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Discussione: Dossier SAVOIA

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    Predefinito Dossier SAVOIA

    Le stragi e gli eccidi dei Savoia
    nonmiarrendo
    Collaboratorenonmiarrendo
    19/08/2008 - 18:22

    *
    *

    Tratto dal libro
    ” Le stragi e gli eccidi dei Savoia-esecutori e mandanti”
    di Antonio Ciano



    Le guerre coloniali



    Agli italiani fanno studiare a scuola di essere fieri dei nostri antenati piemontesi e della casta savoiarda, fanno credere loro che sono stati i fautori dell’unità della nazione e che a farla siano stati eroi intrepidi, idealisti, probi, intellettuali di rango. Nelle scuole italiane, ancora oggi si studia di un Risorgimento da incorniciare, si studia delle guerre coloniali come un fatto maestoso a gloria del nostro esercito e della nostra Patria.

    Sia il Risorgimento che le guerre coloniali sono stati la vergogna della nazione, i politici lo sanno ed anche i nostri storici aulici di regime. Quando si verrà a sapere di quanti scheletri abbiamo negli armadi della storia le loro fortune politiche e cattedratiche finiranno, come finirà il sistema liberal-massonico che ci hanno imposto nel 1861. Un’era nuova si prepara, il sistema imposto da Cavour è alla frutta, l’ultimo di quegli eroi è al governo della cosa pubblica. Dopo aver malversato con le sue aziende si è impadronito del potere mentre una sinistra non gramsciana è allo sbando totale.

    Tocca al Sud far ritornare le lancette dell’orologio della storia al loro posto.
    A scuola il Risorgimento viene edulcorato, niente eccidi, niente frodi, niente ruberie, i Savoia incensati come padri della patria, Cavour come grande genio della politica e della diplomazia e Garibaldi eroe dei due mondi.
    Le guerre coloniali vengono quasi censurate e viste come conquiste dell’Italia e mai come guerre di aggressione verso popoli fino a quel momento liberi.

    Centomila impiccagioni

    Lo storico Angelo Del Boca a proposito dice che: <Esse illustrano il calvario di un popolo che è stato, senza alcuna ragione plausibile, aggredito, soggiogato, umiliato, in alcune regioni decimato>>.

    Vorremmo sapere se nelle scuole italiane fanno leggere il libro di Angelo Del Boca; non ci risulta, né fanno studiare il De Sivo e di Gramsci ci dicono solo che era tra i fondatori del Pci.

    La questione coloniale, la questione meridionale, la questione romana son cose da non dibattere nemmeno.
    L’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci, rinnovato sia nella forma che nei contenuti, il cui direttore Furio Colombo conoscendo a menadito la vera storia d’Italia, da qualche tempo si sta adoperando nel ricordare agli italiani cosa fu l’epopea fascista e savoiarda.
    Noi ringraziamo perché il male dell’Italia sta tutto scritto in quelle pagine.

    In un articolo di Gianni Lannes troviamo conferma a ciò che andiamo dicendo da anni: <È un capitolo sulla banalità del male ( dell’Italia postrisorgimentale) che precede quello nazista e segue l’istituzione dei campi di concentramento sabaudi in Piemonte e in Lombardia per i soldati borbonici che non si erano sottomessi ai Savoia…>>.

    Migliaia di esecuzioni sommarie

    Gianni Lanes, impietosamente così continua il suo magistrale articolo:

    <<…In Libia, alla rivoluzione di Sciara Sciat, il governo Giolitti e il generale Caneva reagirono con una durissima rappresaglia: migliaia di esecuzioni sommarie e deportazioni di massa. Ufficialmente furono oltre 3 mila i libici segregati nel Belpaese e nessuno ne ha fatto ritorno a casa ( in realtà, la cifra è almeno 10 volte superiore).

    Quanti furono i morti? Quanti annientamenti per sempre nello spirito e nel corpo? Quanti lasciati impazzire dal dolore e dalla nostalgia? Le vittime non vennero mai registrate: morti di nessuno.

    Anche ad Ustica giunsero gli echi di quella carneficina coloniale apparentemente lontana.
    Il 29 ottobre del 1911 un piroscafo proveniente dalla Libia gettava l’ancora nella minuscola isola mediterranea.

    A bordo 920 uomini laceri e malandati- il primo carico umano a perdere- , gli occhi saturi d’orrore, con i corpi piagati dalle ferite inferte a base di torture e sevizie, scarniti dalla fame, vittime spesso senza colpa.


    Angelina Natale ha 101 anni ed è la persona più anziana di Ustica, l’unica a ricordare quel macabro giorno autunnale di 90 anni fa, quando sulla spiaggia sbarcarono i primi deportati libici con le catene ai piedi. L’anziana parla lentamente, a fatica, centellinando le parole:" Li accatastarono nei cameroni. Non c’erano letti e neppure materassi. Non avevano niente. Buttati per terra come immondizia. Alla mattina passava l’ispezione e trovavano i morti”.

    Alle Tremiti, prima I nemici borbonici, poi...

    Morivano come mosche i prigionieri africani nel giardino d’Europa, lontano dalla loro terra, falcidiati dagli stenti e dalle epidemie.

    Il più delle volte di loro non si conosceva neanche il nome. 130 morirono tra la fine del 1911 e i primi mesi del 1912. Altri 142 tra il 1915 e il 1916, quando sbarcarono altri connazionali. Alle Tremiti con decreto reale del 13 dicembre del 1863 furono dapprima relegati gli irriducibili nemici borbonici ( ma come erano bravi questi fratelli d’Italia! nda ).

    Nell’ottobre del 1911 arrivarono circa 500 libici dell’isola di San Nicola. Morirono tutti nel giro di pochi mesi. L’unico parlamentare che ebbe il coraggio di protestare- presentò pure un’interrogazione - fu un autentico socialista, l’avvocato Leone Meucci di San Severo delle Puglie ( uno dei più combattivi legali di Sacco e Vanzetti che Mussolini premiò con il confino).
    ( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre 2001, pag. 29)

    Queste atrocità sono ricordate da Gaetano Carducci, di 86 anni che ricorda all’autore di questo articolo di storia patria che:” I libici morivano 10-12 al giorno..”.

    A Gaeta, Vincenzo Riccio, classe 1909, suocero dello scrivente ricordava lucidamente che i libici:” Venivano trattati peggio dei nostri compatrioti dopo l’unità d’Italia, come briganti.

    A volte li facevano uscire dalle celle del carcere e li mandavano, scarniti, a spalare il carbone che veniva sbarcato dalle navi”.
    Abbiamo sempre criticato i tedeschi, abbiamo sempre saputo delle atrocità dei nazisti, dei lager di Aushwitz o di Buchenvald, delle Foibe slave, dei morti di Porzus, di Katin, di stragi ed eccidi riguardanti altri eserciti, degli italiani quasi niente.

    Italiani brava gente, italiani che portano la civiltà nel mondo arabo dove c’erano solo datteri e banane, il regime fascista ricordato come tutore della romanità, come chi portò strade e quant’altro in Libia, in Eritrea e in Etiopia.

    Perché? Lo chiediamo ai nostri politici di destra e di sinistra, perché? Perché si continua a far studiare ai nostri figli la leggenda risorgimentale? Perché non si dice la verità sul fascismo? Perché non si dice la verità sui crimini e le stragi dei Savoia nel Sud del Belpaese, nei Balcani, in Grecia e in Africa? Oggi ci ritroviamo al potere sindaci imbecilli che ricordano quegli assassini intitolando loro strade e piazze, rimangiandosi ciò che la Costituzione antifascista e repubblicana aborrisce.

