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    Predefinito Dirigismo

    Dirigismo, si dice.

    Dirigismo é come quello dell' ex premier che toglieva la parola ai giornalisti antipatici.....

    Dirigismo é quello di chi va al potere per combattere la giustizia e nascondere il suo passato fiscale..


    Occhi Aperti

  2. #282
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    Salvi: «Tanti errori clamorosi qui si pensa solo alle nomine»
    di Roberto Scafuri da Il Giornale
    L’esponente Ds: «In ritardo le dimissioni di Rovati, Prodi sarebbe dovuto andare subito in Parlamento. Finora ci si è occupati troppo degli organigrammi»


    Presidente Cesare Salvi, il governo è roso da un male oscuro.
    «Diciamo che alla difficoltà dei numeri s’è aggiunta la palese mancanza di una mission».
    Una mission?
    «Sì, nel ’96 era chiaro: si dovevano fare sacrifici per agguantare l’Europa, l’euro...».
    E ora?
    «Ora tutto sta a capire qual è la nostra mission».
    Purché non sia «impossible»... L’altro giorno lei ha sbottato: «Questi qui credono ancora di aver vinto le elezioni». Dà ragione a Berlusconi?
    «Era una battuta priva di importanza, testimonia solo il disagio di chi vive quotidianamente, in Senato, il problema di una vittoria inferiore alle attese. Non abbiamo introiettato il risultato elettorale, né ci siamo interrogati sul suo significato. Perché abbiamo perduto il vantaggio in pochi mesi? Come dobbiamo reagire? La prima parte della legislatura è stata largamente occupata da nomine e organigrammi, e mi pare che ancora la maggioranza stenti a capire bene quali siano compiti e funzioni...».
    Molti segnali arrivano dai lavori parlamentari: l’altroieri lei ha parlato di «deficienti, dilettanti allo sbaraglio...».
    «Termini propri di uno sfogo... Però credo che una professionalità della politica occorra, il lavoro parlamentare è cruciale, mentre molti pensano di stare qui solo per fare due battute al Tg della sera. Non capisco perché qualcuno dei nostri ancora snobbi il lavoro in commissione, così da farci andare sotto, come l’altro giorno nella Affari costituzionali. Prenda anche la sospensione della riforma della giustizia: si è partiti con la promessa di un decreto legge per il quale non c’erano le condizioni istituzionali...».
    E poi?
    «...Poi, per ragioni misteriose, si è deciso che il provvedimento partisse dal Senato invece che dalla Camera, dove avremmo impresso una buona accelerazione all’iter...».
    E quindi?
    «Quindi, dopo aver ascoltato il guardasigilli Mastella l’altro giorno con il condivisibile impianto della sua relazione, non si capisce perché il governo abbia scelto in commissione una logica di chiusura totale nei confronti della Cdl».
    Cosa non le torna?
    «Che due dei tre decreti di cui si chiede la sospensione richiedono emendamenti non rilevanti, sui quali si sarebbe potuto cercare subito un’intesa con l’opposizione».
    Immagino che sulla separazione delle carriere, invece...
    «Sul tema dell’accesso alla carriera, invece, non nego che sia inutile girarci intorno: va eliminato del tutto. Anche se mi associo alla linea di ragionevolezza indicata dal ministro. Credo che il primo problema della giustizia sia la depoliticizzazione, ed è inutile riaprire polemiche aspre su un tema avvelenato, esplosivo come quello...».
    Torniamo al male oscuro e al voto dell’altro giorno.
    «Abbiamo perso tempo e inasprito inutilmente il clima...».
    Beh, l’affare Telecom non è proprio una quisquilia.
    «Dico che questi nostri capi potevano pensarci prima...».
    In che senso, scusi?
    «Mi limito a dire che la gestione del caso è sembrata a tutti clamorosamente sbagliata, anche se è inutile fare la lezioncina adesso...».
    Lo dica senza prosopopea.
    «Bastava fare sette giorni prima quello che si è fatto sette giorni dopo e non avremmo avuto il marasma. Bertinotti ha fatto una saggia opera di mediazione, e proprio perché credo fino in fondo alla versione di Prodi, credo che sarebbe stato giusto da subito far dimettere il collaboratore ingenuo e venire in aula a chiudere il caso. Quando il Parlamento chiama, il governo risponde».
    Ma c’è dell’altro, in questa tensione che scuote l’Unione.
    «Sì, è apparso che chi tiene le fila della maggioranza non abbia coesione. Si è avuta la netta impressione che non ci sia dialogo tra settori della nostra leadership. Il clima di sospetti non aiuta: occorre darsi subito una registrata, visto che la Finanziaria già non è facile...».
    Si parla di Prodi e D’Alema, ma forse c’entra anche il Partito democratico. O no?
    «Certo che c’entra. Chiaramente si scontrano due mentalità diverse, c’è una forzatura nei confronti di due partiti diversi che non hanno neppure chiari i motivi del contendere, perché una discussione aperta neppure c’è stata. C’è il forte rischio che il Partito democratico diventi il contenitore dentro il quale si verificano scontri oligarchici e di potere».
    Un anno fa Prodi e Parisi attaccarono la Quercia per la commistione tra politica e interessi economici. Su Telecom qualcuno oggi tira fuori i sassolini dalle scarpe?
    «Finché non ci sarà una chiara definizione delle regole e dei criteri del rapporto politica-economia questo confronto non farà bene a nessuno...».
    Come uomo di sinistra non dovrebbe parteggiare per un ritorno di Telecom allo Stato?
    «Non voglio entrare nel merito, però la cosa peggiore è la confusione. E al momento non si capisce che cosa ci sia dietro a tutta questa storia».
    Fu la prima privatizzazione e, vedendo il risultato...
    «Quando Telecom fu privatizzata magari ci fu un difetto di regole nella fase iniziale, ma non dimentichiamo che a quella scelta contribuirono l’urgenza di far cassa, l’ondata liberista... e anche la necessità impellente di togliere le mani dei partiti dalla cosa pubblica».
    Invadenza pericolosa.
    «Certe degenerazioni dell’intervento pubblico, come fu per parte della storia dell’Iri, indeboliscono le ragioni della sinistra. Perciò penso che occorra decidere trasparentemente che cosa e come lasciare al pubblico e che cosa e come ai privati. Altrimenti, come oggi, avremo sempre privati che praticano un capitalismo senza capitali e partiti che tentano di occupare il potere attraverso l’economia. Però devo dire che la depenalizzazione del falso in bilancio, fatta dal governo precedente, non è stata certo un segnale positivo, per dare trasparenza al sistema societario...».

