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    Predefinito Quando ti morde la tarantola...

    Il Tarantismo
    di Eugenio Imbriani

    «Genuit hic natura arachneum animal nocentissimum…», la natura vi ha generato (nella penisola salentina), un animale dannosissimo, un ragno, scrive nel 1513 il medico umanista Antonio De Ferrariis nella più famosa delle sue epistole, De situ Japygiae, il cui veleno viene espulso al suono di flauti e tamburi. Non ci crederei, aggiunge, se non ne avessi avuto numerose prove. Il morso di questo ragno, la tarantola, causa, secondo la credenza diffusa, uno stato estremo di prostrazione e di malessere nel malcapitato, da cui è possibile risollevarsi, temporaneamente, grazie a una pratica terapeutica che si basa sulla musica e sulla danza. Soprattutto le donne sono colpite dal male. Una volta che se ne sia capita la natura, viene convocata una orchestrina (un tamburello, un violino, una chitarra, anche solo variamente accoppiati tra loro o combinati con altri strumenti) che attacca una serie di motivi musicali, una vera e propria esplorazione, per comprendere quale di essi risvegli il tarantato: talvolta il ritmo è quello forsennato della pìzzica, e allora la persona colpita dal morso si solleva e danza a lungo, in maniera scomposta, anche per molte ore e per giorni, tolte brevi pause diurne di riassopimento e le notti; ma il ritmo può essere anche più blando e il motivo lamentoso. Durante la terapia i tarantati si mostrano particolarmente sensibili ai colori, ai profumi, agli oggetti luccicanti; talvolta aggrediscono persone che indossino un capo del colore che li eccita. La guarigione è temporanea, perché il malato ricade ogni anno nello stato di malessere, nel periodo corrispondente a quello del primo morso. Nel XVIII secolo si diffonde la devozione per San Paolo quale guaritore e protettore dei tarantati; luogo centrale della sua venerazione è una cappella a lui dedicata situata della città di Galatina, e benefica, perché vomitiva, era considerata l’acqua del pozzo ad essa adiacente chiuso nel 1959.

    Per secoli medici, viaggiatori, geografi, curiosi e, più di recente, antropologi, hanno raccontato lo svolgersi di questa strana terapia, alcuni celiando sull’efficacia sia del veleno che della cura, altri soffermandosi sull’anatomia dei ragni pugliesi, in qualche caso deridendo le vittime del morso, in altri rivelando un atteggiamento più partecipe e votato alla comprensione del fenomeno.

    Il più importante studio sul tarantismo rimane La terra del rimorso di Ernesto De Martino (1908-1965), etnologo e storico delle religioni, il quale organizzò e diresse la spedizione di una équipe di studiosi nel Salento nel 1959 (tra essi l’etnomusicologo Diego Carpitella, lo psichiatra Giovanni Jervis, il fotografo Franco Pinna); il libro uscì due anni dopo. De Martino comprese la natura di "male culturale" del tarantismo, cogliendo nei momenti della terapia il ricorso a uno schema tramandato nelle comunità di soluzione delle crisi che non avevano, però, origine dall’avvelenamento subito da alcun ragno. Il tarantismo osservato da De Martino era ormai un fenomeno residuale, aveva perduto la complessità del rito emersa dalle vecchie testimonianze.


    Immagine tratta dal sito http://www.niuritesule.com


    Tarantola

    Non è chiaro quale specie di ragno identifichi il nome tarantola, o taranta; stuoli di osservatori hanno cercato di individuarla con precisione e hanno studiato la morfologia e l’anatomia dei ragni pugliesi. D’altro canto, l’origine del male non sempre viene attribuita al morso del ragno: essa può nascere dalla "sfiatatura" - un incantamento - di un serpente, o di un cane, o dalla puntura di un’ape. In ogni caso, nella tarantola è plasmato il simbolo della crisi. Nel Salento sono due i ragni il cui morso può produrre seri effetti tossici sugli uomini: la lycosa tarentula, rapida, mobilissima, aggressiva, il cui veleno agisce localmente e procura reazioni molto appariscenti nei dintorni della parte colpita; il latrodectus tridecim guttatus, lento e sornione, vive nascosto e attende che la preda si impigli nella rete: il morso può causare effetti generali molto gravi e dolorosi, fino a un irrigidimento del corpo, della durata di alcuni giorni. È verosimile che l’esperienza degli effetti prodotti dalla puntura del latrodectus e del comportamento aggressivo della lycosa abbia contribuito alla elaborazione del simbolo, la tarantola, che dà vita e orizzonte alla crisi. Il tarantato assume il carattere dell’animale che lo ha morso: la tarantola può essere canterina, o sorda – e allora alla danza e al canto si sostituirà un lamento che ha la cadenza del pianto funebre -, amare colori particolari, o sguazzare nell’acqua, preferire una melodia e un ritmo piuttosto che altri.


