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  1. #131
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Le parole e i fatti

    16 novembre 2005

    di Il Calibano

    ''Di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignita' inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale''.( Benedetto XVI )





    Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.

    Che cosa significa, nel 2005, che la vita deve terminare –naturalmente- ? Che cosa c’è di –naturale- in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata?

    Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.

  2. #132
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    I ranocchi dell’Artusi

    18 novembre 2005

    di Il Calibano

    Certi usi del mercato di Firenze non mi vanno.
    Quando vi nettano i ranocchi, se non ci badate, gettano via le uova che sono le migliori. (Pellegrino Artusi, Zuppa di ranocchi)

    Siamo un popolo di buongustai che alla banalità di un Big Mac o alla sciatteria di due uova strapazzate preferisce un suntuoso piatto dell’Artusi. Fin qui, nulla di male, ma la passione per la gastronomia, tracimando dai fornelli, dilaga nelle pagine dei quotidiani, ristagna negli editoriali, allaga i settimanali e lambisce il lettore. Il piatto più servito è quello del –Maggior filosofo vivente, in salsa di sana laicità, con contorno di legge naturale e due gocce di Agostino di Ippona che, come l’aceto balsamico, sta bene su tutto. A dare il via alla maratona culinaria è stato il direttore del Foglio con un indimenticato, e digerito solo grazie a quantità industriali di bicarbonato e Maalox, Roger Scruton, il maggior filosofo inglese, in guazzetto di “non esiste un diritto alla salute”. Manicaretto consigliato anche da Vittorio E. Parsi che, guarda caso, è editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", ed esperto di fiducia del cardinale Camillo Ruini. Beh, che c’è di strano? Sarà colpa, o merito del caso-devoto. Di cosa parlava l’articolo? Beh, non si parlava di donne e motori…Cioè, non si parlava di motori, ma di donne, sì; e, più precisamente, della diagnosi preimpianto, che potrebbe evitare alle coppie portatrici di gravi malattie genetiche il trauma dell’aborto e far nascere bimbi privi di gravi patologie. Ma Roger Scruton, il maggior filosofo vivente, emergendo dal guazzetto, come un capodoglio dalle onde, aveva sentenziato: “Se ci fosse, [un diritto alla salute] dovrebbe esserci anche un dovere, ma è impossibile. Moriremo tutti. E quando accade, chi fallisce in questo dovere? Dio?”. Il dietologo consiglia di evitare la cucina inglese e mantenersi in forma con un sandwich di Umberto Veronesi imbottito con una sua intervista rilasciata al Corsera del 15 maggio 2005 : “Basti pensare all’inumana proibizione della diagnosi preimpianto per verificare la buona salute dell’embrione. Una palese contraddizione con la legislazione italiana in vigore che prevede l’esame prenatale del liquido amniotico o dei villi coriali, così come l’ecografia già dal secondo mese, che in caso dimostri una malformazione o una situazione grave del feto autorizza la scelta dell’aborto. E credo che nessuna donna ami abortire. Eppure mentre è prevista l’eliminazione di un feto, di un essere umano, si tutela un ammasso di cellule non pensante... Almeno fino a quando non diventa pensante, perché poi l’aborto è ammesso... Sconcertante”. Ah, che goduria per il palato e quanto colesterolo in meno per le nostre arterie! Lasciamo Scruton e il Foglio a fare i conti con la bilancia e passiamo all’eutanasia. Tema caldo, anzi bollente che più si tenta di nasconderlo, più si impone all’attenzione di tutti perché è ineludibile. In Inghilterra è in discussione un progetto di legge sul “suicidio assistito per malati terminali” ed ecco che Avvenire corre ai fornelli e mette in pentola Michael Dumme che, immancabilmente, viene presentato ai commensali come – uno tra i maggiori filosofi contemporanei-. Servito con contorno di ethos condiviso, va masticato pazientemente perché è molto più coriaceo di questa sua affermazione: “Coloro che ritengono un "diritto umano" morire quando si vuole, non deducono il diritto che reclamano dal fatto di essere persone. Ma pensano che ci sarebbe un effetto positivo se questo "diritto" venisse riconosciuto. Uno spostamento di significato non vistoso, ma sottile”. Anche in questo caso il dietologo consiglia di evitare intingoli filosofici e affidarsi alla cucina mediterranea di Umberto Veronesi, un primo a base di: “…la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento", ed un secondo che non appesantisca: “…sarebbe ipocrita negarlo: negli ospedali italiani l'eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l'infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina... Ci sono molti modi". Der Mensch ist was er ißt. Siamo ciò che mangiamo, chi mangia Veronesi sa quel che mangia!

