| Lunedi 23 Gennaio 2006 - 13:44 | Stefano Vaj |
L’Europa è un mito. Ciò è vero a diversi livelli: ad esempio, si potrebbe sostenere con una certa legittimità che l’Europa, in quanto realtà organica dotata di autocoscienza e di volontà unitaria, non è mai esistita. Né tantomeno, si potrebbe aggiungere, esiste oggi, se non nello spirito di coloro che alla sua edificazione si sono votati.
Queste constatazioni peraltro non sono paralizzanti che per la fragile volontà di una società intrisa di decadenza, permeata dalla visione della storia determinista, lineare e reazionaria dell’ideologia occidentale. Per contro, l’Europa si disegna prettamente come mito - anzi come «il» mito fondatore per eccellenza nella visione sovrumanista del mito e della storia.
Così l’Europa è innanzitutto radici, il passato a cui scegliamo di appartenere, che rivendichiamo come eredità tra mille altri possibili. Il che dà ragione una volta di più dell’importanza «religiosa» nel senso proprio, etimologico del termine, attribuita alla questione indoeuropea.
Il problema della matrice primigenia della nostra cultura è infatti quello dell’«identificazione di un’identità», della scoperta (ri-scoperta) di un’origine fondante (cfr. sul tema indoeuropeo quanto scritto su l’Uomo libero n. 9, “Alle radici dell’Europa”). Che gli indoeuropei potessero non essere un popolo, nel senso che non percepivano se stessi come tali e non si sentivano singolarmente parte di una comunità politica e culturale che trascendesse il loro orizzonte immediato, non ha in questo senso molta importanza, in quanto e nella prospettiva storica dell’osservatore contemporaneo che si opera questo riconoscimento, da cui nasce necessariamente una «visione indoeuropea» di tutta la nostra storia. Ed è questa visione che permette una nuova messa in prospettiva di tutti i periodi. gli eventi, le tendenze che hanno abitato il nostro passato fino ad oggi. Da qui, ben lungi dalle rimozioni freudiane progressiste e tradizionaliste, un’assunzione dell’insieme del nostro passato che conduce all’accettazione tragica di tutto ciò che avvenendo ci ha fatto essere ciò che siamo e non altra cosa. Accettazione che l’esatto opposto di una generale approvazione acritica di marca storicista, in quando tutto il passato vi viene sussunto in rapporto ad un punto di vista preciso, che è quello – contemporaneo - «indoeuropeo».
Inoltre, l’Europa è un impegno nell’attualità, si potrebbe dire una «coscienza nazionale». Tale concetto è carico di equivoci, legati essenzialmente a due modi diversi ed antitetici di porsi di fronte alla «questione nazionale»; cosa che non è poi priva di conseguenze quando si passa a definire che cosa dovrebbe e potrebbe essere 1’Europa nella realtà.
Il primo modo, quello di marca «francese», vede la nazione essenzialmente come costruzione operata da uno Stato ed è legato di per sé ad un restringimento di orizzonte, ad una chiusura - storicamente alla chiusura ed alla separazione dell’impero - che pone immediatamente il problema dei «confini - in - sé» della nazione e della «riduzione» politica e culturale di tutto ciò che esiste dentro questi confini alla forza agente - nello specifico esempio francese, seguito poi dalla maggior parte degli Stati-nazione, la natio franca. Questa politica di «separazione» e «riduzione», perseguita coerentemente dall’assolutismo, sarà portata alle estreme conseguenze dalla rivoluzione francese e poi dalle rivoluzioni democratiche in tutta Europa, finché tutti questi nazionalismi di massificazione, e di esclusione dell’altro-da-sé, finiranno per rovesciarsi nell’universalismo e nel mondialismo contemporanei.
Contrariamente alle apparenze, 1’ideologia mondialista che oggi impregna la cultura dominante e la prassi politica delle istituzioni internazionali, non è dunque se non apparentemente in contraddizione con i presupposti di questa forma di nazionalismo. Questo ripiegamento su se stessi infatti implica intrinsecamente che presto o tardi si finisca per riconoscere un’uguaglianza tra le nazioni, e i sogni di universalismo politico non sono altro che 1a riproposizione su scala globale dello stesso processo che ha portato alla formazione degli Stati-nazione, che dovrebbe effettuarsi in questo caso ad opera di strutture in cui gli Stati contemporanei, su scala giuridicamente paritaria e retti in riferimento ad ideologie di comune provenienza giudecristiana e di comune sentimento umanista, andrebbero a confluire.