    Pizzica

    «Alcuni usano ballare nelle case; altri nei crocicchi delle vie; alcuni vestiti a festa, altri quasi seminudi; alcuni tenendo in mano i fazzoletti, o simili adornamenti femminili, altri reggendo pesanti arnesi della casa. Uno dei più barbari balli è quello che taluni fanno nell’acqua. E non solamente nell’acqua si agitano per mezza persona, ma continuamente se ne versano con un catino sul capo e sulle spalle. È una cosa che muove a pietà, e a sdegno per così orribile pregiudizio! Immancabilmente è accompagnato il ballo dal monotono e cadenzato suono del violino, e dal rullo ineguale di un tamburello colle nacchere, suono e cadenza che si approssimano all’altro della pìzzica-pìzzica, ch’è il ballo più antico e veramente popolare, tutto proprio del nostro popolo, la cui tradizione si spegne nei secoli più lontani»; così scriveva alla fine del secolo scorso Giuseppe Gigli in Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto (1893, nuova edizione 1998), usando toni poco pietosi nei confronti dei tarantati. In modo più articolato e illuminato aveva toccato lo stesso tema Luigi Giuseppe De Simone in La vita della Terra d’Otranto (1876, nuova edizione 1997): la pìzzica è una danza erotica che si esegue in coppia molto simile alla tarantella, di cui è forse uno sviluppo; oggi se ne conosce una versione semplificata, ma sappiamo come si sviluppava nell’Ottocento: una ragazza comincia a ballare da sola, quindi invita un partner, lo respinge, ne chiama un altro, e chiunque sia, anche se vecchio e malmesso, è costretto ad accettare e a danzare per il tempo che lei desideri; quando è stanca lascia al compagno il compito di menare la danza.

    Al ritmo della pìzzica si esegue un altro ballo tipico del luogo, e cioè la danza delle spade o dei coltelli durante la quale due uomini mimano una lotta con i coltelli, specialità nella quale, ancora nel ventesimo secolo inoltrato, i salentini pare che eccellessero; in particolare, essa viene eseguita nella notte della festa di San Rocco a Torrepaduli, in provincia di Lecce.

    Dal sito http://www.amalteaonline.com

  2. #2
    megaelleno
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    Con il mio vecchio nick +H+ avevo in precedenza accennato al tema nel forum "paganesimo".
    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=188190.

    Resta da dire che l'interpretazione del De Martino è manifestamente insufficiente e che a mio avviso il tarantismo rimane per il Sud megaelleno una una delle pochissime vie ancora praticabili. Chi ha partecipato sa che talvolta la danza può assumere i tratti di un autentico rito dionisiaco.

    Un sito importante è www.pizzicata.it; di particolare interesse la sezione "Approfondimenti", da cui riporto il seguente articolo.



    I paralleli del Tarantismo nell'antica Grecia

    a cura di Roberta Elia (www.pizzicata.it)

