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    Predefinito La chiave del futuro di Putin

    | Lunedi 9 Gennaio 2006 - 13:41 | Petar Braghinski |

    Il presidente Putin va avanti, con la massima cautela e tattica, nella sua strategia di rinascita interna russa. Un cammino molto preciso di ricostruzione economica e finanziaria.
    In politica estera è fautore della creazione di un nuovo equilibrio mondiale multipolare. Tale politica di graduale rinnovamento dello stato russo, è poco compresa dai suoi critici appartenenti al cosiddetto “blocco patriottico”. Costoro non capiscono la necessità assoluta - ben compresa dal presidente russo - di evitare a tutti i costi più fronti di quanti possa superare.

    La penultima fase decisiva di un assalto americano geostrategico, detto “assalto alla Russia”, è iniziata. Non c’è più nessun dubbio, se dei dubbi c’erano prima. Tutte le valutazioni americane che ormai non sono più segrete e fanno parte della dottrina della politica estera degli Stati Uniti d’America indicano che la dominazione globale americana a lungo termine è impossibile senza un controllo sicuro delle risorse energetiche russe della Siberia e del bacino dell’Asia centrale: “Solo se gli USA riusciranno a controllare le risorse energetiche russe ed altre risorse, potranno governare stabilmente il mondo fino al 2050”, si legge in un’analisi dell’anno scorso dell’Istituto per gli studi geostrategici di Washington.

    ACCERCHIAMENTO
    ESTERNO,
    VIRUS INTERNO

    I segnali che hanno annunciato la nuova fase di realizzazione di questo grande gioco geostrategico americano sono numerosi ed inequivocabili. L’avvenimento principale è certamente l’11 settembre 2001, un pretesto scioccante, cercato e forse creato, per un grande attacco americano di grandi dimensioni contro l’Asia centrale. Il risultato è rappresentato dall’occupazione d’Afganistan e d’Iraq, ma anche dall’installazione di forti basi americane in quasi tutte le repubbliche musulmane dell’ex URSS, compreso il Kazakistan, un enorme paese ricco di petrolio e di altre risorse, ma anche un paese dove sono concentrati i più importanti centri russi per le ricerche spaziali. Dunque, gli americani sono riusciti ad insediarsi nella posizione chiamata dagli analisti politici e militari “il ventre molle della Russia”. Sono eventi, questi, di grandissima portata andati di pari passo con l’ “allargamento della NATO all’est” fino alle frontiere della Russia.
    Inoltre, l’innesco delle “rivoluzioni colorate” – per le quali è stato provato che erano ideate, finanziate e dirette dagli USA - ha completamente chiuso l’arco del sud dell’accerchiamento della Russia. Washington ora dispone di governi fantocci in paesi vicini, importantissimi per la Russia, come Ucraina e Georgia. L’arco di assedio meridionale non è solo politico, ma si avvale anche di un aspetto geoeconomico di esecuzione tramite la creazione del “patto GUUAM” (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian, Moldavia) e ha lo scopo di assicurare le fonti dello sfruttamento del petrolio del Mar Caspio escludendo la Russia, anzi contro la Russia. Gli USA non nascondono la volontà di aver sollecitato tale patto per trasformarlo in un patto militare sotto il proprio stretto controllo.
    Le repubbliche baltiche – Lettonia, Estonia e Lituania – sono state altrettanto organizzate dall’estero come un cerchio intorno alla Russia e ci si può aspettare che la pressione contro la Mosca prseguirà, in varie maniere, sempre più complessa e sempre più forte. Una buona parte del capitale è stata già trasferita nelle repubbliche baltiche dagli “oligarchi” contro i quali la Russia ha emesso i mandati di cattura ufficiali, quale quello contro Boris Berezovski un uomo che si occupa addirittura della promozione e dell’espansione della società del fratello minore dell’attuale presidente americano nel bacino baltico. È ovvio che tale capitale non sarà investito nelle economie locali né ha scopi benefici.
    L’anello mancante nell’accercgiamento della Russia dal lato europeo è decisamente quello della Bielorussia. La pressione contro quel paese e contro i suoi dirigenti è drammaticamente aumentata. La demonizzazione propagandistica del presidente bielorusso Lukasenko potrebbe tra poco superare le dimensioni della simile demonizzazione del ex presidente serbo Milosevic.
    Ma Minsk non molla e per ora sono state impedite con decisione tutte le manovre che miravano ad una “rivoluzione colorata” nella Bielorussia. Inoltre sono state fatte scelte che hanno impresso una svolta allo sviluppo dell’economia nazionale.
    Anche nella Russia stessa era stata attivata una strategia di sovversione interna che dovrebbe portare (se non alla “rivoluzione colorata”) all’eliminazione di Putin al più tardi alle elezioni presidenziali del 2008. Tale strategia si fondava quasi completamente su quanto già sperimentato in Serbia nel 2000, però le cifre e le dimensioni dell’operazione sono centuplicate. Ma il Cremlino ha dato una risposta decisa sorprendentemente pubblica ed aperta che non lascia dubbi sulla risolutezza della Mosca a reagire a tali minacce “con tutti i mezzi legittimi”.