  3. #283
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    Berlusconi colpisce di rimessa: «Il governo si affonderà da solo»

    di Adalberto Signore da Il Giornale

    Il Cavaliere confida ai suoi la nuova strategia: «Per ora niente attacchi al premier, ogni mia parola rischia di ricompattare la maggioranza»

    Passeggia per via dei Coronari, Silvio Berlusconi. E tra un negozio d’antiquariato e l’altro prova a lungo a resistere alle insistenze dei cronisti. «Non fatemi parlare, perché oggi proprio non ne ho voglia», ripete più d’una volta il leader di Forza Italia, convinto ormai da qualche settimana che la strategia da seguire non sia affatto quella del muro contro muro. «Non certo per fare sconti al centrosinistra quanto perché ancora oggi l’antiberlusconismo resta l’unico vero collante del centrosinistra». Insomma, se il Cavaliere mettesse sotto assedio Romano Prodi sul caso Telecom o sulla Finanziaria non farebbe altro che ricompattare la maggioranza. Così, pure quando alla fine capitola davanti alle insistenze dei cronisti che lo seguono per le vie del centro di Roma, Berlusconi evita accuratamente di andare sopra le righe. E dribbla abilmente quando gli si chiede un commento sulla tardiva disponibilità del premier ad andare in Parlamento per riferire sul caso Telecom. «Vedo quello che vedono tutti. Stanno facendo tutto loro...», spiega evasivo. Crisi nel centrosinistra? «Il clima è cambiato e andando in giro - continua sulla via della cautela - c’è una grande preoccupazione su quanto ha fatto e annunciato di voler fare questo governo. Per quanto ci riguarda, faremo un’opposizione severa in Parlamento. Ma non per questo cadrà il governo». E ancora: «Il governo, eventualmente, cadrà per implosione interna».
    La linea, dunque, è quella della prudenza. Ribadendo sì - ma non potrebbe essere altrimenti - che il centrodestra non concederà nulla sul piano parlamentare, ma senza mai alzare i toni o puntare l’indice contro Prodi. «Ogni mia parola in questo senso», spiegava qualche giorno fa, «non farebbe altro che dare una ragione alla sinistra per serrare le fila». Non è un caso che martedì scorso l’ufficio stampa di Forza Italia sia arrivato a smentire alcune agenzie di stampa che attribuivano al Cavaliere una generica quanto scontata «soddisfazione» per il voto di Palazzo Madama che aveva visto l’Unione andare sotto. Una precisazione che non è certo dipesa dal fatto che Berlusconi non fosse contento del risultato ottenuto al Senato, quanto dalla nuova linea di condotta scelta dall’ex premier. Così, a spasso per via dei Coronari in cerca di una statua per il giardino di Villa La Certosa, sul centrosinistra il Cavaliere si limita a ribadire concetti ripetuti più volte. «Peggio di così - dice - non potrebbero fare. Eppoi hanno il problema dei partiti di centro che sono ostaggio della sinistra massimalista. Tutto quello che sta succedendo l’avevo ampiamente denunciato in campagna elettorale e puntualmente si sta verificando». E in questo senso ricorda le posizioni dei Verdi, per i quali «le opere pubbliche rappresentano un oltraggio alla natura».
    Sul centrodestra Berlusconi resta ottimista. «Non sono affatto preoccupato per il futuro della coalizione», spiega. «Dei momenti di dialettica interna - dice - li abbiamo sempre avuti. Bossi è stato da me per tre giorni, non c’è assolutamente alcuna turbativa nei rapporti con la Lega. E per quanto riguarda gli altri ciò che ci unisce è talmente forte, chiaro e profondo che supereremo tutto». Pure nei confronti dell’Udc, dunque, nessuna polemica. E nonostante le molte critiche arrivate la scorsa settimana dalla festa della Vela a Fiuggi. «Se rispondo a Casini - spiegava ai suoi Berlusconi nei giorni scorsi - non faccio altro che dargli più spazio su giornali e televisioni». Invece, l’obiettivo resta quello di «tenere unita la Casa delle libertà» e lasciare che il dibattito politico si concentri sulle beghe interne alla maggioranza. Anche perché, assicura il Cavaliere, «gli ultimi sondaggi ci danno 5,7 punti di vantaggio sulla sinistra con Forza Italia al 28,1 per cento».

