Giordano Berti
GLI INGANNI DI MEFISTOFELE
Il nome di Mefistofele è stato consegnato alla storia dal Faust di Johann Wolfgang Goethe, che a sua volta ha ispirato una grande quantità di opere letterarie, musicali, pittoriche e cinematografiche dove appare a vario titolo un "patto diabolico", sebbene Faust e Mefistofele non appaiano sempre con questi nomi. Va detto subito che Mefistofele non era un demone noto fino al tardo Cinquecento e che l'origine del suo nome è controversa. Secondo alcuni storici sarebbe di origine ebraica e deriverebbe dall'unione dei termini mephiz e tophel, "distruttore bugiardo". Secondo altri, potrebbe connettersi al greco megastophilos, da intendersi come "colui che vuole affermarsi". Altri ancora rimandano al termine greco mephis, il soffio miasmatico che viene dal sottosuolo, da cui deriva il latino Mefitis, la dea che proteggeva dalle esalazioni pestilenziali.
Dunque, l'origine di Mefistofele non è chiara. In compenso si hanno maggiori informazioni sui patti col diavolo, non necessariamente con Mefistofele, in quanto costituiscono un topos della letteratura magica e antimagica, oltre che della favolistica. […]
Il patto col diavolo ha alle spalle una tradizione che cominciò ad essere evidenziata sul finire del Duecento, quando l'Inquisizione prese a perseguitare le streghe accomunandole agli eretici. Tutti i giuristi medievali sostenevano che streghe e stregoni ottenevano poteri magici (o si illudevano di possederli), in seguito ad un patto con Satana fondato sul rinnegamento della fede cristiana e sulla cessione dell'anima al diavolo. Fra le tante descrizioni ne riporto una che riassume la tradizione teologica e inquisitoria; viene dal Compendium maleficarum (1608) del frate Francesco Maria Guazzo, il quale distingueva due tipi di patto, uno tacito e l'altro espresso. "È espresso - spiegava -quando in una solenne occasione, al cattivo demone, visibile in forma corporea di fronte a testimoni, viene promessa fedeltà e tacito omaggio per mezzo di un libello contenente delle richieste per il diavolo". Più oltre, frate Guazzo riportava undici punti che rientrano in questo patto. I nuovi adepti donano al diavolo un lembo del loro vestito, che egli terrà per poi rivendicare ogni cosa, dai beni spirituali a quelli corporali. Oppure, "restando in un cerchio descritto per terra, prestano giuramento al demonio". O anche, "chiedono al demonio di essere cancellati dal libro della vita e di essere iscritti nel libro della morte".
L'evocazione del diavolo
xilografia dal Compendium maleficarum (Milano, 1608)
Nel trattato di Guazzo non si fa cenno a nessuna forma di contratto col diavolo, ma questa realtà era incontestabile. Difatti, due anni dopo la pubblicazione del Compendium maleficarum, l'intera cristianità ebbe un sobbalzo alla notizia che un sacerdote francese, Louis Gaufridy, era stato messo al rogo per avere stregato le suore del convento delle Orsoline di Aix-en-Provence. Dal dibattimento processuale risultò che il sacerdote aveva stipulato un contratto col diavolo. Il testo non fu mai trovato ma lo stesso prete aveva confessato, sotto tortura, di averne sottoscritto uno.
Nel 1629 fu mandato al rogo un altro sacerdote, Urbain Grandier, reo di avere ammaliato le suore del convento di Loudun e di avere stipulato un patto col diavolo, che anche in questo caso non fu trovato e che il sacerdote negò sempre di avere visto e tantomeno firmato.
Esiste, tuttavia, alla Bibliothèque Nationale di Parigi un documento che, secondo una tradizione non verificata, una mano ignota avrebbe sottratto alle fiamme del rogo di Grandier. Sul foglio si possono leggere a stento i nomi dei demoni con i quali il prete di Loudun avrebbe suggellato il patto: Lucifero, Beelzebub, Satana, Elimi, Leviathan e Astaroth. Ovviamente si tratta di un falso, redatto per giustificare la condanna di Grandier. Va però sottolineato che, dal punto di vista degli inquisitori, la presenza di un contratto cartaceo non era una prova fondamentale, in quanto si credeva che il patto venisse suggellato con un segno particolare sul corpo dell'adepto di Satana, che infatti veniva scandagliato accuratamente con lenti e perfino con spilloni.