Dove la memoria del modello imperiale resta viva, e dove resta politicamente attivo per tutto il Medioevo ed anche oltre il progetto di un Sacro Romano Impero che ripristini l’antico ordine distrutto (progetto che fu a sua volta, nel senso che andiamo esponendo, un mito...), e cioè essenzialmente in area italica e germanica, il processo di unificazione «nazionale» non avviene invece che parzialmente, su piccola scala, e poi infine, con grande ritardo, nell’ottocento romantico. Ma più che altro ed oltre a ciò, esso finisce sempre per assumere un aspetto profondamente diverso.
Innanzitutto, non è uno Stato a costruire una nazione ed a suscitare una coscienza nazionale intorno a se stesso, ma è una coscienza nazionale che nella sua maturazione esige finalmente di esprimersi politicamente in uno Stato.
Questo porta con sé che l’appartenenza alla nazione tedesca o italiana non è stata inizialmente un dato su cui si è costruita una coscienza nazionale, ma un’idea nel senso politico del termine, un’adesione spirituale ad un progetto da definire e ad un progetto che restava legato alla visione imperiale di un cosmos gerarchico ed organizzativo. Così, né Giuseppe Mazzini, che fonda la Giovane Europa, né Vincenzo Gioberti, che parla di «primato degli italiani», né alcun altro autore od agitatore di qualche rilievo nel Risorgimento italiano dubitano per un istante di una posizione tutta affatto particolare dell’Italia nel mondo e dell’esistenza di una missione di portata generale che il popolo italiano sarebbe stato chiamato a compiere conquistando la libertà e l’indipendenza.
Tale atteggiamento è ancora più chiaro nel caso del nazionalismo tedesco, stanziato su un territorio del tutto privo di confini naturali, che conoscerà la sua piena espansione pangermanica solo per lo spazio di un mattino nei primissimi anni quaranta. Del resto la specificità tedesca si nutre a fonti meno assimilabili al panorama circostante di quella italiana. Scrive Ernst Troeltsch: «Chiunque creda nell’esistenza di un’eterna legge naturale o divina, cioè di una base comune ed universale di umanità, vedrà nella parte antioccidentale del pensiero tedesco una strana combinazione di misticismo e brutalità. Ma chiunque consideri che la storia è una continua creazione di forme individuali viventi, ordinate secondo una legge che varia incessantemente, vedrà nelle idee occidentali un prodotto di arido razionalismo, di atomismo livellatore, in breve: una combinazione di banalità e di farisaismo» (Deutscher Geist und Westeuropa).
Perciò, e da subito, essere tedeschi è appunto un’idea, e il nazionalismo tedesco il movimento storico che di questa idea si fa portatore.
«Ci sono tedeschi ovunque!», scrive Novalis, e in quei Discorsi alla nazione tedesca con cui Fichte redige il manifesto della Lotta per l’indipendenza leggiamo: «Chiunque creda alla vita spirituale ed alla libertà di questa vita spirituale e vuole lo sviluppo eterno della spiritualità in virtù della libertà, costui, qualunque sia il paese d’origine, qualunque sia la sua lingua, della nostra razza, ci appartiene e farà causa comune con noi. Ma chiunque crede all’immobilità o al regresso, chiunque batte il passo o mette una natura morta al timone del mondo, costui, donde provenga, qualunque sia la sua lingua, non è tedesco ed è straniero per noi; e c’è da sperare che si distacchi da noi il prima possibile». Tale idea sopravvive alle vicissitudini dello Stato tedesco che la Prussia finisce per costituire, così che Wagner, considerato il massimo poeta dell’identità nazionale tedesca, può scrivere a Liszt: «Credimi, noi non abbiamo patria e, se io sono tedesco, certamente porto la mia Germania in me stesso»; e ancora altrove: «E’ tedesco ogni uomo che agisce strettamente secondo le sue convinzioni». Nota Giorgio Locchi: «Questa idealità della Germania, più tardi resa tangibile e consacrata dal sangue di centinaia di migliaia di europei d’ogni nazionalità indossanti l’uniforme dell’idea tedesca, è stata avvertita, già col fiorire del Romanticismo, dagli spiriti più sensibili d’Europa, sia pure con contrastanti reazioni. Citare a questo proposito, in uno scritto dedicato a Richard Wagner, il nome di uno Houston Stewart Chamberlain, è addirittura superfluo. Invece, val la pena di ricordare e mettere in rilievo il riconoscimento dell’idealità della Germania là dove uno lo attenderebbe meno, in filosofi e poeti spesso considerati espressioni del “nazionalismo” più avverso a quello tedesco, intendo dire il francese».