  4. #284
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    Ballarò sgambetta Prodi un terzo degli italiani lo boccia

    E’ l’indulto il provvedimento che suscita maggiori critiche

    di Sergio Menicucci da L'Opinione

    Ballarò sgambetta Romano Prodi. Il programma di Giovanni Floris dopo lo speciale sull’undici settembre con il film di Michael Moore Fahrenheit (a parlare di politica estera erano Massimo D’Alema e Pierferdinando Casini) e la bufera Telecom (con il ministro Bersani e l’ex ministro Tremonti), ha presentato una puntata su cosa ne pensano gli italiani del governo Prodi. In studio il segretario dei Ds Piero Fassino e ancora Pierferdinando Casini. Si trattava di analizzare a poco più di 100 giorni dall’insediamento del governo Prodi i risultati di un sondaggio sulla tenuta e l’efficienza dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. I dati forniti dall’esperto di sondaggi Pagnoncelli sono stati una mazzata per Prodi alle prese con problemi di ogni genere: dalla Finanziaria che sarà presentata domani in Consiglio dei ministri, alla complicata vicenda Telecom sulla quale riferirà oggi alla Camera, è costretto a dire la verità. Ebbene gli italiani non hanno dubbi. Per il 32 per cento del campione il giudizio è negativo. Per il 29 per cento positivo mentre per il 16 per cento è sufficiente e per l’altro 16 insufficiente. Quello che ha più indignato gli elettori e i cittadini è stata la vicenda dell’indulto con tutte le polemiche che si è portata dietro. L’unico versante in cui il governo e la maggioranza ottengono il quasi gradimento è sulla politica estera, ma questo grazie anche al comportamento dell’opposizione che come osservato da Casini, si preoccupa più dell’interesse del Paese e della sua credibilità nel consenso internazionale che a far cadere il governo.

    Il giudizio negativo deriva anche dalle tante contraddizioni riscontrate su politiche essenziali come quelle relative alle infrastrutture, alle liberalizzazioni, al contenimento dei prezzi soprattutto dell’energia, alle politiche del lavoro con le tante voci della sinistra radicale di voler eliminare la legge Biagi, alle scelte sull’immigrazione e in tema di politica della sicurezza. Era stato anche Michele Santoro con la nuova trasmissione “Anno Zero” sulla Retedue ad affondare il bisturi sulla “sua” Campania alle prese con una crescente crisi di legalità, mentre dilaga incontrastato il potere parallelo della camorra. Trasmissione che aveva sollevato le ire del sindaco Rosa Russo Jervolino e del governatore Antonio Bassolino che alla testa di coalizioni di sinistra, dominano e gestiscono la cosa pubblica da oltre 12 anni. Due conduttori considerati culturalmente e politicamente vicini alla sinistra, hanno messo a nudo più di tante dichiarazioni di esponenti della Casa delle libertà i bluff dell’Unione e del governo Prodi. Giovanni Floris ha fatto di Ballarò un luogo di confronto civile e forte ma anche scomodo per la politica. La sinistra pensava di avere “un tappeto” e invece pur presente in tv in forze massicce, non riesce a convincere gli italiani. D’altra parte i 25 mila voti di differenza delle elezioni di aprile evidenziano che nel Paese c’è una situazione di spaccatura evidente.

    Ad aggravare lo stato di disagio del governo Prodi arrivano le voci contraddittorie, le ipotesi messe in campo e poi smentite dei contenuti della Finanziaria. Sul banco di prova della linea del governo non c’è in sostanza categoria che non si ritenga insoddisfatta. E’ scontro sulla scuola, la bozza circolata è stata smentita da più parti. La fusione dell’Inps con altri enti ha suscitato un vespaio, l’aumento delle aliquote Irpef al 45 per cento oltre i 70 mila euro invece degli attuali 100 mila, e il ritocco dal 12 al 20 per cento delle tasse sulle rendite hanno spaventato i contribuenti. I ticket chiesti dal ministro Turco destano preoccupazioni nel mondo della sanità. Solo Prodi continua a ripetere che “non ci sono difficoltà insormontabili”. C’è una totale mancanza di coordinamento all’interno della coalizione dell’Ulivo. La Finanziaria inoltre, rischia di mandare all’aria i tentativi di dialogo tra il governo e il Nord anche per il diverso trattamento tra la Roma di Walter Veltroni e la Milano di Letizia Moratti.

