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Discussione: Lo Stato parallelo

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    Dal n° 154 di Avanguardia (Agosto 1998). Per il ciclo "storia"... Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate...

    Recensione: Paolo Cucchiarelli ‑ Aldo Giannuli
    Lo Stato parallelo
    Gamberetti editrice, Roma 1997, pagg. 450, Lire 39.000



    L'ottimo lavoro realizzato dai due giornalisti, grazie alle documentazioni fornite dalla Commissione Stragi (siamo l'unico Stato al mondo ove sia presente una simile commissione) contribui*sce ad approfondire e confermare quanto già espresso e sostenuto nell'analisi elaborata dalla Comunità Politica di Avanguardia.

    Uno dei fondamenti del progetto politico-culturale Eurasia-Islam è la revisione del neofascismo con il contributo degli scritti del soldato politico Vincenzo Vinciguerra; questo perchè Avanguardia vuole rappresentare l'identità autentica del neofascismo (utilizziamo questo termine per comodità d'espressione, altrimenti rischieremmo di non comprenderci ulteriormente) cioè quella identità negata da quelle formazioni e da quelle forze che hanno costituito solo ed esclusivamente il supporto della strategia antisovietica degli Stati Uniti, senza elaborare alcun progetto politico indipendente, e prestandosi, sul piano parlamentare, a rapporti poco chiari con la «strategia della tensione» e con i servizi segreti in funzione di stabilizzazione dell'ordine atlantico occidentale.

    Questa nostra identità ideologica non ha precluso il fatto che uno dei due autori del libro, precisamente Paolo Cucchiarelli -che abbiamo avuto occasione di conoscere personalmente- abbia sinceramente potuto apprezzare il nostro operato, riconoscendone l'unicità all'interno del «nostro» ambiente. Questo giudizio d'elogio dimostra l'apertura mentale e l'onestà intellettuale di un professionista come Cucchiarelli che, pur come da lui precisato, non può condividere le nostre scelte politico-ideologiche, ma la sua forma mentis gli permette di stimare spontaneamente l'analisi da noi svolta, relativamente alla strategia della tensione.

    La strategia della tensione è la risultante operativa di un disegno politico-strategico improntato al mantenimento dell'Italia nel campo dell'Alleanza Atlantica a qualunque costo, pagando pure il caro prezzo della perdita della sovranità politico-economica e militare. A questo scopo concorrono, fin dall'immediato dopoguerra, tutti gli apparati politico-militari ed esponenti delle istituzioni repubblicane, sostenuti e guidati dai vertici dei servizi segreti statunitensi come l'OSS, progenitore della CIA ed i vertici della NATO dislocati in Europa.

    Il libro, oggetto della nostra recensione, ravvede proprio negli anni 1947-1948 la nascita del «doppio Stato», con l'attività dell'NSC (National Security Council), «la struttura americana che coordina la politica di "contenimento" del comunismo varata dal presidente Henry Truman nel 1948 e concretizzata poi nel piano "Demagnetize", ufficialmente ignoto alle massime autorità del nostro governo. Un piano, sarebbe meglio definirlo una pianificazione, importante per capire le dinamiche politiche entro cui si collocano la nascita ed i reali compiti di "Gladio". Questo piano di intervento avrebbe dovuto“smagnetizzare", depotenziare, le capacità di attrazione che aveva l'idea comunista sulle masse francesi ed italiane». (1)

    Il dato più inquietante viene colto da una dichiarazione perentoria del generale Paolo Inzerilli, ex-comandante di "Stay Behind", che afferma: «Come capo di Stato maggiore avevo cercato dappertutto il piano "Demagnetize", che prevedeva l'utilizzo di ogni azione possibile per evitare in Francia, ma soprattutto in Italia, l'avvento al potere del partito comunista. Non lo trovai mai perchè questo piano, per volontà degli americani che lo prepararono, non doveva essere visionato da estranei, tantomeno dai governi alleati coinvolti». (2)

    Questo piano costituisce appunto l'anticipazione di "Gladio" su cui puntualizza sempre Inzerilli: «Tutti i politici sapevano di Gladio, ripeto, tutti quelli che si erano succeduti come ministri della Difesa. Li ho informati personalmente dal 1975 in poi, a cominciare da Forlani, compresi Ruffini e Lattanzio, che davanti alla Commissione Parlamentare hanno giurato di non saperne nulla. Anche Lagorio sapeva, e anche Craxi, che in seguito ha dichiarato di non aver capito bene di cosa si trattasse. Pace all'anima sua, ma perfino Spadolini si era chiamato fuori, nonostante la sua firma sull'informativa Gladio da un margine all'altro del foglio». (3)

