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    io e basta
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Beati o sfigati?

    27 febbraio 2005

    di Il Calibano

    Rosario Chiàrchiaro: “Ha visto? E non ho ancora la patente!”

    (Luigi Pirandello, La patente)



    “Beati i radicali, beati i preti di sinistra, beati i progressisti della politica, delle università, dei laboratori di ricerca e degli studi di ginecologia, beati i giornalisti e gli opinionisti laici, beati coloro che credono nelle idee abrogazioniste della legge 40 sulla fecondazione artificiale, che vogliono libertà di desiderio, libertà di fare figli come e quando si vuole, libertà varie di comportamento sempre a scopo terapeutico, sempre in vista dell’autodeterminazione e della salute fisica e spirituale della donna e dell’uomo. Hanno già vinto senza combattere, perché sono i soli a combattere. Forse con i referendum affosseranno la legge che detestano, forse no, ma vinceranno comunque: alla fine avranno parlato soltanto loro e, quale che sia la norma provvisoria in vigore, sarà stata la loro visione a prevalere”.

    Questo è l’incipit di un editoriale del quotidiano “Il Foglio” dal titolo “Invidia” che, ricorrendo alla collaudata tecnica del –Pianto Greco-, celebrava gli allori, i fasti, le vittorie, le audaci imprese e, perché no, la gioiosa macchina da guerra dei referendari i cui mangani e arieti avevano demolito le mura medievali della famosa, o meglio, famigerata legge 40/2004.

    Una legge che, dopo essere stata votata, a detta degli stessi parlamentari favorevoli, alla –Montanelli- (naso e orifizi vari ben turati), veniva criticata da Fioroni e Giovanardi, in un indimenticabile –Porta a Porta- che verrà ricordato, negli annali dell’avanspettacolo, al pari dello sketch del Sarchiapone, come se, al momento del voto, fossero stati posseduti dallo spirito di Pedrizzi.

    “Hanno già vinto senza combattere…” è questo lo straziante lamento del direttore del “Il Foglio” che amaramente si/ci spiega il perché di una così facile vittoria: “perché sono i soli a combattere”.

    Beh, bisogna ammettere che –combattere da soli- rende tutto più semplice e meno cruento: una valanga di quasi 2.000.000 di firme, raccolte sotto la canicola, erano un’arma di convinzione di massa alla quale anche la Consulta si era arresa. Insomma, in alto i cuori e…alle urne!

    Ma coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della vittoria. Giusto il tempo di fare una doccia, rifocillarsi, cingersi il capo con un serto di mirto e leggersi il bel articolo intitolato “Invidia”…che un grido scuote i referendari dal torpore postprandiale della vittoriosa abbuffata: Hannibal ad portas!

    La pattuglia di guastatori (quelli che guastano la festa ai “beati”) è guidata da Francis Fukuyama e Camillo Ruini (una coppia molto più strana degli indimenticabili Jack Lemmon e Walter Matthau) ma, come loro, efficaci e trascinanti.

    I referendari traccheggiano, si interrogano, chi cerca il bicarbonato, chi preferisce un sambuchino, chi due compresse di Maalox, altri, come Napoleone, esclamano: “Wellington è un pessimo generale. Prevedo la vittoria entro l'ora di pranzo”.

    Troppo tardi! Un fromboliere, Giuliano Amato, scaglia la prima pietra: “Il referendum è pericoloso: se vincono i no la legge non funzionerà. Se vincono i sì c’è il rischio che i vincitori si attestino su una lettura rigida del responso referendario; per cui si cancelleranno norme senza creare le premesse per norme migliori”.

    Dopo quella prima pietra arriva una pioggia di quadrelle da far impallidire Epaminonda:

    Martinazzoli: “Viviamo la crisi oggettiva della democrazia. La politica è trascinata a ragionare attorno a quelle che nel linguaggio cattolico chiamiamo le domande ultime; mentre siamo sempre stati convinti che la politica dovesse starci lontana, perché può dare risposte aberranti. E alla vigilia del referendum si sente la mancanza di un partito vituperatissimo...”.

    Si sono espressi per il non voto: Francesco Cossiga, Antonio Socci, i vescovi Alessandro Maggiolini e Gerolamo Grillo, quelli emeriti Marcello Morgante e Antonio Riboldi, il rettore della Lateranense Rino Fisichella, il biologo Angelo Vescovi.

    Boffo: “Non è vero che noi ci asterremo: è troppo poco. Noi non andiamo a votare, che è un doppio no: al contenuto dei quesiti e a questa rozza strumentalizzazione del metodo referendario”.

    Con 112 nomi di peso e un manifesto sonante nasce il “Comitato per impedire il peggioramento della legge 40 sulla fecondazione assistita”.

    I vescovi italiani vogliono il 12 giugno come data del referendum sulla procreazione.