    A Palmanova, il sindaco Alcide Muradore di Alleanza Nazionale, il partito di Fini, ha fatto restaurare sulla facciata delle scuole elementari la scritta <<>>.

    Il sindaco di AN di Muggia Lorenzo Gasperini ha annotato di suo pugno, ai bordi di un documento la scritta<>.

    Il nuovo sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza, sempre di AN, ha fatto collocare nella galleria comunale il ritratto del podestà fascista Cesare Pagnini, deportatore di ebrei.

    All’Aquila il sindaco di centro-destra Biagio Tempesta ha dedicato la nuova piscina comunale ad Adelchi Serena, ex podestà e segretario del Partito fascista.

    A Bari, il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia e l’attuale vicepresidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini hanno inaugurato il busto di Araldo di Crollalanza, podestà di Bari e commissario della Camera durante Salò.

    In Sicilia il sindaco di Tremestieri Etneo, Guido Costa ha dedicato una strada a Benito Mussolini. Un altro campione, servo delle ideologie nordiste, cioè il sindaco di Ragusa, Domenico Arezzo, di AN vuole erigere un monumento a Filippo Pennavaria, fascista locale, ritenuto liberatore di Ragusa, che negli anni ’20 era a stragrande maggioranza di sinistra;
    dice l’Unità del 27 ottobre del 2001 che “ tra i fatti salienti della sua vita, c’è l’uccisione di una sessantina di antifascisti”.

    Il sindaco di Latina Aimone Finestra di AN ha fatto ripristinare la scritta di una frase del Duce, l’avevano sradicata gli abitanti della provincia appena caduto il fascismo.

    Il Duce aveva dato quelle terre fertilissime ai nordici del Friuli, del Veneto e dell’Emila Romagna mentre loro, gente del luogo, erano costretti a emigrare.

    Sempre il sindaco di Latina, sempre quell’Aimone Finestra ha voluto magnificare suo Fratello bersagliere con un monumento.

    Il fascismo è ideologia che viene dalle nebbie padane, voluto dagli industriali e dai latifondisti di quelle lande da sempre serve di qualcuno, voluto da Casa Savoia per inaridire il progresso della classe lavoratrice tutta e finchè a ricordare quella piaga e quel cancro sono i sindaci padani e sia, ma quando a farlo sono i sindaci del Sud, allora c’è da riflettere.

    I servi e i lacchè sono sempre esistiti.

    Un giorno quei monumenti inneggianti al fascismo e ai padri della patria padana saranno cancellati per sempre dalle strade del Sud.

    Al loro posto saranno ricordati i nostri eroi del passato, i nostri contadini morti e trattati da briganti da quei miserabili dei fratelli d’Italia, la storia vera sarà insegnata nelle nostre scuole, quei sindaci immortalati come traditori, servi e lacchè del Nord fascista, liberale e massonico che ha distrutto la nostra identità di popolo.
    I libri di storia riscritti.

    Ma torniamo alle faccende “italiane” in Africa. Molti dovevano essere gli obblighi dei governi italiani verso i paesi africani assoggettati. C’è un altro obbligo che è stato eluso, ed è quello morale - scrive Angelo Del Boca - L’obbligo di riconoscere, nella maniera più netta, inequivocabile, che l’Italia giolittiana e fascista si è macchiata in Libia di crimini gravissimi. Gianni Lanes continua il suo articolo dicendo che:
    ”…nessun criminale di guerra del Belpaese, da Ravalli a Badoglio, da De Bono a Graziani, da Roatta a Robotti ( per citare solo i più noti), è mai stato punito per le atrocità commesse”.
    ( l’Unità, 14 novembre 2001, pag.29)

    Gli italiani non devono sapere

    In Italia spesso abbiamo assistito a censure di films, tagli di parti essenziali, tagli di scene d’amore ritenute non consone alla maturità degli italiani, ricordiamo il film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti; “ Il Gattopardo >>, sempre di Luchino Visconti, censurato nelle scene politiche dalla parte dei Borbone.
    Tantissimi sono stati i films censurati.

    La gente ignara però non sa che molti films sono censurati dalle case distributrici “per ordine superiore” o censurati direttamente dallo Stato in quanto gli italiani, semplicemente, non devono sapere. Abbiamo assistito a film come “Platoon”, come “ Apocalisse Now “ sulla guerra imperialista americana, abbiamo assistito a film come “ Soldato blu” e “ Piccolo grande uomo” contro l’esercito americano e le stragi perpetrate dai suoi generali.

    Gli italiani però non possono vedere o quasi film contro i garibaldini sul massacro di Bronte come quello di Florestano Vancini “ Bronte >>, oppure l’ultimo di Pasquale Squitieri “ E li chiamarono Briganti” un carme contro il Risorgimento, contro l’esercito del generale Cialdini ritenuto assassino nel Sud per le porcherie commesse dalla sua truppa.
    In questi casi le case di distribuzione, forse per far piacere ai politici di turno li boicottano.

    In Germania, che pure non è tanto critica col suo passato nazista vedono nelle sale “ Scindler’s list”, a noi italiani ci è stato negato di vedere un film crudo e veritiero nei minimi dettagli, trattasi di “ Omar Mukhtar” il leone del deserto” con Anthony Quin, Gastone Moschin, Raf Vallone che racconta la storia dei partigiani libici scannati dall’esercito savoiardo.

    Il liberale Raffaele Costa rispose ad una interpellanza parlamentare dicendo che “Il film non poteva essere proiettato sugli schermi italiani perché offendeva il nostro esercito”.

    Costa, di formazione piemontese, liberale e colonialista, non sa che quello non era un esercito italiano, quello era un esercito fascista e savoiardo e gli italiani veri si sentono offesi dalle gesta di quegli assassini difesi ancora oggi dalla casta militare e politica del nostro Paese.

    Raffaele Costa e altri come lui non sanno di sedere in un parlamento repubblicano, nato in libertà, sulle ceneri del fascismo e di Casa Savoia.

    Continuate pure e non far conoscere le sconcezze di quegli assassini e di quell’esercito che non ci appartengono, ci stiamo pensando noi, ormai siamo in molti a farlo, la vostra fine politica è segnata, un nuovo Stato sorgerà sulle ceneri di questo, una vera repubblica antifascista e anti savoiarda sarà consegnata agli italiani.
    Una nuova classe politica si sta delineando, vi è un Sud vivo, vi è un Sud che conosce il suo male, da dove è venuto, da chi è stato massacrato.

    Il riscatto del Sud e quello della vera Italia è alle porte.
    È solo questione di tempo.

    Il film in questione racconta:“ … come il generale Graziani interpretò - campi di concentramento, sterminio chimico - gli ordini di Mussolini. Nel dicembre del 1928 viene nominato governatore unico delle colonie il generale Pietro Badoglio che mette in chiaro le sue intenzioni:< Distruggerò tutto, uomini e cose “
    (Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag 29)

    Omar Muhktar

    Amici libici, fratelli del Mediterraneo, Omar Muhktar, il leone del deserto è anche il nostro eroe, dovete sapere che quegli assassini dell’esercito piemontese che l’on. Raffaele Costa, e quelli come lui si sono affannati a chiamare italiano, erano i nostri nemici: scannarono oltre un milione di meridionali nel 1860 e dintorni.
    Le parole di Badoglio ricalcano pari pari quelle del massacratore della mia città Enrico Cialdini e di altri come lui, tutti assassini, tutti criminali di guerra.

    Noi, veri italiani, vi chiediamo scusa a nome loro visto che non hanno nemmeno il coraggio di chiederle ai loro fratelli meridionali.

    In Libia come nel 1860 contro i meridionali

    Nel 1860 i generali piemontesi scannarono i nostri partigiani, i loro familiari, donne e bambini, senza pietà alcuna in quella che fu la prima guerra coloniale piemontese.