    Elementi appartenenti alle ex-bande partigiane bianche, alla Brigata Osoppo, al MACI (Movimento di Avanguardia Cattolica Italiana), precedono Gladio, la struttura italo-statunitense costituita allo scopo di pianificare lo sviluppo della branca italiana della rete "Stay-behind". Ai vertici dell'organizzazione di Gladio vi è il numero 2 della CIA a Roma Marc Wyatt, in collaborazione con l'ufficio "R" del SIFAR, mobilitato al fine di conseguire reclutamenti affidabili ed una preparazione efficiente che prevedeva corsi d'addestramento nella base di Capo Marrargiu in Sardegna.

    Dalla relazione del presidente del Consiglio alla Commissione Stragi del 18 ottobre 1990 si evince che venne sottoscritto in data 26 novembre 1956, dal SIFAR e dal servizio statunitense un accordo relativo alla organizzazione e all'attività della rete clandestina post‑occupazione, accordo comunemente denominato "Staybehind" ("stare indietro") con il quale furono confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti e vennero poste le basi per la realizzazione dell'operazione indicata in codice con il nome Gladio. Come rilevato nel secondo capitolo, «... le iniziative CIA sono state tutte approvate e conosciute dal governo americano. Lo stesso non avveniva certo per il SIFAR, perchè collocato fuori dal circuito decisionale diretto del gover*no». (4)

    Chiunque sia dotato di un minimo di capacità critica non può far altro che impegnarsi ed inquietarsi per il totale svuotamento del potere decisionale che riguardava, e che oggi permane, i vertici istituzionali dello Stato.

    «Fin dalla sua nascita, l'organizzazione Gladio si è vista attribuire compiti di intervento nella vita politica interna del paese, con la finalità precipua di condizionare il libero e democratico svolgimento in funzione anticomunista. Ad avviso degli scriventi, l'organizzazione Gladio dipendeva quindi in realtà in tutto e per tutto dalla CIA. Numerosissimi sono i documenti attestanti la continua assistenza del servizio americano al SIFAR‑SID‑SISMI per le esigenze dell'operazione Gladio e vi sono tracce documentali di continui rifornimenti al servizio italiano da parte degli americani». (5)

    Quando Andreotti «scandalizzò» tutti, rivelando l'esistenza di Gladio, venivano confermate le dichiarazioni che Vincenzo Vinciguerra rese alcuni anni prima e più precisamente nel 1984, relative all'esistenza di «strutture parallele» ove operavano civili e militari inquadrati in ambito NATO. Anche altre strutture come i Nuclei di difesa dello Stato, il gruppo Sigfried e l'organizzazione Rosa dei Venti, al contrario di quanto molti sostengono, devono essere viste come strutturate in ambito NATO. Soprattutto nel distaccamento territoriale del Veneto, uomini dell'Esercito come Spiazzi e gli uomini di Ordine Nuovo erano legati ed accomunati dai contatti con personaggi poco noti all'opinio*ne pubblica, ma fondamentali, come Marcello Soffiati, Sergio Minetto e Carlo Digilio, assidui frequentatori della base FTASE di Verona.

    Le prove delle operazioni che avrebbero dovuto vedere come protagoniste queste «strutture parallele», le possiamo scorgere nel «campo scuola» dell'Alto Adige, dove «vi fu chi agì dietro le quinte di una rivendicazione etnica e politica al fine di tenere alta una tensione che mirava a sperimentare e applicare sul campo le tecniche di «guerra non ortodossa» maturate all'inizio degli anni '60 all'estero sulla scia dell'esperienza dell'OAS e che erano state da poco recepite in Italia». (6)

    L'elaborazione dottrinaria della «guerra non ortodossa» fu presentata per la prima volta in Italia dal 3 al 5 maggio 1965 al Convegno su "La guerra rivoluzionaria" organizzato dall'Istituto Pollio, patrocinato dallo Stato Maggiore della Difesa, in collaborazione con l'Ufficio REI del colonnello Rocca e finanziato dal SID. La «guerra non ortodossa» è il vettore operativo per la realizzazione della destabilizzazione sociale, al fine di raggiungere una stabilizzazione politica. É appunto l'espressione «destabilizzare l'ordine pubblico per stabilizzare l'ordine politico», coniata da Vinciguerra, che spiega sinteticamente il significato e l'obiettivo di tutte le stragi avvenute nel nostro Paese; stragi che rimarranno per lo più impunite poichè lo Stato, attore protagonista di questo scenario, non potrà mai punire se stesso.