    Le origini del Tarantismo sembrano perdersi nella notte dei tempi e al riguardo sussiste un’ampia disparità di opinioni. Quella che va più indietro nel tempo fa risalire questo fenomeno all’antica Grecia.
    La letteratura greca ha dedicato una vasta area di documenti relativi ai morsi degli animali e ai loro effetti sull’uomo. Secondo gli ellenici, per ciò che concerne il morso del ragno, esso poteva generare una crisi di aracnidismo, trasmessa persino a chi si fosse avvicinato alla vittima. Facendo una comparazione con il Tarantismo, si ritrova anche il simbolismo cromatico e una maggiore frequenza di casi nelle donne.
    In Grecia però il morso non è connesso con la rappresentazione di un veleno introdotto nelle vene, ma con una puntura incombente, che obbliga ad una fuga angosciata, vaneggiante, visionaria e impetuosa.[1]
    Lo scrittore tragico greco Eschilo, nel suo “Prometeo incatenato”, narra della vergine Io, sacerdotessa del tempio di Era, costretta dall’oistros, l’aculeo del Tafano, ad una corsa perenne. La donna era vittima di un amore precluso. Il suo tormento cominciò quando di notte, in sogno, nella sua camera, voci adulatorie la invitavano a porre fine alla sua condizione di vergine e donare se stessa al grande Zeus che l’amava. Un giorno la giovane decise di svelare i suoi tormenti al padre e costui, rivoltosi ad un oracolo, cacciò la figlia di casa e lei cominciò a girovagare per il mondo.
    Amareggiato per il rifiuto della ragazza, Zeus la trasformò in vacca per poterla possedere come toro, ma Era la fece seguire dal bovaro Argo, dai cento occhi, poi ucciso da Hermes per conto di Zeus. Fu a questo punto che Era inviò alla giovane un tafano, che con il suo pungiglione la obbligava ad una corsa senza fine. Prometeo, che lei incontrò lungo questa sua corsa, le svelò il suo futuro e le predisse che la sua fuga sarebbe terminata sulla rive del Nilo, quando Zeus, col tocco della mano, l’avrebbe resa madre in un posto ricco di vegetazione e di acque risanatrici.[2]
    Sicuramente questo racconto di Eschilo richiama diversi parametri del Tarantismo: l’incalzare del morso, ma anche il correre al suono della musica di Argo e l’ultimo scenario che appare ricco di acque e vegetazione.
    Ancora, in Grecia la presenza di crisi nell’universo femminile era attribuito alla perturbazione dell’equilibrio soprattutto per la mancanza di figli. Queste crisi prevedevano incredulità, febbre, brividi, inquietudine, collera, impulsi suicidi per annegamento o impiccagione con il quale esprimevano il rifiuto per il loro destino. La diffusione di queste crisi è comprovata dal menadismo, cioè la transe rituale delle donne greche.[3]
    Questa “fuga” si ritrova anche in De Martino e, con essa, il simbolismo dell’aioresis (l’altalena). A questo riguardo, l’esempio più rappresentativo riportato dall’autore è quello relativo alle feste dell’Aiora, che ricordavano il dramma di Erigone.
    Il mito narra come, successivamente all’uccisione del padre Icaro da parte di alcuni pastori ubriachi, Erigone, alla vista del cadavere, si impiccò ad un albero. Dopo la sua morte, la mania suicida si insinuò tra le vergini greche finché non venne istituita la festa delle “aiora”, cioè l’altalena delle vergini. La celebrazione di questa festa, che cadeva in primavera, prevedeva la mimica della ricerca del padre morto da parte di Erigone facendo oscillare delle bambole appese ai rami degli alberi.
    Per quel che concerne il simbolismo di questo mito, si deve pensare alla crisi della pubertà femminile, periodo nel quale si corre il rischio di non staccarsi dalla figura paterna. L’altalena inoltre aveva un’altra valenza, cioè la prefigurazione dell’amplesso.[4]
    In questo scenario sembra di rivedere quello dell’antico Tarantismo, affermazione avvalorata da un’altra possibile similitudine dell’altalena: la bambola che oscilla, il ragno che pende dalla sua tela, la tarantata che si lascia dondolare tenendosi ad una fune.
    <*<*Gli antecedenti classici del simbolismo del morso e di quello dell’altalena rimandano dunque concordemente alla sfera dei culti orgiastici femminili e segnatamente al menadismo, e alle corrispondenti crisi esistenziali di cui quei culti erano al tempo stesso la ripresa e il “mutamento di segno”>>[5].
    Importante è poi il mito stesso di Aracne, fanciulla della Lidia, figlia di Idmone di Colofone, che, abilissima nell’arte della tessitura, si vantava di essere più brava della dea Atena, filatrice ufficiale dell’Olimpo. Nonostante gli inviti alla prudenza inviatile dalla dea, Aracne la sfidò a gareggiare con lei nel ricamo; la dea accettò la sfida. Alla fine il lavoro di Aracne era talmente perfetto che Atena, presa dalla collera, lo fece a pezzi e colpì la rivale con la spola. Umiliata e disperata Aracne si impiccò, ma la dea volle che continuasse a vivere, a tessere il suo filo e a pendere per sempre dalla sua tela trasformandola in ragno.[6]
    Un altro mito che possiamo riportare al Tarantismo è quello di Orfeo, poeta, musico e cantore tracio, che ricevette in dono da Apollo la lira e ne divenne suonatore impareggiabile tra i mortali. Sposò Euridice, bellissima ninfa, che però morì appena dopo le nozze, morsa da un serpente mentre cercava di sottrarsi alle insidie di Aristeo; sopraffatto dal dolore, Orfeo discese negli Inferi per cercare di riportarla con sé. Incantando Ade (dio degli Inferi), Persefone (moglie di Ade e, con lui, dea degli Inferi), Caronte (vecchio barcaiolo che trasportava le anime dei defunti sul fiume Stige) e Cerbero (cane con tre teste e coda di drago che faceva da guardia all’ingresso del regno degli Inferi) ottenne di riportare con sé l’amata, a patto però di non voltarsi mai indietro sulla strada del ritorno. Purtroppo Orfeo non resistette alla tentazione e così Euridice ritornò negli Inferi. Da allora, per la disperazione, Orfeo si ritirò sui monti della Tracia; ma in questo modo trascurò il culto di Dioniso, le cui seguaci, le menadi invasate, lo dilaniarono in un attacco di furore orgiastico.[7]
    L’analisi degli antecedenti classici del Tarantismo porta poi alla sfera della catartica musicale adoperata per contrastare alcuni disordini somatici, psichici e morali, messi in relazione con stati di possessione da parte di demoni, spiriti di defunti, eroi. Platone, nel suo “Eutidemo”, a proposito della terapia musicale dei Coribanti (sacerdoti di Cibele, dea della fertilità della terra, che ne celebravano il culto con danze orgiastiche e grida selvagge), afferma che esisteva una relazione tra una determinata melodia e il dio che possedeva l’iniziando. Nel corso del rito si procedeva a un’esplorazione musicale finché non si trovava la melodia corrispondente al dio possessore; successivamente si dava avvio alla danza, che era l’atto che liberava il posseduto dal suo stato di disordine psichico e che veniva chiamato da Platone mania telestica, relativa ai culti orgiastici e posta sotto l’ispirazione di Dioniso; contrapposta a questa c’era un’altra mania, derivante da malattie umane.[8]
    La mania telestica comprendeva un momento patologico e uno risolutivo, durante il quale il delirio si trasformava in “follia giusta”: l’analogia con il Tarantismo è davvero notevole.
    Tale concetto di guarigione è collegato all’idea stessa di patologia tipica del mondo greco antico dove la malattia si manifestava come magia e quindi si cercava di scongiurarla attraverso pratiche simboliche.[9]
    A questo si congiungeva il pensiero di Ippocrate, medico greco, secondo il quale l’uomo era un microcosmo retto da leggi fisiche simili a quelle dell’universo, mentre le patologie erano degli eventi naturali dovuti alla rottura dell’equilibrio interno e risolvibili soprattutto attraverso la forza risanatrice della natura. Faceva poi corrispondere i quattro elementi fondamentali della natura fuoco, aria, acqua e terra a quattro secrezioni organiche: sangue (nel cuore), flegma (nel cervello), bile gialla (nel fegato) e bile nera (nella milza); ognuno di essi portava in sé una qualità e rispettivamente secco, caldo, freddo e umido. Il disequilibrio tra queste secrezioni produceva la malattia. Tra le cure che potevano ristabilire un equilibrio c’era anche la musica.[10]

