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  1. #261
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    CHE C’E’ SOTTO IL VELO? (Il Calibano)

    9 gennaio 2004

    Il velo sì! Il velo no! Il velo la RAI lo indossa, sul finire della controra, su Rete 2, nel programma “L’Italia sul Due”. Un orario tranquillo, dalle: 150 alle: 160. Quello –spirto guerrier ch’entro mi rugge- o almeno ruggiva nel Foscolo, negli Italiani si sveglia solo in prima serata. Infatti, non volano i fendenti che animano Excalibur, né gli alterchi, da taverna della Tortuga, dove la ragione si misura in decibel, né, tanto meno, le risse da mercato rionale, di Ballarò. L’argomento scotta, ma tutti si improvvisano pompieri. Non è da escludere che l’effetto soporifero sia favorito dalla conduttrice, Monica Leofreddi, che, messa lì -nella vigna a far da palo- fa, appunto, il palo: impalata, rigida, attenta a non prender posizione. Qualche intervista, qualche dichiarazione di principio, qualche sorriso: prego, prima lei, no, no, prima lei…ah, le guerre pacioccone! Yasha Reibman, difensore della kippah, supera Voltaire di una spanna abbondante, e spiega che lui, essendo medico, tra un antipiretico e un analgesico, se il paziente lo richiede, è disposto a prescrivere anche un crocifisso da appendere al muro. Abul Keir Breiges, Vicepresidente dell’Unione delle Comunità Islamiche, vuole mettere le cose in chiaro: loro hanno Bin Laden, noi abbiamo Totò Riina! Insomma, come non si può dire che gli Italiani siano tutti mafiosi, così non si può dire che i Musulmani siano tutti terroristi. L’avatar di padre Cervellera domina i presenti apparendo e sparendo da un monitor piazzato a tre metri da terra, proprio sulla testa di Giordano Bruno Guerri che, forse per il nome che porta, si dimena sulla sedia come se si trovasse su un rogo. I giovani invitati sono quanto di più politicamente corretto si trovi sul mercato: atei, agnostici, cattolici, due ragazze velate, e una, trovata chissà dove, pro Chirac. Sto per spegnere la TV, non sono uno che ama il sangue, non sono uno di quelli che buttano l’olio sulle curve di Maranello, né mi fermo in autostrada per godermi gli incidenti, ma se il velo nelle scuole non è un problema perché farci una trasmissione? Si rischia di fare una –non trasmissione- su un –non problema-. La batteria è scarica e il telecomando è in panne, perdo tempo e…tutto accade in pochi minuti, come nei migliori/peggiori romanzi d’appendice, quello che non è accaduto in trecento pagine accade nelle ultime cinque: agnizione, svelamenti, tradimenti, colpevoli pentiti. Tutto è scatenato dal Guerri che difende il -non velo- nelle scuole perché permetterebbe alle ragazze di provare –l’effetto che fa- . Abul Keir Breiges rompe la tregua: il velo non possono toglierselo perché non è una loro scelta ma è il volere di Dio che lo impone. Come una brinata d’aprile sui mandorli in fiore, l’affermazione gela i presenti. Una velata, approfittando dello stupore, prende la parola e dichiara di essere una insegnante, un giovane azzarda un: non credo che gli insegnanti debbano ostentare dei simboli in classe. Le nuvole si squarciano ed appare padre Cervellera: gli insegnanti credenti sono migliori degli altri! La pro Chirac sputa il rospo che doveva aver ingoiato durante la tregua: 125 donne non hanno potuto esser curate, al pronto soccorso, perché i mariti non volevano che a visitarle fosse un medico maschio. La velata risponde che è un suo diritto scegliere il medico. L’insegnante velata si lamenta perché c’è troppa religione cattolica nelle scuole e fa capire che non le dispiacerebbe l’ora di Corano. La trasmissione finisce con Giordano Bruno Guerri che avvolge la sedia, come l’edera la quercia. Molto non si è capito, ma, da quel poco che si è capito, i prossimi anni vedranno il velo trasformarsi da foulard al velo che avvolge “gli amanti” di Magritte all’inquietante drappo con cui Christo avvolge i monumenti.

    Piergiorgio Welby

  2. #262
    io e basta
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    NON MALEDICERE SURDO (Il Calibano)

