Vi trasmetto un documento che ho inviato agli amici repubblicani per una riflessione sulla situazione attuale.
LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO
Cari amici,
ci troviamo oggi in balìa di una situazione drammatica, che sta minacciando la sopravvivenza della nostra cultura politica nel centrosinistra.
La dinamica degli eventi ci ha portato allo sbando, abbiamo perso la bussola del nostro percorso, non sappiamo più dove andare, né con chi. Ogni giorno ascoltiamo un appello diverso, un ordine e poi un contrordine. Chi era sull’altare ieri, oggi è nella polvere, e viceversa. Dopo un Congresso che ha sancito la nostra adesione supina all’Ulivo, siamo compagni di viaggio prima di Prodi, poi di Di Pietro, poi di Mastella. E l’Ulivo è d’un tratto diventata una pianta “cattocomunista”. Cambiamo il simbolo e, senza alcun preavviso, ci ritroviamo nella Lista Sbarbati. Corteggiamo Sgarbi e Fisichella, fino a ieri icone venerate dalla destra. I radicali, prima ignorati, diventano di punto in bianco oggetto di adulazioni interessate. Siamo stati parte integrante dell’Unione e ora scopriamo che il programma non lo firmiamo più. E dopo anni di fiere rivendicazioni identitarie, ci spingiamo perfino a dire che “La Malfa aveva ragione”.
La confusione regna sovrana. Lo spettacolo è quello triste di una scialuppa alla deriva.
La verità è che abbiamo sbagliato politica. E quando si arriva a questo punto, non si può imputare agli altri la colpa dei propri errori: sappiamo che ognuno gioca la partita per sé. E noi dobbiamo valutare il nostro gioco, la nostra partita, assumendoci tutta la responsabilità dei risultati. E’ terribile farlo oggi, che la vicenda è ormai compromessa. Ma non abbiamo alternative: ciascuno di noi deve cominciare a riflettere onestamente e con cinica lucidità sul tragitto percorso, sui nostri errori, sulle occasioni mancate, su cosa non ha funzionato.
Abbiamo aderito all’Ulivo sin dal primo momento e fino alle estreme conseguenze, senza guardare cosa si muoveva attorno, senza riflettere bene sul senso di questa operazione, senza valutare dove ci avrebbe portato e soprattutto noncuranti di badare prima agli interessi della nostra realtà repubblicana. Oggi ci ritroviamo vagabondi a chiedere albergo al primo che passa, svestiti di qualunque progetto, come una compagnia di questuanti a spasso per il centrosinistra.
Mi permetto di scrivervi, perché ho da tempo e per tempo contrastato apertamente questo percorso, e intendo rivendicare la bontà delle idee espresse fin qui, più volte manifestate e mai contemplate dal movimento. Se queste idee non sono state recepite finora, è bene che vengano rivalutate oggi, alla luce dello stato in cui versiamo.
Bisognerà ripartire, ma la precondizione per farlo è la presa di coscienza degli errori, perché non è sorvolando sul presente e sul passato che si può guardare al futuro.
Ecco dunque il quadro di quelle che, a mio avviso, sono state le nostre mancanze.
- Anzitutto non abbiamo compreso da subito quale poteva essere oggi il ruolo chiave di una forza repubblicana. In un momento di grandi tensioni religiose che agitano nel mondo il fantasma di uno scontro di civiltà, e in un sistema politico nostrano che ha liberato il voto cattolico e contaminato di clericalismo un ampio spettro di forze politiche, i repubblicani avrebbero dovuto, prima che lo facessero altri, farsi promotori di una politica laica chiara e decisa, elaborando tematiche forti e innovative su scuola, famiglia, immigrazione, Stato, società, etica, medicina. Si è preferito invece smussare gli angoli, accodarsi alle battaglie degli altri piuttosto che promuoverle, disquisire improduttivamente su capziose distinzioni tra “laicismo” e “laicità”, senza fare di questo profilo l’asse portante della nostra politica. Cosa che invece avrebbe aiutato un partito piccolo a svolgere un ruolo importante e ad avere più spazio e più ascolto.
- Non si è voluto guardare ai repubblicani di sinistra nel loro insieme, che in Italia esistono sotto diverse realtà (e non solo nel Mre); non si è ricercata ostinatamente l’unità con tutte le componenti. Questo è un errore che va imputato alla sfera repubblicana del centrosinistra nel suo insieme, e non solo al nostro movimento. Ma proprio perché rappresenta l’unica realtà autonoma di respiro nazionale, il Mre aveva in questo senso una responsabilità in più: era l’unico motore davvero in grado di aprire un processo unitario, se lo avesse voluto e saputo fare. Sarebbe stato un modo sano per crescere, utile a recuperare e disporre di tutte le preziose risorse esistenti. Le occasioni non sono mancate, anche di recente, a cominciare dall’appello unitario che i Repubblicani per l’Unione avevano lanciato, e che noi non abbiamo raccolto. Se oggi esistono tre piccole realtà repubblicane separate nel centrosinistra, è inutile poi lamentarsi se non abbiamo peso con gli alleati.
