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    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Se questi son comunisti

    Le “cinque teorie” di Hu Jintao
    Nel dicembre del 1978 il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, con Deng Xiaoping ormai ben saldo alla sua direzione, svolgeva la sua storica Terza sessione plenaria. Storica perché, seppellendo per sempre la turbolenta stagione della “Rivoluzione culturale”, fu essa a segnare la svolta delle profonde riforme sociali ed economiche, verso il “socialismo di mercato” o, come il Pcc più precisamente definisce, “socialismo dalle caratteristiche cinesi”. Ventinove anni dopo, in occasione del 17. Congresso del Partito comunista cinese (15 ottobre 2007), Hu Jintao celebrava quella svolta rendendo omaggio alla “teoria di Deng Xiaoping”, rubricandola come teoria ufficiale del partito e qualificandola come quella che superava il “Mao Zedong pensiero”.
    Da quel momento non era più la lotta di classe il principio guida del partito, bensì "il progresso e lo sviluppo economico", ovvero la trasformazione della Cina in una grande e moderna potenza mondiale. Sembra ieri ma sono passati ben 31 anni, un’intera generazione. In questo lasso di tempo la Cina ha conosciuto un'avanzata sconvolgente in ogni campo, nulla di simile, invece, sul piano del pensiero politico. Il Pcc non ha aggiunto in effetti nulla al “Deng Xiaoping pensiero”, che il Pcc considera come l’ultima frontiera in fatto di “teoria comunista”. Per questo merita la massima attenzione “la teoria dei profondi cambiamenti” o delle “cinque teorie” partorita dal Presidente Hu Jintao e resa nota settimane or sono.

    Si tratta di un documento diffuso nel novembre scorso di cui conosciamo uno scarno ma eloquente sunto in lingua inglese. Un documento di una raccapricciante povertà teorica, ma che tratteggia in cinque essenziali punti la visione del mondo dei dirigenti cinesi e dunque la loro strategia di lungo periodo. Che i sodali di Hu Jintao lo imbellettino come una grande “teoria innovativa” non deve stupire. E’ invece letteralmente impressionante che ci siano in giro per il mondo “comunisti” i quali, rimasti orfani di “babbo URSS”, si siano gettati tra le braccia di “mamma Cina ancora rossa” e, in questa posizione pubescente, facciano gli Osanna! ai dirigenti cinesi qualificandoli teorici rivoluzionari provetti. Un caso pittoresco è quello del sito la cina rossa che, presentando ai suoi lettori la “teoria dei profondi cambiamenti” di Hu Jintao, così esordisce:
    «Mentre i marxisti e la sinistra antagonista occidentale dormono sonni profondi in campo teorico, almeno nella loro maggioranza, il partito comunista cinese (Pcc) continua il suo lungo lavoro di ricerca innovativa sul fronte ideologico-culturale. Il compagno Hu Jintao, segretario generale del Pcc, ha esposto un nuovo lavoro collettivo di approfondimento del partito in campo teorico, e cioè la teoria dei “profondi cambiamenti” in materia di politica internazionale contemporanea». La qual cosa ci fa venire in mente la caustica battuta con cui Mao apostrofò i destri filosovietici del partito (tra i quali al tempo si annoverava anche Deng): “Per certi compagni le scoregge dei russi profumano”.
    Ma lasciamo al loro destino questi visionari che considerano l’avanzata del capitalismo cinese come surrogato di quella rivoluzionaria e antimperialista e occupiamoci di cose serie. Veniamo alla “teoria dei profondi cambiamenti” o “cinque teorie”. Ecco quali sono: “La teoria dei profondi cambiamenti, la teoria del mondo armonico, la teoria dello sviluppo comune, la teoria della responsabilità congiunta e la teoria della partecipazione attiva”.
    Hu Jintao, riallacciandosi addirittura nel titolo del suo contributo alla più classica visione cinese del mondo per cui quest'ultimo conoscerebbe un'unica certezza, l'incessante cambiamento, ribadisce questo principio, sottolineando che oggi giorno saremmo dentro un “cambiamento senza precedenti”.
    Egli si riferisce anzitutto al sistema di relazioni internazionali e al rango delle potenze in via di ri-sistemazione. In particolare da un ordine mondiale monopolare caratterizzato dalla totale egemonia del blocco occidentale capeggiato dagli USA, si sta passando ad un ordine mondiale multipolare. Hu Jintao su questo punto è più preciso, sottolinea infatti che questo passaggio s’impernia su due nuove grandi potenze emergenti: Cina ovviamente, e India. E' rimarchevole che nessun altro paese venga nominato. Un cambiamento, quello in questione, “… estremamente profondo e complesso, denso di sfide ma pieno di opportunità”. Hu Jintao prende subito nota delle resistenze a questa trasformazione, che i “paesi più sviluppati cercano con ogni mezzo possibile di difendere il loro rango e dunque di mantenere e di espandere il vecchio ordine mondiale a loro favorevole”.
    Viene immediata la domanda: come la Cina pensa di far fronte alla potenziale minaccia del blocco imperialistico dominante? Hu Jintao evita affermazioni univoche e roboanti, o offensiviste, in ciò attenendosi alla nota Strategia dei 24 caratteri del suo maestro politico Deng Xiaoping: «Osservare con calma, consolidare la nostra posizione, affrontare le situazioni con tranquillità, celare le nostre capacità e aspettare il nostro momento, mantenere un basso profilo e non rivendicare mai la leadership».
    Una massima, questa di Deng, che altro non è se non una declinazione della antichissima saggezza taoista per cui "il molle e il debole sono destinati a vincere il duro e il forte", ove il debole si attenga sempre al basso profilo, mai ostenti le sue reali intenzioni, mai forzi gli avvenimenti. Chi volesse infatti comprendere l'approccio strategico cinese in questa storica fase di passaggio, e dunque come i dirigenti di Pechino immaginano le relazioni con gli Stati Uniti, non può fare a meno di riferirsi a Laozi, patriarca semileggendario del Taoismo, che consigliava di attenersi, se si vuole ottenere la vittoria, al flusso dell'acqua, che si adatta ad ogni piega del terreno per garantirsi il suo corso, che malgrado sia l'elemento più arrendevole in natura è in grado di spezzare l'ostacolo più resistente.

