebbe ancor più irrealistico negare ogni influenza di Frank su Mickiewicz e di questi su Wojtyla. Resta aperto il campo per stabilire la profondità di queste reciproche influenze. Dopo aver ricordato i suoi più che amichevoli rapporti d’infanzia con la comunità ebraica di Wadowice (48), e quelli, vissuti da Vescovo, con la comunità di Cracovia, Giovanni Paolo II si espresse così con Vittorio Messori: “Eletto alla Sede di Pietro, conservo dunque nell’animo ciò che ha radici molto profonde nella mia vita. In occasione dei miei viaggi apostolici nel mondo cerco sempre di incontrare i rappresentanti delle comunità ebraiche. Ma un’esperienza del tutto eccezionale fu per me, senza dubbio, la visita alla sinagoga romana. (...) Durante quella visita memorabile, definii gli ebrei come fratelli maggiori nella fede. Sono parole che riassumono quanto ha detto il Concilio, e ciò che non può non essere una profonda convinzione della Chiesa. (...) Questo straordinario popolo continua a portare dentro di sé i segni dell’elezione divina. (...) Davvero Israele ha pagato un alto prezzo per la sua ‘elezione’. Forse attraverso ciò è divenuto più simile al Figlio dell’uomo...” (49). Per chi, come i nostri lettori, ha seguito il pensiero di Mickiewicz sul popolo ebraico, l’influenza di questi su Giovanni Paolo II è evidente, come è evidente l’influenza delle proprie origine ebraiche sullo Mickiewicz.
    La ‘pista’ Mickiewicz ci ha portato, lo abbiamo visto, all’esoterismo, alla massoneria, alla cabala. Non è l’unica che si potrebbe seguire... Basti pensare a quella di un maestro diretto di Wojtyla, Mieczyslaw Kotlarczyk, che per ammissione dello stesso Buttiglione ci conduce alla Teosofia di Madame Blatvasky e alla tradizione ebraica di Ismar Elbogen (op. cit., p. 35, n. 3). E si potrebbe parlare di Husserl e Scheler, di Soloviev e Bulgakov (che ci riportano alla Sophia presente in Dio), di Buber e Levinas... Riservandomi di ritornare su questi temi, mi sembra di aver già sufficientemente fatto luce sull’origine storica e culturale, se non famigliare, di una delle più celebri espressioni di Giovanni Paolo II grazie alla quale, riprendendo il titolo di un libro del Rabbino Toaff, i “perfidi giudei” sono diventati i nostri “fratelli maggiori”.

    Note

    1) H. DE LUBAC, La postérité spirituelle de Joachim de Flore. II. De Saint-Simon à nos jours. Lethielleux, Paris, 1981, p. 281.
    2) Giovanni Paolo II si recò al santuario della Mentorella il 29 ottobre 1978, cf Documéntation Catholique, anno 1978, pp. 958-959.
    3) R. BUTTIGLIONE, Il pensiero di Karol Wojtyla, Jaka Book, Milano, 1982, pp. 33 e 34 n. 2. “Dapprima subendo l’influsso dell’ambiente, tutti e tre avevano quasi perso la fede; Janski era persino tra i membri direttivi della scuola filosofico-sociale dei sansimonisti. Rimasto insoddisfatto nella sua ricerca della ‘verità’ abbandonò la setta e per incitamento del poeta Adamo Mickiewicz fondò con gli altri due la nuova società religiosa con il proposito di sostenere la fede pericolante degli emigrati e di riformare per mezzo loro l’intera nazione” (Enciclopedia cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. X, col. 818, voce Resurrezionisti).
    4) Per limitarci agli inizi del pontificato, Giovanni Paolo II ha citato Mickiewicz anche nel “Messaggio ai polacchi” del 23 ottobre 1978 (DC n. 1752 del 19/11/78, p. 954, e due volte nel suo primo pellegrinaggio in Polonia: il 3 giugno 1979 a Gniezno (“Allocuzione ai giovani”, DC n. 1767 (13) del 1/7/79, p. 613) e il giorno successivo a Jasna Gora (ibidem, p. 614).
    5) DE LUBAC, op. cit., pp. 237-238, n. 5.
    6) Queste notizie biografiche, e le seguenti, sono desunte dall’Enciclopedia Cattolica, op. cit., VIII, coll. 964-965, voce Mickiewicz.