    E sulle falangi dei referendari che risalivano in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa baldanza, quel maramaldo di Francesco Agnoli sganciava l’Enola Guy: “La bomba atomica è solo l’esempio più palese di cosa possa determinare un uso sbagliato delle scoperte scientifiche. Lo stesso potrebbe dirsi degli esperimenti dei medici e psichiatri nazionalsocialisti sulle donne, i feti, gli anziani e i malati”.

    Tutto questo disastro a causa di un articolo del “Il Foglio” intitolato “Invidia”.

    Eh, con l’invidia non si scherza! è sentimento di bramosia, di acre irritazione alla vista della felicità, dei vantaggi altrui e, come ricorda il Petrarca: “O invidia nimica di vertude, / ch'a' bei principi volentier contrasti”, ed è uno dei sette peccati capitali. Insomma, è peggio l'invidia di un amico che l'insidia di un nemico.

    I referendari, possono ancora sperare che questa Caporetto si trasformi in una Vittorio Veneto? Certo, che toccamenti apotropaici e cornetti vari arriverebbero fuori tempo massimo, ma nel loro arco hanno ancora una freccia e, se è vero che chiodo scaccia chiodo, potrebbero scrivere un articolo intitolato “Invidia”. L’incipit potrebbe essere questo: Beati quelli del fronte del no, beati gli astensionisti, beati gli atei-devoti-, beati i proibizionisti… hanno già vinto senza combattere, perché sono i soli a combattere. Forse con l’astensionismo salveranno la legge che detestano, forse no, ma vinceranno comunque: alla fine avranno parlato soltanto loro e, quale che sia il destino dei malati e delle coppie sterili, sarà stata la loro visione a prevalere”.

  2. #62
    io e basta
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Pesci pilota e pesci in barile

    5 marzo 2005

    di Il Calibano



    «Nossignore, è una balena franca,» rispose Tom:

    «Ne ho visto la sfiatata; ha lanciato un paio

    d'arcobaleni che più graziosi un cristiano non

    li potrebbe desiderare…»



    Cooper, II pilota. (Melville - Moby Dick, etimologia ed estratti.)







    Per il pesce pilota il referendum è come l’eritropoietina per il calciatore. Il solo annuncio di una consultazione popolare strappa il pesce pilota, Naucrates ductor, dalle praterie di posidonie e lo proietta nel gurgite vasto, rinvigorito, corroborato e tonificato. L’habitat d’elezione del ductor è il Mar dell’Etica dove, tra gli scogli dei Valori, si aggira in cerca di prede. Il pesce pilota è un predatore atipico…infatti, più che predare, vuole in-segnare (lasciare il segno).

    Il Naucrates non sopporta il modo di vivere di scorfani, passere, murene, saraghi, triglie e, soprattutto lo indispone quello –disordinato- del tordo, un labride che passa dal sesso femminile (fase primaria) al sesso maschile (fase secondaria) cambiando i colori. Quello che –non gli va giù- è che il popolo dei pinnuti possa esprimere la propria volontà. Pazientemente, il pilota, costringe i malcapitati pesciacci ad accodarsi a lui e seguirlo. Ogni tanto, si volta per controllare che tutti siano in fila e ben coperti e se un pesce sartori, o un pesce severino, o un pesce giorello, o un pesce coscioni sporge la testa e tenta una sortita, il pesce pilota, mirabile dictu, compie una metamorfosi, e come Jekyll si trasformava in Hide, lui si trasforma in un pesce martello e…toc, toc, toc rimette in fila i riottosi e riprende la marcia. -Ma dove vanno i marinai? si domandava un celebre cantautore-. I marinai, è noto, vanno dove gli pare. Il pesce pilota ha, come l’anguilla, una meta precisa: l’anguiforme idealista sogna il Mar dei Sargassi, il ductor sogna l’Oceano della Verità (una verità che impedisce la ricerca scientifica sulle cellule prelevate da embrioni sovrannumerari). Solo che l’aspirante capitone non obbliga nessuno a seguirlo, mentre il pesce pilota vuole che tutti, volenti o nolenti, o, molto spesso, dolenti lo seguano. Allora, per raggiungere il suo scopo, si aggira nei canali TV, nelle lagune dei quotidiani, nei porti dei settimanali, nelle secche di Internet e si prepara al grande viaggio, senza curarsi dell’ammonimento di Guy de Maupassant: “Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà”.

    A questo punto, una domanda s’impone: “qual è la realtà? La realtà è che dal 1° marzo, in Svizzera, entra in vigore la legge sulle cellule staminali embrionali, approvata in votazione popolare il 28 novembre 2004. La legge permette ai ricercatori di derivare cellule staminali dagli embrioni “soprannumerari”, vale a dire da embrioni nati per la fecondazione in vitro che non hanno potuto essere impiantati nell'utero della madre. Gli scienziati sperano che lo studio delle cellule staminali possa un giorno aiutare a combattere malattie degenerative come l'Alzheimer, il Parkinson o il diabete. Cosa pensate che abbia fatto il pesce pilota? No, non ha invocato un Berna storm, né ha chiesto le sanzioni, né ha smesso di mangiare l’emmenthal. Il pesce pilota, più rapido di Fregoli, si è travestito da pesce in barile e ha fatto…il pesce in barile.