    Nel 1928 l’esercito fascista e savoiardo riprese a spese dei libici ciò che aveva sperimentato sui nostri avi chiamati briganti perchè combattevano per la loro patria e per la chiesa cattolica. “...con tremila uomini , a volte ridotti a mille, con 2600 fucili antiquati, Omar affronta 20 mila nemici dotati di mezzi più moderni: aerei, autoblindo, mitragliatrici, cannoni, radio, ordigni chimici.

    Il Leone del deserto colpisce, poi si ritira, svanisce nel nulla da buon partigiano…fedele alla propria fama, Graziani introduce la pena di morte mediante impiccagione per il reato di semplice connivenza con i ribelli ( proprio come con i manutengoli dei partigiani del Sud chiamati briganti, nda.).

    Cinquantamila impiccati

    Ma non basta, ed ecco l’atroce soluzione per spezzare i legami tra la popolazione civile ed i guerriglieri: tutti gli abitanti del Gebel, 100 mila persone, un ottavo dell’intera popolazione libica. Vecchi, bambini e donne vengono deportati ed internati in 15 campi di concentramento - famigerati lager col vessillo tricolore di Soluch, Sidi Ahmed, El Magrun - i loro beni espropriati, i villaggi distrutti.

    Nelle lunghe, terribili marce a cui vengono costretti gli arabi a partire dal giugno 1930, chi non ce la fa o semplicemente si attarda viene immediatamente ucciso.

    Tutti quelli che cadono a terra sfiniti o che arrancano a fatica vengono abbattuti dai “valorosi” soldati italiani ( ma che noi ci rifiutiamo di chiamarli tali, erano fascisti e savoiardi, nda).

    È la marcia di 110 chilometri per i Marmarici e gli Abeidat.
    Le deportazioni in ristrette aree desertiche della Sistica, durano tre anni, nei quali i libici vengono decimati dalla fame, dalla fatica del lavoro forzato, dalle malattie.

    Nei campi di concentramento circondati da filo spinato e mantenuti sotto il tiro delle armi da fuoco, chi è sospettato di connivenza viene impiccato, spesso insieme alla propria famiglia, bambini compresi. Alla fine saranno 50 mila a non sopravvivere…
    Non si esita ad usare gas micidiali

    …le forze del ribelle Omarsi assottigliano sempre più. L’esercito a guida fascista pur di aver ragione della resistenza libica non esita ad usare i micidiali gas ( proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925 ). Un dispaccio del governatore Badoglio al vice governatore Sicciliani del 10 gennaio 1930 ordina senza mezzi termini: <<>>. Ordigni all’iprite e al fosgene - aggressivi chimici fabbricati a Bussi sul Tirino (Abruzzi), Rho ( Lombardia) e Foggia ( Puglia )…”
    ( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag. 29)

    Eccidio di Debre Libanos in Etiopia

    Il 19 febbraio del 1937, il Vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani volle essere magnanimo con le popolazioni abissine. Per ingraziarsele e per compiere un gesto di grande generosità decise di far distribuire ai poveri della città la somma di 5 mila talleri.

    Graziani - dice lo storico Angelo Del Boca- voleva festeggiare la nascita di Umberto, principe ereditario di casa Savoia, la cerimonia si svolse sui gradini del piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassiè, oggi sede dell’Università di Addis Abeba.

    Due giovani eritrei, ma forse erano più di due, mischiati tra la folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano contro Graziani.
    Le vittime furono sette, ma il vicerè fu solo ferito.

    La vendetta fascista fu immediata. Mussolini ordinò “un radicale ripulisti” ed il federale di Addis Abeba, Dice Del Boca che:”Per tre giorni soldati italiani ( scusaci Angelo, non erano italiani quei soldati, erano fascisti e savoiardi), bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri poveri della città: bruciarono i tucul con la benzina, usarono bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi”.
    Tutto ciò che era dei poveri veniva eliminato: capanne, casupole, bestiame, beni.
    Perfino la chiesa di San Giorgio venne incendiata alla presenza del Cortese.

    Del Boca indica in seimila i morti ma gli etiopi ci fanno sapere che furono almeno 30 mila. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino, paese di nascita di Graziani che il massacro fu senza fine, il vicerè decise di eliminare tutta l’intellighentia etiopica e che”…i tribunali militari diventarono macchine di morte.
    Tra febbraio e giugno furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del Negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all’estero.

    A marzo Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell’occupazione italiana.
    Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità:annotò nella sua contabilità che i soli carabinieri avevano passato per le armi 2509 indigeni.
    Non è finita.
    Gaziani- rivela Del Boca - vuole catturare i due attentatori.
    Avendo avuto notizie dai servizi segreti che i due terroristi si sarebbero addestrati nella città sacra di Debre Libanos, Graziani non ebbe esitazione alcuna, ordinò al generale Maletti di occupare il monastero più importante d’Etiopia. Debre Libanos, città conventuale, due chiese in muratura, tremila tucul, centro della religione copta, nel centro della regione dello Shoa è destinata al martirio dal vicerè fascista. Graziani ordina una feroce repressione- osserva Del Boca - un’autentica razzia.
    Vuol far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il vaticano degli etiopi.
    Il generale Maletti è un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento e uccide 2.523 etiopici. Una contabilità da macabro ragioniere.

    Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del 1937 e subito dopo ricevette un messaggio da Graziani” Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci, li passi per le armi tutti, compreso il vicepriore”
    Chi ci ha fatto conoscere nei minimi particolari quello che accadde a Debre Libanos sono gli storici Campbell e Sadik: hanno studiato i fatti, raccolto testimonianze, hanno ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento in questione. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino che:<<..I giovani, i monaci, i diaconi di Debre Libanos furono portati dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla città. E’ la gola di Zega Weden.

    I monaci vennero spinti sull’orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi. Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Erano troppi per i fucili delle truppe italiane ( no, cari Sadik e Campbell, quelle truppe non erano italiane, l’Italia è nata il 2 giugno del 1946, quelle truppe erano fasciste e savoiarde).
    Via via che cadevano, gli ascari al servizio dell’esercito cosiddetto italiano gettavano i corpi nel crepaccio. Un ragazzo di 14 anni scampò a quel genocidio fingendosi morto: ha raccontato i fatti ai due storici che scesi tra la rocce del crepaccio di Zega Weden han trovato le ossa e le prove di detto eccidio.

    I generali dovrebbero essere adusi a fare le guerre e a vincerle, quelli dell’esercito cosiddetto “italiano”, lo dimostra la storia, erano capaci solo ad uccidere vecchi, bambini, monaci, preti, donne e uomini inermi. Per vincere in Etiopia l’esercito fascista usò i gas nervini.
    Graziani disse che quello di Debre Libanos fu “…un romano esempio di pronto e inflessibile rigore” e da buon criminale di guerra si è addossato tutte le responsabilità di quel massacro.
    I monaci e i ragazzi morti in quel massacro furono circa 1600.
    I due terroristi sono ancora liberi, ne siamo sicuri.

    8 settembre 1943

    E venne il giorno del giudizio!
    Dopo 83 anni di regno abusivo, dopo 83 anni di terrore, di sangue, di guerre che causarono milioni di morti, fame, emigrazione, genocidi, vessazioni, dittature, ruberie, sopraffazioni, spoliazioni; dopo 83 anni precisi dall’entrata in Napoli di Peppino Garibaldi, il re travicello, chiamato dai suoi detrattori re pippetto e sciaboletta e re soldato dai suoi seguaci più fedeli dimostrò tutta la sua codardìa fuggendo da Roma in direzione Pescara.
    La nemesi della storia è stupenda!