    Ai dirigenti cinesi non sfugge affatto che il passaggio da un ordine mondiale ad un altro rischi di essere segnato da inedite tensioni strategiche e profondi sconquassi geopolitici. Ma essi né hanno fretta alcuna, né vogliono suscitare l’impressione che Pechino sia nervosa, impaziente, o si stia preparando allo scontro frontale. Al contrario, essi puntano sui tempi lunghi, su mutamenti per dosi omeopatiche, tranquillizzano gli altri attori sulla scena mondiale, nella speranza che il terremoto in atto sia soffice, che il ridimensionamento degli USA e del blocco imperialistico prodotto dell’avanzata cinese, non precipiti in un conflitto che li coglierebbe impreparati. Perorano, almeno a parole, una specie di kantiana “pace perpetua”, in ciò plagiando ogni impero che si rispetti.
    Salta agli occhi l'analogia con la dottrina strategica raccolta nei 36 stratagemmi, in particolare il IV. : "Attendere riposati l'avversario affaticato", che fa coppia con quanto scritto nel Libro dei mutamenti: "Senza combattere direttamente l'avversario affliggerlo con situazioni logoranti".
    Hu Jintao aggiunge: “Politicamente il multipolarismo è irreversibile come pure la democrazia nelle relazioni internazionali. L’egemonia e la politica di potenza conoscono nuovi sviluppi e seguiranno nuove vie. Sta finendo l’epoca che vedeva l’equilibrio di potenze segnato da un forte Ovest e un debole Est, da un forte Nord e un debole Sud”.
    Un'affermazione quanto mai indicativa del modo di vedere della leadership cinese, di una grande potenza in fieri che teme come la peste non solo un conflitto con gli americani, ma come perniciosa e deprecabile ogni perturbazione dei precari equilibri internazionali e dell'andazzo della globalizzazione.
    Il discorso di Hu cade infatti sulla difesa della “sicurezza nelle relazioni internazionali”. Sentiamo: “Per quanto attiene alla sicurezza, malgrado pace e sviluppo si vadano consolidando, nonostante il rafforzamento della cooperazione e della sicurezza internazionale, conflitti locali e guerre non cesseranno mai. Minacce alla sicurezza, tradizionali e non-tradizionali sono interlacciate, Certe questioni calde non saranno risolte per lungo tempo”. Hu Jintao sottolinea tuttavia la necessità che questi conflitti siano risolti. Come? In “modo migliore”, cioè congiuntamente con le altre potenze multipolari.
    Il che sta ad indicare che i dirigenti cinesi, per quanto a parole si presentino come leader e paladini del terzo mondo, non hanno alcuna intenzione di "sporcarsi le mani" con le resistenze popolari antimperialiste (Iraq, Afghanistan, Palestina, Libano, ecc) e nemmeno di sacrificare la propria “lunga marcia” verso la supremazia mondiale per salvare la pelle a questo o a quel regime in guerra o in conflitto aperto con gli USA o con altre potenze sub-imperialiste (Nord Corea, Nepal, Iran, Siria, Sudan, Cuba, Venezuela, ecc.).
    Quali siano i terreni su cui Hu Jintao immagina che la competizione debba essere invece portata fino alle estreme conseguenze lo spiega in maniera chiarissima: quello economico. E’ su questo campo che la Cina ambisce a battere le vecchie potenze, è qui che la Cina getta il suo guanto di sfida. La qual teoria non è per niente nuova, anzi, ma una riedizione in salsa Han della famigerata teoria di Krusciov della “coesistenza pacifica”. Ma con una differenza essenziale. Mentre la competizione tra URSS e USA era tra due modelli sociali qualitativamente diversi e refrattari, caratterizzati da un’economia pianificata di comando a collettivismo burocratico il primo, da un capitalismo mercatista e imperialistico il secondo; quella di cui Hu Jintao sta parlando, dopo che la Cina si è lasciata alle spalle da un pezzo quel modello fallito, è una gara con gli USA condotta con le sue stesse armi, coi suoi stessi principi di efficientismo tecnocratico e capitalistico.
    Giulio Tremonti coglie a suo modo ma giustamente la radicale differenza tra l'espansionismo sovietivo e quello cinese: «La Cina non fa e non farà l'errore dell'URSS, che ha confuso la strategia con la tattica e il tempo strategico con il tempo tattico. L'URSS è stata forte nel mondo più o meno per mezzo secolo, ma è stata forte non solo e non tanto perché il suo hardware, la sua economia industriale, era allora più o meno militarmente competitivo, quanto perché l'ideologia comunista, il suo software di potere, esercitava in parallelo una forza attrattiva globale a favore dell'URSS. Per mezzo secolo questo mix ha funzionato. Poi ne è venuta la fine». [La paura e la speranza, Giulio Tremonti, Mondadori 2008]