    La realtà è che in Gran Bretagna Il papà della pecora Dolly, Ian Wilmut, e i colleghi del Kings College di Londra stanno per ricevere l'ok per la clonazione di embrioni umani a scopo di ricerca.
    Il parere positivo della Human Fertilisation and Embryology Authority dovrebbe arrivare a giorni. Wilmut clonerà embrioni umani per studiare la malattia del moto-neurone (MND), una patologia che provoca la morte dei neuroni che controllano i movimenti nel cervello e nel midollo spinale. La clonazione terapeutica è legale in Gran Bretagna dal 2001, ma da allora l'authority preposta al vaglio delle autorizzazioni ha concesso il proprio parere positivo solo un'altra volta. Cosa pensate che abbia fatto il pesce pilota? No, non ha paragonato Tony Blair a Erode né ha murato l’ingresso del tunnel sotto la Manica. Ha, semplicemente e con disinvoltura, fatto il pesce in barile.

    La realtà è che il governo spagnolo ha annunciato che autorizzerà quattro progetti di ricerca sulle cellule staminali embrionali. Il 29 ottobre 2004 il governo aveva emanato un decreto che permette ricerche di questo tipo, e il 23 febbraio il ministero della Sanità ha approvato quattro progetti specifici (tre presentati dalla Junta de Andalucía e uno dalla Generalitat Valenciana). Un quinto progetto (presentato dalla Generalitat Valenciana) è stato invece respinto. Uno dei progetti sarà diretto da Bernat Soria, presidente dell'European Stem Cell Network e responsabile dell'istituto di bioingegneria dell'università Miguel Hernandez di Alicante, che utilizzerà cellule staminali per creare tessuto pancreatico produttore d'insulina, destinato a curare il diabete. Un altro progetto, diretto da José López Barneo dell'ospedale Virgen del Rocío di Siviglia, mira a curare le malattie neurodegenerative (e in particolare il morbo di Parkinson). Gli altri due progetti riguardano le tecniche di affinamento usate per trasformare le cellule staminali in altri tipi di cellule e tessuti. Attualmente solo altri tre paesi dell'Ue permettono ricerche di questo tipo: Belgio, Regno Unito e Svezia.

    Sì, avete indovinato! Il pesce pilota, messo di fronte alla realtà, preferisce fare il pesce in barile, ma se un pesce sartori, o un pesce severino, o un pesce giorello, o un pesce coscioni chiedono che sia permesso, anche nel Mar d’Italia, ciò che è lecito in altri mari…toc! Toc! Toc! Il pesce in barile ridiventa pesce martello e martella, martella, martella…

  3. #63
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    Muti come un Papa

    7 marzo 2005

    di Il Calibano

    Il Papa parlerà come Coscioni?

    Se la tracheotomia, da temporanea, dovesse diventare permanente e trasformarsi in

    una tracheostomia, si pone il problema di quale cannula tracheostomica usare.

    La cannula fenestrata consentirebbe la fonazione ma, in caso di difficoltà di

    deglutizione non eviterebbe ai frammenti di cibo di passare nei polmoni e causare

    la temutissima –polmonite ab ingestis-. Per ovviare a questo inconveniente si deve

    usare una cannula cuffiata che, a differenza della fenestrata, non ha aperture laterali ed è circondata da un palloncino che viene “cuffiato” (gonfiato) con aria o soluzione fisiologica in modo tale che aderendo alle pareti della trachea impedisca al cibo di penetrare nei polmoni.

    La cannula cuffiata non permette la fonazione e quindi non è improbabile che il Santo Padre per parlare debba ricorrere all’uso di un computer e di un software.

    In futuro, forse, ascolteremo una voce artificiale, simile a quella di Luca Coscioni, benedire i fedeli radunati in piazza San Pietro.

  4. #64
    io e basta
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    Era meglio morire da piccoli!

    8 marzo 2005

    di Il Calibano

    Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto,

    sarebbe cambiata l'intera faccia della terra.

    Blaise Pascal



    Leggo dal Corsera del 07 marzo 2005, un articolo di Arturo Carlo Quintavalle il cui incipit mi fa piombare in un profondo stato depressivo: “Il volto di Dante? Senza naso aquilino!”. Il ritratto dell’Alighieri, con il naso riveduto corretto da una rinoplastica demolitiva incurante dell’alto valore, simbolico ed etico, che la poetica protuberanza rappresentava per tutti gli Italiani, è stato appena finito di restaurare insieme a un importante ciclo di affreschi scoperti nella sede dell’Arte dei Giudici e Notai a Firenze, a via del Proconsolo, a un passo dal Bargello.