  5. #285
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    LE BUGIE DELL’UNIONE COSÌ SI UCCIDE UN PAESE

    di Paolo Guzzanti

    L’avevamo detto: avrebbero aumentato le tasse. Negavano, ma mentivano. Mentono sempre sul passato, come nel caso dell’Ungheria e per loro mentire sul futuro è soltanto una pratica per mantenersi in esercizio. È per questo che abbiamo lanciato l’idea di una opposizione irresponsabile e distruttiva: per mandare a casa non soltanto il governo Prodi, ma tutta questa maggioranza taroccata. Vogliamo indirizzare una rispettosa preghiera al signor Presidente della Repubblica, che riscuote ampia fiducia: signor Presidente, non si faccia passare per cortesia nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea, caduto Prodi, di dare la sua poltrona a qualcun altro dell’Unione. Il popolo sovrano assume e licenzia primi ministri, ormai, e non il Quirinale.
    Il tempo infatti stringe: la stessa base sociale di Prodi, per non dire di quella politica, è in rivolta. Tutti ce lo vogliamo togliere dai piedi. La Finanziaria potrebbe causare la sua caduta, una volta e per sempre. La Finanziaria è ancora un mostriciattolo in gestazione, ma già si vede che più sudicia e rapinatrice non potrebbe essere. Inoltre Prodi, consultati i fantasmi con il suo celebre piattino semovente, annuncia che se l’Italia di Berlusconi è cresciuta nell’ultimo anno dell’1,6 per cento lui la porterà all’1,3 e ancora più giù. Madamina, il catalogo è questo: non un solo taglio agli sprechi, ma botte da orbi a chi va in ospedale. Le tasse crescono e bastonano tutti i ceti, mentre vengono definiti «ricchi da far piangere», quelli che guadagnano più di 70mila euro lordi l’anno: un linguaggio perverso da rivoluzione cinese.
    Infatti Prodi ama la Cina e ha deciso, accogliendo i frutti del suo schiavismo, di far crollare la piccola e media industria italiana in cambio di affari, armi, business, soldi, «big money»: l’unica cosa cui questa gente sa pensare: soldi da prelevare dalle tasche dei lavoratori e soldi da accumulare negli affari. La sinistra di Prodi è intanto in conflitto di interessi su tutto, come si è visto dal caso Telecom, ma è in conflitto di interessi con le classi sociali italiane, tutte in rivolta. Però seguita a raccontare balle, come quella del recupero dell’evasione. Ma di quale evasione stanno parlando? Tutti gli italiani, evasori e no, hanno pagato per prudenza il condono e sono in regola. Se evasori acciuffabili c’erano, ora sono in regola e pagano. Se per caso non fossero acciuffabili, non li acciufferà nessuno e di fatto non esistono come riserva aurea.
    La Finanziaria raddrizza soltanto a chiacchiere le spese folli dei comuni e delle regioni di sinistra, perché al tempo stesso dà loro modo di creare altre tasse e balzelli, sicché il manometro della pressione fiscale, che era stata appena moderata dal governo Berlusconi, è tornato a valori da incubo. Peggio sarà in futuro. Tagli ai ministeri, sono impossibili perché le loro spese sono incomprimibili come l’acqua in un pistone. In compenso aumenterà l’Ici, quella che Berlusconi voleva abolire e che Prodi, dopo, aveva detto che avrebbe abolito. Tasse, molte tasse. E chi va in ospedale senza avere le budella di fuori o in coma, pagherà il ticket. Risparmi, zero. Tagli agli sprechi, zero. Chiacchiere contro miliardi. Il Paese che la Cdl ha lasciato allo sciagurato governo Prodi era e ancora è in eccellente salute, alto gettito fiscale e disoccupazione ai minimi storici. Prodi ha deciso di ammazzarlo con una botta fiscale da tre miliardi oltre i 30 previsti, per aumentare lo stipendio agli statali, considerati la base elettorale dell’Unione, in attesa che arrivino gli elettori islamici in attesa di naturalizzazione e cittadinanza. Che se ne vada, che se ne vadano.

  6. #286
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    Un governo di classe e di affari

    di Raffaele Iannuzzi

    Negli anni Settanta circolava, nel Pci e in una parte dell'operaismo, una teoria politica secondo la quale la rivoluzione non sarebbe stata realizzata contro lo Stato, ma all'interno dello Stato stesso. Usando i suoi strumenti giuridico-formali, le sue leggi, mutandone il segno in direzione di un inasprimento delle tensioni di classe insorgenti nella società. Una rivoluzione legale, ad uso e consumo degli intellettuali ed i tecnici del diritto. L'università di Pisa aveva al suo interno tecnici del diritto che si consumavano nella teorizzazione di questa versione neo-gramsciana della rivoluzione. Gramsci aveva sostenuto, con una formula: la rivoluzione contro il «Capitale». In quel periodo si affermava: la rivoluzione dentro lo Stato. Non contro lo Stato, apparentemente, ma al suo interno.

    Negli anni Ottanta, la versione di questa visione politica neo-gramsciana venne aggiornata con alcuni corollari: il «riformismo forte» o «radicale», il governo come laboratorio politico di nuovi disegni riformatori «forti», la forma-Stato come strumento di governo e rappresentanza di alcuni interessi di classe. Le riviste Laboratorio politico e Il Centauro, entrambe legate al Pci, lanciarono questa strategia culturale di tipo neo-statalista. Accanto a questa teorizzazione vi erano, nel Pci, contatti con ambienti cattolici di sinistra, pronti ad intercettare positivamente la valenza politica del disegno strategico e neo-statalista sopra descritto.

    Prodi è figlio di questo mondo. Non tanto perché di tutto ciò ne abbia mai saputo granché, visti i suoi evidenti limiti culturali, quanto in ragione della sua vicinanza ad un mondo cattolico anti-liberale e progressista naturalmente omogeneo a questo modo di concepire lo Stato e la società. E' Stato proprio questo laboratorio politico neo-statalista a trasformarsi in una cerchia affaristica votata schizofrenicamente da un lato al mercatismo, dall'altro allo statalismo finanziario, cioè all'uso delle risorse pubbliche come motore della crescita dei gruppi industriali amici e collaterali. Un clientelismo di alto livello, rafforzato dall'ingresso di Prodi e di alcuni suoi amici, ad esempio l'ormai celebre Costamagna, nella Goldman Sachs. Il ruolo europeo ha infine sancito una legittimazione politica ulteriore alle fatiche di Prodi e del suo clan affaristico, culminando, l'intero processo, nella devastante operazione dell'euro, in cui si è consumato un passaggio epocale da un'economia nazionale creativa e vigorosa ad un sub-appalto geo-economico della Ue. E sto parlando dell'Italia, condannata alla minorità da uno scambio valutario lira-euro del tutto insostenibile. Sorvolo sull'Iri, perché è ormai materia di discussione nei bar, dunque non vi è molto da aggiungere.