    Il culto di Dioniso
    Il culto greco di Dioniso è poi quello che ha in sé la più forte relazione con il Tarantismo dei secoli successivi.
    Dioniso, figlio di Zeus e della mortale Semele, fu il dio della forza fecondatrice della natura, venerato particolarmente dalle donne e universalmente conosciuto come orgiastico dio del vino. Nato da una coscia di Zeus dopo che Era aveva ucciso Semele ancora incinta, il padre lo affidò a Ino e Atamante con la promessa di crescerlo come se fosse una bambina, per evitare che Era lo scoprisse. Ma questa, accortasi del tranello, li colpì con la follia. A Dioniso erano sacre le foreste, i vigneti e le vallate dove viveva gioiosamente con al seguito Menadi, Ninfe e Satiri.[11]
    Nei suoi misteri centrale era la funzione della musica, spesso articolata su strumenti a fiato, secondo un uso che si collocò nella commedia attica, così come il ditirambo, i cori e le danze che furono adottati nella tragedia. Il culto di Dioniso rivestiva una grande funzione sociale poiché esaltava e rappresentava frammenti della religione che la civiltà greca aveva asportato o sorpassato, come il sacrificio cruento, la devozione della natura, i culti fallici e i riti di iniziazione.[12]
    Presso i greci, l’opposizione esistente tra Dioniso e Apollo è l’opposizione tra dominati e dominanti: questo divenne particolarmente manifesto a Roma, con la soppressione della transe dionisiaca.[13]
    Ma una delle dimore elettive del dio era proprio la Magna Grecia e qui il suo culto era sempre attivo. Risulta difficile escludere la presenza di Dioniso e di elementi dionisiaci dalla sfera simbolica del Tarantismo.
    Per quanto riguarda la catarsi musicale, la peculiarità del culto di Dioniso è quella di cercare la purificazione attraverso la musica e la danza; sia nei riti dionisiaci che nel Tarantismo si ritrova l’esplosione di impulsi sessuali e impetuosi, soprattutto da parte di donne culturalmente deprivate o emozionalmente inibite; in entrambi la configurazione del rituale corrisponde con le festività connesse ai ritmi stagionali della natura; gli ornamenti impiegati dalle donne affette dal Tarantismo corrispondono a quelle iniziatiche del culto del dio Dioniso.[14]
    Le somiglianze tra i due fenomeni non possono confutarsi.
    Anche negli studi più recenti sul Tarantismo viene avvalorata la tesi della derivazione del fenomeno dai culti dionisiaci, come dimostrano gli Atti del Convegno internazionale tenutosi a Galatina nell’ottobre 1998 e dedicato proprio al fenomeno in esame[15]