    Oddio, non voglio dire di essere vissuto immerso, come un cetriolo nella salamoia, in un rassicurante brodo di certezze, però c'erano quattro o cinque capisaldi ai quali mi potevo aggrappare come una cozza allo scoglio e aspettare che passasse la tempesta. Tra queste certezze c'era il naso di Dante Alighieri. Cribbio! quello sì che era un naso! Spuntava, come un segnalibro, dal sussidiario delle elementari e ti accompagnava, fedele come un cane e discreto come un gatto, fino al diploma.

    Durante la crisi adolescenziale, quando ci si accorge, improvvisamente, di avere un orecchio più alto dell'altro, la mascella asimmetrica, il labbro pendulo, il naso storto e si decide di insaponare la corda del bucato per chiudere, romanticamente, la vita sull'esempio del giovane Werther...cosa impediva di compiere l'irreparabile gesto? Il naso di Dante, il ghibellin fuggiasco! Insomma, se uno con quel naso faceva il filo alle ragazzine è segno che qualche volta gli era andata bene...e, se era andata bene a lui, perchè non doveva andare bene anche a me che non aspiravo ad una Bice di Folco Portinari, ma a Liliana Rossi, la figlia della bidella, che, oltretutto, aveva la fronte eburnea disseminata di leziosi foruncoli, i pomelli accesi da un carminio da etilista cronico, era onicofaga e, quando si sottoponeva, come fosse un martirio, alle mie accurate esplorazioni corporali, sudava più di Tyson? E' vero, non le ho dedicato la Divina Commedia, ma durante la ricreazione, con lo Stabilo rosso scrivevo il suo nome sulla parete del cesso, poi disegnavo un cuore sanguinante trafitto da una freccia e contornato da pompeiane materializzazioni dei miei oscuri desideri. No, non me l'ha data, in quegli anni non te la davano quasi mai, non per colpa del naso, ma per l'inettitudine all'approccio sessuale con le femmine (tra maschi le cose andavano molto meglio) che si respirava negli oratori insieme all'incenso e all'odore della cera.

    Se sono ancora vivo lo devo a quel naso che, oggi, mi viene sadicamente negato come la data del referendum, la Befana, Babbo Natale e la Roma che batte la Juventus.

    Domani ritoccheranno il naso di Cleopatra, quello di Socrate e il profilo di Inghirani, e l'unica appendice, degna di nota, che mi accompagnerà alla tomba sarà quella confindustriale di Innocenzo Cipolletta.

    Era meglio morire da piccoli...quando al vento vedevamo cadere soltanto gli aquiloni, mentre i nasi restavano saldamente ancorati al loro posto.

  5. #65
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    L’Elefantino di Troia

    12 marzo 2005

    di Il Calibano

    Timeo danaos et dona ferentes…e se invece dei danai, a bussare alle porte di Ilio sono gli atei-devoti che, invece di recare doni, chiedono di accogliere entro le mura dell’assediata cittadella dei 4SI’, un Elefantino (si fa per dire!)…beh, non c’è da meravigliarsi se la faustiana e sulfurea, o meglio, al sentore di incenso, proposta getti Cassandra sull’orlo di una crisi di nervi. Diventare due facce della medaglia –Laica- e giocare a testa o croce la posta dell’informazione –politicamente corretta?

    A parte la facile profezia di veder nottetempo, sciamare dal capiente Elefantino una dozzina di cloni di Socci, Amicone e Agnoli, il dubbio che –come un pruno molesta gli occhi della mente- è questo: “perché Giuliano-l’astuto, dopo aver tenuto bordone alla CEI e retto il sacco a Ratzinger, sente il bisogno di scrollarsi di dosso la polvere delle sagrestie e coprire l’odore dell’incenso con il profumo di Porta Pia?

    Cassandra, sospettosa divinatrice di inascoltate profezie, è certa che il pirotecnico fogliante si sia reso conto di essersi identificato a tal punto con il ruinipensiero di venire ormai percepito dalla –ggente- come una poco credibile appendice di oltretevere. Quale migliore occasione per rifarsi una verginità laica o perdere la riacquistata e, a questo punto ingombrante, verginità confessionale che dedicarsi ad una full-immersion nella jacuzzi Radicale in compagnia di Marco, Emma, Daniele, Marco (2), Luca?

    Diavolo di un uomo! Diavolo di un giornalista! Diavolo di un ateo-devoto! Ha su di me lo stesso effetto del cobra sul topolino: mi guarda, si avvicina, so che mi mangerà ma non fuggo. Se torno a nascere voglio essere…Anselma Dell'Olio!

  6. #66
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    San Tommaso

    18 marzo 2005

    di Il Calibano

    Beh, noi referendari abbiamo la forza di chi non crede che l’uomo sia condannato a soffrire, non crediamo che desiderare un figlio, anche con l’intercessione della scienza e non dello Spirito Santo, sia un reato e questo perché abbiamo fiducia nell’amore e nelle donne e gli uomini che sanno amare anche senza la supervisione di teologi e atei-devoti. Noi referendari crediamo che un embrione surgelato non abbia più diritti di un bambino affetto da Duchenne, di un adulto affetto da SLA, di un anziano affetto da Alzheimer. Noi referendari non siamo dei Mengele né degli adoratori della scienza; noi siamo confortati nelle nostre opinioni dalle leggi di un paese come l’Inghilterra che nessuno può paragonare alla Germania nazionalsocialista. L’unico paese che, sarà un caso, rifiutò la presenza dei tribunali della Santa Inquisizione nei sui confini (L'Inquisizione estese la propria opera sull'insieme della cristianità romana, solo l'Inghilterra ne restò libera).