  3. #133
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Pallottole di incenso

    20 novembre 2005

    di Il Calibano

    "Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio!"
    (Preghiera dei soldati prima di addormentarsi in Full metal Jacket)





    Cosa hanno in comune il guru Umberto Veronesi e il guru (absit iniuria) Giuliano Ferrara? Veronesi vorrebbe evitare, alle donne portatrici di gravi patologie geneticamente trasmissibili, il trauma dell’aborto, mentre Ferrara vorrebbe “costringere” le stesse donne ad abortire. Che cosa hanno in comune il Prof. Umberto Veronesi e il Dott. Giuliano Ferrara? Il Prof. Veronesi, il primo italiano presidente dell'Unione internazionale di oncologia, fondatore della Scuola europea di oncologia (Eso) e specializzato nella cura dei tumori del seno che permette di evitare in molti casi l'asportazione totale della mammella, vorrebbe evitare, per mezzo della RU486, alle donne il trauma dell’aborto chirurgico, mentre il Dott. Ferrara, direttore del Foglio, vorrebbe impedire l’uso della RU486. Che cosa hanno in comune il medico Umberto Veronesi e il giornalista Giuliano Ferrara? Il medico Veronesi è dell’opinione che “La natura non ha previsto l´immortalità dell´uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita”, mentre il giornalista Ferrara vorrebbe “lasciare che gli aspetti pietosi e amorosi dell’esistenza restino liberi di manifestarsi senza le costrizioni di un protocollo giudiziario e medico, senza intimazioni, professioni di fede funerea, ministeri di culto scientista e materialista”. A chi vi rivolgereste se foste una donna portatrice di Duchenne o un malato terminale?

    Cosa hanno in comune i Francescani di Assisi e i politici clericaleggianti? Per i Frati di Assisi il Papa ha fissato nuove disposizioni che limitano l'attuale autonomia e la subordinano alla “giurisdizione” del vescovo diocesano, per i politici clericaleggianti l’autonomia è subordinata dalla libertà di coscienza che è, a sua volta, subordinata alla “giurisdizione” del vescovo Ruini. Che cosa hanno in comune Ferrara e Ruini? I due hanno in comune le pallottole di incenso che usano per convincere o intimidire chi crede che “Il senso dell'etica laica poggia sull'impresa di formulare regole e leggi, organicamente connesse tra loro, che hanno valore proprio perché non esistono naturalmente, perché de*vono contribuire a plasmare un mondo migliore che ancora non c'è e che mai sarà perfetto, ma in cui siano limitate le sof*ferenze, combattute le ingiustizie e aumentate le opportunità di migliorare la qualità della vita individuale e collettiva. (Remo Bodei).

  4. #134
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Antiabortisti v/s Abortisti?

    23 novembre 2005

    di Il Calibano

    Questo cosmo, che è di fronte a noi e che è lo stesso per tutti, non lo fece nessuno degli Dei né degli uomini ma fu sempre, ed è e sarà fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne secondo misure (Eraclito)





    Nel migliore dei mondi non esiste l’eutanasia e si muore come le oche di Lorenz: in buona salute, ma per esaurimento della carica dell’orologio biologico. Nel migliore dei mondi non esiste l’aborto e la gravidanza è annunciata da un angelo che si presenta alla donna solo quando le sue condizioni psicofisiche ed economiche sono al top. Nel migliore dei mondi non esiste la guerra perché nessuno può chiedersi, come Albio Tibullo, “Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?” Nel migliore dei mondi non esistono i poveri, non esistono i ricchi, non esistono i bambini che muoiono di fame e non esistono i bambini obesi, non esistono i troppo belli, non esistono i troppo brutti. Nel migliore dei mondi non esistono le malattie e non esistono i medici. Nel migliore dei mondi non esistono gli tsunami, non esistono i terremoti, non esistono le inondazioni, le eruzioni vulcaniche e nei fiumi scorre un’amrta di latte e miele, eppure, nonostante questa dieta, nessuno ha il diabete e la colesterolemia. Nel migliore dei mondi il Movimento per la Vita passa il tempo a convincere i lupi a lasciar perdere gli agnelli e nutrirsi con i passati di verdure. Il migliore dei mondi è come un museo di statue greche, messe in ordine da un Disegnatore Intelligente: hanno tutto, meno la possibilità di scendere dai piedestalli. Die Welt mit ihren Mängeln ist besser als ein Reich von willenlosen Engeln.