    12 gennaio 2004

    Non dir male del “surdo”, ovvero di colui che non può ascoltare. Insomma, non dir male dei morti! Naturalmente, rispettato questo antico precetto, di quelli che restano si può parlare e, soprattutto, sparlare…specialmente se appartengono a quella genia dei –cacadubbi- che si aggirano, come peripateci, sui marciapiedi del sapere, privi di paletta e bustina dove raccogliere e occultare le loro nauseanti deiezioni. Qualcuno obbietterà: "Ma come tu, dopo aver letto Gorgia, Galileo, Descartes, Marx, Nietzsche, Freud, Pirandello, Svevo, Severino, Giobbe Covatta, Totti puoi ancora dire questo?." Certo che posso dirlo! Anzi, sostenerlo a spada tratta e, se manca la spada, lo sosterrò unguibus et rostris. Gorgia chi? Descartes chi? Nietzsche chi? Freud chi? Tutta paccottiglia gozzaniana da far spolverare, una tantum, dalla collaboratrice domestica. Il Bill Gates-pensiero ha sostituito i tempi morti del –dubbio- dell’eppur -mi sembra- che si muova. Il bambino sarà pure polimorficamente perverso, ma la finestrella che ci mostrano le –applicazioni- di Windows sono quanto di meno multiverso si possa immaginare! SI’-NO-ANNULLA: se annulli, devi riscegliere tra il SI e il NO! E il FORSE che cos’è? dove è rimasto? Il “Forse” indica dubbio , la probabilità, l’approssimazione, l’attenuazione. Il “forse” è come la coda dell’antenato di Lucy, come il piede prensile, le bozze frontali, l’olfatto, l’ipertricosi. Come vi comportereste se al vostro vicino spuntasse la coda da un foro nei pantaloni, o gli spuntassero i peli dalle orecchie, o vi stringesse la mano con il piede? Lo evitereste, è chiaro! Suvvia! Depiliamoci, caudatomizziamoci, operiamo quell’alluce opponibile e, affrontiamo il codice binario: 1; 0! Sì; no! Organizziamo un referendum per abolire il giallo dai semafori e, soprattutto, battiamoci per sconfiggere quel pensiero debole che si ostina a proporre la X sulla schedina del Totocalcio! Sospirava Rabelais: “Me ne vado in cerca di un grande Forse. Mentre, molto meno dialogico, un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij esclamava: “Non c'è nessuna domanda e non c'è nessun dubbio, è meglio che stiate zitto!”. Standing ovation per Dosty e cartellino rosso per quel cacadubbi di Raby. C’è luce! troppa luce! Spegnete quel cavolo di Illumismo, con quello che costa la bolletta! Ecco, ora, in questa complice ed evocativa ombra da caverna platonica, possiamo occuparci dell’ultimo grande dubbio che è l’aldilà. Vi piacerebbe cavarvela con la X? E, no! Scansafatiche e cerchiobottisti che non siete altro! Vi dovete decidere: o l’inferno o il paradiso…il limbo è stato cartolarizzato e, per gli indecisi vige la stessa regola dell’8x1000: se resti nel dubbio il tuo obolo va a S. Pietro. Se in articulo mortis non sbarrate nessuna casella…siete fatti abili ed arruolati nelle centurie angeliche. Il laico si è arreso all’idea che, quando la scienza non ha risposte certe, il testimone passi alla fede, alla quale, come è noto, le risposte non mancano mai: l’embrione, l’anima, la Vita, la Morte…tutte faccende con l’imprimatur della Verità. Eppure, un certo Wittgenstein la pensava così: “…non si può comunicare linguisticamente «ciò che è mistico», perché sui problemi dell'esistenza (quelli sul senso della vita, della morte, ecc) non si può «parlare» con senso, e pertanto bisogna tacere. Il linguaggio riguarda i «fatti» e solo i «fatti».” Allora, sì può o no dubitare? Sì, si può…a patto che il dubbio sia condito con la sofferenza! si può dubitare indossando il cilicio, calzando delle scarpe strette, mangiando radici amare e locuste, leggendo i libri di Vespa, ridendo alle battute di Panariello, assistendo al Festival di Sanremo, ascoltando i discorsi dei parlamentari favorevoli alla legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita, leggendo gli articoli di Guzzanti che ti spiega perché Sofri non debba ricevere la grazia. I modi sono tanti “milioni di milioni” recitava un vecchio jingel, l’importante non è la rosa, l’importante è soffrire. Dubitanti e sofferenti di tutto il mondo benvenuti, benvenuti nel club dei Totomerumeni!

    Piergiorgio Welby

  3. #263
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    TAMMUZIADE (Il Calibano)

    14 gennaio 2004

    TAMMUZIADE

    Tammuz , dio mesopotamico di origine numerica, il cui originario nome era Dumuzi., viene a sapere che a Roma si terrà, il 17 e 18 gennaio, il Congresso dell’Associazione Luca Coscioni. Allora, con la complicità dei Fenici, abili scafisti di quei tempi, si fa traghettare nel mondo classico, e, come tutti i clandestini, dà delle false generalità e si fa chiamare Adone. Cambia le sue abitudini e si trasforma in una divinità ctonia della vegetazione e della fertilità, insomma cerca di tirare avanti con i lavori socialmente utili. Bisogna dire che è proprio un bel fico! Grandi occhi neri e vellutati, riccioli ribelli che gli incorniciano il volto dal colorito olivastro. Astarte, stanca di fare la pornodiva, adocchiato il fascinoso extracomunitario, lo associa ai suoi riti facendone il simbolo della virilità mentre lei, naturalmente, rappresenta la fecondità. Purtroppo il clima continentale non gli giova, mentre durante la primavera è arzillo come Rocco Siffredi, durante le calure agostane non batte un chiodo e d’inverno finisce addirittura in una sala di rianimazione dell’Inferno dove la povera Astarte deve andare a riprenderlo. A corto di soldi, lavorano solo sei mesi all’anno, i due decidono di mettere su un music-hall, tanto lo fa pure la moglie di Pavarotti! Il titolo è una cosa importante e dopo lunghi ripensamenti decidono per “All’Inferno e ritorno” …già sentito?