    Certo che non è facile affermare i nostri banali principi carichi di buon senso e pragmatismo, quando i nostri detrattori parlano a tu per tu, un giorno sì e uno no, con San Tommaso.

  7. #67
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    Asclepio, la morte e Terry Schiavo

    19 marzo 2005

    di Il Calibano



    “…In alcuni casi la rianimazione di un paziente in

    fase terminale costituisce una insopportabile forma di tortura.

    Dovere del medico è alleviare la sofferenza piuttosto che

    prolungare una vita il più possibile”

    (Card. Jean Villot, 1970).



    “Asclepio, dio della medicina, figlio di Apollo e di Coronis, aveva osato resuscitare un uomo. Zeus folgorò Asclepio, e Apollo, per vendetta, uccise i Ciclopi che avevano forgiato la folgore. Al*lora seguì la punizione terribile di Zeus contro Apol*lo”.

    Quanti sono gli esseri umani che gli Asclepio dei nostri giorni, grazie ai protocolli di rianimazione ed ai biomacchinari che simulano le funzioni vitali e all’alimentazione artificiale, resuscitano per consegnarli, non alla vita ma ad una illusoria vita apparente o morte imperfetta?

    Attualmente negli Stati Uniti ci sono 10000-25000 adulti e 4000-10000 bambini in SVP (Perdita delle sole funzioni cerebrali. Alcuni sono stati tenuti in questa condizione anche per 40 anni). In Italia non c’è un numero certo delle persone che si trovano in SVP perché non sono ospedalizzate.

    Alcuni problemi, che riguardano quote numericamente marginali di una popolazione, non vengono percepiti in tutta la loro gravità e urgenza. Per scuotere le coscienze e mobilitare, attraverso i media, l’opinione pubblica occorre che i numeri si inverino in un corpo che abbia un volto, un nome, una storia. Oggi, quel corpo ha il nome di Terry Schiavo, una donna di 41 anni di cui 15 passati in persistente stato vegetativo in una clinica di St. Petersburg in Florida.

    Terry non vede, non riconosce, non parla, non inghiotte, senza i protocolli di rianimazione non sarebbe –sopravvissuta?- al collasso seguito da un grave squilibrio di potassio che il 25 febbraio del 1990, le ha causato lesioni cerebrali irreversibili per la mancata irrorazione sanguigna dell'encefalo, e la sua sopravvivenza attuale è possibile grazie a una pompa che le fa fluire nello stomaco una soluzione nutrizionale e le assicura la necessaria idratazione. Questa è la tragedia che, inconsapevolmente, Terry sta vivendo e il suo dramma sarebbe rimasto relegato in una clinica di St. Petersburg se il marito, che è anche suo tutore legale, non avesse chiesto nel 1998 di rimuovere il tubo dell'alimentazione artificiale.

    I vari tribunali gli hanno dato ragione, ma il governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del presidente, è riuscito per lungo tempo a bloccare la procedura, grazie a una legge speciale detta "Legge Terry" e dichiarata nel settembre del 2004 incostituzionale. Da allora è iniziata una lotta che vede i genitori di Terry opporsi alla decisione di staccare i tubi dell'alimentazione.

    Sembra che il corpo di Terry Schiavo, dopo essere stato “ostaggio” dei medici che l’hanno –restituita alla vita?- e sono stati condannati al pagamento di 700.000 dollari come risarcimento per terapie inappropriate che hanno peggiorato le sue condizioni, e di –interessi- politici e –interessi- di gruppi religiosi, sia ora sul punto di condurre a termine il suo incontro con la morte.

    L'eutanasia è stata chiesta dal marito, Michael Schiavo. Per ordine della Corte Suprema dello Stato, sono stati staccati i tubi della macchina che la alimenta e idrata, e senza l'ausilio delle macchine, Terry impiegherà una decina di giorni prima di morire di sete e fame.

    La gerarchia cattolica considera l'eutanasia un omicidio. "Per eutanasia s'intende un'azione o un'omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore [...]. Nessuno [...] può richiedere questo gesto per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplici*tamente o implicitamente" (Dichiarazione della Congregazione per la dot*trina della fede sull'eutanasia, 5 maggio 1980).