    Il contesto politico-affaristico è dunque chiaro. Prodi si muove in esso e, con la nascita dell'Ulivo, l'intreccio con gli affari e le banche è diventato addirittura un tratto identitario. Il legame con i poteri forti è diventato strutturale, elevando le banche da strumenti del finanziamento dei Ds e dell'Ulivo prodiano (cioè del suo clan affaristico), a soggetto politico vero e proprio. Non è un caso che l'ira dei Ds, e di D'Alema in particolare, sia sopraggiunta in occasione dello sparigliamento delle carte rispetto alla fusione San Paolo-Banca Intesa, con l'esclusione dal gioco legato alla Telecom del Monte dei Paschi di Siena. Come non è un caso che, scoppiato il nuovo caso-Telecom, i due gruppi bancari abbiano una fretta del diavolo, altrimenti inspiegabile, di anticipare i Cda dei rispettivi istituti (fissati per venerdì 6 ottobre), onde giungere lunedì 9 ottobre ad illustrare, per mezzo delle relazioni di Corrado Passera e Alfonso Iozzo, l'iniziativa al governatore della Banca d'Italia Draghi. Tutto si tiene. Come si tiene, in questo risiko bancario, la convergente debolezza del più grande partito della sinistra, i Ds, con la crescente esposizione politica e dirigistica di Palazzo Chigi. Il risiko bancario non è più marxianamente sovrastrutturale, ma addirittura strutturale, fornisce la linea della politica di governo.

    Ultimo capitolo: Prodi e il comunismo istituzionale. Anche qui stesso copione. Per rimanere in sella, un governo che è una tigre di carta non può che allearsi con i soggetti forti della società, cioè con i sindacati, la Cgil in particolare, e i partiti comunisti oggi al governo. I Ds sono ormai fuori dai grandi giochi, servono soltanto a sanzionare l'evidenza di una sconfitta politica, al fine di riciclarne gli effetti con l'operazione impossibile legata alla nascita del partito che non c'è e non ci sarà mai, il partito democratico. La finanziaria appena uscita dal Consiglio dei Ministri è la cartina di tornasole dello scollamento dei Ds dall'egemonia in seno all'Unione e, di contro, dell'emergenza ricattatoria dei partiti comunisti e della Triplice, convitato di pietra delle riunioni di palazzo Chigi. Il ceto medio, non solo di centrodestra, ma anche in parte diessino, viene attaccato duramente nelle sue rendite finanziarie e nei suoi redditi. Si tocca ferocemente il risparmio, tassando i Bot ad una media europea, dopo averli ridotti di peso con successive tassazioni. Si scassano le pensioni, manipolando il Tfr nella quota a carico delle imprese. Si incide sulla mobilità sociale intaccando i redditi medi delle categorie professionali, dai 2.000 ai 3.000 euro, declassandole socialmente e vulnerandone la possibilità di ascesa sociale ed economica. Il tutto per favorire un'operazione in perfetta linea con il mercatismo schizofrenicamente gemellato allo statalismo affaristico di prodiana memoria: io mi alleo con i poteri forti nella società, come ieri mi alleavo con i poteri forti finanziari e bancari.

    Il risultato è sempre lo stesso: la riproduzione di una rendita di potere politico a detrimento delle risorse pubbliche, dei conti dello Stato, del risparmio dei cittadini e dei redditi dei lavoratori più spinti verso la mobilità sociale. Un governo così è ovviamente un governo di classe e di affari, un ibrido mostruoso e anti-riformatore per sua natura. Lotta di classe a Palazzo Chigi. Ma anche ricatto sociale, politico ed economico da parte del comunismo dominante nelle istituzioni, oggi rilanciato da Bertinotti presidente della Camera, interventista su tutto e collaterale al governo. Prodi è andato a spiegare a Milano, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita della Cgil, la sua finanziaria, lanciando la parola d'ordine che i suoi mèntori politici volevano sentirsi dire: una politica in difesa dei ceti deboli. Esattamente quelli che saranno colpiti, con gravi danni alla crescita economica che sarà inferiore alle aspettative, qualora passasse questa sciagurata finanziaria. Un'altra prova del nove. Nessuna illusione sugli altri due sindacati minori, Uil e Cisl. Quest'ultima, con Bonanni, è tornata ad essere mestamente subalterna alla Cgil, dopo alcune prove di orgoglio autonomista da parte di Pezzotta. Il solito scenario italiano dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

    Morale della favola. Un governo di questo genere, sostenuto dalle forze sociali, dai sindacati e dai comunisti presenti dappertutto nella società, non si combatte soltanto in aula, ma anche tessendo relazioni positive con i ceti sociali scontenti da questa finanziaria, con le associazioni di categoria colpite da questa finanziaria; in secondo luogo, scendendo in piazza con parole d'ordine precise e con la consapevolezza che, da qui in avanti, non si dovrà più discutere di «opposizione responsabile» piuttosto che di «opposizione dura e intransigente», bensì di resistenza ad una tirannide fiscale, sociale e politica. Senza questa coscienza, l'opposizione semplicemente è destinata ad auto-candidarsi all'irrilevanza storica, prima ancora che politica. E la storia rappresenta, né più né meno, la politica applicata sperimentalmente. Come ha affermato uno storico cattolico: «chi sbaglia storia, sbaglia politica».

  7. #287
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    Un governo di classe e di affari

    di Raffaele Iannuzzi

    Negli anni Settanta circolava, nel Pci e in una parte dell'operaismo, una teoria politica secondo la quale la rivoluzione non sarebbe stata realizzata contro lo Stato, ma all'interno dello Stato stesso. Usando i suoi strumenti giuridico-formali, le sue leggi, mutandone il segno in direzione di un inasprimento delle tensioni di classe insorgenti nella società. Una rivoluzione legale, ad uso e consumo degli intellettuali ed i tecnici del diritto. L'università di Pisa aveva al suo interno tecnici del diritto che si consumavano nella teorizzazione di questa versione neo-gramsciana della rivoluzione. Gramsci aveva sostenuto, con una formula: la rivoluzione contro il «Capitale». In quel periodo si affermava: la rivoluzione dentro lo Stato. Non contro lo Stato, apparentemente, ma al suo interno.

