Beati o sfigati?
27 febbraio 2005
di Il Calibano
Rosario Chiàrchiaro: “Ha visto? E non ho ancora la patente!”
(Luigi Pirandello, La patente)
“Beati i radicali, beati i preti di sinistra, beati i progressisti della politica, delle università, dei laboratori di ricerca e degli studi di ginecologia, beati i giornalisti e gli opinionisti laici, beati coloro che credono nelle idee abrogazioniste della legge 40 sulla fecondazione artificiale, che vogliono libertà di desiderio, libertà di fare figli come e quando si vuole, libertà varie di comportamento sempre a scopo terapeutico, sempre in vista dell’autodeterminazione e della salute fisica e spirituale della donna e dell’uomo. Hanno già vinto senza combattere, perché sono i soli a combattere. Forse con i referendum affosseranno la legge che detestano, forse no, ma vinceranno comunque: alla fine avranno parlato soltanto loro e, quale che sia la norma provvisoria in vigore, sarà stata la loro visione a prevalere”.
Questo è l’incipit di un editoriale del quotidiano “Il Foglio” dal titolo “Invidia” che, ricorrendo alla collaudata tecnica del –Pianto Greco-, celebrava gli allori, i fasti, le vittorie, le audaci imprese e, perché no, la gioiosa macchina da guerra dei referendari i cui mangani e arieti avevano demolito le mura medievali della famosa, o meglio, famigerata legge 40/2004.
Una legge che, dopo essere stata votata, a detta degli stessi parlamentari favorevoli, alla –Montanelli- (naso e orifizi vari ben turati), veniva criticata da Fioroni e Giovanardi, in un indimenticabile –Porta a Porta- che verrà ricordato, negli annali dell’avanspettacolo, al pari dello sketch del Sarchiapone, come se, al momento del voto, fossero stati posseduti dallo spirito di Pedrizzi.
“Hanno già vinto senza combattere…” è questo lo straziante lamento del direttore del “Il Foglio” che amaramente si/ci spiega il perché di una così facile vittoria: “perché sono i soli a combattere”.
Beh, bisogna ammettere che –combattere da soli- rende tutto più semplice e meno cruento: una valanga di quasi 2.000.000 di firme, raccolte sotto la canicola, erano un’arma di convinzione di massa alla quale anche la Consulta si era arresa. Insomma, in alto i cuori e…alle urne!
Ma coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della vittoria. Giusto il tempo di fare una doccia, rifocillarsi, cingersi il capo con un serto di mirto e leggersi il bel articolo intitolato “Invidia”…che un grido scuote i referendari dal torpore postprandiale della vittoriosa abbuffata: Hannibal ad portas!
La pattuglia di guastatori (quelli che guastano la festa ai “beati”) è guidata da Francis Fukuyama e Camillo Ruini (una coppia molto più strana degli indimenticabili Jack Lemmon e Walter Matthau) ma, come loro, efficaci e trascinanti.
I referendari traccheggiano, si interrogano, chi cerca il bicarbonato, chi preferisce un sambuchino, chi due compresse di Maalox, altri, come Napoleone, esclamano: “Wellington è un pessimo generale. Prevedo la vittoria entro l'ora di pranzo”.
Troppo tardi! Un fromboliere, Giuliano Amato, scaglia la prima pietra: “Il referendum è pericoloso: se vincono i no la legge non funzionerà. Se vincono i sì c’è il rischio che i vincitori si attestino su una lettura rigida del responso referendario; per cui si cancelleranno norme senza creare le premesse per norme migliori”.
Dopo quella prima pietra arriva una pioggia di quadrelle da far impallidire Epaminonda:
Martinazzoli: “Viviamo la crisi oggettiva della democrazia. La politica è trascinata a ragionare attorno a quelle che nel linguaggio cattolico chiamiamo le domande ultime; mentre siamo sempre stati convinti che la politica dovesse starci lontana, perché può dare risposte aberranti. E alla vigilia del referendum si sente la mancanza di un partito vituperatissimo...”.
Si sono espressi per il non voto: Francesco Cossiga, Antonio Socci, i vescovi Alessandro Maggiolini e Gerolamo Grillo, quelli emeriti Marcello Morgante e Antonio Riboldi, il rettore della Lateranense Rino Fisichella, il biologo Angelo Vescovi.
Boffo: “Non è vero che noi ci asterremo: è troppo poco. Noi non andiamo a votare, che è un doppio no: al contenuto dei quesiti e a questa rozza strumentalizzazione del metodo referendario”.
Con 112 nomi di peso e un manifesto sonante nasce il “Comitato per impedire il peggioramento della legge 40 sulla fecondazione assistita”.
I vescovi italiani vogliono il 12 giugno come data del referendum sulla procreazione.
E sulle falangi dei referendari che risalivano in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa baldanza, quel maramaldo di Francesco Agnoli sganciava l’Enola Guy: “La bomba atomica è solo l’esempio più palese di cosa possa determinare un uso sbagliato delle scoperte scientifiche. Lo stesso potrebbe dirsi degli esperimenti dei medici e psichiatri nazionalsocialisti sulle donne, i feti, gli anziani e i malati”.
Tutto questo disastro a causa di un articolo del “Il Foglio” intitolato “Invidia”.
Eh, con l’invidia non si scherza! è sentimento di bramosia, di acre irritazione alla vista della felicità, dei vantaggi altrui e, come ricorda il Petrarca: “O invidia nimica di vertude, / ch'a' bei principi volentier contrasti”, ed è uno dei sette peccati capitali. Insomma, è peggio l'invidia di un amico che l'insidia di un nemico.
I referendari, possono ancora sperare che questa Caporetto si trasformi in una Vittorio Veneto? Certo, che toccamenti apotropaici e cornetti vari arriverebbero fuori tempo massimo, ma nel loro arco hanno ancora una freccia e, se è vero che chiodo scaccia chiodo, potrebbero scrivere un articolo intitolato “Invidia”. L’incipit potrebbe essere questo: Beati quelli del fronte del no, beati gli astensionisti, beati gli atei-devoti-, beati i proibizionisti… hanno già vinto senza combattere, perché sono i soli a combattere. Forse con l’astensionismo salveranno la legge che detestano, forse no, ma vinceranno comunque: alla fine avranno parlato soltanto loro e, quale che sia il destino dei malati e delle coppie sterili, sarà stata la loro visione a prevalere”.




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