    Nel caso di Terry Schiavo, siamo in presenza di un’eutanasia? Jacques Pohier nel suo libro “La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita.” (Ed. Avverbi 2004) scrive: “…alcuni sostenitori dell' eutanasia aggiungono sistematicamente a questa pa*rola l'aggettivo "volontaria" […] È profondamente sbagliato, pericoloso e al tempo stesso scandaloso riunire in un unico termine pratiche che vanno contro la volontà delle per*sone interessate imponendo loro una morte non richiesta, e pratiche che in*tendono rispondere alla volontà di una persona di decidere della propria morte […] l'etimolo*gia: dal greco euthanasia (composto da éu, che significa "bene", e thana*tos, "morte"). Nel greco antico esisteva anche il verbo euthanatéo, che però significava "morire di una bella morte, morire bene" e non "far mori*re".

    Se Terry Schiavo fosse stata in grado di chiedere la sospensione dell’alimentazione, nessuno avrebbe potuto contestarle questo diritto che anche Giovanni Franzoni, monaco benedettino, e animatore delle comunità cristiane di base, in “La morte condivisa, EDUP (Edizioni dell’Università Popolare), riconosce come legittimo.

    Ma Terry non può più avanzare richieste. È lecito, non intendo legale, che sia il marito, o un giudice, o un gruppo religioso, o il presidente degli Stati Uniti a interpretare il suo silenzio e la sua volontà?

    L’unico modo, parziale, imperfetto e soggettivo, che abbiamo per dare una risposta è quello di domandarci: cosa vorremmo se ci trovassimo nelle condizioni di Terry. Eppure non avremo mai la certezza che la nostra risposta sia la stessa che avrebbe dato Terry. Non esistono modi semplici per affrontare problemi complessi e la morte, sia per i credenti che per i non credenti, resta il problema dei mille perché senza una risposta certa. Esiste un modo che possa sottrarci, in caso di perdita di tutte le nostre facoltà, ad una sopravvivenza che coscienti avremmo rifiutato? Sì, esiste e si chiama DAT (dichiarazione anticipata di trattamento). Il Disegno di legge N. 2943, comunicato alla presidenza il 4 maggio 2004 dal Senatore Tomassini “Norme in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento”, potrebbe risolvere una parte dei problemi riguardanti la sospensione di trattamenti indesiderati, anche quando il paziente non è più in grado di esprimere la sua volontà.
    Questo non risponde al caso di Terry Schiavo, se una risposta esiste, e io ne dubito, quella risposta dovrebbe essere data da chi, come Asclepio, la strappò alla morte nonostante i gravi danni cerebrali. È il medico che, in scienza e coscienza, dovrebbe essere chiamato a fare scelte individuali, senza copertura legale e con l’incertezza continua di aver preso o meno la decisione giusta.

  8. #68
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Vox populi vox “Terri”?

    22 marzo 2005

    di Il Calibano

    “Quale un fanciullo, con assidua cura, /

    di fogliolini e di fuscelli, in forma /

    o di tempio o di torre o di palazzo, /

    ... il suo capriccio adempie, e senza posa /

    distruggendo e formando si trastulla...”

    G. Leopardi

    Lo so, è scorretto introdurre illegittimamente un concetto in un ragionamento o utilizzarlo senza che ne sia dichiarata esplicitamente l'assunzione, ma nella vicenda Terri Schiavo di –scorrettezze- (chi ha chiesto a Terri il permesso di mandare in onda i filmati con la sua immagine?) in buona o cattiva fede, se ne sono commesse tante che la mia, se risultasse tale, passerebbe di certo inosservata.

    L’ammonimento che più spesso mi veniva ripetuto, sia al campetto dell’oratorio che in casa, era questo: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Avevo dimenticato queste parole insieme a qualche spintone per un fallo di troppo e ai dispetti verso una sorella considerata di troppo, ma la notizia che la Camera degli Stati Uniti ha approvato la cosiddetta legge “salva Terri”.
    e che , con procedura assolutamente eccezionale, il presidente George W. Bush l'ha firmata nel cuore della notte, intorno alle 01.00 di Washington, mi ha fatto tornare, prepotentemente, alla memoria quelle parole che, se messe in pratica, potrebbero sostituire tutte le leggi che gli uomini si sono affannati a produrre per rendere possibile la convivenza civile.

    Per conoscere cosa gli Americani vorrebbero fosse fatto loro, se il destino gli riservasse una sorte simile a quella di Terri, basta leggere i risultati del sondaggio condotto per conto della Fox News. Il 59% sarebbe infatti favorevole a sospendere l'alimentazione e solo il 24% vuole ripristinarla; e, se si trattasse di decidere per se stessi, solo un americano su cinque vorrebbe vivere nelle condizioni della Schiavo.

    Non si tratta di cinismo o indifferenza, si tratta, a mio avviso, di empatia. La stessa empatia che spinse i giudici della Prima Corte d'Appello di Milano ad assolvere -perchè il fatto non sussiste- l'ingegner Ezio Forzatti, l'uomo che in un ospedale di Monza staccò la spina alla macchina che teneva in vita la moglie.