    Personalmente riteniamo ininfluente sapere se a compiere una strage sia stato tizio o caio, non ci importa il piano giudiziario quanto un giudizio storico-politico.

    La «madre di tutte le stragi» rimane quella del 12 dicembre 1969 che vede implicati I'Aginter Press, un'agenzia di copertura della CIA, l'Ufficio Affari Riservati del Viminale, quindi il Ministero degli Interni, l'Ufficio "D" del SID e l'arma dei carabinieri, con competenze di depistare le indagini successive alla strage, ma soprattutto esponenti del «neofascismo atlantico di servizio» legati alla cellula veneta di ON.

    II generale Gianadelio Maletti, in un'audizione rilasciata a Johannesburg alla Commissione Stragi, ha affermato che: «... obiettivo di fondo delle stragi era quello di suscitare una richiesta di ordine da parte della società, tale da favorire un pronunciamento militare». (7)

    Ma la strage del 12 dicembre 1969 non è il colpo di Stato; il rovescio di Stato, ma è la proclamazione di uno stato di emergenza che rafforza il regime, elimina le opposizioni che deve eliminare, anche la destra, viene presa ad esempio per le stragi successive.

    I morti erano il prezzo che l'Italia doveva pagare; così come affermato da Victor Marchetti, braccio destro di Wyatt a Roma: «... Ci sono stati sempre morti nelle guerre e questa è una guerra fredda».

    Tutte le stragi vanno viste in quest'ottica, ad eccezione di una: quella del 31 maggio 1972 a Peteano di Sagrado, ove morirono tre carabinieri.

    Peteano, rivendicato dal punto di vista teorico, organizzativo ed esecutivo da Vincenzo Vinciguerra non può essere definita una strage, ma un atto di guerra. Una strage colpisce indiscriminatamente obiettivi civili. Un'azione nell'ottica di un attacco allo Stato, come nel caso di Peteano, vede colpiti tre uomini in divisa, rappresentanti dello Stato, senza coinvolgere nessun civile. E il 31 maggio 1972 giunse il panìco; un'autentica cagarella assalì i vertici del «neofascismo atlantico di servizio» e di quelle strutture parallele che vedevano attaccate le loro strategie, perchè «... da destra non si poteva e non si doveva attaccare lo Stato».

    Oggi Vincenzo Vinciguerra è in carcere, dopo essersi costituito volontariamente; continua la sua lotta, al fine di veder trionfare un'ideale di verità, una verità che lui continua ad affermare e che lo Stato nega.

    A chi continua a denigrare, a etichettare come folle e pazzo quest'uomo, noi rispondiamo che quanto detto da Vinciguerra trova ampiamente riscontro nelle nostre analisi politiche, viene largamente confermato in sede giudiziaria è nulla è mai stato smentito. Alla luce di queste considerazioni occorre sottolineare che il soldato politico Vincenzo Vinciguerra non chiede nulla: nè concessioni, nè privilegi, che tanto di moda sono oggi con il proliferarsi dei «pentiti». No, Vinciguerra non è un pentito, rivendica onorevolmente l'attentato di Peteano e rimane in piedi anche dietro quel*le sbarre che mai e poi mai potranno togliergli quella libertà interiore caratteristica degli «uomini di razza». Vinciguerra viene attaccato da tutto il putrido ambiente dell'estrema destra dato che egli ha messo definitivamente al muro, ha scoperto le carte ai «totem» del neofascismo, ai Freda, ai Rauti, ai Delle Chiaie e molti altri che ancora oggi intendono monopolizzare quest'area politico-culturale, senza poter avere il minimo elemento per riuscir a controbattere quanto detto da Vinciguerra che salvaguarda però i vecchi camerati in buona fede.

    «Non farò i nomi di coloro che io so essere stati coinvolti inconsapevolmente in certe operazioni perchè me lo vietano precise ragioni etiche, mentre indicherò con nome e cognome coloro che dalla militanza politica sono passati ad un inserimento in strutture dei servizi di sicurezza divenendo in tal modo agenti di tali servizi destinati ad operare in ambito politico, essendo inseriti nelle formazioni di destra. I loro nomi li posso fare perchè non riconosco ad essi la qualifica di camerati». (8)

    Il comportamento di Vincenzo Vinciguerra è ritenuto una follia; al contrario risulta essere la manifestazione di una ben precisa visione del mondo, uniformata ad una scala di valori plasmata dall'onore e dalla fedeltà a una idea, un atteggiamento che cinquanta anni fa sarebbe stato riconosciuto come espressione di coerenza, oggi appare invece follia.