    7) Cf BUTTIGLIONE, op. cit., p. 33. Per il testo dell’Enciclica, vedi Enchiridion delle Encicliche, Dehoniane, Bologna, 1996, vol. II, nn. 16-23.
    8) H. DE LUBAC, op. cit., p. 265, n. 2, ove M. viene paragonato a Maurice Blondel, Pierre Teilhard de Chardin e Hans Urs von Balthasar.
    9) W. GODLEWSKI, Les Pélerins de l’avenir, Mickiewski et Lamennais. Revue des sciences humaines, 1955; cf H. de Lubac, op. cit., p. 240.
    10) Su Napoleone Messia degli Ebrei, cf. A. BALLETTI, Gli Ebrei e gli Estensi, Forni [1930] 1827, p. 241. Sul mito di Napoleone che riprende quello più antico del “grande imperatore”, cf DE LUBAC, op. cit., pp. 255-257, e anche G. VANNONI, Le società segrete, Sansoni, Firenze, 1985, pp. 165-170. Per i rivoluzionari polacchi, vi era un motivo di più per venerare Napoleone, nel quale vedevano colui che aveva (provvisoriamente) “liberato” la Polonia dai russi.
    11) Enciclopedia Cattolica, op. cit., vol. XII, col. 394, voce Towianski.
    12) “In mezzo alla lotta Dio fa risuonare/ una campana immensa/ Per un Papa slavo/ Egli ha preparato il trono.../ Attenti, il Papa slavo viene/ Un fratello del popolo” (citato da BUTTIGLIONE, op. cit., p. 34).
    13) E. ROSA, Una fonte ignorata del modernismo di Antonio Fogazzaro, in Civiltà Cattolica, 1912, III, pp. 3-18; 1913, IV, p. 557 sg. Towianski ebbe discepoli in Italia, specie a Torino. Su di essi, cf ANNAMARIA SANI, Tra modernismo e pacifismo. Il carteggio Favero-Colombo, in Contributi e documenti di storia religiosa - Quaderni del Centro Studi ‘C. Trabucco’, n. 19/1993, Torino, pp. 39-68. Fu towianskista addirittura un vescovo, Mons. Luigi Puecher Passavalli (1820-1897) (e simpatizzò Mons. Bonomelli), ed ecumenisti furono tutti i towianskisti, collaborando anche con il pastore valdese e massone Ugo Ianni (1865-1938), che mutuò dal Towianski la teoria della metempsicosi (cf C. MILANESCHI, Ugo Janni, pioniere dell’ecumenismo, Claudiana, Torino, 1979, p. 113 e M. MORAMARCO, Nuova enciclopedia massonica, Bastogi, Foggia, 1997, II, pp. 30-33). Seguace di Towianski fu anche il patriota mazziniano Scovazzi, quello che inaugurò nel 1879, al Campidoglio, il busto di Mickiewicz. Su Towianski in Italia esiste anche un libro che non ho potuto consultare: A. ZUSSINI, Andrey (sic)Towianski. Un riformatore polacco in Italia, Dehoniane, Bologna, 1970.
    14) cf DE LUBAC, op. cit., p. 254. Tra i “nuovi Montanisti” è posto anche Luigi XVII, ovvero Charles-Guillaume Naundorff († 1845), che aveva fondato una chiesa “cattolica e evangelica”, venendo così condannato da Gregorio XVI.
    15) Scrive M: “Non si tratta tuttavia - diciamolo chiaramente - di riforme, di innovazioni, di rivoluzioni religiose, ma ci si aspetta a una nuova manifestazione dello spirito cristiano. La farfalla che, al levarsi di un sole primaverile, si eleva sotto il cielo, non è una crisalide riformata, passata o innovata; è sempre lo stesso essere, ma elevato a una seconda potenza di vita; è una crisalide trasfigurata. Lo spirito cristiano è pronto a uscire dalla Chiesa cattolica: solo che il clero ufficiale non ha abbastanza luce e calore per farlo sbocciare...” (cit. da DE LUBAC, pp. 268-269). Il Vaticano II non fu “la primavera della Chiesa” e la sua “nuova Pentecoste”?