    La stessa empatia che nel 1935, in Gran Bretagna, spinse un gruppo di intellettuali tra i quali il filosofo Bertrand Russell e lo scrittore George Bernard Shaw, a fondare la Brit*ish Euthanasia Society e l'anno successivo, sempre in Gran Bretagna, venne presentata una proposta di leg*ge sull' eutanasia su richiesta del malato.

    La stessa empatia che troviamo all’art. 6 della Convenzione di Oviedo: […] quando secondo la legge un maggiorenne non ha a causa di un handicap mentale, di una malattia o per un motivo similare la capacità di dare un consenso all’intervento questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, dell’autorità, o di persona o tutore designato dalla legge.

    La stessa empatia che nel DdL n° 2758 del 13 febbraio 2004 (Norme per la depenalizzazione dell’eutanasia) prevede che la richiesta del malato deve essere vagliata da una commissione composta da tre medici, di cui uno specialista della patologia, uno indicato dal paziente e uno designato dall’ordine dei medici.

    La stessa empatia che faceva scrivere a F. Bacone in “Della dignità e del progresso delle scienze (Laterza, Bari 1965)”: “Io penso che l'ufficio del medico non è soltanto quello di ristabilire la salute, ma anche quello di mitigare i dolori e le sofferenze causate dalla malattia; e non solo quando ciò, come eliminazione di un sintomo pericoloso, può giovare a condurre alla guarigione; ma anche quando, perdutasi ogni speranza di guarigione, tale mitigazione serve soltan*to per rendere la morte facile e serena. [...] Ma ai nostri tempi i medici si fanno una sorta di religione nel non fare nulla quando hanno dato il paziente per spacciato; mentre, a mio giudizio, se non vogliono mancare alloro ufficio e quindi all'umanità, dovrebbero acquisire l'abilità di aiutare i morenti a congedarsi dal mondo in modo più dolce e quie*to e praticarla con diligenza”.
    Nel caso Terri Schiavo, l’empatia ha ceduto il passo alla teologia. Segno dei tempi?

  9. #69
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Il caso Terri

    23 marzo 2005

    di Il Calibano





    Un uomo asserì: "D'ora in poi dirò solo la verità".

    Ma la verità lo ascoltò e scappò e si nascose

    prima che egli avesse finito di parlare.

    Saul Bellow





    Il caso Terri Schiavo, più che una storia reale di donne e uomini tragicamente uniti nel dolore, sembrerebbe l’invenzione letteraria di uno scrittore deciso a far esplodere tutte le contraddizioni che ruotano intorno all’eutanasia, all’accanimento terapeutico, al testamento biologico.

    In questo caso nulla è semplice, nessun giudizio è scontato, nessuna decisione è scevra da dubbi.

    La verità del marito, la verità dei genitori, la verità dei medici, la verità dei giudici, la verità che Terri, con il suo volto indecifrabile, suscita in ognuno di noi. Tante verità contrastanti, ma che non si escludono a vicenda perché, come dimostra Pirandello in “Così è (se vi pare)”, ogni personaggio possiede un frammento di verità, una tessera di un mosaico che, unita alle altre, può fornire l’immagine di una realtà che ha il senso che ognuno riesce a darle.

    Se invece di cercare una verità ultima e incontrovertibile proviamo a chiamare i fatti con il loro nome forse potremmo eliminare alcune imprecisioni.

    Mentre sto scrivendo Terri sta morendo di fame.

    Quando pensiamo all’alimentazione ci vengono in mente i cibi che preferiamo, il piacere di assaporarli, le gioie della convivialità. È la fame che ci spinge a mangiare, è il gusto che ci guida nelle scelte, è la sazietà che ci fa smettere di mangiare.

    La nutrizione artificiale nulla ha a che vedere con quanto appena detto. Il “cibo” non viene assaporato, ma raggiunge direttamente lo stomaco tramite un tubicino inserito nel naso o una stomia nella parete addominale. Una pompa elettrica sospinge, nello stomaco, 80 cc. di soluzione nutrizionale in un’ora. La durata del pasto è di circa 12 ore: non si è mai sazi e non si è mai affamati.

    Quello che molti media danno per scontato è che la NIA (nutrizione idratazione artificiale) non sia una terapia medica. Questa verità apodittica viene elargita a piene mani dalla TV e dai giornali senza avalli scientifici.

    Io non voglio intrupparmi con i portatori sani di verità assolute, intendo solo offrirvi la pirandelliana “tessera” del mosaico della realtà.
    ”[…] lo statuto" della nutrizione e dell'idratazione artificiale (NIA), che la maggior parte delle società scientifiche considerano come terapie mediche, mentre altri studiosi ritengono che facciano parte delle "ordinarie" misure di assistenza. Su questo punto credo che il documento ministeriale contribuisca al chiarimento: esso ammette che la NIA possa non essere considerata come una terapia medica vera e propria (ancorché di regola fornita tramite presìdi squisitamente medici, come il sondino naso-gastrico o quello della gastrostomia), ma certamente essa deve essere considerata come un trattamento medico (così come lo sono, a esempio, le manovre diagnostiche), cioè un trattamento che viene effettuato dal medico o dall'infermiere sul corpo del paziente, come tale soggetto alla richiesta di autorizzazione (consenso informato). Posto in questi termini il problema si chiarisce e diventa più agevolmente risolvibile, anche se ovviamente il paziente in SVP non è in grado di intervenire direttamente nella decisione (e qui si apre il discorso sulle direttive anticipate e sulla nomina di un rappresentante legale)” (Prof. Carlo Alberto Defanti).