    Il migliore dei mondi possibili, invece, non significa che sia neanche buono, potrebbe essere anche cattivo nel suo complesso, pure essendo il migliore possibile. Agostino preserva l'ordine del mondo a svantaggio dell'uomo, ma il destino del mondo resta, in ogni caso, inequivocabil*mente segnato perché la salvezza esige la sua distruzione: la questione del male trova la sua soluzione nell'uscita verso la trascendenza. Purtroppo il mondo resta quello che è: non il migliore dei mondi, ma il migliore dei mondi possibili; un mondo che non dà risposte al perché della sofferenza degli innocenti, che non offre consolanti scorciatoie verso la sublimazione o santificazione del dolore, ma, grazie a Prometeo, il ribelle, permette alla conoscenza di trasformarsi in scienza. Nel migliore dei mondi possibili esiste l’eutanasia perché, se è pur vero che alcuni muoiono “nella loro casa, tra fiori e amori, con l’abbaiare dei cani e chissà che altro”, ci sono altri che muoiono dopo quattro mesi o dieci anni di agonia in un reparto di rianimazione dove gli “amori” possono entrare per pochi minuti e con il volto coperto da una mascherina chirurgica, i fiori, come i cani, non possono entrare e –l’altro- è il silenzio e la solitudine interrotti solo dall’allarme di un monitor cardiaco o respiratorio. Nel migliore dei mondi possibili esiste l’aborto perché il corpo e le emozioni non sono figli della razionalità, perché si è padri e madri non per una tempesta ormonale che travolge, ma perché si sceglie di esserlo, perché siamo fragili e immaturi, perché cresciamo attraverso tentativi ed errori, perché esiste la superficialità e la violenza e perché “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Nel migliore dei mondi possibili esiste la guerra giusta, quella umanitaria, quella di liberazione e quella sbagliata, ma i morti civili di tutte le guerre non si distinguono. Nel migliore dei mondi possibili esistono i poveri e i ricchi, i bambini morti per denutrizione e quelli che smaltiscono il grasso superfluo in palestra. Nel migliore dei mondi possibili esistono i medici, e le malattie colpiscono anche chi ancora non è nato. Nel migliore dei mondi possibili l’uomo è in balia della natura leopardianamente matrigna. L’uomo è di una sprovvedutezza biologica unica, e si rivale di questa carenza soltanto grazie alla sua capacità di lavoro, ovvero alle sue doti per l’azione.

    Il migliore dei mondi possibili è complesso, contraddittorio, irriducibile ad una diade di male/bene, eppure la tentazione di semplificare la complessità, eliminare le contraddizioni, spegnere ogni sfumatura in un rassicurante bianco e nero, accompagna la storia dell’uomo.

    Qualcuno ha detto che se esistono gli antiabortisti, devono esistere anche gli abortisti. In questo scontro manicheo non si scende a compromessi e non si fanno prigionieri. Allora, se accettiamo questo scontro, bisogna convenire che se esiste chi è contro l’accanimento terapeutico, esiste chi è a favore dell’accanimento terapeutico, e se c’è qualcuno che vuole far cessare le sofferenze, c’è qualcun altro che vuole far continuare le sofferenze ecc. Ma nel migliore dei mondi possibili accade che genitori antiabortisti accompagnino ad abortire la figlia tredicenne, e una donna “abortista” sia una madre premurosa e disponibile. Così può accadere che un pro life uccida, tra gli applausi dei suoi sodali, un ginecologo mentre esce dalla clinica dove lavora. Nel migliore dei mondi possibili accade anche che i pacifisti ignorino i morti civili di alcune guerre, mentre i pro life accettino i morti –collaterali- di altre guerre. Perché il bianco/nero invocato come unica soluzione e risposta alla complessità del migliore dei mondi possibili si rivela inadatto a “contenere” la realtà, come l’agostiniano buco nella sabbia si dimostrava inadatto a contenere il mare? Perché, come diceva John Locke, siamo co*stretti a scegliere "non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle pro*babilità" - il che comporta rischi e respon*sabilità in un mondo in cui ciò che pare op*portuno (o, se si preferisce, buono) oggi non lo è necessariamente domani (e spesso non lo è stato neppure ieri). È in questo scarto che si misura la libertà dell' agire umano: una libertà che può essere talora vissuta co*me un peso intollerabile, al punto da ren*dere seducente l'offerta di un qualche prin*cipio assoluto - absolutus, cioè sciolto da qualsiasi contingenza.

    Sarebbe questo il “mostro” che tutto ingoia, evocato da Joseph Ratzinger nell'omelia Pro eligendo romano pontifice, pronunciata il 18 aprile 2005, con queste parole: “Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla di defi*nitivo […]”?

  5. #135
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    Il diritto di Sisifo

    28 novembre 2005

    di Il Calibano



    A conferire profondità alla tragedia di Eschilo è il rapporto con la morte. In base a questo dono lo sguardo dell'uomo proteso verso il futuro, attribuisce all'avvenire il carattere di un presente, così a portata di mano, che egli non riesce a capacitarsi del pensiero della fine. Si possiede un futuro finché non si apprende di non averlo.