    Francesco II di Borbone resistette da eroe sugli spalti di Gaeta durante l’assedio del 1860-61.

    Gli storici di regime si accanirono contro quel re giovane, contro la sua compagna e contro i soldati borbonici caduti da eroi pur di non essere comandati da un re di lingua francese e barbaro.

    Nessuna strada è intitolata agli eroi della resistenza borbonica chiamati briganti.

    Fuggendo, Vittorio Emanuele III, e lasciando oltre un milione di soldati nelle mani delle divisioni tedesche in Italia e all’estero, è diventato il più grande traditore italiano della storia.

    A causa di quella fuga i tedeschi ed i fascisti repubblichini si macchiarono di delitti terribili e soprattutto vi fu guerra civile tra i seguaci di Mussolini e i partigiani che hanno costruito questa repubblica.
    I briganti del Sud stavano per vendicarsi, i banditi del Sud stavano vincendo contro i Savoia.

    C’erano voluti 83 anni per cacciare dall’Italia i barbari venuti dalle Alpi savoiarde.
    E le strade si riempirono di cadaveri, ed i villaggi distrutti, e i rastrellamenti continui come nel 1860, e gli eccidi non avevano soluzione di continuità, come nei dieci anni di guerra civile del 1860 e dintorni: a Cefalonia si immolarono 9.000 soldati italiani, e oltre centomila furono ammazzati dai tedeschi o fatti prigionieri e portati in Germania nei campi di concentramento.
    La rabbia degli sconfitti si abbattè con orrore sulle popolazioni inermi.

    Franco Giustolisi, in un articolo sull’Unità ci fa sapere che:”…le storie che si raccontano di Matera, di Barletta, di Conca della Campania, di Capistrello, della palude di Fucecchio, di Noccioleta, del Turchino, di Fossoli, di Bolzano, di San Polo D’Enza, di Fivizzano, di Ronchidosso, di Castiglion Fibocchi e di Cavriglia finirono tutti nell’ Armadio della Vergogna, in un antico palazzo di Roma dove aveva sede la procura generale militare.

    Lì erano elencate con scrupolo burocratico, fascicolo per fascicolo, crimine per crimine, nome per nome, quelli delle vittime e quelli degli assassini, le vicende che insanguinarono l’Italia dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 ( dal giorno della fuga di Vittorio Emanuele di Savoia al giorno della liberazione dal regime fascista voluto dal re pippetto, detto pure sciaboletta).

    Fecero qualcosa come più di 15 mila morti.
    Pochissimi pagarono con pochi anni di carcere passati anche in ambienti signorili:”…e tutto rimase lì, in quell’armadio nascosto, inchiavardato, protetto.
    C’era la guerra fredda, il nemico non era più Hitler, bensì Stalin. E allora si nascose il passato. ( L’Unità, lunedì 12 agosto 2002, pag 6).

    L’Armadio della Storia sta per essere aperto, non verranno più condannati i caporioni che trucidarono innocenti e soldati ma verrà condannata definitivamente il Risorgimento piemontese che generò quei crimini.
    A Sant’Anna di Stazzema i morti furono 560 ed i loro nomi sono oggi evidenziati da piccole lettere dorate su un monumento marmoreo.
    A Marzabotto i morti furono 930.
    Il nazista Reder scontò l’ergastolo nel carcere della mia città, assieme all’altro criminale tedesco Kapler, li scontarono nel castello angioino oggi completamente abbandonato.

    Ho visto l’appartamento del carnefice delle Fosse ardeatine in questi giorni, vi è ancora il telefono color avorio su una colonnetta, aveva la televisione, la radio e tutti i conforti del mondo e così il criminale di guerra Reder che viveva in una stanza accanto a quella del suo generale.

    Le foibe

    Ad Arbe i morti internati furono 1.430; a Melada 700 morti; a Gonars, 440 morti; a Monigo 230 morti; Renici, 160 morti e potremmo continuare all’infinito.
    Gente strappata alla loro terra, alle loro famiglie, all’umanità.
    I campi di concentramento slavi erano “…gestiti quasi completamente dal Regio Esercito ( in particolare dalla II Armata), questo tipo di internamento costituì l’anello terminale delle frequenti campagne di rastrellamento di civili realizzate nei territori del Regno di Jugoslavia, occupati o annessi all’Italia in seguito all’invasione nazifascista del 6 aprile del 1941.

    Nel quadro di una occupazione violenta e razzista, l’Italia fece ricorso non di rado a metodi ritenuti tipicamente nazisti, quali l’incendio di villaggi, la fucilazione di ostaggi civili, la deportazione in massa della popolazione in speciali campi di concentramento…i campi per “slavi” allestiti in Jugoslavia, Albania e Italia costringevano gli internati a un sistema di detenzione rigoroso e dalle infime condizioni di vita: la morte per fame e per le terribili condizioni sanitarie, fece parte dello scenario quotidiano…”
    ( Mimmo Franzinelli, l’Unità, 25 aprile 2001, Dossier, pag.VII ).

    http://partitodelsud.blogspot.com/20...ei-savoia.html

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    I Savoia discendenti dei re criminali di guerra, discendenti di Vittorio Emanuele II che ha messo a ferro e fuoco il Sud: i morti furono oltre un milione, gli emigranti, a causa di quella invasione, furono 25 milioni in 83 anni di regno.
    Gli eccidi? Tanti e senza soluzione di continuità:

    * Genova-1849, 700 repubblicani massacrati a cannonate, donne e bambini stuprati, chiese spogliate, ruberie.
    * 1860. A Bronte, Regalbuto, Linguaglossa e in tutta la costa occidentale della Sicilia vi furono fucilazioni orribili da parte di Nino Bixio, vero assassino di gente inerme.
    * 1860-61. Gaeta fu rasa al suolo per ordine di Cavour, 160 mila bombe e proiettili caddero sulla città, i morti tra i Borboni furono 850, tra i civili oltre duemila. Il generale Cialdini, macellaio di corte, fece sparare sulla fortezza anche durante l'armistizio. Disse che le bombe erano cieche e sorde. Gaeta fu espropriata del suo demanio, fu castigata per sempre, la sua gente laboriosa fu condannata a morte dallo Stato sabaudo, chi scampò alle fucilazioni fu costretto ad emigrare.
    * Torino-1853- Cavour diede ordine di sparare sulla folla che protestava nei pressi della sua villa a Moncalieri. Il popolo fu abbattuto dai micidiali colpi dell'esercito. La gente protestava per la mancanza di grano e per la fame. I morti non si contarono, forse furono 80, i feriti centinaia. Cavour era il proprietario di quasi tutti i mulini del Piemonte, voleva speculare sul prezzo della farina. Alla sua morte lasciò un'eredità di 14 milioni del tempo (metà del Pil del Piemonte, c'è chi dice che ne lasciò 40).
    * Agosto 1861- a Teramo furono fucilati 526 contadini in una settimana, furono scannati donne e bambini.
    * Furono datti alle fiamme Vena Martello, San Vito, Pagese, San Martino. I morti furono centinaia.
    * Luglio 1861- Ad Auletta gli abitanti fucilati dai mercenari magiari furono 45.
    * Montecillone, 60 fucilati.
    * Gioia del Colle, 159 fucilati.
    * Vieste, centinaia di morti,
    * Sant'Eramo in Colle, altrettanti.
    * Pietrelcina, 40 fucilati.
    * Paduli, 5 fucilati.
    * Nola, 232 fucilati.
    * Scurcola, la strade della cittadina erano coperte di cadaveri, tutti fucilati o uccisi. Il colonnello Quintini, da solo ne fucilò 50.
    * Casamari. Fucilati altri 50 contadini.
    * Montefalcione, 150 fucilati.
    * Pontelandolfo, 1000 morti fucilati e arrostiti nell'incendio.
    * Il Sud fu messo in stato d'assedio per dieci anni, i morti superarono il milione.
    * In Calabria il colonnello Milon e il generale Sacchi fucilarono i nostri paesani fino al 1870.
    * A Torino nel 1864 le truppe del generale Della Rocca spararono sulla folla inerme, i morti furono 50.
    * Nel 1866 i siciliani si rivoltarono contro i piemontesi, i morti furono migliaia, Palermo fu bombardata da terra e dal mare.
    * 1892. I fasci siciliani, libere associazioni di contadini socialisti e cattolici furono sgominate dall'esercito del garibaldino Francesco Crispi. I contadini reclamavano le terre, ricevevano pallottole. I morti furono centinaia.
    * 1869, a Bologna, Reggio Emilia, Parma vi furono 21 morti a causa della Tassa sul macinato voluta da Quintino Sella, in tutta Italia i morti furono 250, i feriti 4000.
    * A Milano, nel 1898 il generale Bava Beccaris fece sparare sulla folla affamata da anni di malgoverno, i morti furono 300. Fu insignito di medaglia d'oro dal re Buono.