    Abbiamo avuto modo di sottolineare quale sia la natura di classe del sistema economico cinese, da esso dipende il carattere dell’avanzata economica cinese nel mondo: pur essendo diverso il modus operandi, quello essendi è pressoché il medesimo di quello occidentale. Certo i cinesi non pretendono, come facevano i sovietici e tutt’ora fanno gli americani, di satellitare rigidamente ogni paese nella propria sfera geopolitica di influenza obbligando i governi ad abbracciare l'ideologia politica cinese. La loro indifferenza e prudenza sul piano politico è pari soltanto alla loro aggressiva spregiudicatezza su quello squisitamente economico e finanziario. Se la Cina è legata a doppio filo agli USA, sorreggendoli col salvagente dei suoi ingenti investimenti su Wall Street, verso i paesi del terzo mondo nei quali esporta i suoi capitali (sottolineiamo quest'aspetto dell'esportazione di capitali e non solo di merci a basso costo), non si fa scrupoli di rispettare le consolidate regole del gioco, legali o illegali che siano (i cinesi se ne fregano del rispetto dei diritti umani, di pagare laute mazzette ai governanti, di fare affari coi più squallidi gangster politici), che implicano che ogni investimento deve fruttare profitti per le compagnie della madre patria, spesso a spese dei paesi depredati.
    Più precisamente le “Cinque teorie” indicano i settori scientifico, tecnologico, cognitivo e informazionale i campi in cui la Cina può e deve sorpassare l’Occidente, campi che Hu considera decisivi, quelli su cui Pechino ritiene si giochi la partita strategica con le vecchie potenze. La ragione di questa centralità, e Hu lo sottolinea candidamente, dipende dal fatto che scienza e tecnologia sono la chiave di volta del “progresso”, ovvero per accrescere la produttività e l’efficienza, che poi grazie a tali progressi migliorerebbe anche il livello di vita dei popoli, ben venga.
    Il culto vero e proprio delle innovazioni tecno-scientifiche emerge quando Hu Jintao, per ben due volte ripete, mostrando quanto sia distante dal maoismo, che queste innovazioni porterebbero con sé "un vero e proprio cambiamento del modo di produzione".
    Si capisce come alla Cina la globalizzazione calzi a pennello, malgrado alcune storture che non dipenderebbero dalla sua natura capitalistica e imperialistica, ma dalle politiche “egemoniste” dell’Occidente.
    E’ solo a questo punto che Hu Jintao si concede un passaggio, diciamo così, arcigno, quando condanna la pretesa dell’Occidente (che mai tuttavia chiama imperialista, come del resto mai nemmeno si riferisce al capitalismo in quanto sistema) di “esportare la sua ideologia, il suo modello di sviluppo sociale, istigando ogni tipo di “rivoluzione colorata”.
    Un passaggio che allude senza dubbio ai tentativi americani e occidentali di rovesciare i governi a loro ostili in giro per il mondo, ma che forse è di portata più modesta, e potrebbe suonare come un avvertimento agli americani che la Cina non può tollerare azioni eversive della sua sovranità, né al suo proprio interno (Formosa, Tibet e Turkestan orientale) né in quella che Pechino considera la sua vitale zona d’influenza regionale.
    Per concludere. Che la Cina sia governata da un Partito che si chiama ancora "comunista", che questo abbia 74 milioni di iscritti e sia quindi il più grande di ogni tempo, non contraddice affatto che esso sia un paese capitalista, dove vigono le più brutali ed essenziali leggi capitalistiche, tra cui quella essenziale che il profitto è il motore dell’economia e che questo sia ottenuto mediante uno sfruttamento intensivo dei lavoratori salariati. Per essere ancora più precisi: Pechino, sbarazzatasi di ogni disegno socialista come velleitario e utopistico, ha fatto suo il principio mercatista e americanista per eccellenza: che il profitto sia il principale parametro per giudicare l'efficienza e l'efficacia di un modello sociale. Anche qui, ci sia concesso, emerge un tratto saliente del Taoismo, che pare andare a nozze con un certo cinico pragmatismo a stelle e strisce, quello per cui occorre rifuggire da ogni telos, evitare di impiccarsi a qualche finalità etico-morale, per adattarsi piuttosto all'ordine delle cose.
    Che la struttura sociale cinese, malgrado l'ideologia rivendichi la sua nominale continuità col maoismo, sia di tipo capitalistico, su questo, chi scrive, non ha dubbi. L’interrogativo, semmai, è un altro. E’ la Cina, già entrata nel novero delle grandi potenze economiche, destinata a trasformarsi in un paese imperialistico? O darà vita ad un differente modello espansionistico? E’ presto per dare una risposta. Che lo diventi o meno dipende da numerosi fattori, interni ed esterni, ad esempio dalle conseguenze dell’attuale crisi sistemica, una crisi che causerà grandi trasformazioni e che non lascerà indenne nemmeno l’Impero di mezzo.