    (H.G. Gadamer,)





    In poche ore ho finito di leggere il libro del Prof. UmbertoVeronesi sul “Diritto di morire”. Libro che ho apprezzato per la chiarezza, per la pacatezza, per la sensibilità e per l’impegno di unire la semplicità della divulgazione alla complessità dell’argomento.

    Il titolo del libro è quanto di più ostico si possa immaginare e accomunare i termini “Diritto” e “Morire” non poteva non suscitare reazioni di ripulsa e condanna. L’affondo più deciso contro “Il diritto di morire” è stato portato dal Foglio con un commento corrosivo e sarcastico: “Il diritto di morire. Fantastico, e lugubre. […], il guru laico dà lezioni di morte.”

    Troppo scontato e facile cavalcare l’onda emotiva che il tabù della morte evoca, troppo banale fare di un ricercatore “laico” che non si è mai sottratto dall’esprimere opinioni –fuori dal coro- sulla cannabis, sugli SVP (stati vegetavi persistenti), sulle tematiche di fine vita. Un “guru” che dà “lezioni di morte”?

    Il “diritto di morire” non è l’invenzione di un “guru mortifero”, ma è un concetto espresso dal filosofo H. G. Gadamer, nel corso di un intervista rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, nell’aprile del 1991. La domanda posta al filosofo era semplice e diretta: “Professor Gadamer, c'è un diritto alla morte così come c'è un diritto alla vita? “; la risposta fu: “: "Sì!". Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poiché il morire, l'agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l'uomo vive come uomo consapevole e sano. Per questo è una domanda ragionevole la sua. Io comunque risponderei così come ho fatto.”

    H. G. Gadamer era arrivato a questa conclusione, analizzando il mito di Sisifo. -Sisifo con i suoi inganni è riuscito ad aggirare il suo ingresso nell'Ade. Per punire questo, ossia per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l'astuzia, è stato condannato al noto tormento. Ma nei di centri di terapia intensiva e negli ospedali geriatrici favoriamo il prolungamento vegetativo della vita che per così dire ci allontana dalla morte naturale, la ritarda in un modo che può apparire come una sorta di tormento di Sisifo forse in un senso più profondo - il fatto cioè che la nostra vita cosciente si affievolisce rimanendo ormai solo come esistenza vegetativa. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, Sisifo ha acquisito un nuovo significato simbolico: noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

    Non è quindi corretto affermare che “ Da Umberto Veronesi si apprende adesso che morire è un diritto. Un diritto, capite, cioè un principio da trasformare in norma”. Non lo apprendiamo “adesso” non lo apprendiamo da “Veronesi”. È una riflessione di H. G. Gadamer, il filosofo che può essere considerato il fondatore di una ontologia ermeneutica: la verità non può essere garantita da un metodo che mira al possesso dell'oggetto.
    Nel capitolo 3° -Perché è ancora un tabù- ho trovato una imprecisione nel citare un episodio tratto da un noto romanzo: “Forse molti ricordano un libro affascinante di Hans Ruesch, Il paese dalle ombre lunghe, che rac*conta la vita degli eschimesi. Quando la vecchia madre, ormai priva di denti, capisce che non può più nemmeno essere utile per ammorbidire le pelli di foca masticandole e che rappresenta la classica bocca in più nel gruppo di poverissimi cacciatori nomadi, accetta per tacita intesa di farsi lasciare indietro sulla sterminata distesa di neve, e accoglie con riconoscenza e senza amarezza le poche provviste che i giovani possono lasciarle. Nella scena c'è tutta l'accettazione delle leggi di natura, che sono più forti dei sentimenti e cui oc*corre obbedire se non si vuole perire.” .

    Le cose, in effetti, vanno diversamente: è vero che la madre della ragazza, viene abbandonata sui ghiacci perché, non avendo più i denti non può conciare le pelli, ma nel frattempo la ragazza partorisce e i due giovani sposi che non vivono in una tribù ma da soli, si accorgono che il neonato non ha i denti. Essendo il loro primo figlio temono che la mancanza dei denti sia dovuta ad un tabù infranto dalla ragazza durante la gravidanza. Allora tornano sul luogo dove avevano abbandonato la madre e la riportano all’igloo per farsi spiegare il modo per far crescere i denti al piccolo. La nonna rimane ancora un anno con la coppia fino a quando chiederà di essere lasciata su un lastrone di ghiaccio alla deriva perché non ha più le forze per affrontare le lunghe marce primaverili.

    La sostanza non cambia, ma credo che sia importante sottolineare, specie in questa società edonistica e vitalistica, la funzione dei “vecchi”.