    Guerre coloniali

    * In Libia i fucilati ed impiccati furono oltre duecentomila, e dove non poterono i fucili e le corde fasciste arrivarono gli aerei a buttare gas nervini.
    * La stessa cosa successe in Etiopia dove il generale Graziani a Debre Libanos fu il mandante di una strage efferata, i morti furono oltre 30 mila, compreso i monaci del più grande ed autorevole convento copto.
    * 1918, i morti della prima guerra mondiale assommano a 600.000, centinaia di calabresi fucilati perché ritenuti disertori, in realtà non capivano gli ordini degli ufficiali piemontesi che parlavano francese.

    Quella repubblicana? È un'altra storia, storia che ci viene dal terrorismo risorgimentale. Le brigate rosse e quelle nere sono figlie di quell'epopea di morte.
    Il Sud nel 1861 era ricco e prospero, le sue industrie davano lavoro a 1.800.000 persone, i contadini erano 3.500.000, la disoccupazione non esisteva. A San Leucio, a Tresagne, a Ponza, a Ventotene, e in molti altri luoghi nacquero le prime comunità socialiste del mondo. l'emigrazione era parola sconosciuta.
    Poi vennero i liberatori savoiardi, ci affamarono, ci impiccarono, misero il Sud a ferro e fuoco e mentre Franceschiello e sua moglie resistettero da eroi a Gaeta durante l'assedio, Vittorio Emanuele III, detto il re soldato, l'8 settembre fuggì come un codardo verso il sud conquistato solo 83 anni prima da suo nonno. Corsi e ricorsi della storia.
    Ora i discendenti di quei fetenti sono tornati in Italia, ma solo per spartirsi il bottino custodito nei forzieri della banca d'Italia (250 mila miliardi, il tesoro appartiene quasi per intero al Vaticano trattandosi degli ex voto rubati nelle chiese e nei conventi dalla truppaglia sabauda nel centro-sud). http://www.unavocecheurlaneldeserto....+Savoia-Saboia

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Savoia, indizi gravissimi sott' accusa anche per corruzione

    Repubblica — 18 giugno 2006 pagina 2 sezione: CRONACA
    dario del porto cristina zagaria POTENZA - Alle 4,45 si aprono i cancelli del carcere di Potenza. Una Punto grigia della polizia sfila tra i flash dei fotografi. E nascosto dietro i fogli di giornale che tappezzavano i finestrini dell' utilitaria lui, il discendente di Casa Savoia. Primo giorno in carcere per Vittorio Emanuele. Visite mediche e presentazioni con il compagno di cella. «Io sono innocente. Queste accuse non stanno né in cielo né in terra». Il principe, 69 anni, raccoglie le forze dopo lo choc e si difende. Non sa che il pm Henry John Woodcock ha appena iscritto nel registro degli indagati il figlio Emanuele Filiberto. Tra polemiche, interrogazioni parlamentari e stupore, aumenta il pressing della procura di Potenza sulla famiglia reale. Gli arrestati sono 13. Il giovane Savoia è indagato per un reato informatico: avrebbe fatto sabotare un sito internet che parlava male dei Savoia. Altri indagati sono a piede libero: tra questi anche Simeone Saxe-Coburg-Gotha, cugino di Vittorio Emanuele di Savoia: l' accusa nei confronti dei due, e dell' imprenditore Pierpaolo Cerani, è quella di istigazione alla corruzione di membri di Stati esteri. L' uomo politico e di governo bulgaro si sarebbe fatto dare e promettere denaro e altro da Cerani e Vittorio Emanuele per garantire l' affidamento di commesse nei settori ospedaliero e della telefonia da realizzare in Bulgaria. Cerani promise anche a Saxe-Coburg-Gotha la sua intermediazione per la cessione di un palazzo (del valore di 100 milioni di euro) di proprietà del cugino di Vittorio Emanuele di Savoia, pur di avere in cambio le commesse nel campo della telefonia bulgara. «Quelli che sono emersi a carico di Vittorio Emanuele di Savoia sono indizi gravissimi in ordine a fatti estremamente allarmanti», si legge nell' ordinanza del gip. E si allunga la lista degli indagati. Nell' elenco degli indagati a piede libero spiccano i nomi di Giuseppe Sangiovanni, vicedirettore risorse tv della Rai e Cosimo Francesco Proietti, uomo di punta di An, indagato per corruzione. Nell' ordinanza Woodcock-Iannuzzi c' è anche un' appendice del «Laziogate». Fabio Sabbatani Schiuma, consigliere comunale di Roma, candidato alla Regione Lazio nella lista Storace, racconta a Salvatore Sottile - portavoce del leader di An - la sua «impresa piratesca» che sarebbe costata l' esclusione dalla competizione elettorale della lista di Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Nell' inchiesta di Potenza Sottile è finito agli arresti domiciliari per corruzione con riferimento all' episodio dei nullaosta rilasciati dai Monopoli di Stato, e per la vicenda della "concussione sessuale" ai danni della soubrette Elisabetta Gregoraci per la partecipazione a una trasmissione televisiva. Il gip specifica che Gianfranco Fini è completamente estraneo: «Nessun indizio, nessuna indicazione anche minima» fa ipotizzare il suo coinvolgimento. Il gip Alberto Iannuzzi fa riferimento anche «a vincoli di fedeltà pseudo-monarchica e legami massonici» tra appartenenti alle forze dell' ordine e Vittorio Emanuele. Questo rende concreto «in termini straordinaria attualità il pericolo di fuga» del principe. Il protagonista dell' inchiesta rimane Vittorio Emanuele di Savoia, accusato di associazione a delinquere finalizzata ad ottenere illecitamente le licenze per l' installazione dei videogiochi e ad un traffico di prostitute di alto bordo per i clienti del casinò di Campione d' Italia. L' interrogatorio di garanzia è stato fissato per martedì. Mentre in queste ore gli inquirenti starebbero eseguendo il sequestro preventivo di alcuni dei beni di alcuni indagati. L' ordinanza sarà notificata tra oggi e domani. Secondo l' accusa, l' organizzazione sfruttava «il potente ufficio del Savoia» per ottenere favori di pubblici amministratori, finanzieri e dirigenti dei Monopoli di Stato. Il principe era il biglietto da visita per aprire tutte le porte. Un «modulo operativo» utilizzato per gli affari illeciti del Casinò di Campione di Italia e ripetuto, «per la pianificazione degli affari illeciti in Russia e Libia». Affari sempre nel mondo del gioco d' azzardo, «rispetto ai quali la preziosa intermediazione del Savoia riguarderà capi di Stato, rappresentanti del governo e politici dei paesi stranieri». Secondo il gip Iannuzzi l' organizzazione, composta da criminali, imprenditori-faccendieri siciliani e lucani, il principe e il sindaco di Campione d' Italia, Roberto Salmoiraghi, si basa su «solidi legami» con «metodiche operative improntate sistematicamente al condizionamento e alla corruzione di soggetti investiti di pubbliche funzioni». - DAI NOSTRI INVIATI
    http://ricerca.repubblica.it/repubbl...anche-per.html

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Savoia senza vergogna

    10/09/2006
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    Dagospia del 10.09.2006
    Intercettato in cella: "Sulla morte di Hamer avevo torto. Ho fregato i giudici francesi." (...) "Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, e ha preso la sua gamba". (...) "Quei coglioni (dei pm) che ci ascoltano, mentre la moglie gli fa le corna".