    Negli anni Ottanta, la versione di questa visione politica neo-gramsciana venne aggiornata con alcuni corollari: il «riformismo forte» o «radicale», il governo come laboratorio politico di nuovi disegni riformatori «forti», la forma-Stato come strumento di governo e rappresentanza di alcuni interessi di classe. Le riviste Laboratorio politico e Il Centauro, entrambe legate al Pci, lanciarono questa strategia culturale di tipo neo-statalista. Accanto a questa teorizzazione vi erano, nel Pci, contatti con ambienti cattolici di sinistra, pronti ad intercettare positivamente la valenza politica del disegno strategico e neo-statalista sopra descritto.

    Prodi è figlio di questo mondo. Non tanto perché di tutto ciò ne abbia mai saputo granché, visti i suoi evidenti limiti culturali, quanto in ragione della sua vicinanza ad un mondo cattolico anti-liberale e progressista naturalmente omogeneo a questo modo di concepire lo Stato e la società. E' Stato proprio questo laboratorio politico neo-statalista a trasformarsi in una cerchia affaristica votata schizofrenicamente da un lato al mercatismo, dall'altro allo statalismo finanziario, cioè all'uso delle risorse pubbliche come motore della crescita dei gruppi industriali amici e collaterali. Un clientelismo di alto livello, rafforzato dall'ingresso di Prodi e di alcuni suoi amici, ad esempio l'ormai celebre Costamagna, nella Goldman Sachs. Il ruolo europeo ha infine sancito una legittimazione politica ulteriore alle fatiche di Prodi e del suo clan affaristico, culminando, l'intero processo, nella devastante operazione dell'euro, in cui si è consumato un passaggio epocale da un'economia nazionale creativa e vigorosa ad un sub-appalto geo-economico della Ue. E sto parlando dell'Italia, condannata alla minorità da uno scambio valutario lira-euro del tutto insostenibile. Sorvolo sull'Iri, perché è ormai materia di discussione nei bar, dunque non vi è molto da aggiungere.

    Il contesto politico-affaristico è dunque chiaro. Prodi si muove in esso e, con la nascita dell'Ulivo, l'intreccio con gli affari e le banche è diventato addirittura un tratto identitario. Il legame con i poteri forti è diventato strutturale, elevando le banche da strumenti del finanziamento dei Ds e dell'Ulivo prodiano (cioè del suo clan affaristico), a soggetto politico vero e proprio. Non è un caso che l'ira dei Ds, e di D'Alema in particolare, sia sopraggiunta in occasione dello sparigliamento delle carte rispetto alla fusione San Paolo-Banca Intesa, con l'esclusione dal gioco legato alla Telecom del Monte dei Paschi di Siena. Come non è un caso che, scoppiato il nuovo caso-Telecom, i due gruppi bancari abbiano una fretta del diavolo, altrimenti inspiegabile, di anticipare i Cda dei rispettivi istituti (fissati per venerdì 6 ottobre), onde giungere lunedì 9 ottobre ad illustrare, per mezzo delle relazioni di Corrado Passera e Alfonso Iozzo, l'iniziativa al governatore della Banca d'Italia Draghi. Tutto si tiene. Come si tiene, in questo risiko bancario, la convergente debolezza del più grande partito della sinistra, i Ds, con la crescente esposizione politica e dirigistica di Palazzo Chigi. Il risiko bancario non è più marxianamente sovrastrutturale, ma addirittura strutturale, fornisce la linea della politica di governo.

    Ultimo capitolo: Prodi e il comunismo istituzionale. Anche qui stesso copione. Per rimanere in sella, un governo che è una tigre di carta non può che allearsi con i soggetti forti della società, cioè con i sindacati, la Cgil in particolare, e i partiti comunisti oggi al governo. I Ds sono ormai fuori dai grandi giochi, servono soltanto a sanzionare l'evidenza di una sconfitta politica, al fine di riciclarne gli effetti con l'operazione impossibile legata alla nascita del partito che non c'è e non ci sarà mai, il partito democratico. La finanziaria appena uscita dal Consiglio dei Ministri è la cartina di tornasole dello scollamento dei Ds dall'egemonia in seno all'Unione e, di contro, dell'emergenza ricattatoria dei partiti comunisti e della Triplice, convitato di pietra delle riunioni di palazzo Chigi. Il ceto medio, non solo di centrodestra, ma anche in parte diessino, viene attaccato duramente nelle sue rendite finanziarie e nei suoi redditi. Si tocca ferocemente il risparmio, tassando i Bot ad una media europea, dopo averli ridotti di peso con successive tassazioni. Si scassano le pensioni, manipolando il Tfr nella quota a carico delle imprese. Si incide sulla mobilità sociale intaccando i redditi medi delle categorie professionali, dai 2.000 ai 3.000 euro, declassandole socialmente e vulnerandone la possibilità di ascesa sociale ed economica. Il tutto per favorire un'operazione in perfetta linea con il mercatismo schizofrenicamente gemellato allo statalismo affaristico di prodiana memoria: io mi alleo con i poteri forti nella società, come ieri mi alleavo con i poteri forti finanziari e bancari.