    Tammuz chiama una sua vecchia amica, una superfica sumera con un nome che è una bomba: Inanna!

    Questa Inanna si esibiva in uno spettacolo copiato al Mulin Rouge. Entrava e usciva tutta nuda da un vaso d’alabastro, chiamato vaso di Uruk, mentre un suo complice, un tipo losco di nome Don Perignon, le versava addosso una cascata di vino che le bagnava la pelle e i capelli. Inanna, Ininna per gli amici, era riuscita a fregare la censura dichiarando che il suo show era altamente culturale perché non si trattava d’altro che della citazione del diluvio universale, ma l’astuto don Gelmini non si era fatto fregare e così la povera soubrette si era trasferita a Babilonia (una città peggio di Rimini prima che don Benzi redimesse i posteggiatori abusivi) e si esibiva alla Mostra del porno col nome di Ishtar.

    Per la scenografia decidono di chiamare Shamash, vecchio ammiratore di Don Lurio e fissato con l’immagine del sole che schiaffa dappertutto. Per limitare i costi dell’elettricità scritturano pure Sin uno fissato con la luna, tanto per bilanciare la cosa.

    Il giorno fatidico è arrivato! Tutto è pronto ma scoppia una grana! Inanna non vuole andare all’inferno perché Pluto, un cartoon rimasto senza lavoro a causa dei Manga, e che si adatta a fare qualsiasi cosa, non ha il test dell’AIDS in regola! Allora Tammuz prende il posto della dea tra gli applausi degli omosessuali presenti, e sulle note di “Orfeo negro” cantato da don Baky, lo spettacolo inizia.

    P.s
    Avete notato quanti “don” compaiono nella storia? Sembra uno sceneggiato della RAI!

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    Piergiorgio Welby

  4. #264
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    SENATORES PROBI VIRI PANNELLA MALA BESTIA (Il Calibano)

    15 gennaio 2004

    Pannella senatore? Ma che dice! Non mi faccia scompisciare! Sì, anche il mio maestro di vita è il principe De Curtis. Lo so lo so, che anche il senatore Pedrizzi è un alunno di Totò, ma ubi maior minor cessat. Ma lei dove l’ha letta questa notizia? Ah, sul Riformista…vabbè, non ho niente contro il Riformista, ma Polito ancora non è Presidente della Repubblica…e poi, se lei fosse un topo se lo metterebbe un gatto in casa? Aspetti, provo un’altra allegoria: lei ce la vede la libera volpe Radicale nel libero pollaio clericale? Ma se lo immagina cosa avrebbe detto quando il presidente Pera ha messo insieme Chiesa e Risorgimento, o quando i senatori votavano a favore della 1514, sperando che i ginecologi non la rispettassero? Io me lo immagino, avrebbe detto: ma perché non cambiate pusher? Pannella senatore? No, la fantascienza ha fatto il suo tempo, oggi vanno gli effetti speciali: la blefaroplastica, i nonviolenti con caschi e mazze da baseball, la potatura del riporto. Questo è un balloon desse, un piccione d’argilla per tirare qualche colpo senza far danni e spianare altre investiture più…soft, più politically correct, e, soprattutto, meno imbarazzanti e meno –invasive- e ingestibili. Supermarco sarebbe l’apripista per il buon Luzi. Sono sette anni che gli negano il Nobel e lui direbbe a Marco trombato: “A lungo si parlò di te attorno ai fuochi / dopo le devozioni della sera / in queste case grige ove impassibile / il tempo porta e scaccia volti d'uomini”. Non è detto che anche il buon Luzi non si trasformi, a sua volta, per l’apripista di Buongiorno, anche perché al MCS risuona ancora la voce di Silvio Berlusconi:”meriterebbe di diventare senatore a vita". Mike, una volta eletto, potrebbe dire a Pannella trombato: “eh, allora..vuole la uno, la due, o la tre?”. Illazioni, solo illazioni caro amico! Il vero asso nella manica ce l’ha un uomo al quale non si può dire di no. Le piacerebbe sapere chi è? Suvvia, si sforzi, immagini, s’arrovelli. A chi non si può dire di no in Italia? No, Bonolis non c’entra! Sia serio! Insomma, lei nicchia, lei ciurla…si avvicini, glielo dico in un orecchio: se ti chiami Preti sei a cavallo! Sei a cavallo e con il Laticlavio. Come perché? Scusi, ma lei dove vive? Al Vaticano? Vabbè, come non detto..scendo alla prossima.