    --------------------------------------------------------------------------

    [1] Cfr. De Masi M., Colombo G., Il Tarantismo tra rito, mito e malattia, Cleup, Padova, 2001 – pp. 33/34
    [2] Cfr. http://www.miti3000.org/biblioteca
    [3] Cfr. De Masi M., Colombo G., Il Tarantismo tra mito, rito e malattia, op. cit. – pp. 34/35
    [4] Cfr. De Martino E., La terra del rimorso, op. cit. – pp. 209/213
    [5] Ibidem – pag. 217
    [6] Cfr. http://www.miti3000.org
    [7] Cfr. Microsoft Encarta 2001
    [8] Cfr. http://www.ousia.it/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF
    [9] Cfr. De Masi M., Colombo G., Il Tarantismo tra rito, mito e malattia, Cleup, op. cit. – pag. 39
    [10] Cfr. Pierri G., Compendio di Psichiatria, Ambrosiana, Milano, 1997 – pp. 5/7
    [11] Cfr. http://www.miti3000.org
    [12] Cfr. Microsoft Encarta 2001
    [13] Cfr. Lapassade G., Saggio sulla transe, Feltrinelli, Milano, 1980 – pag. 67
    [14] Cfr. Mora G., Il male pugliese. Etnopsichiatria storica del Tarantismo, Besa, Nardò, 2000 – pp. 27/30
    [15] Cfr. AA.VV., Quarant’anni dopo De Martino. Il Tarantismo. Atti del convegno internazionale di studi – (Galatina 24/25 ottobre 1998), Besa, Nardò, 2000 – tomo I – pp. 15/49


  3. #3
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    Ne hanno scritto uomini di scienza, antropologi ed etnologi, ne hanno ricercato le cause, descritto i gesti, interpretato i segni. Di certo si è stabilito che non esiste in Puglia alcun ragno in grado di provocare quei sintomi e le cause del tarantismo vanno ricercate altrove. Innanzitutto nella cultura di una terra, la Puglia, da sempre crocevia di popoli, di storia, mediterranea per sua stessa natura, terra di sole e di sofferenza, di antichi riti tribali e di simboli pagani mai dimenticati. "Terra di mezzo" e come tutte le terre di mezzo magica e sacra.

    Il ragno diventa l'espediente, il segno, la forza scatenante di una sofferenza più profonda, repressa, mai vinta: la sofferenza di chi lavora la terra, di individui ai margini del vivere sociale, che nel ragno e nel ballo trovano l'unica occasione per porsi al centro dell'attenzione, per dar libero sfogo alle frustrazioni di un anno. Non a caso la taranta preferisce le donne, emarginate fra gli emarginati, vittime di una società patriarcale e contadina che le relegava in un ruolo subalterno e oscuro.

    Rivincita mitica, dunque: capovolgimento delle regole quotidiane, come un tempo il carnevale. Per un giorno è possibile impazzire, ballare. Ma non basta: chi ha visto una di queste donne ballare, sa che la frenesia è reale e che sconvolge e dilania. La cultura non può da sola spiegare il malessere profondo ed esaurirne le cause.

    Le tarantate, nuove menadi di Puglia, aprono uno spiraglio su simbolismi arcani. Da sempre il serpente, il ragno e altri animali striscianti sono simboli sessuali: ricordi di una società matriarcale, poi vinta da invasori che portavano nuove immagini e nuove divinità. Apollo che sconfigge il serpente Pitone, Indra che si sbarazza di Vrtra, Iahweh che vince il Leviatano, lo stesso Dio cristiano che condanna il serpente segnano il trionfo di un’ideologia solare, del maschile sul femminile. Il ragno è l'idea della Terra madre che riaffiora, è la forza di simboli e rituali antichi, non vinti dal Cristianesimo e dalla ragione.

    Già nel '700 la Chiesa tentava di dare una coloritura cristiana al tarantismo: oggi, ogni 28 e 29 giugno i tarantati salentini (in numero sempre minore) ripetono la loro danza il giorno di San Paolo, all'interno della chiesa di Galatina. Chiedono la grazia al santo e, alla fine della frenetica danza, sperano di non dover più ballare l'anno successivo. Ma San Paolo viene dopo: è un'aggiunta cristiana. In origine ci sono il morso della taranta, il ballo, il tamburo, cerchio mitico simbolo dello spazio sacro. In origine ci sono la terra e la psiche e ricordi ancestrali, che ciascuno di noi si porta dentro.

    BIBLIOGRAFIA:

    De Martino, Sud e Magia (Feltrinelli)
    De Martino, La terra del rimorso (Il Saggiatore)
    Chiriatti, Morso d'amore. Viaggio nel tarantismo (Caponi)
    Campbell, Mitologia occidentale (Mondadori)

    Liberamente tratto dal sito www.trovasalento.it



    Tarantata di Galatina (Lecce)

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvia
    Ne hanno scritto uomini di scienza, antropologi ed etnologi, ne hanno ricercato le cause, descritto i gesti, interpretato i segni. Di certo si è stabilito che non esiste in Puglia alcun ragno in grado di provocare quei sintomi e le cause del tarantismo vanno ricercate altrove. Innanzitutto nella cultura di una terra, la Puglia, da sempre crocevia di popoli, di storia, mediterranea per sua stessa natura, terra di sole e di sofferenza, di antichi riti tribali e di simboli pagani mai dimenticati. "Terra di mezzo" e come tutte le terre di mezzo magica e sacra.