    Tanti anni fa, avevo diciannove anni, consigliere comunale a Dalmine, presentai una mozione per chiedere che il Comune intestasse una via a Dirk Hamer. La mozione fu bocciata e io un po' sbeffeggiato dai giornali locali... pensavo a Dirk Hamer quando avrei dovuto occuparmi solo dei marciapiedi. Almeno avremmo chiesto scusa ai genitori del ragazzo che fu vittima incolpevole.

    Marcello Saponaro

    Fulvio Bufi per il Corriere della Sera

    Chiuso nella sua cella nel carcere di Potenza, la sera del 21 giugno Vittorio Emanuele di Savoia è in vena di raccontar di sé al coimputato Rocco Migliardi. Parte dai suoi precedenti giudiziari, che sono certamente un argomento adatto alla situazione. Anche perché lui, il Savoia, ha di che vantarsi. Racconta quella storia di quasi trent'anni fa, quando lo accusarono di aver ammazzato un uomo, anzi un ragazzo, all'isola di Cavallo in Corsica, durante una lite tra yachtmen, in cui tra l'altro la vittima non c'entrava niente. Fu assolto, Vittorio Emanuele.

    E ora, davanti al compagno di cella, ci ride sopra a quella assoluzione: «Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati». Parla dei giudici francesi: «Eccezionale... Venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche. Il procuratore aveva chiesto cinque anni e sei mesi. Ma ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro».

    Nella cella c'era una microspia, l'aveva fatta mettere il pm Henry John Woodcock per continuare a indagare sul giro di corruzione e tangenti che aveva portato Savoia in carcere. Tutto quello che Vittorio Emanuele diceva finiva su un nastro magnetico. Il suo racconto di quel 18 agosto 1978, quando per un tender scomparso andò a litigare con il medico romano Niki Pende, suo vicino di panfilo nel porto di Cavallo, portandosi appresso la carabina.

    Sparò in aria, poi un secondo colpo raggiunse il diciannovenne Dirk Hamer, addormentato sul ponte di un'altra barca, che per quella ferita morì mesi dopo in ospedale. Savoia ricorda ancora tutto molto bene, dinamica della lite e calibro del fucile: «Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga. Pallottola trenta zero tre».

    Adesso questo racconto Vittorio Emanuele se lo ritrova pari pari nell'ordinanza con la quale il gip Rocco Pavese motiva la decisione di non revocare il divieto di espatrio imposto all'imputato dal tribunale di Potenza dopo la scarcerazione. E se lo ritrova come uno dei motivi che hanno orientato il giudice. Pavese conferma quello che già scrisse il Riesame, e cioè che il pericolo di fuga era favorito dalla «disponibilità di abitazioni all'estero, le ingenti risorse economiche dell'indagato e la fitta rete di rapporti internazionali da lui instaurati con persone, enti e governi», ma ci aggiunge anche altro, proprio in considerazione dell'ascolto di quei nastri.

    Scrive che Vittorio Emanuele dimostra «cinismo e disprezzo per la legittima attività investigativa e giurisdizionale» e che questo suo atteggiamento è una «ulteriore dimostrazione del persistere dell'esigenza cautelare».

    Anche perché non c'è soltanto quell'intercettazione tra le carte che riempiono il fascicolo dedicato a Savoia. Ce n'è un'altra, per esempio, in cui l'imputato, dopo la scarcerazione, parla al telefono con un conoscente. È il 28 luglio, e Vittorio Emanuele parla di quelli che indagano su di lui: «Sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi», dice pur sapendo di essere tenuto sotto controllo.

    Infatti subito aggiunge: «Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando... Sono dei morti di fame, non hanno un soldo, devono rimanere tutta la giornata ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna».
    Nel frattempo lui deve rimanere in Italia. Nonostante dissenta, affidando al portavoce di famiglia una nota in cui è scritto che sarà presentato appello contro la decisione del gip, che le intercettazioni del racconto in cella riguardano vicende che «non sono attinenti con le indagini in corso», e che comunque si tratta di frasi «estrapolate dal loro contesto».

    Dagospia 10 Settembre 2006 http://marcellosaponaro.it/home/rass...ia?date=2006-9

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Nel 1863 sulle montagne tra Arienzo e Santa Maria a Vico fu preso Antonio Orsolino, nato a Casalnuovo Monterotaro di Foggia, pastore ancora in erba, di anni 12 (dodici), processato per brigantaggio dal tribunale di guerra di Caserta e condannato alla fucilazione immediata secondo gli articoli 596& 1 e 247 PARAGRAFO 1 DEL CODICE MILITARE.Il Ragazzino andò fiero davanti al plotone di esecuzione, certo di imitare i suaoi eroi, certo di aver difeso le sue pecore dalle ruberie dei soldati savoiardi, certo di essersi comportato da vero brigante,cioè da vero partigiano delle due sicilie contro i piemontesi invasori ed assassini.
    Nel Sud nel 1860 e dintorni i meridionali morti fucilati furono circa un milione, le città distrutte ed eccidiate un centinaio, tutti i raccolti bruciati, gli armenti sequestrati, il Sud messo a ferro e fuoco in una guerra civile che quegli assassini e criminali di guerra dei savoia appellarono Lotta di Repressione del Brigantaggio. Vittorio Emaneuele secondo invase l''ex Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra e perciò criminale di guerra.
    Quel Savoia era figlio di un macellaio di Firenze, certo Tanaca, che all'età di sei anni sostituì il vero Vittorio Emanuele morto in un incendio nella sua culla. Cmq da figlio di macellaio il Vittorione divenne un vero Chianghiere, le sue colpe sono tremende, e spero, la sua salma venga presto tolta dal Pantheo in quanto la puzza arriva fino a Gaeta che mise a ferro e fuoco con 160 mila bombe.
    Gli avi di questo sig Vittorio emanuele savoia si macchiarono di colpe orrende. Assaltarono il centro sud mietendo morte e dolore, fame e disperazione, e soprattutto una emigrazione biblica che paghiamo ancora: 25 milioni di perosne han dovuto abbandonare le nostre terre per colpa di quella invasione assassina. Questo signore ha ucciso una sola persona, tale Dirk Hammer,e sembra avere nel DNA la ferocia del Chianghiere di famiglia, questi ce l'hanno nel loro DNA.Se volete sapere di quante stragi si son macchiati questi assassini potete consultare un libro in circolazione da poco:"Le stragi e gli eccidi dei savoia". Antonio Orsolino, di anni 12 andò fiero verso il plotone di esecuzione per aver difeso il suo gregge, questo signore, il Sig. Emanuele Savoia, Principe di napoli? si vergognasse di essere un principe, se lo fosse si siuciderebbe per la vergogna, si è dimostrato solo un magnaccia. Dovrebbe marcire in un carcere a vita, in Francia, patria delle Revolution liberal massonica avrebbero dovuto tagliargli la testa, in Italia è ancora oggi osannato e portato sul piccolo schermo da piccoli massoni come lui, ogni riferimento piduista e puramente casuale. Kossiga alla notizia del suo arresto sbavò un comunicato contro il PM di Potenza, non conosceva per intero le intercettazioni, il Savoia praticamente gli ha detto che puzza di capra, lui che è bisnipote di macellai, parlod el savoia, se ne intende. Grazie per la vostra ospitalità.