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  5. #265
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    IL GRANDE CONFRATELLO (Il Calibano)

    18 gennaio 2004

    Un giorno, Indro Montanelli domandò al cardinal Martini se non si potesse scomunicare la televisione, e mandare al rogo un po' di quelli che la fanno. Non si ha contezza di ciò che il prelato rispose al giornalista, ma, è lecito supporre, che, ricordando i guai che gli procurò un solo rogo a Campo dei Fiori, evitò l’insidiosa domanda divagando sulla lunghezza delle coperte. Fece bene a non prendere posizione! Eh, la Chiesa ha la vista lunga! È la fede quella che fa gli eretici! Sere fa, nell’oasi protetta di Ottoemezzo, un Ferrara, incarnante uno dei cardinali di Francis Bacon, supportato da una Palombelli in pieno marasma mistico-allucinatorio, hanno cucinato don Passante, come se fosse un bilancio della Parmalat. Don Passante è un prete pacioccone che, stanco degli aliti attempati che era costretto ad inspirare nella penombra complice del confessionale, aveva deciso di trasferirsi armi e bagagli, cioè, turibolo e pianeta, nel più salubre e, perché no, piacevole confessionale del Grande Fratello. Aveva creduto, l’ingenuo pescatore di anime, che invece di inseguire le imprendibili anime dei pescecani metropolitani nei vicoli di Forcella, sarebbe stato più proficuo, e meno faticoso, fare la mattanza di quei quattro cefalotti e cefalotte che boccheggiano nelle secche dello stagno mediatico. L’idea non era da buttar via, anche perché, il Grande Fratello, era rimasto il solo spettacolo che si fosse sottratto a quell’horror vacui che assale i vertici RAI quando si accorgono di non aver previsto la presenza di una tonaca. L’hanno trombato! No, non i vertici RAI, a trombarlo sono stati i confratelli. Mons. Ersilio Tonini ha così censurato il proposito dello sventato: «La sola proposta, il solo pensare a questa eventualità è inaccettabile. Una sfida alla Chiesa in quanto tale. In questo modo si vorrebbe santificare il programma, che tutto è uguale e tutto va bene: non è vero. La partecipazione di un prete al Grande Fratello sarebbe un'offesa, una ferita gravissima alla Chiesa e al sentimento cristiano. Lo dico non solo a nome mio e dei vescovi ma anche a nome dell'intera comunità cristiana». Don Mazzi, uno dei sacerdoti più presenti sul piccolo schermo, spara a palle incatenate: ''Non capisco che ruolo potrebbe avere. Io certamente sono uno che usa la televisione in tutte le maniere possibili, ma il Grande Fratello mi sembra un programma perso in tutti i sensi che non offre alcuno spazio a messaggi rivolti alla gente”. Povero don Passante! Quanto disprezzo! Paul Valéry diceva: “Guardando bene, ci si rende conto che nel disprezzo v'è un poco di segreta invidia”. Siamo esseri umani e…la nostra carne è debole, ed anche il pesce non è più quello di una volta! Per pescare le anime nella pescosissima riserva della RAI bisogna ottenere la Licenza dalla Curia o dall’Arcivescovado. Se un don Passante qualsiasi tenta di mettere il suo tramaglio deve fare i conti con Starsky & Hutch, al secolo Mazzi e Tonini, i soli con licenza di pesca illimitata.

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    Piergiorgio Welby

  6. #266
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    IPPOCRATE VA IN PENSIONE (Il Calibano)

    22 gennaio 2004


    IPPOCRATE VA IN PENSIONE

    "Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto”.