    DAL PRESIDENTE
    AL CANCELLIERE
    E VICEVERSA

    La figura centrale intorno alla quale si sono concentrate tutte le tensioni è, come vediamo, il presidente russo Vladimir Putin, un “uomo della svolta” ancor oggi circondato da un alone di mistero che ha però rimesso in piedi la Russia messa a terra da Elzin e che ha aperto una strada di stabilizzazione e di rinascita. Appunto per tale motivo, a metà del mandato presidenziale di Putin, è stata attivata un’operazione politica, propagandistica e psicologica avente per lo scopo di impedire all’attuale primo uomo di Cremlino di avere nel futuro qualsiasi influenza sulla guida dello stato russo.
    Accusandolo a priori di una possibile violazione della Costituzione russa oppure di voler “modificare il più alto atto giuridico a favore di un uomo” – la propaganda iniziata dalla fine dell’anno 2005 - si cerca di eliminare tutte le carte considerate vincenti che Putin potrebbe giocare. Allo stesso momento si mettono in archivio le questioni di importanza capitale per il popolo russo e per lo stato russo costringendo Putin, nel mezzo del proprio mandato, di “occuparsi di se stesso e della propria posizione come se tale posizione fosse stata compromessa da qualche cosa di serio”. E si tratta di quasi tre anni di una presidenza Putin durante i quali la Russia potrebbe, se al presidente si lasciano il tempo e lo spazio di occuparsi del proprio lavoro, continuare a progredire.
    Per per riportare l’attenzione pubblica sulle questioni d’importanza strategica, Vladimir Putin ha dichiarato chiaramente che non cambierà la Costituzione e non cercherà la possibilità di ricandidarsi. Qualora volesse mantenere gli strumenti del potere nelle proprie mani, sotto il proprio controllo diretto od indiretto, Putin dispone di due possibilità. Una di loro è una correzione costituzionale del sistema politico russo in conformità al modello del cancellierato concentrando il più grande potere nelle mani del primo ministro, cioè lasciando a questa nuova figura istituzionale una buona parte delle prerogative attualmente nelle mani del presidente della Russia. Prendendo in mano anche formalmente le redini del suo “partito presidenziale” che attualmente domina, Putin potrebbe diventare senza problemi il primo ministro o il cancelliere e mantenere tale posizione fino a quando avrà dalla parte sua la maggioranza necessaria dell’elettorato. In tale modo lui trasferirebbe il centro del potere su un nuovo esecutivo e potrebbe continuare a guidare la Russia.
    L’altra possibilità - che esclude le modifiche costituzionale del sistema politico - sarebbe che Putin, con la propria autorità, aiutasse qualche suo collaboratore di fiducia a vincere le elezioni presidenziali e che lui stesso, formalmente in veste del presidente (per esempio) della Duma, continui a governare dall’ombra.
    La Costituzione gli permette di ricandidarsi dopo un mandato di pausa e di ritornare alla presidenza. Ci sono anche varie speculazioni relative alle elezioni anticipate organizzate in modo che non riescano a raggiungere il quorum, con un’affluenza minore cioè al 50% di chi ha diritto di voto, il che aprirebbe uno spazio di manovra ad una ricandidatura di Putin dopo di una tale pausa simulata, già alle prime prossime vere elezioni, dunque subito.