    Il ragno diventa l'espediente, il segno, la forza scatenante di una sofferenza più profonda, repressa, mai vinta: la sofferenza di chi lavora la terra, di individui ai margini del vivere sociale, che nel ragno e nel ballo trovano l'unica occasione per porsi al centro dell'attenzione, per dar libero sfogo alle frustrazioni di un anno. Non a caso la taranta preferisce le donne, emarginate fra gli emarginati, vittime di una società patriarcale e contadina che le relegava in un ruolo subalterno e oscuro.

    Rivincita mitica, dunque: capovolgimento delle regole quotidiane, come un tempo il carnevale. Per un giorno è possibile impazzire, ballare. Ma non basta: chi ha visto una di queste donne ballare, sa che la frenesia è reale e che sconvolge e dilania. La cultura non può da sola spiegare il malessere profondo ed esaurirne le cause.

    Le tarantate, nuove menadi di Puglia, aprono uno spiraglio su simbolismi arcani. Da sempre il serpente, il ragno e altri animali striscianti sono simboli sessuali: ricordi di una società matriarcale, poi vinta da invasori che portavano nuove immagini e nuove divinità. Apollo che sconfigge il serpente Pitone, Indra che si sbarazza di Vrtra, Iahweh che vince il Leviatano, lo stesso Dio cristiano che condanna il serpente segnano il trionfo di un’ideologia solare, del maschile sul femminile. Il ragno è l'idea della Terra madre che riaffiora, è la forza di simboli e rituali antichi, non vinti dal Cristianesimo e dalla ragione.

    Già nel '700 la Chiesa tentava di dare una coloritura cristiana al tarantismo: oggi, ogni 28 e 29 giugno i tarantati salentini (in numero sempre minore) ripetono la loro danza il giorno di San Paolo, all'interno della chiesa di Galatina. Chiedono la grazia al santo e, alla fine della frenetica danza, sperano di non dover più ballare l'anno successivo. Ma San Paolo viene dopo: è un'aggiunta cristiana. In origine ci sono il morso della taranta, il ballo, il tamburo, cerchio mitico simbolo dello spazio sacro. In origine ci sono la terra e la psiche e ricordi ancestrali, che ciascuno di noi si porta dentro.

    BIBLIOGRAFIA:

    De Martino, Sud e Magia (Feltrinelli)
    De Martino, La terra del rimorso (Il Saggiatore)
    Chiriatti, Morso d'amore. Viaggio nel tarantismo (Caponi)
    Campbell, Mitologia occidentale (Mondadori)

    Liberamente tratto dal sito www.trovasalento.it



    Tarantata di Galatina (Lecce)

    Bentornata Silvia! Ciò che hai scritto è tutto vero! Saluti harunabdelnur.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da harunabdelnur
    Bentornata Silvia! Ciò che hai scritto è tutto vero! Saluti harunabdelnur.
    Grazie Harunabdelnur, sei sempre molto gentile. Un salutone...




    Parlare oggi di tarantismo significa non poter prescindere dalla ricerca sul campo che E. De Martino ha condotto sul fenomeno in Puglia, a partire dall'estate del 1959. "La terra del Rimorso" raccoglie i risultati di questa ricerca e inquadra il tarantismo come fenomeno storico-religioso, offrendo a completamento un'interpretazione simbolica di ogni suo elemento. Tutto è simbolo nel tarantismo: la taranta, il rito, la terapia, la risoluzione del male, il ri-morso.

    La cura del tarantato si svolge in due momenti: il primo vede la terapia eseguita a domicilio (dal 1976 però questa non ha più luogo), il secondo coincide con l'appuntamento rituale in occasione della festa di S. Paolo, il 28 e 29 Giugno, a Galatina. Qui l'esorcismo viene ripetuto e, confidando nella grazia del Santo e nel potere della sua acqua, ha soluzione. La guarigione è comunque temporanea: i sintomi del morso si ripresenteranno ogni anno (ri-morso) all'incirca nel periodo del primo morso. E il simbolismo rituale tornerà ad agire.


    Con il morso, la taranta trasmette il proprio colore e la propria melodia, e i musici devono saperli individuare entrambi per esorcizzarne gli effetti (ai diversi tipi di tarante corrispondono arie musicali e colori diversi). La musica ha quindi una duplice funzione: diagnostica e terapeutica. Nella fase diagnostica permette di identificare la taranta responsabile del morso ("libertina", "triste e muta", "tempestosa", ecc.) e quindi anche il colore che le è proprio e che, di solito, corrisponde a una particolare melodia ed è confermato dalla scelta che il tarantato compie tra i nastri di colore diverso posti lungo il perimetro rituale.