    Dopo 2464 anni anche per Ippocrate è arrivata l’ora della pensione. Lo so lo so, c’è chi sostiene che la sua sarebbe una baby pensione…piuttosto, parliamo di cose serie. Quanto ha versato di contributi? Ha sempre rilasciato la ricevuta fiscale? E le tasse? Ho saputo che il suo commercialista era Hermes, è tutto dire! Però bisogna ammetterlo, è un gran bel giuramento! Roboante, aulico, che rispetta i tre fini della retorica: docere 'insegnare', cioè fornire argomenti razionalmente validi; movere 'muovere' i sentimenti; delectare 'dare diletto' a chi ascolta. Eh, giuramenti così non se ne fanno più! La velocità evocata dal Futurismo ci ha travolti e, se proprio si deve giurare, si giura così: lo volete voi? Sì! E…tutti a casa, oppure: lo giuro sulla testa dei miei figli! Le avvisaglie di un prepensionamento c’erano state già nel ‘600, poi s’era tirato avanti alla bene meglio, come si fa con l’auto da cambiare. Stenta a partire? S’ingolfa? Perde olio? Vabbè, la cambieremo il prossimo anno e così, di anno in anno, si è arrivati nel 2000. Se le origini dell’antico giuramento si perdevano tra le nebbie del mito e le congregazioni degli asclepi, oscura duplicità che, come Molière ben sapeva, aiutava il medico e intimoriva il paziente. Il moderno Giuramento ha padri certi e solide fondamenta scientifiche. Il Giuramento di Ippocrate, codice etico a cui tutti i medici devono attenersi, è stato riscritto da otto medici americani e sette europei fra cui un italiano (Alberto Malliani, docente di Medicina Interna all' università di Milano). Trombati Apollo, Igea, Panacea, il nuovo Giuramento silura anche la nobile arte della retorica e si presenta come un Big Mac: solido compatto e sostanzioso. Tre le fondamenta, promettono bene e sono: primato del benessere del paziente, autonomia del paziente (che deve essere informato dal medico sulla terapia e deve poter scegliere in autonomia) e giustizia sociale (i medici devono eliminare ogni discriminazione sociale basata su razza, religione, stato economico e altro nel prendersi cura del paziente). Il nuovo Giuramento è, per adesso, una buona intenzione e di buone intenzioni è lastricata la via per l’inferno. L’inferno è quello in cui si dannano il 5% dei malati terminali che vorrebbero avvalersi dell’eutanasia, ma sono costretti, in Italia, a ricorrere a disperanti fai-da-te, o a liberatori viaggi in Svizzera. Il nuovo Giuramento parla chiaro: “autonomia del paziente”. Ai tempi di Ippocrate si curavano gli ammalati col tarassaco, l’achillea, l’elleboro; la natura faceva, come si suol dire, il suo corso e un’infezione o la “santa polmonite” ponevano fine ad ogni sofferenza. Oggi il medico ha lasciato la botanica ai giardinieri e il suo armamentario va dall’antibiotico dell’ultima generazione, ai ventilatori polmonari, all’alimentazione nasogastrica. A morire si muore egualmente, con la sola differenza che –l’agonia- si prolunga per mesi e, nel caso degli SVP (stati vegetativi persistenti) anche per anni. Basterà un Giuramento ad aprire la porta della pìetas? Per Willy Shakespeare no! Giulietta: non giurar sulla luna, l'incostante luna che si trasforma ogni mese nella sua sfera. La luna dà meno affidamento di un bond della Cirio, ma anche Asclepio e Igea e Panacea non ci fanno una bella figura. “Il 25 ottobre 1946, con la costituzione di un apposito Tribunale militare, si apriva a Norimberga quello che sarebbe passato alla storia come "il processo ai medici". Nei quasi dieci mesi di durata del processo, ventitre imputati (venti dei quali medici) sarebbero comparsi alla sbarra per rispondere di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, specificatisi essenzialmente nella realizzazione di sperimentazioni disumane sui prigionieri dei campi di sterminio (complessivamente furono ventisei i protocolli sperimentali citati come capi d’imputazione); sedici di loro sarebbero, poi, stati giudicati colpevoli e, tra questi, sette sarebbero stati condannati a morte”. Questi “medici” avevano accettato di non trasgredire alle prescrizione del Giuramento di Ippocrate, ma, nonostante ciò, avevano smarrito la loro scienza e coscienza nei labirinti della razza e della ideologia. Qualunque sia il Giuramento che si imporrà ai neomedici, qualunque sia l’etica, laica o confessionale, che guiderà il loro agire, ogni medico si troverà a dover rispondere a due invocazioni: -dottore mi faccia vivere!- o –dottore mi faccia morire!- e il medico che opera secondo scienza e coscienza dovrà poter agire al riparo di una legge che gli permetta di operare nell’interesse del malato, una legge sull’eutanasia.


    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

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    IDOLI E VITTIME (Il Calibano)