  6. #6
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    CRONACA




    Vittorio Emanuele di Savoia è già stato coinvolto in vicende giudiziarie
    Nel 1978, dopo una lite sparò col fucile colpendo un ragazzo
    La sparatoria dell'isola di Cavallo
    Il principe assolto dall'accusa di omicidio
    Al processo venne condannato a sei mesi per porto abusivo d'arma

    <B>La sparatoria dell'isola di Cavallo<br>Il principe assolto dall'accusa di omicidio</B>

    Il padre di Dirk Hamer mostra la foto del figlio ucciso da Vittorio Emanuele di Savoia
    ROMA - Non è la prima volta che Vittorio Emanuele di Savoia deve confrontarsi con la giustizia. Negli anni '70 l'erede di casa Savoia fu coinvolto in un indagine della pretura di Venezia per traffico internazionale di armi ed è risultato iscritto alla loggia massonica della P2 con la tessera numero 1.621.

    Ma la vicenda più scabrosa risale al 18 agosto 1978, all'Isola di Cavallo, in Corsica. Vittorio Emanuele era in preda ai fumi dell'alcol e, dopo una lite con il miliardario Nicky Pende, sparò col fucile. Un proiettile uccise uno studente tedesco di appena 19 anni, Dirk Jeerd Hamer, che stava dormendo con gli amici su un'imbarcazione vicina.

    Quella notte, la barca dei ragazzi tedeschi si trovava vicina ad altre due: una era lo yacht di Vittorio Emanuele di Savoia e l'altra era il "Coke", il panfilo del medico romano Niki Pende, ex marito dell'attrice Stefania Sandrelli. Qualcuno, verso l'ora di cena, decise di usare il gommone di Vittorio Emanuele per raggiungere il porticciolo ma il principe se ne accorse e decise di andare a chiedere spiegazione ai proprietari del "Coke".

    Ci andò armato della sua carabina. Scoppiò una zuffa; il principe sparò un colpo per intimorire l'avversario ma Niki Pende si gettò sull'erede dei Savoia e a quel punto partì un colpo che colpì il giovane Dirk Hamer sull'imbarcazione vicina. Dopo il ferimento, Hamer fu trasportato in Germania e ricoverato nell'ospedale di Heilderberg, ma morì quattro mesi dopo.

    Vittorio Emanuele, processato in Francia, venne condannato nel '91 a sei mesi con condizionale per porto abusivo d'arma da fuoco ma prosciolto dall'incriminazione per omicidio volontario. Il principe si è sempre proclamato innocente: "Quell'incidente mi ha rovinato la vita e distrutto al reputazione. La gente mi giudicò senza attendere la sentenza".

    (16 giugno 2006) http://www.repubblica.it/2006/06/sez...i-cavallo.html

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Critiche [modifica]

    Le critiche che vengono mosse a queste tesi di revisione storica sul comportamento di Vittorio Emanuele III si fondano su considerazioni per lo più stretegiche e militari.

    * Lo status di città aperta di Roma era di fatto inapplicabile, in quanto Roma era al centro di un piano di aviosbarco alleato, che si sarebbe dovuto svolgere in accordo e coordinamento con i comandi militari italiani congiuntamente alla proclamazione dell'armistizio e, quindi, era un obbiettivo militare, né sarebbe stata considerata tale dai tedeschi che già da giorni avevano ammassato truppe in zona.

    * Gli ordini lasciati alle truppe italiane, prima dell'allontanamento dalla capitale furono in ogni caso ambigui, non espliciti, mancanti di un qualunque tentativo di organizzare una reazione organica e coordinata sul territorio italiano del regio esercito contro le forze tedesche, gli stessi contatti con gli alleati e gli accordi con esse furono svolti goffamente senza permettere un rapido dispiego delle forze alleate nella penisola italiana, che avrebbe permesso di contrastare più efficacemente le forze naziste e ridotto l'ampiezza dell' area nazionale controllata dai tedeschi.

    * Il carattere di fuga fu accentuato dal fatto che nessuno, nelle fretta e confusione, di lasciare la capitale avvertì la principessa Mafalda di Savoia, che in quei giorni si trovava in Bulgaria, di non tornare a Roma, rientrando in Italia, ma di dirigersi verso una città del sud. A causa di ciò la secondogenita del Re venne, come spiegato, catturata dai tedeschi e deportata a Buchenwald ove morì in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento americano.

    * Durante il viaggio da Roma a Ortona e, quindi, Brindisi, il Re, comandante in capo dell'Esercito, non organizzò alcun comando militare mobile e neppure vennero tenuti i contatti con i comandi militari dei vari fronti di guerra. Per cui, durante il giorno dell'armistizio e quelli immediatamente successivi, i più critici, i comandi militari si trovarono senza uno Stato Maggiore Generale a cui fare riferimento.

    * La posizione dei monarchi italiani era diversa rispetto a quella degli altri sovrani europei poiché capi di una nazione precedentemente alleata e solo poi avversaria (come cobelligerante) dell'Asse.

    * Il peso del governo del Regno del sud fu nullo o molto scarso in quanto aveva solo un potere amministrativo e solo in 4 province meridionali, in quanto il resto del paese era sotto occupazione anglo-americana o tedesca.

    * Lo storico Denis Mack Smith evidenzia una serie di errori commessi dal Re, che accentuarono la diffidenza inglese verso la monarchia italiana. Tra cui: il non aver condotto prigioniero Mussolini al sud, lasciandolo in un luogo non difendibile dai tedeschi, l'aver tenuto Badoglio (per 20 anni ben integrato nel regime fascista) come capo del governo, evitando di sostituirlo con Caviglia (anch'esso maresciallo d'Italia) troppo anglofilo ai suoi occhi, allo scopo di avere una posizione equidistante fra le parti in lotta. A Brindisi il re si fregiava ancora del titolo di imperatore di Etiopia e di re d'Albania ed alla richiesta alleata di abbandonare questi titoli rispose che questa decisione necessitava di un atto del Parlamento. Venne pesantemente valutata la sua ritrosia nel proclamare la dichiarazione di guerra alla Germania, nonostante gli attacchi che le forze armate tedesche infliggevano alle truppe italiane sparse nello scacchiere mediterraneo, la dichiarazione venne fatta solamente dopo un mese dall'arrivo a Brindisi, dopo pressanti richieste alleate, alle quali si era opposto sostenendo che abbisognava anche in questo caso di un voto del Parlamento, (parlamento che, allo stato delle cose, era inesistente), voto che non era stato richiesto per l'intervento in guerra a fianco di Hitler. Un altro fatto che gli alleati, soprattutto gli inglesi, non capirono fu il motivo per cui non ripercorse le orme del suo antenato Carlo Alberto, che abdicò per il bene delle nazione e della sua dinastia.