    Se questi son comunisti

  2. #2
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    A grandi linee tutto vero.Alla Cina non interesserebbe affatto sovvenzionare movimenti anti-imperialisti o nazionalisti se non ne traesse alcun vantaggio materiale...Piuttosto se un qualsiasi partito al potere proponesse in una situazione di fantapolitica, di riconvertire un'economia intera sfavorendo il mercato globale e giocando sui dazi (cose attualmente impossibile per via di diversi fattori), Pechino sarebbe il primo attore politico a contrastare tale iniziativa.Ne ovviamente pretenderebbe di avere vocazioni di leader di un presunto fronte anti imperialista.
    Ma come biasimarli stando ogni giorno sotto l'occhio del ciclone?Senza tutti quei fattori criticati nell'articolo in questione, la Cina sarebbe collassata e balcanizzata a poco a poco sin dall'89.Ovvio che compromessi, corruzione, rincorsa indiscriminata al Pil che ha lasciato non pochi morti sul campo ed una mentalità cinica di fondo, hanno contribuito a ritagliarsi uno spazio determinante nei nuovi scenari mondiali.
    Dunque, o la morte di una nazione, o scelte discutibili.
    Ultima modifica di ulver81; 05-01-10 alle 19:32

  3. #3
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    In questo articolo il Pasquinelli mi è un po caduto in una logica tipicamente trozkysta, o dogmatica, del comunismo e dell'antiimperialismo.
    Spiace, perchè di solito è molto lucido.

  4. #4
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Devo dire però che anche l'articolo di Cina Rossa (IL PARTITO COMUNISTA CINESE E LA TEORIA DEI ?PROFONDI CAMBIAMENTI? | La Cina Rossa) è, secondo me, viziato dal tentativo di trovare una giustificazione comunista-leninista alla teorizzazione di Hu Jintao, che personalmente ritengo puramente figlia di questo contesto internazionale e, quindi, giustificata da questo contesto internazionale e basta.

  5. #5
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Citazione Originariamente Scritto da ulver81 Visualizza Messaggio
    Dunque, o la morte di una nazione, o scelte discutibili.
    Ecco, appunto.
    Solo partendo dal presupposto che la Cina deve diventare competitiva a livello internazionale, il PCC può pensare di "costruire" qualcosa.
    Altrimenti ciao ciao PCC, Cina, Pasquinelli, ecc... iaociao:

  6. #6
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    Devo dire però che anche l'articolo di Cina Rossa (IL PARTITO COMUNISTA CINESE E LA TEORIA DEI ?PROFONDI CAMBIAMENTI? | La Cina Rossa) è, secondo me, viziato dal tentativo di trovare una giustificazione comunista-leninista alla teorizzazione di Hu Jintao, che personalmente ritengo puramente figlia di questo contesto internazionale e, quindi, giustificata da questo contesto internazionale e basta.
    Appunto.Certi canoni "ideologici" per quel che concerne la Cina, sono distanti anni luce da quelli che si intendono comunemente, in primis il significato di socialismo......

  7. #7
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    Ecco, appunto.
    Solo partendo dal presupposto che la Cina deve diventare competitiva a livello internazionale, il PCC può pensare di "costruire" qualcosa.
    Altrimenti ciao ciao PCC, Cina, Pasquinelli, ecc... iaociao:
    La Cina sono oltre 30 anni che continua a fare scelte "discutibili".
    Si potrebbe elencarle tutte, dall'arrivo di Kissinger e subito dopo dei viaggi a Shangai nel 71 di delegazioni di industriali e finanzieri europee e italiane, dal rifiuto di aiutare il Viet nel 75 all'incontro tra Deng e Brzezinsky a Singapore, fino alla "svendita" nell'arco di tre giorni dei "maoisti" thailandesi al governo militare di Bangkok in seguito agli accordi con la Thailandia nell'84, al rifiuto di collaborazione con i partiti un tempo satelliti nelle Filippine e alla vendita di armi alle truppe di Gyanendra in Nepal.
    Dunque non capisco come mai la persona che abbia scritto l'articolo se la prenda così tanto con Pechino.......