L’Italia e la Germania, pur con evidenti contaminazioni col modello «francese», sono quindi state, come già Roma, la Grecia, e sotto un altro aspetto Israele, delle patrie mistiche piuttosto che delle realtà statuali date e consolidate cui tributare fedeltà in quanto tali.
Oggi la situazione del «buon europeo» di cui parlano Nietzsche e La Rochelle è perfettamente analoga. Parafrasando Marx, il «fantasma che si aggira per l’Europa» è l’Europa stessa, che non gode di alcuna esistenza attuale se non come destino di coloro che vi si riconoscono.
Ma è a questo fantasma, a questa scelta di cultura, valori, civiltà, rigenerazione della storia, a questo mito appunto che va la fedeltà del «buon europeo», eventualmente anche contro la congerie di Stati e staterelli che abitano il nostro continente e le loro squallide burocrazie sovrannazionali solitamente definite «comunitarie».
Inoltre, il nazionalismo europeo si ricollega all’ideologia dei nazionalismi dell’Europa di Mezzo anche per un’altra ragione: e cioè esattamente perché l’idea stessa di Europa non è che una riemersione trasfigurata della visione imperiale che abbiamo visto condizionare profondamente questi movimenti. E ciò può spiegare tante cose: innanzitutto perché sia impensabile un’unificazione dell’Europa su un modello di Stato-nazione francese, in opposizione diretta alle tendenze nazionalistiche e regionaliste, magari nei termini di una forzata omogeneizzazione linguistica, culturale ed amministrativa. Poi perché non abbia senso il problema dei «confini» dell’Europa, che non è una terra, ma un destino offerto a tutti coloro che possono rintracciare una parentela, etnica e spirituale, con esso. Inoltre come la partecipazione a questa idea assuma aspetti diversi per chi vi aderisca. Se essere europei è persino oggi in certo qual modo «normale» per un italiano od un tedesco, e questo non è percepito in generale come qualcosa che interferisca con il suo essere italiano o tedesco, per un francese o uno spagnolo ciò è maggiormente frutto di un’identificazione cosciente e volontaria. Per un inglese, quest’identificazione avverrà con una corrente che nella sua specifica eredità ha sempre rappresentato una tendenza estremamente minoritaria e perdente. Per un americano, o peggio per un turco, scegliere di essere europeo significherebbe rinnegare se stesso in quanto americano o in quanto turco, possibilità che gli è teoricamente sempre data, ma che al limite potrebbe essergli più difficile di quanto non sia ad un indiano riconoscere i popoli d’Europa come popoli fratelli.
Per comprendere quanto poco di europeo in questo senso abbiano «europeissime» istituzioni quali il Consiglio d’Europa o l’Unione Europea con parlamento annesso (a cosa serve un parlamento ad una comunità economica senza poteri politici in senso forte?), basterà ricordare come del primo - il cui ormai quasi unico aspetto saliente è quello, guarda caso, di costituire il quadro istituzionale della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo - faccia già parte la Turchia, mentre si è proposta seriamente l’entrata nella seconda sempre della Turchia (essenzialmente quale ulteriore “quinta colonna” americana, dopo il Regno Unito, nell’Unione) e, a seguire, dello Stato di Israele.
II terzo aspetto infine, la terza «dimensione» del mito dell’Europa, sopra delineato come eredità e come impegno nel presente, è ovviamente quello di progetto. L’esistenza di un progetto non implica in tutta evidenza che questo necessariamente si realizzi - ciò tanto più per chi aderisca ad una visione aperta della storia -, ma è importante sottolineare come il mero fatto di esistere in quanto progetto renda l’Europa una realtà storicamente attiva, cui dalla fine della seconda guerra mondiale tutti sono più o meno obbligati a confrontarsi, eventualmente per opporvisi, sterilizzarla o tentare di recuperarla. Come progetto l’Europa può d’altronde ben essere come già accennato e da un punto di vista esistenziale il destino di coloro che di essa si sentono parte.