  6. #136
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    Moglie e buoi dei paesi tuoi

    1 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Se la donna non cammina secondo le tue direttive, separala dal tuo corpo. (Ecclesiaste)



    Non si deve buttar via mai niente perché ogni cosa ritorna, e l'uomo non può far altro che conformarsi al télos. Dopo la grande abbuffata esotica, torna il pollo italiano, l’unico che può andare a cresta alta, il bue nostrano che è sano di mente e di corpo, e se la perfida cannabis indica è additata al pubblico disprezzo e alla forza pubblica, il vino italico ha santi ed estimatori in parlamento, in tivvù, nei giornali e solo il catalogo della Chicco si ostina a non riempire i biberon di Brunello.

    La natura, nel suo andare, è sempre felice. Non così l'uomo che ha voluto scegliere il bue, la moglie e lo spinello di paesi lontani. Ma se l’uomo piange, la donna non ride e la CEI, che delle donne ha sempre curato più l’anima del corpo, la mette in guardia dall’accogliere nel suo letto un marito islamico perché potrebbe essere più foriero di sventure del mettere in pentola un pollo extracomunitario. I consigli per gli acquisti della CEI hanno un testimonial di tutto rispetto, nientepopodimeno che il ministro Pisanu: ''con una moltitudine di drammatici contenziosi aperti in seno a famiglie con genitori islamici e cristiani''. ''Prima di imboccare la strada del matrimonio misto bisognerebbe acquisire la consapevolezza piena delle diversità inconciliabili con le quali si dovrà fare i conti nel corso della vita coniugale, per me che sono un cattolico poi si tratta di una questione che riguarda tutta la vita''.

    Perché non applaudire a questa task force clerico-ministeriale che vorrebbe salvare la casalinga-soldatessa di Voghera? In fondo, salvare le donne sembra essere diventato lo sport nazionale. C’è chi le vuol salvare dai loro istinti sessuali, chi le vuol salvare da una vita senza figli, chi le vuol salvare dal femminismo di ritorno, chi le vuol salvare dal maschilismo di sola andata, chi le vuol salvare dal chirurgo plastico, chi le vuol salvare dagli anticoncezionali, chi le vuol salvare dalla pillola abortiva, chi le vuol salvare da Striscia la Notizia. Tutto questo prodigarsi di salvatori, più o meno devoti, dovrebbe tranquillizzare il panda-donna, ma non è così. Marina Corradi, dalle colonne di Avvenire, avverte che “il corpo delle donne sembra […] essere il luogo simbolico di una battaglia. Come una terra su cui riaffermare la propria tradizione, o metafora del Paese in cui tumultuosamente si è arrivati e su cui oscuramente incidere col sangue le proprie pretese”. La Corradi si riferisce agli ultimi fatti di cronaca che hanno visto extracomunitari accanirsi su giovani donne indifese. Qualche preoccupazione per queste donne che tutti vogliono salvare è più che lecita, perché il pericolo per loro non arriva solo dallo sconosciuto che le assale in un angolo buio di una città indifferente, ma negli ultimi anni, è notevolmente aumentato il numero delle donne uccise per mano di mariti, ex mariti, fidanzati o conviventi; si calcola che in media ogni due giorni venga uccisa una donna dal proprio partner o ex. Secondo l'ultimo Piano Sanitario Nazionale (2003-2005), negli ultimi anni, le denunce di violenza sessuale e maltrattamenti fisici e psicologici nell'ambito familiare sono praticamente raddoppiate; inoltre, si è constatato che moltissimi incidenti con lesioni gravi, denunciati come incidenti domestici, sono in realtà violenze avvenute nell'ambito familiare (http://www.iims.it/doc_novita/177.htm). L’ISTAT in una statistica del 2002, diffusa il 17 dicembre 2004, rileva che sono più di mezzo milione (520 mila), le donne dai 14 ai 59 anni che nel corso della loro vita hanno subito almeno una violenza tentata o consumata; si tratta del 2,9% del totale delle donne di 14-59 anni. Circa la metà (9 milioni 860 mila) delle donne in età 14-59 anni hanno subito nell’arco della loro vita almeno una molestia a sfondo sessuale; si tratta del 55,2% del totale delle donne di 14-59 anni. Sono 373 mila (il 3,1,%) le donne di 15-59 anni che nel corso della vita lavorativa sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro: in particolare l’1,8% per essere assunte e l’1,8% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera.

    Impressionante, vero? corrono molto più rischi le donne italiane che i tonni giapponesi! Allora, salviamole dal pollo con gli occhi a mandorla in pentola e dall’islamico nel letto, ma salviamole anche da chi le vuol salvare e cioè…dal ruspantissimo e manesco maschio italiano.