    LA CREAZIONE
    DI “NOSTRI”

    Come è nata la consapevolezza che in Russia sia stato attivato lo stesso modello di “rivoluzione colorata” brevettato in Serbia, e poi applicato in Georgia, Ucraina ed altrove?
    Lo confermano chiaramente molti fatti che di seguito tracciamo anche se non sono messi in ordine temporale.
    Putin stesso e molti responsabili dei servizi di sicurezza, hanno apertamente fatto osservare che “gli scenari georgiano e ucraino” non saranno possibili in Russia.
    Una testimonianza è la mossa del direttore della Sicurezza federale quando ha mostrato in parlamento l’elenco delle “organizzazioni non governative” finanziate dall’estero aventi gli scopi sovversivi e spiegando che la rete delle ONG era in realtà una copertura per gli agenti professionisti stranieri. Tale affermazione non è stata un gesto politico, ma un’affermazione provata da indagini di polizia con atti inoppugnabili. Poco dopo, una legge ha vietato l’attività delle ONG finanziate dall’estero aventi scopi politici e tutte le ONG sono state obbligate a dichiarare le proprie fonti di finanziamento.
    Nel febbraio del 2005 è stato fondato un movimento giovanile patriottico “Nostri”, con un’impercettibile benedizione del presidente e pare con un aiuto tecnico segreto della sua amministrazione, guidato dagli studenti delle più alte istituzioni d’istruzione e dai massimi intellettuali russi delle nuove generazioni. Il movimento è delineato come “un gradino verso l’integrazione delle élites del paese”. “Vogliamo fare una rivoluzione dei quadri” – hanno dichiarato le guide del movimento. “Dobbiamo prepararci per prendere le redini del paese nelle nostre mani nei prossimi dieci anni per sostituire quelli che non hanno avuto successo, quelli che hanno lasciato il paese alla mercé di una privatizzazione spietata e selvaggia ed agli stranieri. Siamo guidati da un patriottismo incondizionato, da un patriottismo ad ogni prezzo. Il popolo russo deve sollevarsi e la Russia deve riavere la sua grandezza e il rispetto di se stessa.” Inoltre, il movimento “Nostri” – affermano gli esperti in materia – potrebbe avere un ruolo importantissimo per affrontare il pericolo se “il fattore straniero cercasse di creare un organizzazione fantoccio giovanile quale fu “Otpor” (“Resistenza” – n.d.t.) in Serbia guidata dagli agenti professionisti di tale fattore straniero”.

    FRONTI E POTERI
    Putin - come si è detto - sta mettendo in pratica la sua strategia di rinascita interna russa in maniera silenziosa, tattica e moderata, ma molto precisa a partire dalla ricostruzione economica e finanziaria, mentre sul piano della politica estera porta avanti una strategia che mira a creare un nuovo equilibrio di potenze in un mondo multipolare. E, allo stesso tempo, lui bilancia la propria forza e la potenza dello stato russo, un fatto poco capito dai suoi critici appartenenti al cosiddetto “blocco patriottico”, che non comprendono la necessità di evitare di avere più fronti di battaglia di quanti se ne possano affrontare.
    Nel frattempo il presidente sta incentivando i processi della “globalizzazione alla russa” interna, l’ingrandimento dei settori economici strategici e la creazione delle megacorporazioni russe capaci d’essere competitive sul piano internazionale. Con l’arresto del noto oligarca russo Mihailo Hodorkovski, il governo russo ha impedito all’ultimo momento che la più grande compagnia petrolifera russa, compresa una gran parte dei pozzi petroliferi russi, fosse presa dagli americani. Tale “acquisto” americano era già “un fatto compiuto”.
    Su un altro fronte continua la crescita economica russa con tassi di sviluppo che ormai da cinque anni rappresentano i record mondiali.
    Il sistema “esecutivo” controllato dal potere centrale ha evidentemente iniziato a dare dei risultati ed ha portato ad un consolidamento chiaro delle strutture statali nell’enorme spazio russo. La “Russia assomiglia di nuovo ad uno stato serio dopo vent’anni incredibili. I grandi problemi – l’implosione demografica ne è uno dei più grandi – sussistono ancora, ma il paese, dopo la caduta, finalmente segue la strada della loro soluzione”, ha scritto Michele Bross, dopo il suo recente viaggio in Russia.