E, in verità, l’Europa continua ad essere l’unica realtà potenzialmente in grado di suscitare una mobilitazione storica delle popolazioni europee, molto più della tangibile concretezza degli Stati-nazione ormai spogliati di ogni vis politica, ed in aggiunta alle tendenze regionaliste, autonomiste ed identitarie che vogliano rappresentare qualcosa di più che le residue vestigia della resistenza alla formazione di questi ultimi. In questo senso la lotta per l’edificazione dell’Europa «da Brest a Bucarest», o se si preferisce «da Reykjavik a Vladivostok» è, contrariamente alla propaganda occidentalista, l’atteggiamento più «realistico» che ci sia dato assumere nella situazione presente. E ciò benché vi sia solo da rallegrarsi per il crescente rifiuto popolare della sovrastruttura serva e burocratica che abita i palazzi di Bruxelles e Strasburgo per meglio assicurare l’asservimento del nostro continente, quale ad esempio è stato manifestato dai referendum francese e olandese.
Ciò ci dà lo spunto per alcune osservazioni riguardanti il dibattito in corso nel nostro paese su alcuni aspetti di questa edificazione negli ambienti meno infeudati al processo della globalizzazione mondialista in atto.
La prima riguarda l’”alleanza oggettiva”, iscritta nelle cose, tra la dimensione europea e la dimensione infranazionale, microetnica, regionale e propriamente locale, che fa da pendant all’alleanza già esaminata, con riguardo al nostro continente, tra gli Stati-nazione centralisti, in piena decadenza, e il mondialismo di marca americana, onusiana e finanziario-multinazionale. Siamo di fronte al riguardo ad una sorta di oggettiva “solidarietà alternata”, che richiama in un contesto ed un quadro di significati totalmente diverso quella tra imperatori e valvassori da un lato, vassalli e valvassini dall’altro.
In questo senso, è inevitabile osservare che qualsiasi “spinta propulsiva”, per usare del linguaggio leninista, i progetti incarnati dagli Stati-nazione possano mai aver espresso, essa appare oggi drammaticamente esaurita. Se oggi gli stessi Stati, in ragione della loro “scala” e delle loro deleghe ad istituzioni internazionali, non sono certamente più in grado di assicurare un’indipendenza in senso forte, un progetto collettivo credibile, o fosse anche solo il controllo delle rispettive frontiere, diventa tanto più difficile accettare l’invadenza, i costi e l’atteggiamento colonialista dei relativi governi rispetto alle identità locali represse ed alle popolazioni da essi dominate. Il “piccolo nazionalismo” italiano, francese, etc., talora cavalcato da varie forze, appare così ridotto da un lato ad un dubbio “sindacalismo territoriale” (se sono un veneto, e un francese deve ormai essere considerato un compatriota europeo, perché mai dovrei battermi per gli interessi dell’agricoltura pugliese rispetto a quelli dell’agricoltura provenzale?) dall’altro ad una retorica tanto stucchevole (“eravamo in pochi a chiamare patria l’Italia...”) quanto priva di qualsiasi velleità pratica di distinguersi ed affermarsi rispetto alle varie sudditanze NATO, GATT, ONU, G8, FMI, etc.
In questo scenario, un fenomeno certo rimarchevole è come la Lombardia e più in generale la Padania, ovvero le zone storicamente più sradicate, occidentalizzate, internazionalizzate del nostro paese, le più esposte alla colonizzazione culturale, le più colpite nel loro tessuto sociale tradizionale dai flussi migratori interni e dall’inurbamento selvaggi della seconda metà del Novecento, abbiano effettivamente manifestato negli ultimi vent’anni una rinascita identitaria, etnocentrica ed autonomista che pur nelle vicissitudini della politica politicante resta vivace e sotto gli occhi di tutti; al punto da essere “corteggiata” da tutte le forze politiche e sociali, ed aver messo radici nella società civile e nella mentalità collettiva.