  8. #8
    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Cina "capitalista" o pragmatismo statalistico da grande potenza?
    Cina
    Scritto da Michele Santini
    Venerdì 08 Gennaio 2010 18:00
    Ben volentieri pubblichiamo il commento critico di Michele Santini all'articolo relativo alla Cina dal titolo "Se questi son comunisti: le cinque teorie di Hu Jintao". Come il lettore potrà vedere il Santini non cela le sue simpatie per la Cina, come non fa mistero di perorare, non solo in funzione antiamericana, l'ascesa di questo paese come grande potenza mondiale. Il Santini assegna infatti a quest'ascesa, in base alla sua hegeliana visione del mondo, significati che trascendono la mera geopolitica, tra cui quello di assegnare alla Cina "comunista" una salvifica missione universale. Avremo modo di rispondere alle sue critiche, non senza segnalare anticipatamente che noi non possiamo condividere questo giudizio sulla Cina, dato che per noi si tratta anzitutto di considerare la struttura sociale materiale di un paese, da cui dipendono il segno e la natura della sua eventuale "missione", di cui il cosiddetto "spirito del popolo o della nazione", non è che un distillato ideologico.

    Cina “capitalista” o pragmatismo statalistico da grande potenza?
    Risposta politica a Moreno Pasquinelli

    di Michele Santini

    Anche se si spiega alle persone come la vittoria può essere ottenuta applicando tattiche flessibili secondo il mutamento delle circostanze, esse non lo comprenderanno.
    Sun Tzu

    Abbiamo letto con molta attenzione l’articolo di Moreno Pasquinelli, estremamente interessante e certamente utile più per le problematiche che suscita nel lettore attento e volenteroso di apprendere e confrontarsi con i massimi problemi di politica internazionale, piuttosto che per le specifiche risposte politiche che esso ci fornisce, del tutto interne ancora ad una visione dogmaticamente economicista e per taluni versi anche determinista, visione in base a cui i funzionari del capitale della “nuova Cina”, ossia le forze strategiche soggettive sulle cui azioni si è sviluppato e si sta sempre più sviluppando il “miracolo cinese”(1), non sarebbero null’altro che la copia sbiadita dei funzionari del capitale americani.

    Ciò che intendiamo radicalmente contestare è anzitutto l’essenza capitalista della strategia politica di Deng Xiaoping implicitamente affermata dal Pasquinelli, per poi approfondire il discorso in base a quanto il Nostro ha sviluppato nelle sue analisi.
    Alla base del radicale, impressionante sviluppismo modernista – o per taluni versi addirittura ultramodernista – cinese, vi è a nostro avviso il piano strategico dello Stato nazionale cinese, più precisamente grande-nazionale HAN, il quale non solo è rimasto intatto tramite la “rivoluzione dell’economia” avviata da Deng in seguito al definitivo trionfo della linea Wang Li– Zhao Ziyang – Deng Xiaoping, collocabile nel dicembre del 1978, ma è la forza “spirituale” stessa che ha reso possibile questa impressionante ascesa dinamica planetaria.
    Una parentesi “economica” è a questo punto doverosa, al termine della quale divideremo in precisi punti le nostre riflessioni. Come è noto, Deng Xiaoping, una volta tornato sulla scena dopo la persecuzione che dovette subire nel periodo della Rivoluzione culturale, non si stancava mai di richiamarsi pubblicamente a quel piano delle Quattro Modernizzazioni (agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia) che Zhou Enlai – che considerava peraltro Deng il suo naturale continuatore – esponeva nel 1975 durante la prima sessione della IV Assemblea popolare nazionale, dopo averlo in varie circostanze private formulato almeno dal 1964.

    La prima fase della riforma economica si delineava nei primi anni Ottanta con la rapida decollettivizzazione delle campagne. Nel 1981 le terre venivano divise tra le unità familiari, anche se ufficialmente rimanevano ancora di proprietà collettiva: le famiglie potevano disporne liberamente dopo aver consegnato allo Stato le quote obbligatorie. Dal 1983 questo tipo di organizzazione agricola si andava generalizzando e diveniva sempre più rilevante la componente familiare delle imprese, collegata con attività specializzate come l’allevamento e la piscicoltura. Le comuni popolari erano soppresse alla fine del 1984 e dal 1985 le quote obbligatorie venivano sostituite da contratti di acquisto negoziati. Ciò permetteva, in rapidissimo tempo, alla produzione agricola di conoscere uno sviluppo senza precedenti: nel 1984 si aveva infatti un raccolto record di 407 milioni di tonnellate di granaglie. Egualmente, sul piano della produzione industriale, che veniva toccato da taluni correttivi quali una progressiva liberalizzazione dei prezzi associata quindi ad un’autonomia delle singole imprese, si assisteva ad una spettacolare crescita, come quella degli anni 1983-1985, che registrava un tasso record del 24%. Va del resto considerato che la crescita record riguardava in particolare i settori dell’industria leggera e dei beni di consumo, mentre certamente più lento fu il progresso dell’industria pesante. Il dinamismo dell’economia cinese in quegli anni si evidenziava dal rapido aumento delle importazioni dai paesi più avanzati, i quali d’altra parte assorbivano circa il 45% delle esportazioni cinesi.
    Allo scopo di acquisire nuove tecniche e incoraggiare gli investimenti, il governo cinese aveva creato, sin dal 1979, delle “zone economiche speciali” nelle province del Guangdong e del Fujian, in cui veniva introdotta una economia di libero mercato. Per attrarre investimenti stranieri, furono previsti interventi sulle infrastrutture e varie agevolazioni di carattere sia fiscale sia doganale. Nel 1984, inoltre, il sistema veniva esteso ad un’area molto più ampia, che comprendeva 14 città costiere e una nuova zona economica nel basso Yangzi, con centro Shanghai. Ma l’autentico “miracolo economico” cinese lo cogliamo a partire dal 1992 (2).