    * Denis Mack Smith riporta anche il giudizio che diede Benedetto Croce, liberale e monarchico convinto (nel referendum del 1946 votò per la monarchia):

    « ... Il re, dopo Mussolini, rimane il vero ed il maggiore rappresentante del fascismo. Pretendere che l'Italia conservi il presente re è come pretendere che un redivivo resti abbracciato con un cadavere. Lui doveva andare via come atto di sensibi*lità morale. Il re si è congiunto corpo ed anima al fasci*smo ed ha assunto una responsabilità maggiore di Mussolini. Mussolini era un povero diavolo ignorante, corto di intelligenza, ubriacato da facili successi demagogici, laddove il re era stato accura*tamente educato ed aveva governato un'Italia libera e civi*le. Il re sta tentando di ricostituire in Italia, nel Regno del Sud, un regime fascistico per proteggere la dinastia »


    * A Brindisi il governo di Badoglio non tentò di riprendere il controllo delle armate italiane rimaste intrappolate in Grecia ed Albania, né alla flotta furono dati ordini precisi. Addirittura, in un primo tempo, per convincere l'ammiraglio Bergamini a prendere il mare verso Bona, de Courten lasciò credere che la flotta, di stanza alla Spezia, dovesse semplicemente dirigersi alla base della Maddalena al solo fine di sottrarsi a possibili offese tedesche:[46] solo dopo che essa fu in mare venne comunicata la vera destinazione, il porto tunisino controllato dagli Alleati). Bergamini venuto a sapere che La Maddalena era già stata occupata dai tedeschi fece rotta verso l'Asinara. Solo molte ore dopo l'affondamento della corazzata Roma, occorso poco dopo il cambio di rotta, l'ammiraglio Romeo Oliva, subentrato a Bergamini, perito sulla Roma, la mattina del 10 settembre fece rotta su Capo Bon e dispose di inalberare i pennelli neri in ottemperanza alle clausole armistiziali.[47][48] Invero un tentativo di inviare soccorsi alla divisione Acqui impegnata a Cefalonia in combattimento coi tedeschi fu impedito per espresso ordine alleato, che impose il rientro di unità navali già salpate dai porti pugliesi, distanti solo poche ore dalle Isole Ionie,[49] ma non fu un ordine impartito dallo Stato Maggiore o dal Re, bensì dall'ammiraglio Giovanni Galati, comandante la piazza di Brindisi che dispose l'invio di due torpediniere, Clio e Sirio; le due torpediniere erano in servizio per trasporti tra i porti della Puglia e come tali avevano dagli Alleati il carburante; quando gli Alleati (l'ammiraglio Peters, comandante la piazza di Taranto) ne vennero a conoscenza, imposero il rientro immediato, pena l'affondamento tramite un attacco aereo.[50][51]

    * La vera lotta contro l'occupante tedesco e la vera guida del Paese durante i due anni di guerra civile non è stata la monarchia ma il Movimento partigiano, che materialmente era impegnato a combattere le armate naziste con i partiti italiani antifascisti, precedentemente disciolti e messi fuori legge durante il periodo fascista.

    * Unità della nazione e rappresentatività del governo italiano: il 30 ottobre 1943 alla terza Conferenza alleata di Mosca fu approvata una mozione in base alla quale al popolo italiano dovrà essere possibile organizzare la nazione secondo i principi democratici includendo nel governo i rappresentanti dell'opposizione al fascismo. Di conseguenza, gli alleati non riconoscono al governo Badoglio la funzione di rappresentanza nazionale fino a quando nella composizione del governo italiano non saranno inclusi i gruppi politici antifascisti.

    * Le discussioni sul giudizio da dare all'allontanamento del Re hanno persino lasciato sospettare ad alcuni storici che la facilità con cui il corteo reale lasciò la capitale e il mancato affondamento della corvetta Baionetta, individuata ancorata al molo di Ortona e fotografata durante le operazioni di imbarco dall'aviazione tedesca[52] fosse stata addirittura concordata con Kesselring in cambio del ritardo da parte del generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore, nel diramare la "Memoria op.44", che era l'unico piano formulato a fine agosto dallo Stato Maggiore italiano di resistenza ai tedeschi e ordini maldestri di spostamenti in posizioni sfavorevoli dati alle truppe italiane[53] in difesa di Roma di fronte alle forze tedesche in minoranza numerica.[54]

    * Giaime Pintor scriveva a caldo alla fine del 1943: "Le giornate che seguirono l' 8 settembre furono le più gravi che l' Italia abbia attraversato da quando esiste come Paese unito. (....) Roma, intorno a cui Badoglio aveva concentrato cinque divisioni, si arrese a due divisioni tedesche: (....) Le responsabilità saranno discusse ancora per molto tempo. Certo il re e i capi miliotari ne portano il peso maggiore: la loro viltà e la loro inettitudine sono costate all' Italia quasi quanto i delitti dei fascisti." [55].

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    dico solo un paio di cosette:

    nel 1860 il regno delle due Sicilie implose e a Vittorio Emanuele II e Garibaldi non resto' che poco piu' di una passeggiata per prendersi quel ricco regno, non vedo dove sta il crimine

    l'8 settembre 1943 fu senza dubbio un gravissimo, tragico errore che costo' la corona ai Savoia ma re Vittorio Emanuele III era vecchio ed è provato che dopo il colpo di stato del 25 luglio egli era sotto il ricatto della cricca di militari capeggata da Badolglio, Ambrosio e dal ministo della real casa Acquarone

    per quanto riguarda la sparatoria di Cavallo, Vittorio Emanuele ha molte colpe e io lo detesto, ma pare appurato che fosse stato pesantemente provocato e minacciato ed era terrorizzato che gli rapissero il figlio, certo non si spara alla cieca e fu un tragico incidente nonchè un errore di tenere un fucile carico a portata di mano, ma per quanto mi riguarda fu meno grave di quanto fece quasi 30 anni dopo...

    Ti ricordo che tra i Savoia ci furono pure principi come
    Clotilde che dovette accettare di sposare quell'energumeno del principe Napoleone in cambio dell'aiuto francese nella seconda guerra d'indipendenza, una santa che dovette sposare un bestemmiatore di vent'anni piu' vecchio
    Umberto I che mori' tragicamante assassinato,
    Emanuele Filiberto che comando' la Terza Armata che fu l'unica a non disperdersi a Caporetto contro gli austriaci
    Amedeo che mori di tubercolosi prigioniero in Kenia dopo un'inutile ma valorosissima resistenza contro gli inglesi, suo fratello Aimone che mori' solo come un cane in Argentina a poco piu' di 45 anni nel tentaivo di rifarsi una vita dopo la caduta della monarchia
    e infine lo sfortunato Umberto II che pago' con 37 anni di amarissimo esilio delle colpe non sue

  9. #9
    MaxRed
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Citazione Originariamente Scritto da Soldato del Re Visualizza Messaggio
    Il pistolero di Cavallo non lo piglio in considerazione, sul sud Italia sono d'accordo anche se quel regno oramai era marcio. Peccato che il Piemonte fosse in mano a ebrei e massoni.

    Circa i "crimini" in Africa: si definisce crimine la violenza verso esseri umani. In Abissinia ci stanno i negretti, quindi non non e' stato commesso alcun critico.

    Il diritto dei Re proviene da Dio, e non hanno il dovere di rendere conto ai governati e questi non hanno il dovere di chiedere nulla. Finiamola co ste illusioni tardosettecentesche.
    Soldato del Re: mi sa che non sei il vecchio utente che conosco io, che prima si chiamava Gilbert I....

  10. #10
    Signore di Trieste
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    Predefinito Riferimento: Dossier SAVOIA: una dinastia di criminali

    Citazione Originariamente Scritto da Candido Visualizza Messaggio
    dico solo un paio di cosette:

    nel 1860 il regno delle due Sicilie implose e a Vittorio Emanuele II e Garibaldi non resto' che poco piu' di una passeggiata per prendersi quel ricco regno, non vedo dove sta il crimine
    scusa, ma la vittoria dei mille fu schiacciante perche hanno corrotto le gerarchie militari del regno delle due sicilie, cosi ho letto

 

 
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