    25 gennaio 2004

    IDOLI E VITTIME

    Chi non è misogallo scagli la prima pietra! Siate onesti! Quando Chirac si è impegolato, come un tordo nel vischio, nella polemica alla Salomè. Tutti, chi più chi meno, hanno riscoperto il piacere di lanciar sassi. Qualche menagramo aveva messo in guardia dall’abbandonarsi a troppo precipitose lapidazioni. Il velo a scuola è la parte visibile di un iceberg, la parte sommersa è la condizione dell’altra metà del cielo in alcuni paesi. “La condizione della donna nell'Islam varia da nazione a nazione. In quegli Stati in cui le leggi del Corano sono applicate più rigidamente, le donne vivono in condizioni di libertà e di diritti nettamente inferiore rispetto all'uomo. In particolare: minore libertà di spostamento; minore libertà d'espressione, di parola, di salute; minore possibilità di avanzare negli studi o nella carriera; minore possibilità di rivestire cariche o ruoli di responsabilità in ambito civile o religioso; quasi nessuna possibilità di partecipare alla vita politica o di venire eletta; scarsa possibilità di decidere il proprio destino o quello dei propri figli; sottomissione all'uomo, imposizione, in molti paesi, dell'infibulazione e dell'escissione; frequenti gravidanze non scelte liberamente ma imposte dal marito. Il Corano così recita: "Gli uomini sono in posizione superiore alle donne" (4,34). Nella Tradizione degli Hadith viene riportato che Maometto abbia detto: "Non ho visto nessuno più minorato di voi femmine nell'intelligenza e nella religione; un uomo serio può essere facilmente traviato da alcune di voi" e anche "Non è evidente che la testimonianza di due donne è uguale a quella di un uomo?". Oh, sia chiaro che –relata refero- nessun processo alle culture antropologiche o alle “simpatiche tradizioni”. Vorrei fare, diciamo, i conti della serva: se due più due fa quattro per un occidentale perché dovrebbe fare cinque o sei per una donna islamica? Vorrei che si riflettesse sul legame tragico che unisce l’idolo alla vittima. Mentre lapidavamo i fratelli d’oltralpe, il dott. Omar Abdulkadir, dell’ospedale fiorentino di Careggi, ci ha svegliati dal confortevole sonno di “belli addormentati” suggerendo, come alternativa alla mutilazione sessuale delle bambine, una puntura di spillo sul clitoride anestetizzato. Ecco cosa ne pensa la Bonino, una donna che di Islam se ne intende: “…dobbiamo essere consapevoli che la soluzione alla pratica della mutilazione dei genitali femminili non si può limitare a questa sola questione. In effetti, occorre che essa sia parte di uno sforzo più complessivo mirato a dare potere e diritti civili alle donne – il 50 per cento delle persone che vivono nella società in cui questa pratica viene eseguita. In queste battaglie epocali, il peggior nemico delle donne è stato la tradizione – e il suo fedele alleato: la religione”. La tradizione! Eh, non ci sono più le belle tradizioni di una volta! Ricordo che in alcune regioni d’Italia c’era una simpatica tradizione: il giorno della prima comunione si regalava al maschietto una bella pistola. Sì, avete capito bene: una Beretta cal. 9 o similia. Cosa avreste detto se si fosse fatta una legge che, per rispettare la tradizione, avesse permesso di regalare al comunicando una pistola a salve? Una pistola a salve è infinitamente meno pericolosa di una pistola vera, ma il significato è il medesimo, la violenza del dono resta intatta: il tuo onore, l’onore della tua famiglia/clan è affidato ad un’arma! Ma poiché la tradizione non è qualcosa di ineluttabile destinata a perpetuarsi in eterno, nonostante abbia radici profonde e complesse è, pur sempre il manifestarsi di una volontà di uomini verso altri uomini e, come tale, è soggetta a con*dizionamenti storici e culturali: si verifica quindi continuamente una sorta di tensione dialettica tra l'oggetto della tradizione, i modi in cui essa è trasmessa e le sue interpretazioni. Va da sé che, comunque la si pensi, non possiamo ignorare che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo si è riconosciuta la necessità di concedere una protezione speciale al bambino, infatti si statuiva che: "il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale, necessita di una protezione e di cure particolari”. L’Occidente è stato definito il luogo degli Idoli infranti. Se questa definizione ha un senso, credo che sia quello di sottrarre l’uomo alla deresponsabilizzazione che il rispetto degli Idoli impone, per consegnarlo alla solitudine della sua responsabilità. Cosa deve garantire l’Occidente a chi lo sceglie come nuova Heimat? Il lavoro? Sì! I diritti politici? Sì! Il diritto alla salute? Sì! Sì! Sì! Ma l’Occidente deve andare oltre e trasformarsi nel luogo dove gli Idoli sono stati infranti per garantire i più deboli. Le res sacrae erano beni, inviolabili che offrivano l’immunità, l’asilo a chiunque vi si rifugiasse. Ecco il destino che attende l’Occidente: trasformarsi in –res laica- dove soltanto la persona (per-sé-una) possa decidere di sé.

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  8. #268
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    LEGGERE…STANCA (Il Calibano)

    28 gennaio 2004

    LEGGERE…STANCA

    Che cosa è la Legge Stanca? È un pruno che molesta l'occhio della mente! (Shakespeare, Amleto, Atto I). Leggo e rileggo l’art. 5, quello che riguarda l’accessibilità degli strumenti didattici e formativi. Prima digestio fit in ore! Mastico mastico, ma non riesco a deglutire l’indigesto bolo.