    VERSO UN MONDO
    MULTIPOLARE

    Il senso di misura di Putin è forse ancor più chiaro sul piano della politica estera, cioè sulla strategia applicata con il non creare troppi fronti contemporaneamente prendendo così il tempo necessario alla Russia per una rinascita. Però, ciò non vuol dire che Putin esiti troppo oppure sia vago nel suo orientamento di base, cioè nella sua idea di creare un mondo multipolare per far tornare la Russia al posto che le spetta. Dunque la tesi di giugno del quotidiano parigino “Le Monde” - “Russia, Francia e Germania annunciano un fronte unico” – non è stata casuale né esagerata. Altri giornali di rilievo, come “Le Figaro”, sono stati ancor più chiari nel valutare positivamente il summit “dell’asse Parigi-Berlino-Mosca” , che aveva avuto luogo a Svetlogorsk, vicino a Kaliningrad, l’antica capitale prussiana Koenigsberg, una enclave russa importante in riva al mar Baltico.
    Secondo gli analisti europei “ci troviamo di fronte alla formazione di uno spazio strategico paneuropeo ed eurasiatico, dall’Atlantico agli Urali ed a Vladivostok. I contorni della “Grande Europa” oppure della “Eurasia europea” che rappresenterebbero un passo decisivo verso la creazione di una struttura multipolare del mondo, di un opzione salvatrice di tutti, compresi gli USA stessi, che stanno per cedere pericolosamente sotto il carico senza precedenti”. “tale spazio strategico non sarebbe solo parallelo ma sostanzialmente sarebbe anche uno spazio d’opposizione all’egemonismo unipolare globale americano.” Il presidente francese Chirac ha dichiarato che “l’Unione europea e Russia, cioè i loro rapporti fraterni e la loro collaborazione strategica” rappresentano oggi “un elemento chiave dell’equilibrio mondiale”. Putin e Schroeder erano d’accordo, ma il tono di Putin era il più moderato. Anche se Chirac, dopo l’insuccesso del suo referendum sulla Costituzione europea, e Schroeder di fronte alle elezioni parlamentari, hanno di certo avuto i loro motivi di politica interna per fare tali dichiarazioni, le parole pronunciate non possono essere state solo di facciata né ancor di meno casuali, ma sono parole dopo le quali le cose non sono più le stesse. Il massimo accordo è stato raggiunto a Svetlogorsk fra i tre paesi chiave europei anche per quanto riguarda delle importanti questioni internazionali e per di più su un piano contrastante la posizione ufficiale degli USA. Per esempio, il trio europeo ha dichiarato che “l’Iran ha diritto di sfruttare l’energia nucleare per scopi pacifici” il che contrasta completamente con le argomentazioni americane volte a creare un pretesto per un nuovo pericoloso “strepitio delle armi”. Atteggiamenti simili si sono avuti anche per quanto riguarda la riforma dell’ONU, sulla posizione della Cina, sull’accordo di Kioto, sulla soluzione del problema della povertà disastrosa.
    Poco dopo tale summit è stato firmato il contratto relativo ad un megaprogetto per la costruzione del gasdotto lungo il fondale del Mar Baltico dalla Russia alla Germania e all’Europa occidentale, aggirando così e annientando in maniera decisiva “il cerchio americano intorno alla Russia” di cui abbiamo già fatto cenno. Ricordiamo che la Germania è il partner economico estero più importante della Russia con uno scambio annuale di circa 32 miliardi di euro. (Un progetto che vede oggi Schroeder, privato cittadino, alla guida operativa., ndR)
    Comunque, per evitare gli equivoci bisogna dire che l’affermazione di Putin di “aver aperto la porta della Russia bicontinentale al progetto strategico paneuropeo” non vuol dire che lui abbia iniziato “un aperto scontro strategico con gli USA” oppure che abbia chiuso la porta ai grandi investimenti stranieri. Putin ha ancora una mano tesa alla collaborazione: il che è visibile dal “patto energetico” che Mosca ha offerto a titolo “di accordo storico Est-Ovest”. L’idea di base di tale accordo è che la “Russia tende all’equilibrio degli interessi degli stati, compresi gli interessi dei paesi consumatori e dei paesi produttori dell’energia… Per quanto riguarda le proprie risorse energetiche la Russia è disposta ad essere garante di base per la sicurezza energetica del mondo, ma rifiuta energicamente di essere con le sue materie prime l’appendice dell’economia globale… la Russia non partecipa a questi contatti strategici in maniera egoista, ma non è disposta neanche ad accettare tale comportamento degli altri… Inoltre, la Russia respinge decisamente tutte le pressioni, ufficiali e non ufficiali, tese a contestare il diritto degli stati di amministrare le proprie risorse e tese a trasferire la loro direzione in centri stranieri…”