  7. #137
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    Penem et circenses

    5 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Ludens haec ego teste te, Priape,

    horto carmina digna, non libello,

    scripsi non nimium laboriose.

    (Giocai, Priapo, mi sei testimone,

    e scrissi senza troppo impegno queste poesie

    degne del tuo orto e non di un libro.)

    (Carmina Priapea)



    Lo riconosco, sono una monade senza porte né finestre, anche senza porte USB o parallele, ma ho il telecomando e un conatus in existentia perseverandi che mi obbliga ad assistere a tutti i contorcimenti preagonici del condominio laico quotidianamente ristrutturato da indefessi “ingegneri di anime” e geometri delle coscienze. Karl Kraus acidamente osservava che quando una cultura sente di essere vicina alla decadenza, necessita di un prete. Guardando i palinsesti della tivvù, salta agli occhi che dalla decadenza, siamo passati alla decomposizione perché il prete è presente al capezzale delle trasmissioni sportive, supervisiona le nudità stremate dal digiuno degli aspiranti naufraghi-famosi, certifica la fecondazione, sconsiglia gli anticoncezionali, rassetta il disordine sessuale, fa capolino tra i fornelli, disapprova con burbera indulgenza le callipigie ninfette che scodinzolano nei siparietti, assolve un approfondimento, ammonisce, chiosa, redarguisce…Sequestra i tiggì e, infine, sbotta: “la libertà religiosa è negata dal potere politico, ma anche “in maniera più subdola dal predominio culturale del relativismo”.

    L’altra sera, a OttoeMezzo, Ionesco sarebbe impallidito e Buñuel avrebbe abbandonato sull’autostrada il cane andaluso. Sotto lo sguardo attento e compiaciuto di un guru-devoto, un arzillo e simpaticissimo vescovo ultraottantenne che ha fatto voto di celibato e pratica la castità, rivolto ad una invisibile platea di suoi coetanei, delusi dall’inconsistenza della loro appendice e sollecitati dalla consistenza dei desideri carnali, li sollecitava ad affidarsi alle lezioni di Kant e diffidare delle erezioni del Viagra. Il guru-devoto, estasiato, benediva la saggezza del Königsberger che, come tutti i morti, tace, e chi tace acconsente, e contemporaneamente malediva la hybris prometeica che, sfidando la legge di gravità, voleva, con artifizi alchemici, riportare su ciò che la natura condannava a rimanere giù. L’antagonista del Monsignore astinente era la Maiolo incontinente che, accogliendo le laiche confessioni degli ottantenni alla ricerca del piacere effimero della carne, non aveva trovato di meglio che assolverli con la promessa di penem et circenses ed ovviamente Viagra gratis et amore Dei. Beh, amore, sì, ma Dei…Un po’ meno! Dal Viagra gratis ai profilattici gratis c’è lo spazio di uno iato, prontamente colmato dal Ministro delle pari opportunità, Prestigiacomo. Sistemato Priapo, con i suoi carichi pendenti e le turbative d’asta, ci sarà pure un ministro a Berlino che, dopo essersi occupato e preoccupato delle erezioni senili, trovi il tempo di occuparsi delle elezioni dei disabili? Sì, perché forse non tutti sanno che, mentre si approva in fretta e furia una commissione d’indagine sulla legge 194, nessuno auspica una commissione d’inchiesta sulla legge 104/92 che all'art. 29 e all'art. 30 prescrive che le regioni per la redazione dei programmi di promozione e di tutela dei diritti della persona handicappata, prevedono forme di consultazione che garantiscono la partecipazione dei cittadini interessati. Nonostante gli appelli dell’Associazione Luca Coscioni per permettere di esercitare il diritto di voto anche ai 100.000 disabili intrasportabili e, nonostante l’impegno del Ministro Pisanu a sanare questa ulteriore “ferita” inferta alla società civile, finirà che anche la consultazione di aprile sarà –involontariamente- disertata dai sepolti vivi che, non avendo in paradiso una Maiolo o una Prestigiacomo, devono accontentarsi dei proclami vaticani sulla dignità della vita umana dal concepimento al rincoglionimento, con l’eccezione per quei disabili che invece di dichiararsi –contenti di esserlo- reclamano il diritto ai diritti, sperando che la parola diritto, citata due volte consecutivamente, non scateni un attacco di ipertensione in qualche guru-devoto che teme i diritti più del cloruro di sodio. Questo perché chi esperisce la malattia e il lento, o improvviso, dissolversi delle capacità motorie, non può che desiderare la salute per tutti, anche se Kant, Agostino, Ruini ecc. non sono d’accordo.