    Ad esempio: “Le convenzioni stipulate tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e le associazioni di editori per la fornitura di libri alle biblioteche scolastiche prevedono sempre la fornitura di copie su supporto digitale degli strumenti didattici fondamentali, accessibili agli alunni disabili e agli insegnanti di sostegno, nell’ambito delle disponibilità di bilancio.” Beh, perché non riesco a mandarlo giù? È presto detto! Questa legge, in occasione di un recente vertice sulla disabilità, tra il Governo Usa e quello UE, è stata indicata come un modello di legge da prendere ad esempio. Bene, vorrei sapere perché una legge che si rivolga al mondo dell’handicap sia costretta a non uscire dalle scuole. Insomma, o il disabile si arrende all’idea di trasformarsi in uno –studente a vita- oppure, appena termina gli studi deve smettere di leggere. Il secondo corno del dilemma è quel “per la fornitura di libri alle biblioteche scolastiche prevedono sempre la fornitura di copie su supporto digitale degli strumenti didattici fondamentali “. Vi chiedo di fare un proustiano sforzo mnemonico: ricordate le –biblioteche scolastiche?- quelle che ricordo io avevano: le favole di Hans Christian Adersen, l’immancabile Robinson Crusoe, l’immarcescibile Jules Verne, una spremuta di Fogazzaro, due gocce di Verga, una scorzetta di Italo Svevo…ah, ricordo anche un libro scritto dal fratello del Preside, uno di quei libri pubblicati a spese dell’autore. Li ho letti perché si era costretti a ritirarne uno al mese e, alla riconsegna, presentare un riassuntino scritto; alla faccia della fiducia! Quando un libro può fregiarsi del bollino blu di “testo formativo?” erano formativi i Faulkner di “Zanzare”, gli Hemingway di “Fiesta”, Miller, Moravia, Camus..e tutti gli autori pubblicati dalla BUR a prezzi stracciati? È più formativo annusare il vento e scovare un Ferlinghetti, un Leavitt o omologarsi, mettendosi all’ingrasso con pastoni bilanciati? Le due cose indigeribili di questa legge sono: l’assurda discriminazione tra il disabile che frequenta la scuola ed il disabile che dal circuito scolastico è già uscito, o il disabile che a quel circuito non può più accedere. La seconda è rappresentata dalla inaccessibilità del disabile in età scolare a testi che esulino dalla scelta dell’insegnante. Nomen omen (il nome è presagio!) e temo che la legge Stanca affonderà, più o meno stanca-mente, nelle morte gore della buroscuolacrazia. Dite che sono un pessimista? Un aforisma sostiene che il pessimista sia un ottimista ben informato. Adesso vi confermo quell’aforisma. Ho telefonato ad una scuola media, un liceo, ed una scuola elementare, di Stanca non si sa nulla, anzi, sono stato pregato di inviare per e-mail il testo della legge. Che fatica cercare di leggere! Mentre il signor Rossi e la casalinga di Voghera possono entrare in una libreria qualsiasi e scorrere i titoli dei libri esposti, il signor Rossi e la casalinga di Voghera se colpiti da una di quelle disabilità che impediscono la lettura dei libri tradizionali, debbono privarsi del piacere di leggere. In questo deserto di indifferenza c’è un oasi ristoratrice. È possibile chiedere di utilizzare i servizi di distribuzione dei libri elettronici della Biblioteca Italiana dei Ciechi di Monza, dell'Istituto per i ciechi F. Cavazza di Bologna. Previo contatto telefonico o e-mail, questi istituti accettano senza problemi anche utenti con altri tipi di disabilità. I recapiti sono i seguenti: internet Biblioteca Italiana per i Ciechi, il catalogo Biblioteca Italiana per i Ciechi - Catalogo del libro informatico Il Servizio Nazionale del Libro Informatico dispone di un catalogo di oltre 5000 titoli. Il servizio viene fornito gratuitamente su richiesta dell'utente, al quale viene inviato il catalogo e, successivamente, le opere a domicilio su floppy disk. Non è prevista la distribuzione on-line. Chissà se al min. Stanca la lettura di questa notizia non gli suggerisca un modo per rendere migliore la più avanzata legge d’Europa?

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  9. #269
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    IL TESTAMENTO DEGLI ITALIANI (Il Calibano)