    FRONTIERA INAMOVIBILE

    Questa strategia cauta ma decisa di Mosca è stata ben visibile nell’occasione della visita estiva fatta alla Russia dal presidente cinese Xu Gintao. Il leader del paese più popolato del mondo e (insieme alla Russia) dell’economia più espansiva del pianeta innanzi tutto aveva iil fine di ottenere da Putin l’investimento del capitale cinese nell’energia russa, soprattutto quella di Siberi. Rendendo possibile alle compagnie cinesi di diventare comproprietarie delle fonti d’energia siberiane. I cinesi cercano di avere il primato nei confronti dei giapponesi nell’uso del futuro oleodotto del Pacifico e di creare le riserve statali di petrolio come quelle che hanno gli USA, però tali riserve dovrebbero essere create con il petrolio russo. A tale scopo Pechino aveva fondato anche la sua prima compagnia petrolifera “Cian Lagn”.
    Non a caso Putin ha evitato in tale occasione, come pure durante la sua visita al Pechino nel 2004, di firmare qualsiasi contratto che potrebbe privare la Russia della sovranità relativa alle proprie risorse energetiche. Allo stesso tempo ha garantito alla Cina la correttezza e la regolarità nell’approvvigionamento del petrolio e del gas, ha partecipato lui stesso alle manovre militari russo-cinesi – fatte per la prima volta nella storia con un interessante “premessa tattica” – ed ha reso possibile il trasferimento di alta tecnologia militare russa al suo grandissimo vicino del sud. Anche se “non aveva lasciato i Cinesi entrare nella Siberia”, Putin ha consolidato il gruppo di sicurezza asiatico il cosiddetto “gruppo di Shanghai” – il cui asse è fatto dalla Russia e dalla Cina – ma aveva anche offerto all’India, all’Iran ed al Pakistan di associarsi.
    Per illustrare meglio di che tipo di offerta si trattava, citiamo le parole di Zbignev Bzezinski, eminenza grigia della geopolitica americana e della dottrina globale degli USA:
    “Tale coalizione che fa veramente paura perché potrebbe compromettere la supremazia americana, non potrebbe realizzarsi, secondo me, se gli Usa non continueranno a comportarsi stupidamente. (…) Qualora si realizzasse qualche tipo di coalizione tra Cina, Russia, Iran, per non parlare di altri, la nostra posizione potrebbe essere veramente compromessa. Ma la minaccia principale e credibile mi sembra la stanchezza americana, il disinteresse, la mancanza della visione strategica, il che potrebbe provocare di conseguenza una progressiva frammentazione della collaborazione globale ed una frammentazione della stabilità globale”.

    (Traduzione in italiano
    da Europa Nazija
    a cura di
    Dragan Mraovic)

  2. #2
    Totila
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    Predefinito

    Da questo articolo, Putin appare veramente un grande statista.
    Ridicola appare invece la poitica estera italiana, pateticamente legata a Washington. Quella che mi meraviglia, e l'ho già scritto, è l'apparente (potrebbe essere il contrario) disinteresse della Lega alla questione.
    In fondo è un partito con forti responsabilità di governo. Quindi, tenere contatti più o meno informali con i governanti russi o forze politiche , potrebbe rientrare nell'rdine delle cose. Ma mi pare che su questo versante tutto taccia. Che guardino a Washington più che a Mosca?

  3. #3
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Totila


    Che guardino a Washington più che a Mosca?


    Non possono guardare ne dritta ne a manca, perché memori del risultato che procurò al movimento, la denuncia contro l'aggressione alla Serbia, si guardano bene dal proferire parola.

    Gli elettori sempre ben "informati" dagli autorevoli m...a nazionali, non perdonano........

 

 

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