    Oltre all'esorcismo musicale e cromatico, fondamentali sono i cicli coreutici compiuti dal tarantato in più "crisi" della durata di due o tre ore l'una. Una volta individuata la melodia giusta, il malato reagisce e comincia a dimenarsi nel perimetro rituale iniziando il ciclo coreutico nella fase a terra, strisciando sul dorso, imitando l'animale e cercando di risolvere la sua dipendenza. La fase in piedi, regolata da figure coreutiche quali saltellato semplice, doppio e lanciato, avvia il tarantato alla risoluzione della possessione che si conclude quando il soggetto cade al suolo sfinito.

    Liberamente tratto dal sito www.pizzicata.it


  6. #6
    megaelleno
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    Ribadisco: l'interpretazione demartiniana, da "terra del rimorso", è del tutto fuorviante. E con essa le varie visuali "sociologiche"...

    __________________________________________________ _______
    Segnalo anche:
    La tela infinita.
    La più completa bibliografia sul tarantismo.

    ----

    Autore:Gabriele Mina, Sergio Torsello.


    Titolo: La tela infinita.
    Sottotitolo: La più completa bibliografia sul tarantismo.
    Descrizione: Volume in formato 8° (cm 21 x 14); 189 pagine.
    Luogo, Editore, data: Nardò (LE), Besa, maggio 2005
    Prezzo: Euro 15,00
    wwww.librerianeapolis.it

    Il libro raccoglie e sistema per la prima volta il vastissimo corpus
    di pubblicazioni sul tarantismo apparse in un arco temporale che va
    dal 1945 (data della ripresa del dibattito sul tema) fino al 2004.
    Proprio nel dopoguerra, il tarantismo, in molti ambiti, è tornato ad
    essere un luogo retorico privilegiato di riflessione e di dibattito
    intellettuale.
    E' solo negli ultimi dieci anni, però, che si assiste ad una
    straordinaria proliferazione saggistica per efffetto dell'intreccio
    tra analisi classica del fenomeno e rilflessione sull'identità locale.


    Ma La tela infinita non vuole essere solo un ulteriore repertorio
    bibliografico.
    Si tratta invece di un progetto più ampio che si propone tre
    sostanziali obiettivi: fornire un ventaglio di strumenti utili per
    chi voglia accostarsi a questi studi; stimolare un progetto di
    raccolta e sistemazione dei materiali; rilanciare la discussione e la
    ricerca su nuovi temi.
    I circa 800 titoli compulsati e segnalati in questo lavoro sono stati
    raggruppati in una bibliografia ragionata (all'interno della quale i
    materiali sono stati suddivisi per temi) e una bibliografia
    diacronica.
    A queste si aggungono tre appendici: la documentazione video, i
    materiali sonori e le risorse sul web.
    Il libro è corredato dai saggi introduttivi degli autori: il primo
    teso a delineare un percorso di attravesamento della letteratura
    sull'argomento; il secondo che propone invece una riflessione critica
    sulla produzione di scritture sul tarantismo.

  7. #7
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    Massimo Centini

    Nelle fonti del XVII secolo abbiamo già notizia della ripetizione del rito dei tarantolati: quasi sempre, dopo il manifestarsi della prima crisi - generalmente curata in casa, con l'ausilio di un apparato allestito per l'occasione - i colpiti presentavano quello che il De Martino definiva il "rimorso". A quel punto era necessario che i tarantolati si recassero (tra il 29 e il 30 giugno) alla cappella di San Paolo a Galatina. Qui, molte volte riesplodeva la crisi, in parecchie occasioni gli effetti erano enfatizzati da cause socioculturali diverse.


    II legame con San Paolo merita un breve approfondimento. In primis abbiamo un riferimento negli Atti degli Apostoli, in cui una vipera, pur mordendo il santo, non produce alcun effetto. [1] E’ certamente singolare che il territorio di Galatina fosse immune al tarantismo, in quanto "feudo" di San Paolo, che proteggeva il sito dalla malattia. L'intervento del santo è quindi evocato con il rito dalla danza nella cappella e con orazioni che propongono un singolare simbolismo sessuale:


    "Santo Paulu meu de la tarante
    che pizzichi le caruse a ’mmenzu ll’anche
    Santu Paulu meu de li scorzoni
    che pizzichi li carusi int'i cuiuni…"