    16) M. non è il solo rivoluzionario a magnificare lo spirito profetico del controrivoluzionario de Maistre o siano stati influenzati da lui: basti citare Saint-Simon e Enfantin (de Lubac, pp. 26-27 e 33), Comte (p. 32), Lamennais (p. 51), Buchez (p. 114), Laverdant (p. 300), l’occultista abbé Constant, alias Eliphas Levi (p.325), Vintras, altro occultista (p. 330), il già citato Ciezszkowski, amico di M., per il quale de Maistre è “l’ultimo dei grandi dottori della Chiesa” (p. 387), Tchaadaev (p. 397). E lascia perplessi l’ammirazione di Baudelaire, l’autore de Les fleures du mal. Certo, uno scrittore non è responsabile degli errori di chi lo ammira, ma il fondamento di questa strana ammirazione il lettore lo troverà nell’articolo di don Nitoglia pubblicato su questo numero.
    17) La lunga citazione, che ho dovuto tagliare, è del puro Péguy, come fa notare Lubac. Péguy ammirava M.
    18) De Lubac ne trascrive le parti essenziali alle pp. 458-463. Io riassumo il sunto che ne dà de Lubac a p. 270.
    19) Tutti sanno come san Giovanni - contrapposto a Pietro come modello di una Chiesa mistica e spirituale - è venerato nelle logge massoniche. “Gioachino da Fiore poneva l’apostolo beneamato da Gesù al di sopra di tutti gli altri santi. Gli applicava la parola del salmista: ‘non lascerai il tuo santo subire la corruzione’. Come quello della madre di Gesù, così il corpo di Giovanni non era stato sepolto... (...) senza conservare questo aspetto, la posterità di Gioachino da Fiore fece, lo abbiamo visto, costantemente riferimento a san Giovanni. È così che Krasinski ricorre ancora a lui, nella sua ‘Notte di Natale’, per affidargli l’eredità di Pietro, e non si può non notare che nel suo racconto ‘il vegliardo dei vegliardi’ è Pietro, mentre Giovanni, ‘l’uomo vestito di porpora’, si mostra come un giovane capo, padrone dell’avvenire. Anche nella Massoneria, alla quale appartennero molti dei personaggi che dal XVIII secolo formano la trama della nostra storia, san Giovanni occupa frequentemente un posto d’onore” (DE LUBAC, op. cit., pp. 283-284, che espone poi il ruolo che la massoneria attribuisce a san Giovanni nelle pagine seguenti). Anche tra i “tradizionalisti” attuali, esiste una corrente che attende il ritorno di san Giovanni, reputato ancora vivo, per risolvere la “crisi della Chiesa”!
    20) Può essere utile confrontare questa citazione di M. con le parole conclusive del Du Pape di Joseph de Maistre.
    21) Sui Filaleti, massoneria di tendenza occultista-martinista, cf A. BARRUEL, Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme (1818), D.P.F., Chiré, 1973, vol. II, pp. 314, 318, 414; A. MACKEY, Encyclopedia of Freemasonry, ed. riveduta del 1953, Masonic History Company, Chcago, vol. II, p. 771; L. TROISI, Dizionario Massonico, Bastogi, pp. 166-167; A. MELLOR, Dictionnaire de la Franc-maçonnerie et des francs-maçons, Belfond, 1971-1979, p. 184; MORAMARCO, op. cit., vol. I p. 373 , secondo il quale le disciolte logge di Martinez de Pasqually confluirono nei Filaleti ; N. BERBEROVA, Les Francs-maçons russes du XXe siècle, Noir sur blanc/Actes sud, 1990, p. 24 che ci dice come per il Filaleti russi “le manifestazioni dell’al di là erano la loro principale occupazione”: un punto in comune con Towianski e Mickiewicz, occupatissimi a colloquiare con gli Spiriti (cf ad es. de Lubac, pp. 262, 250, ecc. In M. questa idea si trova già nel suo capolavoro Dziady [Gli Avi] del 1821-1822).
    22) BERBEROVA, op. cit., p. 15. MACKEY (op. cit., vol. 2, pp. 893-894), che riconosce l’affiliazione massonica dei decabristi, scrive che già il 1 agosto 1822 Alessandro I dissolse tutte le società segrete, preoccupato per la situazione polacca.
    23) Enciclopedia Italiana (Treccani), voce Mickiewicz.