    Il risultato è sempre lo stesso: la riproduzione di una rendita di potere politico a detrimento delle risorse pubbliche, dei conti dello Stato, del risparmio dei cittadini e dei redditi dei lavoratori più spinti verso la mobilità sociale. Un governo così è ovviamente un governo di classe e di affari, un ibrido mostruoso e anti-riformatore per sua natura. Lotta di classe a Palazzo Chigi. Ma anche ricatto sociale, politico ed economico da parte del comunismo dominante nelle istituzioni, oggi rilanciato da Bertinotti presidente della Camera, interventista su tutto e collaterale al governo. Prodi è andato a spiegare a Milano, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita della Cgil, la sua finanziaria, lanciando la parola d'ordine che i suoi mèntori politici volevano sentirsi dire: una politica in difesa dei ceti deboli. Esattamente quelli che saranno colpiti, con gravi danni alla crescita economica che sarà inferiore alle aspettative, qualora passasse questa sciagurata finanziaria. Un'altra prova del nove. Nessuna illusione sugli altri due sindacati minori, Uil e Cisl. Quest'ultima, con Bonanni, è tornata ad essere mestamente subalterna alla Cgil, dopo alcune prove di orgoglio autonomista da parte di Pezzotta. Il solito scenario italiano dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

    Morale della favola. Un governo di questo genere, sostenuto dalle forze sociali, dai sindacati e dai comunisti presenti dappertutto nella società, non si combatte soltanto in aula, ma anche tessendo relazioni positive con i ceti sociali scontenti da questa finanziaria, con le associazioni di categoria colpite da questa finanziaria; in secondo luogo, scendendo in piazza con parole d'ordine precise e con la consapevolezza che, da qui in avanti, non si dovrà più discutere di «opposizione responsabile» piuttosto che di «opposizione dura e intransigente», bensì di resistenza ad una tirannide fiscale, sociale e politica. Senza questa coscienza, l'opposizione semplicemente è destinata ad auto-candidarsi all'irrilevanza storica, prima ancora che politica. E la storia rappresenta, né più né meno, la politica applicata sperimentalmente. Come ha affermato uno storico cattolico: «chi sbaglia storia, sbaglia politica».
    Se è farina del sacco di Jannuzzi allora siamo a posto, il nostro ha la credibilità di uno che ha il paraocchi come i cavalli e scrive ciò che gli ordina il suo padrone.

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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    Un governo di classe e di affari

    di Raffaele Iannuzzi

    Negli anni Settanta circolava, nel Pci e in una parte dell'operaismo, una teoria politica secondo la quale la rivoluzione non sarebbe stata realizzata contro lo Stato, ma all'interno dello Stato stesso. Usando i suoi strumenti giuridico-formali, le sue leggi, mutandone il segno in direzione di un inasprimento delle tensioni di classe insorgenti nella società. Una rivoluzione legale, ad uso e consumo degli intellettuali ed i tecnici del diritto. L'università di Pisa aveva al suo interno tecnici del diritto che si consumavano nella teorizzazione di questa versione neo-gramsciana della rivoluzione. Gramsci aveva sostenuto, con una formula: la rivoluzione contro il «Capitale». In quel periodo si affermava: la rivoluzione dentro lo Stato. Non contro lo Stato, apparentemente, ma al suo interno.

    Negli anni Ottanta, la versione di questa visione politica neo-gramsciana venne aggiornata con alcuni corollari: il «riformismo forte» o «radicale», il governo come laboratorio politico di nuovi disegni riformatori «forti», la forma-Stato come strumento di governo e rappresentanza di alcuni interessi di classe. Le riviste Laboratorio politico e Il Centauro, entrambe legate al Pci, lanciarono questa strategia culturale di tipo neo-statalista. Accanto a questa teorizzazione vi erano, nel Pci, contatti con ambienti cattolici di sinistra, pronti ad intercettare positivamente la valenza politica del disegno strategico e neo-statalista sopra descritto.

    Prodi è figlio di questo mondo. Non tanto perché di tutto ciò ne abbia mai saputo granché, visti i suoi evidenti limiti culturali, quanto in ragione della sua vicinanza ad un mondo cattolico anti-liberale e progressista naturalmente omogeneo a questo modo di concepire lo Stato e la società. E' Stato proprio questo laboratorio politico neo-statalista a trasformarsi in una cerchia affaristica votata schizofrenicamente da un lato al mercatismo, dall'altro allo statalismo finanziario, cioè all'uso delle risorse pubbliche come motore della crescita dei gruppi industriali amici e collaterali. Un clientelismo di alto livello, rafforzato dall'ingresso di Prodi e di alcuni suoi amici, ad esempio l'ormai celebre Costamagna, nella Goldman Sachs. Il ruolo europeo ha infine sancito una legittimazione politica ulteriore alle fatiche di Prodi e del suo clan affaristico, culminando, l'intero processo, nella devastante operazione dell'euro, in cui si è consumato un passaggio epocale da un'economia nazionale creativa e vigorosa ad un sub-appalto geo-economico della Ue. E sto parlando dell'Italia, condannata alla minorità da uno scambio valutario lira-euro del tutto insostenibile. Sorvolo sull'Iri, perché è ormai materia di discussione nei bar, dunque non vi è molto da aggiungere.