    1 febbraio 2004


    IL TESTAMENTO DEGLI ITALIANI

    Il testamento è, nella giallistica e in grande parte della letteratura d’evasione, quello che la rucola è nella cucina dello chef improvvisato, o a corto di fantasia. Il testamento è ambiguo, apocrifo, impugnato, palesemente falso, doppio, triplo, estorto, introvabile, autentico: sì, esiste anche il testamento autentico. Il testamento autentico è l’epifania di una volontà che più non è. È la voce di chi non può più parlare, è un monito a chi resta di non stravolgere ciò che è stato deciso, è invocazione e preghiera che deve trovare esecutori attenti e rispettosi. Una variante del –classico- testamento è il testamento biologico. Il principio su cui si basa è semplice. Come il suo fratello maggiore autorizza una persona a decidere sulle sorti del suo patrimonio, così il testamento biologico esprime i desiderata di una persona nei riguardi del suo patrimonio più inviolabile: il corpo! Il CNB (comitato nazionale per la bioetica) dopo notti più agitate di quella dell’Innominato e dubbi più amletici di quelli del pallido prence, ha deciso che sì, anche gli Italiani meritassero un testamento biologico, e il 18 dicembre 2003 ha dato alla luce un documento di diciannove pagine intitolato Dichiarazioni Anticipate di Trattamento. Vi domandate perché non lo abbiano chiamato semplicemente Testamento Biologico? Perché la parola –testamento- ha fatto rizzare il pelo a certi ambienti che, pur avendo fondato le loro –fortune terrene e speranze celesti - sul Vecchio e Nuovo Testamento, temono che la parola “testamento” sia un modo surrettizio di introdurre il cavallo dell’eutanasia dentro le mura di Troia dell’inviolabilità della vita. Non è vero? Forse! Ma a pensar male…con tutto quel che segue. Il documento del Comitato nazionale di bioetica, firmato da 54 saggi -avete notato che in Italia ci sono più saggi che pitbull?- che andrà ora all'esame del Parlamento, dovrebbe consentire, a chi lo ritenga opportuno, di redigere una dichiarazione, nel pieno delle proprie facoltà mentali, con la quale si potrà chiedere (e ottenere) dal medico la fine delle cure quando queste non fossero più, in alcun modo, efficaci. Le jeux sont fait! Sì, ma il cartaio ha sempre l’ultima parola. Infatti, il medico potrà rifiutarsi di eseguire la volontà del paziente ma dovrà spiegare formalmente il perchè del suo no. I 54 saggi hanno fatto riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, alla ratifica del Parlamento Italiano della Convenzione sui diritti umani e la biomedicina (L. 28 marzo 2001, n. 145), già firmata a Oviedo il 4 aprile 1997, al Codice di deontologia medica italiano, che all’art. 34, sotto la rubrica Autonomia del cittadino, dispone : “ Il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell’indipendenza professionale, alla volontà di curarsi liberamente espressa dalla persona. Ha, peraltro, sottolineato che il medesimo codice deontologico afferma all’art. 36 che “il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare o favorire trattamenti diretti a provocarne la morte” e all’art. 35 abilita il medico a intervenire con l’assistenza e le cure indispensabili in condizioni di urgenza e in caso di pericolo di vita. Non avete capito la contraddizione finale? Niente paura, Wolfgang Goethe diceva che una perfetta contraddizione resta misteriosa ai savi come ai pazzi. Le ponderose e dotte elucubrazioni dei 54 Saggi 54, sono state precedute da una proposta di legge d’iniziativa del deputato Benvenuto: “Disposizioni in materia di dichiarazione anticipata di volontà” sui trattamenti sanitari” presentata il 30 giugno 2003. Ha un numero “4121” e un percorso da effettuare “Fase iter Camera: 1^ lettura”. Siamo in trepida attesa, d’altronde è proprio vero che la terra è la sala d'attesa per il viaggio nell'aldilà.

    Il Calibano

  10. #270
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    NATALE IN CASA FORMIGONI (Il Calibano)

    2 febbraio 2004


    NATALE IN CASA FORMIGONI

    Su Rai 3, al programma "Che tempo che fa" in onda dalle 20.10 alle 21 si è messo in scena un remake di “Natale in casa Cupiello”. La commedia è nota, ma per dovere di informazione, vorrei ricordare un passaggio caratterizzante: Luca Cupiello, come ogni Natale, prepara il presepe, ma il figlio Tommasino, con dispetto, gli ripete che a lui il presepe non piace. Gli ospiti erano Emma Bonino e Roberto Formigoni, il tema da trattare era la patata bollente della laicità dello Stato e delle istituzioni. Formigoni, indossati gli abiti di Luca Cupiello, si è messo all’opera per allestire un oleografico e gratificante presepe dove l’Italia, riscaldata dal bue della tolleranza e dall’asinello della libertà, dava lezione di vita a quei tagliatori di teste d’oltralpe. Eravamo noi la cometa che gli altri paesi, statolatri e laicisti, dovevano seguire per uscire dal buio della barbarie. Accese le luci e messa la farina sulle montagne, aspettava gli applausi. Ha aspettato invano. La Bonino-Tommasino lo ha raggelato con il blasfemo: “e a me nun me piace o’ presepe!”. Naturalmente non si è limitata ad una nichilistica contrapposizione. Mentre Formigoni-Luca, perduto l’aplomb ecumenico e comprensivo da –rifugium peccatorum- cercava di non far crollare il castello che sosteneva l’idea di un’Italia laica, la Bonino-Tomassino ha intonato il –madamina, il catalogo è questo- ed ha enumerato le leggi ed i divieti che hanno caratterizzato i lavori parlamentari: dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita, alla confusione mentale che colpisce gli onorevoli quando sono chiamati a discernere tra reato e peccato. Il bue e l’asinello si sono trasformati in due pitbull. Formigoni-Luca, gettato il saio alle ortiche, ha indossato la tuta mimetica del guastatore e, per sabotare l’avversario, si è lanciato in un monologo alla Carmelo bene. Inutile la disperata difesa della Bonino-Tomassino affidata a laicissimi: “tocca a me” e “lei ha parlato senza essere interrotto” e “mi faccia parlare ho il satellite…” Il Formigoni Furioso l’ha azzittita con un tollerante: “ se lei dice cose che non corrispondono alla realtà è naturale che non la lasci parlare!”. Il conduttore, Fabio Fazio, era costretto a mettere la sordina allo standing ovation che il pubblico tributava alla Bonino, poi si augurava che un dibattito tanto stimolante potesse trovare altri spazi per decollare. Rivedremo la Bonino e Formigoni a Porta a Porta? Non so, forse a Porta a Porta vedremo Formigoni e la Marini…eh, nella vita non si può avere tutto!

    Il Calibano

 

 
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