    24) Jacob Böhme (1575-1624), uno dei più grandi cabalisti “cristiani” (era protestante). A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, i suoi scritti divennero la principale fonte di ispirazione della massoneria “mistica” e romantica. Su di lui, cf P. JULIO MEINVIELLE, Dalla Kabala al progressismo, 1970; ed. italiana a cura di don E. Innocenti, col titolo Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano, Roma, 1988, pp. 177-184, e DE LUBAC, op. cit., vol. I, pp. 218-225. B. è un sostenitore dell’elemento femminile nella divinità, come più tardi Soloviev e... Giovanni Paolo II.
    25) Su Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803), il ‘filosofo sconosciuto”, non mi dilungherò in quanto ne tratta esaurientemente don Nitoglia nel suo articolo su Joseph de Maistre esoterico? I due “maestri” di Saint-Martin, Martinez de Pasqually e Böhme (al quale fu iniziato da Madame Boeklin) ci conducono entrambi alla Cabala.
    26) De Lubac scrive in nota: “Le Voile d’Isis [la rivista che fu palestra di René Guénon] ha pubblicato nell’aprile 1930, n. 124, pp. 269-286, diversi passaggi di M. sotto questo titolo: ‘Il sistema di Jacob Böhme’”. A Dresda M. fu nel 1829-30 circa, e poi nel 1832. Nella prima occasione, M. passò anche a Weimar, dove si legò d’amicizia col poeta ( Rosacroce ed ex Illuminato di Baviera!) Goethe (cf Lubac, p. 248).
    27) Emmanuel Swedenborg, detto “il mago del nord” (1668-1722). Come Towianski e M., e più di loro, Swedenborg “parlava” quotidianamente con “angeli”, spiriti e “defunti”. “Subito dopo la sua morte, numerose Logge lo adottarono, come, a Parigi, la loggia degli ‘Amis réunis’, in seguito ‘Regime dei Filaleti’ o Cercatori della verità. La sua dottrina vi era mischiata con quella di Böhme, di Martinez de Pasqually e di altri” (DE LUBAC, vol. I, p. 263).
    28) Naturalmente M.; da un grande valore alla “tradizione”: “Non c’è religione senza una istituzione che la mantenga; non c’è istituzione veramente viva senza la tradizione: vale a dire senza una serie di uomini che ‘tradunt’, che trasmettono di mano in mano la verità”. “Lo Spirito fa vivere la Chiesa, e agisce mediante la tradizione” (citato da DE LUBAC, pp. 263 e 265). Ma di quale “tradizione” si parla?
    29) Cf DE LUBAC, op. cit., p. 280; Encyclopedia Judaica, Macmillan, New-York-Jerusalem, 1971, vol. VII, col.1501, voce M. Il “Simbolo” del M., nei convulsi avvenimenti della rivoluzione del ‘48, ottenne persino il permesso della censura ecclesiatica, accordato dal Padre Ventura (1792-1861), anche lui tradizionalista seguace di Lamennais, che nello stesso anno vide il suo nome finire all’Indice con quello di M. Il Ventura aderì poi, nel 1849, alla Repubblica Romana di Mazzini, passando così dalla “Controrivoluzione” di de Maistre e de Bonald, suoi primi maestri, alla “Rivoluzione” liberale e democratica di La Mennais.
    30) Non dimentichiamo, infatti, che Israele era allora sotto il dominio turco. L’intervento della brigata giudeo-polacca a fianco della Turchia contro la Russia avrebbe potuto ottenere una qualche forma di cessione della Palestina ai giudei da parte dei turchi.
    31) R. BUTTIGLIONE, op. cit., p. 39, nota 8.
    32) Celebre pianista, cantata da Goethe, che di lei (e della sorella Kasimira) si innamorò. Le due sorelle si chiamavano Wolowski, ed erano nipoti di Shlomo Schorr, battezzato Wolowski (‘bue’ in ebraico si dice shor, e in polacco wol), aiutante di Frank. Maria Wolowska sposò un altro frankista, Joseph Szymanowski, generale napoleonico (Mandel, p. 98); sono gli suoceri di M. (Mandel, p. 151). I due fratelli Schorr-Wolowski (Franz-Shlomo e Michael-Nuta) erano i membri più anziani della setta (Mandel, p. 160), figli del rabbino Elisha Schorr. “Interrogati da un tribunale rabbinico, alcuni Frankisti ammisero di aver avuto rapporti sessuali con donne sposate alla presenza e con il permesso dei loro mariti mentre altri confessarono rapporti incestuosi. Esempio probante, ancor prima dell’arrivo di Frank, era la famiglia del rabbino di Rohatyn, Elisha Schorr, la cui figlia Hanna, una specie di sacerdotessa frankista, articolò in esaltazione sessuale interi passi dello Zohar, la Bibbia cabbalistica” (Mandel, p. 56).