    Nell’ottobre 1992, al XIV congresso del partito, veniva ufficialmente adottata la formula che poi sarà costantemente usata per definire la nuova fase di sviluppo: “economia socialista di mercato”. Nel 1993 la crescita economica raggiungeva il culmine con l’incremento del PIL del 13,7 % e l’interscambio internazionale raggiungeva nel 1994 i 236 miliardi di dollari. Con le ulteriori riforme di Zhu Rongji, che continuava la via sviluppista modernista denghista, veniva accelerata la politica di privatizzazione delle imprese statali a carattere non strategico e per le altre venivano adottate misure di riforma quali la trasformazione in società per azioni, ed inoltre la creazione di nuove strutture gestionali e di nuove cariche sociali. Con la stabilizzazione economica, pur in un contesto caratterizzato da un processo di sviluppo in cui venivano toccate le punte dell’8,5 % di incremento del PIL nel 1997, la Cina usciva praticamente indenne dalla gravissima crisi finanziaria che colpiva le “tigri asiatiche” nel 1997.

    Gli ultimi anni del XX secolo videro una serie di grandi successi della politica di riforma, che contribuirono senza dubbio a esaltare l’immagine della Cina sia sul piano interno che su quello estero. Con il ritorno di Hong Kong e di Macao alla madrepatria (rispettivamente nel luglio 1997 e nel dicembre 1999) sembrò compiuta la missione di riscatto nazionale che tutti i nazionalisti cinesi, riformisti o rivoluzionari, avevano fatta propria fin dagli inizi del XX secolo. Non può essere sottovaluto quindi il valore simbolico della restituzione delle ultime colonie. E’ chiaro che rimaneva ancora Taiwan, ma esso era ed è considerato un problema puramente interno, che non può essere ricondotto al passato coloniale (3).

    E’ ora di passare appunto alle riflessioni generali.

    1. Questo spettacolare “miracolo economico” cinese è stato chiaramente il frutto dell’intuizione strategica di Deng, che si è rivelata alla lunga vincente, la quale partiva dalla lucida comprensione che il nuovo schmittiano nomos dell’ordinamento mondiale era dato dalla divisione della terra in regioni industrialmente sviluppate o meno sviluppate. Deng vedeva quindi l’evoluzione del principio cujus regio ejus industria su cui si fondava in sostanza la politica della guerra fredda (divisione in economia di mercato ed in economia di comando) e scorgeva così la potenziale riorganizzazione dello spazio mondiale in modalità non duali ma multipolari, in Grandi spazi dominati dall’esigenza intima del nomos quale Weiden, ossia dal produrre, e come Teilen, ossia dal ripartire – la terza radice semantica di nomos per Schmitt è Nehmen, prendere (4).

    2. Deng ha compiuto a nostro avviso una rivoluzione strategica di taglio epocale in quanto annullando e delegittimando gli sterili utopismi ideologico-messianici linbiaoisti (ed in parte anche quelli maoisti)5 (ha mostrato – nella prassi politica e con la prassi politica – che si può vincere il capitalismo usurocratico fondato strategicamente sulla figura del finanziere apolide, sottomettendo il capitale al senso trascendentale ed organicistico di una legge nazionalstatale. Avrebbe poco senso, a nostro avviso, parlare, come fa il Pasquinelli, di una Cina capitalista o di un capitalismo cinese. Si deve invece parlare di uno Stato nazionalcapitalista, dove il soggetto strategico centrale, dotato di legittimità assoluta di decisione, è lo Stato: Stato degli Han in primo luogo (nel senso morale evidentemente, non in quello brutalmente etnico), di tutti i cinesi poi (compresi tibetani ed uiguri, con buona pace del democratico Occidente!), ed il nazionalcapitalismo lo strumento tattico, necessario ed ineludibile, di espansione globale nella marcia verso il primato mondiale. Rivoluzione strategica epocale in quanto alla teoria del nomos di taglio americanista, caratterizzata dal trionfo della titanica e fascinosa potenza tentacolare della tecnica al lato di una dimensione spirituale contrassegnata dal meccanicismo come ferrea legge dell’indistinto, dall’uniformazione verso il più basso materialismo planetario, dal dominio delle oligarchie plutocratiche che spesso tengono in ostaggio i vari Presidenti Usa che si avvicendano, la nuova Cina risponde con uno Stato che rimanda alla figura di un leader, di un Politico presente (Wen Jiabao) e soggetto storico delle supreme decisioni del suo popolo, con uno Stato che ha saputo pianificare la strategia della “guerra totale politica” al Primo Mondo (Occidente ed Urss ieri, Usa oggi) mediante la tattica di una rivoluzione economica dalle conseguenze mondiali.