Ciò è stato certo reso possibile anche da una convergenza di varie mode e movimenti di varia valenza, dal gusto per il folklore alla religiosità New Age al celtismo, dalla rivolta fiscale all’ambientalismo, dall’interesse per l’eredità storica ed il territorio al tentativo di recuperare dialetti e parlate quasi altrettanto estinti del gaelico in Scozia o dell’ebraico in Palestina prima della fondazione di Israele, sino ad arrivare al fenomeno leghista, con tutte le sue varie diramazioni e scissioni. Cosa che ha portato tra l’altro all’uscita dalla marginalità ed allo “sdoganamento”, foss’anche ambiguo e parziale, di tematiche e simboli “maledetti” (si pensi solo al triskele ed alla croce celtica, o alla pubblica celebrazione delle tradizionali festività pagane), sdoganamento a lungo ritenuto impensabile.
Ora, se le ali più avanzate di questa sensibilità ben riconoscono la sostanziale solidarietà di tutte le identità europee (ed in fondo di tutte le identità al mondo) nei confronti del “sistema per uccidere i popoli” di cui parla Guillaume Faye, e del rullo compressore della cosiddetta civilizzazione occidentale, l’espressione politica leghista si è certamente dimostrata incapace di trasformarsi in movimento nazionale laddove nelle sue uscite al di fuori del territorio padano si è costantemente rinchiusa in un’affermazione “nordista” anziché, come forse avrebbe potuto, tentare di “snidare” i partiti tradizionali, che so, candidando l’erede dei Borboni a sindaco di Napoli, attaccando manifesti in Sicilia con l’immagine del bandito Giuliano, o denunciando la svendita che da sessant’anni la Sudtiroler Volkspartei fa degli interessi della maggioranza tedesca in cambio di sostanziose prebende nella politica locale, anziché prendere il posto del MSI nel settarismo italiota.
Ciò d’altronde è forse naturale ed inevitabile, nella misura in cui identità ed autodeterminazione per essere autentiche devono sorgere come esigenza ed emergenza spontanea dalle popolazioni interessate. Sotto tale aspetto è assolutamente sconsolante come componenti e popolazioni del nostro paese denotate da marcate specificità, che pure avevano saputo manifestare una resistenza relativamente accanita contro la conquista e la colonizzazione sabauda, ed in cui le tradizioni popolari, linguistiche e culturali locali hanno per varie ragioni (non ultimo l’isolamento geografico) potuto mantenersi con difficoltà molto minori che nell’Italia mitteleuropea, appaiano tuttora sostanzialmente appagate dello scambio tra assistenzialismo da un lato, ed appoggio clientelare al potere centralista costituito dall’altro; ed esprimano oggi pochissimo su questo piano, al punto di manifestare forse la minor resistenza di tutto il paese per la stessa immigrazione allogena e talora extra-europea che si riversa sulle loro coste.
Sotto tale riguardo, le forze “nazionali” e “tradizionaliste”, che pure in tali aree vantano da sempre una presenza consistente, portano una grave responsabilità. Non serve a nulla portare al collo od utilizzare sui manifesti simboli indoeuropei (o, paradossalmente... celtici), o fare convegni su qualche Tradizione iperborea (del resto assunta in chiave del tutto disincarnata quando non addirittura “universale”), quando si dimentica che senza una riscoperta, riaffermazione e ricreazione delle appartenenze nessuna identità è possibile, che senza volontà e bisogno di autodeterminazione non vi è alcun destino.
Secondo tema: il cosiddetto eurasismo, che ha conosciuto una certa penetrazione proprio negli ambienti non conformisti dell’Italia settentrionale e centrale, rappresenta certo una digressione in certo modo naturale del “nazionalismo europeo” che parte dagli ultimi anni della seconda guerra mondiale e giunge sino alla caduta del Muro di Berlino. In particolare, il movimento per l’Eurasia abbondantemente presente sul Web rappresenta un tardivo superamento della discriminante anti-slava, in cui si sono sommati per anni l’effettivo retaggio di lotte secolari intraeuropee, specie in area adriatica e baltica, e la propaganda occidentalista che per le proprie esigenze ha costantemente mescolato l’anticomunismo primario con tale retaggio (“l’orso brutale di Mosca”, etc.). Sotto tale riguardo, va certamente segnalato come una delle pochissime prese di posizione del governo di centro-destra che possano essere guardate con favore da chi si richiami ad un progetto di sovranità europea è l’idea, certo difficilmente praticabile nelle condizioni di sudditanza attuali, di un’entrata della Federazione Russa nella Unione Europa. Tale allargamento, infatti, combinando le risorse economiche e tecnologiche dell’Europa occidentale con la statura politica e militare malgrado tutto conservata dalla Russia, e soprattutto con le immense e poco sfruttate risorse degli spazi siberiani, comporterebbe automaticamente, pressoché indipendentemente dalla stessa volontà dei governi, un rimescolamento delle carte negli equilibri globali e nella dislocazione dei centri di potere mondiali.