    33) A. MANDEL, Il Messia militante, Arché, Milano, 1984, pp. 151-152. Le fonti di Mandel sui rapporti di M. col frankismo sono: MIESES, Polacy-Chrzescijanie pochodzenia zydowskiego (Cristiani polacchi di ascendenza ebraica), vol. II, p. 119 s.; DUKER, Some cabbalistic and frankist elements in Mickiewicz’ Dziady, in Studies in Polish Civilisation, 1966, pp. 213 s.; SCHEPS, Adam Mickiewicz, ses affinités juives.
    34) A. MANDEL, op. cit., p. 86.
    35) Sabbatai Zevi ebbe particolare successo tra i marrani ispano-portoghesi. Sulla questione cfr YOSEF HAYIM YERUSHALMI, Dalla corte al ghetto. La vita, le opere, le peregrinazioni del marrano Cardoso nell’Europa del Seicento; Garzanti, Milano, 1991, capitolo VII. L’A. mette anche in relazione Sabbatianesimo e Sebastianismo (pp. 273-276). Quest’ultima forma di messianismo (ne era adepto Pessoa) sosteneva che il Re portoghese Sebastiano, morto nel 1578, sarebbe tornato per salvare il suo popolo, del frattempo sottomesso alla corona di Spagna. I sostenitori della leggenda erano proprio i marrani portoghesi, sostenuti dall’”apostolo del Brasile”, il gesuita Antonio Vieira, che proprio nel 1666 aveva annunciato il ritorno di Sebastiano (p. 273). Amico dei marrani e nemico dell’Inquisizione, Vieira fu imprigionato da quest’ultima per tre anni (1665-1667) (cf C. ROTH, Histoire des marranes, Liana Levi, 1992, pp. 271-275). È impressionante la similitudine tra il messianismo nazionale portoghese e quello polacco, entrambi originati dal giudaismo, che in Portogallo ebbe un ruolo di prima importanza (ricordiamo che l’indipendenza dalla Spagna riottenuta nel 1640 con la dinastia dei Braganza fu opera dei complotti dei marrani, cf Roth, op. cit., p. 86 e 269).
    36) A. MANDEL, op. cit., p. 99.
    37) A. MANDEL, op. cit., p. 103.
    38) A. MANDEL, op. cit., p. 107.
    39) A. MANDEL, pp. 126-127. Sull’ordine dei “Fratelli Asiatici” o “Fratelli di san Giovanni evangelista d’Asia in Europa”), vedi anche: Jacob Katz, Juifs et franc-maçon en Europe, Cerf, Paris, 1995, pp. 49-94.
    40) A. MANDEL, op. cit., p. 156.
    41) KATZ, op. cit., p. 63.
    42) “Gershom Scholem considera Frey una personalità fuori dal comune e un vero frankista: metà ebreo e metà cristiano; metà cabbalista e metà riformatore; metà giacobino e metà spia, che cadde vittima delle sue stesse macchinazioni e si portò il suo segreto nella tomba” (A. MANDEL, op. cit., p. 210).
    43) A. MANDEL, op. cit., pp. 161-163.
    44) A. MANDEL, op. cit., pp. 66 e 98-99.
    45) G. SCHOLEM, Le messianisme juif, Calmann-Lévy, 1974.
    46) A. MANDEL, op. cit., p. 85.
    47) Cf MEINVIELLE, op. cit., cap. I; E. Peterson, origine della gnosi, in Enciclopedia cattolica, vol. VI, coll. 879-882, voce Gnosi.
    48) Al riguardo, si può consultare il libro di GIANFRANCO SVIDERCOSCHI, Lettera a un amico ebreo. La storia semplice e straordinaria dell’amico ebreo di Karol Wojtyla, Mondadori, Milano, 1993. Il testo di Mickiewicz sugli ebrei “fratelli maggiori” è citato a p. 32.
    49) Giovanni Paolo II con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano, 1994, pp. 111-112.



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