    Il Pasquinelli fa bene ad insistere sul carattere taoista della tattica strategica dei leader politici e militari cinesi attuali, di cui possiamo del resto, come occidentali, limitatamente comprendere, altrimenti verrebbe meno l’espediente stesso da stratagemma occulto dominante il complessivo piano tattico strategico (Questa strategia per ottenere la vittoria non deve essere divulgata anzitempo: Sun Tzu), ma va anche notato che ci troviamo di fronte ad uno Stato-Nazione unito e compatto all’insegna della equità e della pace sociale, ossia di idee-forza che derivano chiaramente, almeno in tal caso, dal pensiero di Confucio. Un confucianesimo dinamico e modernista, ma sempre della radice confuciana si tratta. Il politologo giapponese Kenichi Ohmae non si fa scrupoli nel suo saggio La fine dello Stato-Nazione, di definire “arcaico” questo ultra-nazionalismo morale HAN, che farebbe a pugni, secondo lo stesso, con la globalizzazione degli affari. Non va però dimenticato che la linea cinese in proposito, cioè riguardo i rapporti Stato-partito-patriottismo, è quella delle “tre rappresentanze” di Jiang Zemin, secondo cui il partito non è più soltanto l’avanguardia della classe operaia, secondo la tradizionale definizione, ma il rappresentante delle tre forze produttive più avanzate, della cultura più avanzata e degli interessi generali della Nazione. Da quanto deriva dalla nuova costituzione adottata dal dicembre 1982, il partito ha una funzione dirigente limitata all’indirizzo politico ed ideologico, ma l’autentico lavoro politico amministrativo è di esclusiva competenza dello Stato. In base a questa sinergia politica partito-Stato, in seguito all’affermazione della linea denghista, si peraltro sono avuti in Cina forti trasformazioni sociali che hanno portato a funzione dirigenti esponenti di classi solitamente escluse dalla sfera del dominio politico. Che questa modernizzazione si sia innestata anche sul processo della Rivoluzione culturale è certo, ma con una direzione politica statalistica-nazionalista ben diversa da quella prospettata dagli internazionalisti linbiaoisti. Per tornare alla questione dell’attuale nazionalismo cinese, il patriottismo innalzato dall’ufficialità statale ha questo obiettivo: “Difendere la cinesità per difendere l’unità della Cina”.

    Infine, veniamo al punto principale. Deng, in termini hegeliani, si chiama politische Genie. Il genio politico strategico è colui che cogliendo l’esigenza fondamentale dello Spirito del tempo, lo fa a vantaggio dell’Intero, del tutto, trascendendo la scissione. Diceva Hegel nelle lezioni di Jena: “Coloro che si chiamano geni hanno acquistato una qualche particolare abilità con cui trasformano in opera propria le forme del popolo”. Con Deng, da Deng in poi, le forme proprie dello spirito di popolo cinese si vanno sempre più universalizzando. Abbattendo l’ideologia, col principio del realismo politico assoluto, il Politico Deng ha legato la sua persona al principio unitario universale dello Stato: in tal senso non poteva non vincere, hegelianamente, essendo lo Stato in Hegel non solo “totalità organica” ma anche “lo spirito della realtà”. “La realtà del regno dei cieli è appunto lo Stato”, ci dice ancora Hegel nella Filosofia dello Spirito jenese! Con tale epocale “rivoluzione dall’alto” il Politico, non il comunista o il capitalista, ma lo stratega della politica – il Politico – ha stabilizzato la forma necessaria all’espressione dirompente universale dello spirito del popolo cinese. Il Politico intuiva allora che ci si avvicinava ad una epoca in cui lo spirito andava facendo un balzo, andava uscendo da sé acquistando una nuova figura; che era per questo necessario sbarazzarsi di tutti i concetti precedenti: “le catene del mondo si sono dissolte e sprofondano come un’immagine di sogno. Si prepara una nuova sortita dello spirito”(6).