Le informazioni fornite dagli inquisitori rimbalzarono in vari testi demonologici, ma senza entrare mai nello specifico, come avveniva invece nei grimori, manuali di magia diabolica il cui possesso era sufficiente per finire al rogo. I grimori spiegano con estrema cura come si evocano gli spiriti diabolici per ottenere da loro i favori più diversi, ma senza sottoscrivere contratti e senza cedere la propria anima. Ma, percorrendo le lunghe liste di diavoli, non s'incontra mai Mefistofele. Sta di fatto che questo demone compare per la prima volta in Germania in un opuscolo anonimo intitolato Praxis Magia Faustiana (Passau 1527), dov'è citato espressamente il patto diabolico firmato da Faust di fronte al demone "Mephistophiles", per ottenere da lui conoscenze segrete. La Praxis Magica è un libello scritto contro l'umanista Georg Sabellicus, definito Faustus junior, vissuto fra il 1480 e il 1540.
Il dottor Faust e Mefistofele, disegno di Tony Johannot
(immagine da www.wikipedia.it)
La storia del patto scellerato di Faust fu descritta a tinte forti in un opuscolo popolare, anche questo anonimo: Doktor Faustus (Francoforte 1587), edito da Johann Spies. Tre anni più tardi ritroviamo la medesima vicenda in La tragica storia del Dottor Faustus del drammaturgo inglese Cristopher Marlowe (1564-1593). Qui Mephistopheles è un emissario di Lucifero, che in seguito all'evocazione da parte di Johann Faust gli si presenta in abito francescano. Per accettare di servire il mago, il demone gli domanda di donargli l'anima: "Ora dovrai legarcela in solenne forma, e col sangue tuo scrivere l'atto; Lucifero vuol tale garanzia (...). Trafiggi allora con fermezza il braccio, e vincola così l'anima tua che possa reclamarla il gran Lucifero un certo giorno, come propria". Dunque, nella commedia di Marlowe fu lo stesso Faust a scrivere con il proprio sangue il contratto con il demone ottenendo i suoi servigi per ventiquattro anni, allo scadere dei quali concedeva a Lucifero e al suo ministro Mefistofele "di portare il detto Johann Faust, corpo ed anima, sangue e beni, nella loro dimora dovunque sia". Così andò, sebbene lo stesso Faust tentasse, allo scadere del tempo concordato, di redimersi dai propri errori e accusasse Mefistofele di averlo ingannato. Il demone, ghignando, confermò l'accusa, confessando di averlo distolto dalla lettura dei libri sacri per chiudergli il cammino verso il cielo.
Una sintesi della vicenda di Faust e Mefistofele fu inserita in Storie veritiere (Amburgo 1599), raccolta di apologhi scritti con intento pastorale dal teologo luterano Georg Widmann; quest'opera fu poi rielaborata a Norimberga dal medico Nikolaus Pfitzer in L'amore Angelico e la tremenda fine del famigerato Dottor Faust (1647). Altri due autori tedeschi, J. Neumann (1683) e K. Krichner (1685) disquisirono sul "prestigiatore Faust" sottolineando l'enormità del suo infame patto. Nella stessa epoca vedeva la luce un grimorio attribuito a Faust, intitolato Grande e potente spirito del mare (Amsterdam 1692), nella cui introduzione si dice che Beelzebub inviò Mefistofele a Faust affinchè fosse suo servo; non v'è alcun accenno alla tragica fine della storia, certamente per non spaventare gli adepti delle arti magiche. Si arriva così al dramma di Johann Wolfgang Goethe, Urfaust (l775), prima redazione dell'immortale capolavoro terminato nel 1831, il Faust. L'opera è una rielaborazione e un ampliamento del dramma di Marlowe, ma l'impronta positiva del finale coincide con la cultura illuminista dell'epoca di Goethe. Infatti, il Faust di Goethe si conclude con la vittoria delle potenze celesti e l'ascesa al cielo del medico filosofo, che pur avendo commerciato col demonio fu assolto perché lo fece al solo scopo di accrescere la conoscenza delle cose terrene.
Giordano Berti – da Il Giornale dei Misteri n° 441 (agosto-settembre 2008)