Nichilismo e pacchetto vacanze
29 dicembre 2004
di Il Calibano
ODISSEO
È da saggi, nelle sventure, avere il senso della realtà.
Euripide, Ecuba.
Ero ansioso, lo ammetto, ero ansioso di, mi si passi il bisticcio, sfogliare Il Foglio per seguire, come il Cacciatore Bianco di Hemingway, le tracce dell’Elefantino o, nel peggiore dei casi, le Stazioni che marcano il passaggio del Cristiano Illuminista o dell’Illuminista Cristiano, o sorprendere all’abbeverata qualche Ateo Devoto, o Devoto Ateo impastoiato nel proprio ossimoro. Ma la caccia, si sa, è un’attività, non oso chiamarla sport per non cadere vittima di qualche animalista – fondamentalista, che può riservare esaltanti emozioni, o cocenti delusioni. Credevo, ingenuamente, che la sciagura nel Sud-est asiatico, con il suo corollario di un numero indefinito di vittime (55.000?), una piccolissima parte delle quali colta nell’otium, forse è il caso di definirla catastrofe, dando al termine lo stesso significato che gli attribuisce Aristotele nella Poetica e cioè un passaggio improvviso da uno stato di felicità a uno di infelicità, suscitasse in qualche fogliante le stesse laceranti riflessioni che si ebbero dopo il terremoto di Lisbona che la mattina del 1° novembre 1755, giorno di Ognissanti, colpì la città mentre la maggior parte dei cittadini era in chiesa e causò 70.000 vittime. Non mi aspettavo, di certo, un “Poème sur le désastre de Lisbonne”, non credo che Voltaire vedrebbe i suoi articoli pubblicati sulla prima del Il Foglio, forse troverebbero posto tra le lettere al Direttore, ma un paio di cartelle sul male, queste sì, me le aspettavo! Il male senza plastico e senza scimitarra, il male senza ideologia, un male asettico, indifferente, “democratico” che ruba la ribalta mediatica al male “jadista”. Un male che colpisce il bambino bianco-cristiano-sovrappeso-invacanza e il bambino-mussulmano-sottopeso-allavoro. Mi aspettavo, lo ammetto, qualche pensiero alla Hans Jonas di “Pensare Dio dopo Auschwitz”: - Dinanzi a questo eccesso di male nel mondo - dice Jonas - i casi sono certamente due: se Dio è totalmente inconoscibile non possiamo dire come si concilia Dio con l'esistenza del male del mondo; non conosciamo Dio e non possiamo comprendere la ragione dei suoi comportamenti. Però il Dio biblico è un Dio grande che si rivela come un Dio di misericordia, Dio di pietà, Dio di tenerezza, di giustizia. Se accettiamo la rivelazione, ci troviamo di fronte a due possibilità: o Dio, vedendo il male che c'è nel mondo, può consolarlo, può evitarlo, può fermarlo ecc., ma non lo fa, oppure vorrebbe fermarlo ma non può-. Mi sarei aspettato una conclusione “relativista” alla Sergio Quinzio del tipo: - L'unico modo che abbiamo per uscire da questa contraddizione, fra l'esistenza di Dio e il male del mondo, è quello di ammettere che, in qualche modo, Dio non sia perfettamente onnipotente-. Questo mi aspettavo...invece, sono stato investito da un editoriale di difesa denso e fumoso, come lo spruzzo di una seppia. Diradatasi la foschia, ho intravisto Vandana Shiva, Umberto Galimberti, Kyoto, il Nobel V. S. Naipaul tenuti insieme da un oscuro “senso di colpa”. Quando il valore toglie alla ragione, / Rode la spada con cui combatte. (W. Shakespeare) e, finalmente, quando il “valore” è venuto meno, la ragione ha rivendicato i suoi diritti e il Direttore ha scritto: “…non esiste nessuna maledizione, ed è in momenti come questo che dovrebbero, semmai, essere tenute ben distinte la sfera della fantasia da quella delle cognizioni scientifiche”. Come non concordare? La natura è matrigna, non madre e per contrastarla l’uomo deve ricorrere alla “tecnica”, sia che si tratti di –impiantare- una rete di altoparlanti che prevenga la sorpresa dello tsunami, sia che si tratti di –impiantare- un embrione senza gravissime anomalie genetiche. Il resto, come sostiene l’Elefantino, appartiene alla sfera della fantasia.




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