Anzi, l’esistenza stessa di una idea o di una proposta in tal senso appare in effetti destabilizzante, perché risulta ovvio l’imbarazzo dei fiduciari preposti dal sistema occidentale al controllo dell’Unione Europea e dei paesi che la compongono nello spiegare ai media ed alla popolazione come capita che la Russia di Putin dovrebbe essere considerata meno “europea”, meno “democratica” e meno “omogenea” rispetto alla Turchia, o perché mai - contro ogni evidenza - l’Europa dovrebbe essere economicamente o strategicamente più interessata ad imbarcare la seconda ad esclusione della prima.
Tale progetto era del resto già nell’ordine di idee di autori come Jean Thiriart (la cui ultima opera è intitolata all’”impero euro-siberiano”), e poi come Robert Steuckers o lo stesso Alain de Benoist, sino a giungere ad esempio al recentemente scomparso Carlo Terracciano. E prima ancora si iscrive nella geopolitica di Karl Haushofer, e nell’idea dello “scontro costituzionale” tra l’”isola del mondo” ed il potere terrestre che essa conferisce, e la talassocrazia che la circonda.
Nell’idea di questa “Eurasia” come da taluni declinata restano nondimeno divagazioni non condivisibili. Innanzitutto, l’interpretazione letterale che si tende a darne, specie nelle aree culturali che più facilmente confondono simpatia e supporto per la lotta identitaria araba ed islamica con commistioni e conversioni giustificate alla luce di riferimenti astratti ed ambigui a comuni “orientamenti tradizionali”, che si assumono in qualche modo universali. Ora, l’idea, in opposizione al potere attuale degli Stati Uniti, di un’Eurasia come entità politica e culturale ricomprendente dall’Arabia alla Cina, dal Giappone all’Indonesia (!) è assurda, e si lega appunto ad un’interpretazione della geopolitica nei termini di una sorta di “marxismo geografico”, come dice Piero Sella, che vede la storia e la politica puramente come una carta del Risiko, in cui muovere pedine organizzate e determinate unicamente dalla loro occasionale contiguità, e/o dalla configurazione dei mari e delle piattaforme continentali.
A prescindere dal suo velleitarismo, o dalla natura teorica e fantasiosa delle immaginate comunanze di natura ed interessi tra le relative aree e popolazioni, tale impostazione prescinde completamente dalla realtà e dalla composizione ed eredità dei popoli coinvolti, e trova giustificazioni appunto unicamente in un dato geografico convenzionale, che non dà conto del perché un berbero o un tunisino o un boero sarebbero irrimediabilmente “africani” mentre uno yemenita, un coreano o un cacciatore di teste della Papuasia avrebbero invece pieno titolo a partecipare all’ecumene eurasista; per non parlare dell’idea di considerare questi ultimi “compatrioti” a fronte, poniamo, di un argentino di purissima origine e lingua europea, che una rilettura determinista ed assolutista della geopolitica consegnerebbe, con serenità e per sempre, alla sfera “americana” oggi dominata dagli Stati Uniti.
Anche rispetto a tali derive, che paiono altrettanto deliranti dell’”occidentalismo” - che pure con una propaganda martellante e cinquantennale ha accreditato ad esempio in Giappone e in Spagna l’idea di una tappartenenza dei due paesi ad una comune cultura “libera”, “democratica” o “sviluppata” - va riaffermata la coniugazione del dato geopolitico e storico-strategico con il valore identitario, che trae la sua linfa vitale dalle differenze e dalle prossimità etno-culturali. In realtà, la rifondazione delle identità popolari, su scala localista come su scala continentale, continua a rappresentare l’unica alternativa al sistema della fine della storia e della disumanizzazione progressiva.
Stefano Vaj




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