- Si è creduto che il movimento potesse crescere dall’alto, per operazioni di vertice, nascondendone il peso reale, trascurando la base, le risorse, il territorio. Da qui le numerose acquisizioni a livello locale e nazionale (alcune solo tentate, altre riuscite) di elementi avulsi dalla nostra cultura, di erranti della politica, di aspiranti riciclati. Da qui la sottovalutazione delle elezioni regionali, su cui abbiamo investito poco, in attesa di un miglior trattamento alle politiche. Era lì invece che doveva concentrarsi la nostra battaglia sulle candidature, perché quelle elezioni erano fondamentali per radicarci nel territorio e per ramificarci nelle amministrazioni locali. E’ dal basso che bisogna partire, irrobustendo le gambe: noi siamo partiti dall’alto, volando senz’ali e senza paracadute.
- In questo contesto è maturato l’abbaglio dell’Ulivo prima e del Partito Democratico poi: l’Ulivo è stata l’illusione della scorciatoia. Un’analisi un po’ più accorta ci avrebbe invece potuto aprire gli occhi per tempo: anzitutto sulla bontà del progetto in sé, che obbligava ad una commistione forzosa e innaturale tra matrici molto diverse, se non antitetiche; poi sulla sua reale fattibilità, dal momento che ancora oggi, dopo due anni di estenuanti gestazioni, non è ancora decollato; infine, ed è ciò che più conta, sulle nostre prospettive al suo interno, ridotte all’assimilazione e allo scioglimento, oppure (come è successo) all’emarginazione. Una forza minuscola sarebbe comunque stata irrilevante in un contenitore a forte matrice diessina e cattolica (specie dopo l’uscita dello Sdi), mentre sarebbe stato più utile rendere visibile il nostro contributo alla laicizzazione del Paese.
- C’era un altro passaggio che è suonato come inutile campanello d’allarme: il nuovo sistema elettorale. Abbiamo ignorato il cambiamento, insistendo sulla stessa rotta come se niente fosse successo. Boselli invece ha capito con intelligenza che era il momento di smarcarsi, e ha saputo farlo, occupando il nostro terreno della laicità con la Rosa nel Pugno. Se avessimo presidiato da subito quello spazio rimasto vuoto, oggi saremmo stati cofondatori di quel progetto, fuori dalla mischia, pronti ad affrontare una prospettiva futura sulla base di un argomento politico forte e qualificante, in sintonia con la nostra vocazione. Il congresso di gennaio poteva essere l’ultima occasione per agganciare quel treno. Non si è voluto farlo, perseverando sulla strada dell’Ulivo. Adesso vediamo che i radicalsocialisti incalzano la coalizione su garanzie precise in tema di laicità (i PACS, lo stop al finanziamento pubblico delle scuole private etc.), attirando l’attenzione di una buona fetta di elettori e di opinione pubblica, mentre noi continuiamo a dare un pessimo spettacolo accampando velleitarie pretese di “pari dignità” con partiti che sono quasi cento volte più grandi di noi, e che finiscono per riderci dietro.
- Infine, c’è un ultimo grande errore, che contamina tutti gli altri e che sta a fondo del nostro insuccesso. E riguarda l’organizzazione. Il movimento, in questi anni, è stato gestito da un gruppo dirigente in gran parte selezionato non in base alle qualità politiche o ai consensi elettorali, ma al grado di fedeltà e di asservimento. Il metodo della cooptazione è diventata una prassi utile a rinsaldare questo principio. Sono state poche le occasioni di dibattito vero, la comunicazione tra gli iscritti non è stata promossa, è mancato un coinvolgimento corale in grado di motivare. Un congresso elettivo non si tiene ormai da tre anni. Se si fosse favorito un sano confronto di idee a viso aperto, e un maggiore ascolto dei dubbi della base, di sicuro non ci saremmo trovati a questo punto.
Alla luce di tutto questo bisogna voltare pagina.
Le elezioni andranno come andranno, ormai la strada è solo in salita.
Ma all’indomani si dovrà ripartire su nuove basi, discutendo a fondo di quanto è successo, chiedendo conto dei risultati. E facendo tesoro dei nostri errori, dovremo ricominciare daccapo.
Da domani si dovrà lavorare ad una rifondazione dei repubblicani a sinistra che passi per una ricomposizione della diaspora, ad un progetto che superi i particolarismi e i personalismi che ci hanno distrutto, e che guardi all’interesse di tutti coloro che ancora oggi credono che gli ideali mazziniani meritino un altro destino.
Paolo Arsena
Roma, 12 febbraio 2006




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