  8. #138
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    Il dito e la luna

    8 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Gli esseri umani non s'incontrano mai; /son sempre in moto, come Orione e Lucifero. (Tu Fu)



    Non so a voi, ma a me capita spesso, guardando un dipinto, leggendo una poesia, ascoltando un brano musicale o ammirando un tramonto, di pensare: fantastico! vorrei averlo dipinto, scritto, composto, creato io! Beh, ho avuto la stessa reazione leggendo un editoriale del Foglio. Ecco, le quattro righe che, bypassando il cervello e il cuore, mi sono esplose nello stomaco come una Wiborowa a digiuno: “Qualche mascalzone ha anche osato affibbiarci xenofobia o misoginia o razzismo, ma con i mascalzoni non si parla. Lo sciocco, che invece costringe a rare precisazioni perché è più diffuso e pericoloso del mascalzone, vede il dito e non la luna, si sa; e lo sciocco italiano adotta sempre la più facile classificazione micro-politica, fatta sempre a misura delle sue micro-ansie, delle sue micro-ambizioni.”. Colto dallo stesso raptus che spinse Vincenzo Peruggia a staccare la Gioconda dalla parete del Louvre, ho “staccato” questo concetto marinettiano dal Foglio e l’ho “appeso” su questa pagina. Oddio, quanti ricordi! L’ineffabile Giovanardi che dava del Nazista a chi voleva fare con la diagnosi preimpianto, quello che la legge consente di fare con una villocentesi. E quegli uomini dalla voce dura che ti urlavano in faccia…Vabbè, acqua passata! a rinvangare tutte le “mascalzonate” si finirebbe come i pensionati che, con la patta sbottonata e la goccia al naso, raccontano ai piccioni le angherie che la nuora gli ha inflitto. Se alle mascalzonate non si deve rispondere, con gli sciocchi si deve pur dialogare, altrimenti si finisce come Don Abbondio che, mentre si interrogava su Carneade, andava a sbattere sui mascalzoni. Saggi, sciocchi…Ma sarà poi vero che i saggi sono quelli che scorazzano sulle autostrade dell’Etica col naso all’insù e gli occhi fissi sull’incostante luna e gli sciocchi sono quei viandanti che, arrancando sulle mulattiere del vivere quotidiano, ignorano la malia dell’astro d’argento per non inciampare e precipitare in qualche burrone? Si dice che Talete mentre se ne andava a zonzo, col naso all’insù e gli occhi fissi agli astri, cadde in un pozzo e starebbe ancora in quel buco se una servetta tracia, arguta e servizievole, non l’avesse aiutato a venir fuori rammentandogli che si preoccupava troppo di guardare le cose del cielo e non si accorgeva di quelle che aveva tra i piedi. Mettiamo il caso che, per non cadere nel pozzo dell’accanimento terapeutico o nel burrone dello stato vegetativo permanente ecc., un viandante, non perdendo di vista le asperità, voglia premunirsi con la stesura di un semplice documento notarile chiamato “Disposizioni (dichiarazioni) Anticipate di Trattamento”, ecco che i saggi gli indicano la luna e non si limitano ad indicargliela, ma, per meglio convincerlo, lo afferrano per le orecchie per far sì che alzi gli occhi al cielo: “Il diritto all’eutanasia può essere definito testamento biologico o Pasquale ma sempre eutanasia rimane. (L’Opinione)”; “dopo aver letto la proposta dell’Unione di introdurre la «Dichiarazione anticipata di volontà», cioè il testamento biologico, il responsabile Enti locali, Fioroni, ha detto infuriato: «E che facciamo: ci mettiamo ad aprire altri contenziosi con la Cei?» (Corriere della Sera). Eh, di saggi che, per ragioni di bottega, vorrebbero che tutti marciassero col naso all’insù se ne trovano in ogni dove, ma, per fortuna, esistono anche le servette tracie che invece di guardar la luna si preoccupano di non cadere nel pozzo e, se capita, sono sempre disposte a dare una mano ai saggi e ai bottegai che, per un “inciampo” della vita, dal pozzo vorrebbero uscire.

  9. #139
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    La foto pubblicata dal Tempo, è una “mascalzonata?”

    10 dicembre 2005

    di Il Calibano

    La commissione è solo l'ultimo capitolo di una durissima offensiva clericale.