    Questo strano detto ha certamente aspetti contraddittori, poiché potrebbe essere posto in relazione a un concetto di punizione, di castrazione, quasi voluto in origine dal santo, ripetuto stagionalmente ed eliminato solo con l'intercessione dello stesso santo.
    Secondo gli psicanalisti non è casuale che le vittime della tarantola fossero prevalentemente donne giovani, spesso nella fase della pubertà, povere e stagionalmente in crisi. Per De Martino, il ragno peloso, scuro, con strisce sul dorso, sarebbe quindi il catalizzatore, elemento mitico necessario per innescare un ciclo ben preciso, destinato a condurre il tarantolato quasi fuori dalla realtà, in una specie di sospensione tra il terreno e il divino, mediata dalla figura del santo protettore.
    Alcuni studiosi sarebbero indotti a considerare il malessere e i conflitti generati dalla preclusione dell'eros (evidentemente censurato, soprattutto nelle donne) come una delle cause principali del tarantismo. Malesseri e conflitti che "si incarnano nel simbolo della tarantola. Del resto l'erotismo è spesso al centro dei più vari comportamenti di trance e di possessione: ogni trance – sostiene Lapassase - è in un certo senso una trance sessuale". [2]


    Tra le diverse interpretazioni del tarantismo non va dimenticata quella che considera la fenomenologia come reminiscenza dei culti dionisiaci: forse il primitivo nucleo dal quale ha preso forma l'ambigua malattia, in bilico costantemente in un'altrettanto ambigua connessione tra il ragno e il contesto del sacro: "Vestite di una pelle di cervo e talora di volpe, coronate di edera, la pianta sacra a Dioniso, che masticata dà l'ebbrezza, impugnando il tirso celato di edera, durante le grandi feste che avevano ogni due anni secondo l'informazione di Erodoto, correvano pazzamente per la montagna stringendo al seno il cerbiatto, incorporazione di Dionisio, al suono assordante di cembali e timpani e flauti. [3][…]

    In Puglia, il cristianesimo delle origini concesse di conservare alcuni aspetti della ritualità arcaica per giungere ad un saldo rapporto con la popolazione. Vi erano però riti che la Chiesa non poteva “rivestire", ma che era costretta a combattere, come, ad esempio, i riti orgiastici del culto di Dioniso. Malgrado tutto, osservava De Martino, "proprio questi riti, facendo appello agli istinti più primitivi, si rivelarono come i più radicati, e sopravvissero: possiamo immaginare che la gente si ritrovasse in segreto per abbandonarsi alle antiche danze e tutto quanto ad esso collegato. Agendo in questo modo essi però cadevano in peccato. Ed ecco che, ad un certo momento, il senso della danza si trasformò: non sappiamo quando, ma certamente nel corso del medioevo, poiché da tale epoca in poi i vecchi riti apparvero soltanto come sintomi di un morbo, di guisa che musica, ballo e comportamento orgiastico furono giustificati. Chi si abbandonava a tali pratiche non era più un peccatore, ma solo una miseranda vittima della tarantola". [4]

    NOTE

    [1] Atti degli Apostoli 28, 3-6
    [2] A. Rivera, Il mago, il santo, la morte, la festa. Forme religiose nella cultura
    popolare
    , Bari 1988, pagg. 263-264
    [3] N. Turchi, Le religioni dei misteri nel mondo antico, Roma 1987, pag. 2
    [4] H. E. Sigerist, The Story of Ttarantism, pag. 113



    Da Le bestie del diavolo, Massimo Centini

    (Rusconi editore - pag.164 e seguenti)

  8. #8
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    LA TARANTA
    di Gianfranco Mingozzi

    (1962)

    Il documentario di Gianfranco Mingozzi è stato girato a Nardò e a Galatina, con la consulenza di Ernesto de Martino. Il commento e la voce fuori campo sono di Salvatore Quasimodo. Il filmato è stato premiato al Festival dei Popoli del 1962.


  9. #9
    legio_taurinensis
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    La Tarantola


  10. #10
    email non funzionante
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    Io queste cose le ho viste quando ero piccolo. Ricordo che fu un piccolo shock. Chiesa di San Paolo a Galatina, un portone e dentro tantissima folla. Ore 6.15 della mattina della festa di San Pietro e Paolo. Una signora con una veste bianca cade a terra e comincia a contorcersi, un vecchio con la fisarmonica inizia a suonare accompagnato da un altro con il tamburello, che parevano usciti da un altro tempo. I ricordi sono vaghi, perchè ero ancora piccolo e non ho potuto vedere tutto perchè la signora aveva iniziato ad allargarsi la veste, facendo intravedere quello che un bambino non può nemmeno pensare... Mi hanno allontanato ed è finita lì, anche perchè già questi riti si svolgevano contro il volere della Chiesa, tanto che dall'anno successivo (1983) non si sono svolti più.
    Il tarantismo è l'innesto salentino del paolismo in misteri orfici più antichi, in una inedita versione sincretica con misteri di Atena, come ha magistralmente dimostrato in un opuscolo di poche pagine Gino Dimitri. Atena era la continuazione del culto della dea madre dei popoli pre-messapici in Terra d'Otranto. A lei sono ancora oggi dedicati toponimi e città.
    La stessa città di Galatina, divenuta la capitale del tarantismo, trae il suo nome dal griko Kalì Athina, la bella Atena.

 

 
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