    Ormai ci siamo. Stiamo assistendo al trionfo postumo di Deng: il nomos della terra, lo Stato, l’Intero, il Totale, sta tornando all’ordine del giorno. Non saranno certo i tibetani o le star di Hollywood a impedirne la definitiva concretizzazione! Chiudersi dogmaticamente rispetto a tale rivoluzione epocale, a tale spostamento del baricentro terragneo, che non solo è economico ma anche ideale, significa essere hegelianamente dei reazionari. Dei reazionari astratti, sul piano ideologico, nemmeno concreti, sul piano della realtà politica. Ciò che lo spirito europeo ha dato (Fascismo, Bolscevismo, nemmeno comunismo!) ha perduto indubbiamente la sua partita storica e metastorica: inutile indagare ora sul perché e sul per come. Sembrava inarrestabile il culto della scissione, la distruzione dell’Intero, che ci aveva invaso da oltreoceano. Sembrava tutto chiuso per secoli, con masse abbrutite, stancate, drogate, umiliate, sessualizzate. Ma Deng Xiaoping, il Politico, la cui minuta figura era quasi un segno per l’adombramento delle intuizioni di cui l’anima del mondo assolutamente abbisognava, riapriva gli argini chiusi e rinserrati. Mettersi quindi oggi a parlare di comunismo, fascismo, capitalismo etc.etc, quando ormai la Cina si va approssimando al primato mondiale, quando ormai la Cina nazionalista e statalista dovrà per forza di cose assolutizzare, universalizzare la propria forma, dovrà indirizzare su una nuova via – che non è possibile ora prevedere e su cui a nulla servono gli schemi ideologici di ieri – la potenza interna dei funzionari del capitale cinesi, se vuole prestare fede alla propria missione mondiale: mettersi dunque, da europei sconfitti quali siamo, completamente estranei ai processi spirituali storici che si vanno svolgendo, a parlare di fascismo, capitalismo, comunismo, diritti umani e democrazia, significa non aver compreso che lo spirito ha fatto un balzo in avanti e che la rivoluzione dall’alto di Deng ha reso stantii e oggettivamente reazionari, sul piano della pura dottrina politica, tali concetti.

    E non è del resto sorprendente, se si tralascia la politica economica interna, che la rivoluzione denghista ha come lascito gli stessi principi della rivoluzione dell’alto di staliniana memoria: nazionalismo modernista, industrialismo, militarismo, statalismo da grande potenza, innalzamento delle condizioni sociali?
    Infine, perché non riflettere minimamente sul fatto che se oggi il Presidente Ahmadinejad è ancora in sella a Teheran, qualcosina probabilmente lo dobbiamo pure a Pechino? In sostanza, come europei che ancora vogliono dire qualcosa a livello dei grandi processi storici, per ora a nostro avviso non vi è altra via – data l’oggettiva situazione di morte civile e politica europea e degli europei – che aprire la strada alla nuova potenza che marcia verso il primato mondiale. Prendere coscienza che lo spirito è sobbalzato di nuovo fuori di sé. Deng lo comprese prima di ogni altro.


    1 M. Weber, Il miracolo cinese, Bologna 2001.
    2 M. Sabatini – P. Santangelo, Storia della Cina, Bari 2008, pp. 646-648.
    3 Ivi, pag. 648.
    4 C. Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 2009, pp. 293-312.
    5 Deng Xiaoping, Socialismo alla cinese, Roma 1985, pp. 47-53.
    6 Dokument zu Hegels Entwicklung, Stoccarda 1936, pag. 352.

    Cina "capitalista" o pragmatismo statalistico da grande potenza?

  9. #9
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Ecco, quest'ultimo articolo mi sembra più realista.
    Sicuramente interessante.

  10. #10
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Se questi son comunisti

    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    2. Deng ha compiuto a nostro avviso una rivoluzione strategica di taglio epocale in quanto annullando e delegittimando gli sterili utopismi ideologico-messianici linbiaoisti (ed in parte anche quelli maoisti)5 (ha mostrato – nella prassi politica e con la prassi politica – che si può vincere il capitalismo usurocratico fondato strategicamente sulla figura del finanziere apolide, sottomettendo il capitale al senso trascendentale ed organicistico di una legge nazionalstatale. Avrebbe poco senso, a nostro avviso, parlare, come fa il Pasquinelli, di una Cina capitalista o di un capitalismo cinese. Si deve invece parlare di uno Stato nazionalcapitalista, dove il soggetto strategico centrale, dotato di legittimità assoluta di decisione, è lo Stato: Stato degli Han in primo luogo (nel senso morale evidentemente, non in quello brutalmente etnico), di tutti i cinesi poi (compresi tibetani ed uiguri, con buona pace del democratico Occidente!), ed il nazionalcapitalismo lo strumento tattico, necessario ed ineludibile, di espansione globale nella marcia verso il primato mondiale.
    Questo passaggio è importante.Deng ha demolito il culto della personalità, aprendo la strada ai tecnocrati.E comunque è importante rilevare che nonostante le differenze sociali siano evidenti nel contesto cinese, come quelle tra l'operaio e il manager, tra città che somigliano sempre più a Singapore e campagne non dissimili a quelle cambogiane, la Cina non è più un paese alla "fame".Il cibo è in abbondanza ovunque, tanto da sfamare quasi un miliardo di individui.Questo è stato il vero miracolo che non tutti vogliono sottolineare (le minoranze godono comunque di welfare rispetto agli Han che non lo hanno).

 

 

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