    (Emma Bonino)



    Il direttore del Tempo, per sostenere la commissione d’indagine “contro” la legge 194, pubblica un aborto in prima pagina. Sembrerebbe che sia stato mosso dalla stessa truculenta rappresentazione che, nei catechismi degli anni 50, assumeva il peccato, il peccare, il peccatore, i dannati. Non so se questa pedagogia violenta sia una mascalzonata, ma certamente non è un modo corretto di far valere le proprie opinioni. Cosa direste se da oggi iniziassi a postare su http://www.radicali.it/phpbb2/viewto...r=DESC&start=0 , foto di morenti seviziati con sonde, cateteri, decubiti che arrivano fino all’osso e vi dicessi che tutto ciò avviene perchè il direttore del Tempo si oppone alla depenalizzazione dell’eutanasia e ad una commissione di indagine sull’eutanasia occulta? Direste che sono un mascalzone e, come sostiene Ferrara, con mascalzoni –non si parla- ed io vi risponderei che avete ragione. Infatti, non pubblicherò foto, né testimonianze orripilanti, ma userò le parole che non violino il diritto di ognuno a non essere “violentato”, ma semplicemente, onestamente, correttamente informato.

    “Viene chiamata "cocktail litico" un'associazione di tre farmaci (un neurolet*tico, un sedativo e un oppiaceo) messa a punto nel 1950 principalmente a scopo anestetico e successivamente impiegata nella terapia del dolore. Oggi però è sempre più utilizzata per "sconnettere" il paziente. In realtà, nessu*no cade nell'inganno. E tuttavia, sembra che ci sia il bisogno in qualche mo*do di ingannare, dal momento che si è andati a prendere una parola colta: "li*si", da cui deriva l'aggettivo "litico". Secondo il vocabolario Petit Robert, "lyse" (lisi) significa: "Distruzione di elementi organici per effetto di agenti fisici, chimici, biologici". Vale la pena di citare parola per parola la defini*zione del suffisso "-lyse" (-lisi) data dallo stesso vocabolario, definizione di cui non si sa quanto i doppi sensi siano involontari: "Elemento finale, dal greco lusis "soluzione, dissoluzione" (per esempio, dialisi, elettrolisi)". In breve, il cocktail litico viene espressamente denominato in questo modo in quanto utilizzato allo scopo di ottenere la distruzione, l'elemento finale, la soluzione e al tempo stesso la dissoluzione. Ma dirlo con una parola greca che nessuno capisce permette di dare al tutto un' apparenza dignitosa e di non essere capiti (né disturbati) dal profano. Ritengo che il suo uso non sia siste*maticamente da condannare, ma ritengo pure che sia eccessivo e che sarebbe meglio chiamare le cose con il loro nome. E l'impiego di questo cocktail, qualora avvenisse senza la richiesta o il consenso esplicito del paziente, non potrebbe essere chiamato “eutanasia".( J. Pohier).

  10. #140
    io e basta
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    La pappagalla triste

    11 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Quando gli animali sbadigliano hanno un volto umano.

    (K. Kraus)



    Elisabetta Gardini è triste (cavoli suoi), ma, invitata alle Invasioni Barbariche, pappagalleggia e, allora, sono cavoli nostri. Due sono le cose che le procurano l’algia del nous: la rivoluzione sessuale e il nichilismo dei senza-Dio. Al ’68 rimprovera di averle accorciato le gonne, allungato le notti e promesso orgasmi alla Wilhelm Reich. Tutte promesse che l’ingenua cocorita aveva accolto con lo stesso stupore infantile con cui un bimbetto ignaro accoglie i rutilanti doni natalizi. Si cresce, è fatale! Crescendo la cocorita shakespeariana si è accorta che tutto era un inganno di Puck e, dopo il ’68 è arrivato il ’69 (epifania di irrisolte posizioni politicalsessuali) e, al vento degli ’80, ’90, 2000, cominciarono a cadere gli aquiloni: le gonne si riallungano, le notti si riaccorciano e gli orgasmi latitano ed è il trionfo della palinodia, dell’abiura, del pentitismo-sazio dei libertini delusi. Ma non tutti si pentono…La colpa è, Papa dixit e cocorita ripete, del n-i-c-h-i-l-i-s-m-o laicista. Sarà vero, o è la solita leggenda metropolitanvaticana? Giudicate voi! “Solo il Dio creatore rende concepibile l'idea di annichilamento perché nulla di ciò che è creato riposa su se stesso. Può ad ogni momento esse*re annichilato. Al pari di ogni cosa, anche l' or*dine sociale sporge sul nulla. Ecco dunque la formula di Hobbes: homo homini lupus. La di*mensione violenta e aggressiva dell' origine può ad ogni momento far ricadere nell' anar*chia originaria. Di qui, inevitabile, una solu*zione artificiale, un patto che garantisca dalla morte.

    Quando allora parliamo di nichilismo, non dobbiamo dimenticare che la componente for*te, drammatica, del nichilismo è stata introdot*ta dal cristianesimo. Anche nella politica, dun*que, c'è bisogno di un artificio che tenga in*sieme la società. Una volta che lo Stato ha sot*tratto i cittadini dall'incubo della morte, essi cominciano a sperimentare i benefici della cit*tadinanza.(S.Natoli)

 

 
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