    Tornando alla stagioni delle stragi, arriviamo al 2 agosto 1980 a Bologna.

    La strage di Bologna avviene in un momento in cui massimo è l'allarme del regime, è l'allarme dei servizi di sicurezza italiani alleati e nordamericani per la potenza elettorale raggiunta dal PCI; quindi la strage di Bologna, anche questa, risponde come tutte le altre stragi alla logica di uno Stato che non sapendo più come fronteggiare un nemico politico ricorre a mezzi estremi, ai mezzi della violenza da attribuire ora agli estremisti di sinistra, ora agli estremisti di destra, per giustificare un suo eventuale intervento. Dietro la strage di Bologna possiamo rilevare il ruolo fondamentale svolto dalla Loggia massonica "Propaganda 2" (P2), che si è assunta da tempo il compito di partecipare in prima persona alla battaglia anticomunista, finanziando, tra l'altro, molti esponenti dell'estrema destra, come ad esempio Augusto Cauchi.

    Furono proprio gli uomini della P2, inseriti ai vertici dei servizi che impedirono l'accertamento della verità su Bologna, ricorrendo all'opera di depistaggio. Tra di loro appaiono Grassini, direttore del SISDE; Santovito, direttore del SISMI; Musumeci, Pazienza e Belmonte. Moltissimi ufficiali dell'esercito, uomini dei servizi, esponenti politici di primo piano sono iscritti alla massoneria, come molti magistrati, come molti funzionari di polizia, molti ufficiali dell'arma dei carabinieri.

    La Loggia P2, al contrario di quanto viene generalmente affermato, non rappresenta un centro di potere occulto, bensì un centro di potere palese; occulto forse per l'opinione pubblica, non per lo Stato ed i vertici dello Stato.

    In merito risulta significativo l'atteggiamento di un uomo come l'ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga che non ha mai rinnegato chi considera fedele ad un'idea che è anche sua. Per esempio ha discusso tutta la ricostruzione fatta sulla P2, definendola «... un luogo di oltranzismo atlantico»; ha difeso Edgardo Sogno e gli uomini di "Gladio"; ha sempre difeso Giuseppe Santovito, che insediò a capo del SISMI; oppure Vito Miceli, uno dei nomi che ricorrono nella storia della strategia della tensione; così come il generale Giuseppe D'Ambrosio, altro consigliere militare del presidente, che figura tra le carte della commissione P2.

    La massoneria quindi è un altro dei temi cari a Cossiga. Lui, cattolico, non esita a definirsi amico di Armando Corona, Gran Maestro della massoneria recentemente approdato nel neonato partito fondato dal «picconatore».

    Oltre alle stragi, la strategia della tensione viene caratterizzata anche dai tentativi di colpi di stato, dal "Piano Solo" al "Golpe Borghese", orchestrati dai servizi di sicurezza statunitensi ed italiani con la collaborazione dei militari, della malavita organizzata e degli «estremisti di destra».

    «Anche se nessun colpo di stato ebbe successo, lo stragismo contribuì ad ottenere altri risultati. Quantomeno venne raggiunto lo scopo di scongiurare un governo delle sinistre, così come venne colto l'altro obiettivo -connesso e più vasto- di far esaurire l'ondata della protesta lasciando indenne il sistema politico e sociale. Se si adotta il punto di vista proposto da Vinciguerra («destabilizzare per stabilizzare») non è azzardato dire che la strategia della tensione ha raggiunto la parte più rilevante dei propri scopi». (9)

    Manuel Negri

    Note:

    1) Cucchiarelli‑Giannuli, "Lo stato parallelo", pag. 33;

    2) Fausto Biloslavo, "C'era un altro piano chiamato Demagnetize", su "L'Italia Settimanale" del 5 maggio 1995, pagg. 20‑21;

    3) Fausto Biloslavo, "La rivolta dei gladiatori", su "L'Italia Settimanale" del 5 maggio 1995, pagg. 20*21;

    4) Cucchiarelli‑Giannuli, "Lo stato parallelo", pag. 89;

    5) ibidem, pag. 101;

    6) ibidem, pag. 125;

    7) Franco Ferraresi, "Il generale Maletti e la verità di Piazza Fontana", sul "Corriere della Sera" del 16/3/1997;

    8) "Lo Stato parallelo" pag. 179;

    9) ibidem, pag. 371

  2. #2
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    Nessuno ha letto il libro recensito né l'articolo che ho postato?!

    ...c'è nessuno sul forum che ha voglia di parlare di questo argomento?!

 

 

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