    Il contesto politico-affaristico è dunque chiaro. Prodi si muove in esso e, con la nascita dell'Ulivo, l'intreccio con gli affari e le banche è diventato addirittura un tratto identitario. Il legame con i poteri forti è diventato strutturale, elevando le banche da strumenti del finanziamento dei Ds e dell'Ulivo prodiano (cioè del suo clan affaristico), a soggetto politico vero e proprio. Non è un caso che l'ira dei Ds, e di D'Alema in particolare, sia sopraggiunta in occasione dello sparigliamento delle carte rispetto alla fusione San Paolo-Banca Intesa, con l'esclusione dal gioco legato alla Telecom del Monte dei Paschi di Siena. Come non è un caso che, scoppiato il nuovo caso-Telecom, i due gruppi bancari abbiano una fretta del diavolo, altrimenti inspiegabile, di anticipare i Cda dei rispettivi istituti (fissati per venerdì 6 ottobre), onde giungere lunedì 9 ottobre ad illustrare, per mezzo delle relazioni di Corrado Passera e Alfonso Iozzo, l'iniziativa al governatore della Banca d'Italia Draghi. Tutto si tiene. Come si tiene, in questo risiko bancario, la convergente debolezza del più grande partito della sinistra, i Ds, con la crescente esposizione politica e dirigistica di Palazzo Chigi. Il risiko bancario non è più marxianamente sovrastrutturale, ma addirittura strutturale, fornisce la linea della politica di governo.

    Ultimo capitolo: Prodi e il comunismo istituzionale. Anche qui stesso copione. Per rimanere in sella, un governo che è una tigre di carta non può che allearsi con i soggetti forti della società, cioè con i sindacati, la Cgil in particolare, e i partiti comunisti oggi al governo. I Ds sono ormai fuori dai grandi giochi, servono soltanto a sanzionare l'evidenza di una sconfitta politica, al fine di riciclarne gli effetti con l'operazione impossibile legata alla nascita del partito che non c'è e non ci sarà mai, il partito democratico. La finanziaria appena uscita dal Consiglio dei Ministri è la cartina di tornasole dello scollamento dei Ds dall'egemonia in seno all'Unione e, di contro, dell'emergenza ricattatoria dei partiti comunisti e della Triplice, convitato di pietra delle riunioni di palazzo Chigi. Il ceto medio, non solo di centrodestra, ma anche in parte diessino, viene attaccato duramente nelle sue rendite finanziarie e nei suoi redditi. Si tocca ferocemente il risparmio, tassando i Bot ad una media europea, dopo averli ridotti di peso con successive tassazioni. Si scassano le pensioni, manipolando il Tfr nella quota a carico delle imprese. Si incide sulla mobilità sociale intaccando i redditi medi delle categorie professionali, dai 2.000 ai 3.000 euro, declassandole socialmente e vulnerandone la possibilità di ascesa sociale ed economica. Il tutto per favorire un'operazione in perfetta linea con il mercatismo schizofrenicamente gemellato allo statalismo affaristico di prodiana memoria: io mi alleo con i poteri forti nella società, come ieri mi alleavo con i poteri forti finanziari e bancari.

    Il risultato è sempre lo stesso: la riproduzione di una rendita di potere politico a detrimento delle risorse pubbliche, dei conti dello Stato, del risparmio dei cittadini e dei redditi dei lavoratori più spinti verso la mobilità sociale. Un governo così è ovviamente un governo di classe e di affari, un ibrido mostruoso e anti-riformatore per sua natura. Lotta di classe a Palazzo Chigi. Ma anche ricatto sociale, politico ed economico da parte del comunismo dominante nelle istituzioni, oggi rilanciato da Bertinotti presidente della Camera, interventista su tutto e collaterale al governo. Prodi è andato a spiegare a Milano, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita della Cgil, la sua finanziaria, lanciando la parola d'ordine che i suoi mèntori politici volevano sentirsi dire: una politica in difesa dei ceti deboli. Esattamente quelli che saranno colpiti, con gravi danni alla crescita economica che sarà inferiore alle aspettative, qualora passasse questa sciagurata finanziaria. Un'altra prova del nove. Nessuna illusione sugli altri due sindacati minori, Uil e Cisl. Quest'ultima, con Bonanni, è tornata ad essere mestamente subalterna alla Cgil, dopo alcune prove di orgoglio autonomista da parte di Pezzotta. Il solito scenario italiano dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

    Morale della favola. Un governo di questo genere, sostenuto dalle forze sociali, dai sindacati e dai comunisti presenti dappertutto nella società, non si combatte soltanto in aula, ma anche tessendo relazioni positive con i ceti sociali scontenti da questa finanziaria, con le associazioni di categoria colpite da questa finanziaria; in secondo luogo, scendendo in piazza con parole d'ordine precise e con la consapevolezza che, da qui in avanti, non si dovrà più discutere di «opposizione responsabile» piuttosto che di «opposizione dura e intransigente», bensì di resistenza ad una tirannide fiscale, sociale e politica. Senza questa coscienza, l'opposizione semplicemente è destinata ad auto-candidarsi all'irrilevanza storica, prima ancora che politica. E la storia rappresenta, né più né meno, la politica applicata sperimentalmente. Come ha affermato uno storico cattolico: «chi sbaglia storia, sbaglia politica».
    Se è farina del sacco di Jannuzzi allora siamo a posto, il nostro ha la credibilità di uno che ha il paraocchi come i cavalli e scrive ciò che gli ordina il suo padrone.

  9. #289
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    Quoto sicuramente il titolo del 3d. Silvio Berlusconi contro il comunismo.

  10. #290
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    Citazione Originariamente Scritto da informauro Visualizza Messaggio
    Vi tocca...e con lui vi tocca rivotare per Calderoli, per i fascisti di Saya, Tilgher e la Mussolini, per Previti, per Bondi.
    Che brutto destino, vi tocca!
    Io voterò LEGA.
    Marino

 

 
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