    La NIA può risolvere casi di persone, anche in giovane età, colpite da problemi al pancreas o allo stomaco o nei gravi deperimenti organici che impediscono la messa in atto delle terapie opportune. Nella Regione Lazio opera il Prof. Gianfranco Cappello che assiste, in nutrizione enterale domiciliare, più di settecento persone molte delle quali torneranno ad una vita normale. Questo va detto per non demonizzare l’alimentazione artificiale.

    Nel caso di persone in SVP, come bisogna comportarsi? Senza il loro assenso è deontologicamente

    corretto prolungare la NIA per 15 anni?

    Più di qualche affermazione di principio può aiutarci a rispondere il Prof. Demetrio Neri che nel suoi libro “Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone. ( Ed. Laterza 1995) cosi scrive: “Quando dunque dobbiamo decidere quale corso d'azioni intraprendere o giudicare le azio*ni compiute, dobbiamo tener presente che la caratte*ristica più importante ai fini del giudizio morale è la capacità delle azioni di produrre conseguenze, risulta*ti, cambiamenti nel mondo che toccano gli interessi, i desideri e i bisogni della gente. E poiché le nostre azioni hanno spesso conseguenze negative e positive, sarà giusta l'azione che si propone come fine la pro*duzione delle conseguenze migliori rispetto alle alter*native disponibili”.

    Anche dopo aver letto quanto il Prof. Neri scrive, nessuno può illudersi di aver imboccato la main street della verità perché “…le conseguenze migliori rispetto alle alter*native disponibili” non sono calcolabili per mezzo di una somma algebrica, ma sottostanno ad interpretazioni personali fatte di emozioni, convincimenti religiosi, relazioni affettive.

    Il testamento biologico, o DAT, o living will è la sola risposta ai casi –Terri.

    Ma non tutti ritengono che sia lecito sottrarsi ad ogni tipo di accanimento terapeutico, o decidere di rifiutare una vita in stato vegetativo permanente.

    Mons. Sgreccia afferma che "nello stato vegetativo la persona è viva. E come di fronte a un neonato noi usiamo cure, attenzioni, affetto, così deve essere per loro". Il giudizio è invece critico "per le terapie sproporzionate, inefficaci, che aumentano il dolore e non portano benefici. L'accanimento terapeutico è un abuso alla dignità della persona. Ma non è certo il caso dell'alimentazione e dell'idratazione".

    Lasciamo a Mons. Sgreccia la sua Verità ed alla inspiegabile equivalenza tra un neonato in crescita e un SVP, ma chi vuole decidere della propria vita, si tuteli con la minuscola e parziale verità del testamento biologico.

  10. #70
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Attenti a quei due

    25 marzo 2005

    di Il Calibano



    “…e passò ai problemi generali della forma e dell'arte,

    trovando alla fine che le congetture e le trovate sue

    somigliavano a certe suggestioni apparentemente felici del sogno,

    le quali poi, a mente serena, si mostrano insulse e inutili”.

    Mann, La morte a Venezia





    Che la televisione non fosse una cima se ne era accorta anche Donna Franca Ciampi che l’aveva definita deficiente. La cosa aveva messo in subbuglio tutti i politici che, avendo la coda notoriamente di paglia, si erano sentiti chiamati in ballo. La maretta si era placata solo quando la prima donna della Repubblica aveva chiarito che quel –deficiente- aveva vetuste e nobili radici, non cristiane come vorrebbe Pera, ma latine e un po’ pagane. Infatti, il deficiente viene da lontano, deriva dal latino deficiens -entis, participio presente di deficere, mancare o essere insufficiente e, vivaddio, siccome a tutti manca qualcosa, a chi i capelli, a chi le firme, a chi un leader, nessuno se l’è presa più di tanto perchè “mal comune mezzo gaudio”.

    La televisione-deficiente, se la conosci la eviti, ma se non la conosci, bastano pochi secondi o, nel peggiore dei casi, pochi minuti per capire in quale reality si sia incappati e comportarsi di conseguenza.

    Stando così le cose, i danni collaterali del fuoco amico della Grande Sorella deficiente sono limitati ai rari casi di Grandi Telespettatori deficienti che, per affinità elettive, si lasciano impallinare consapevolmente.

    Se basta un granum salis per evitare la Grande Sorella deficiente, cosa può salvarci dalla Grande Sorella intelligente? La risposta è semplice: niente può salvarci! Non basterebbe nemmeno tutto il sale che ha venduto il mago Mario Pacheco do Nascimento.

    La Grande Sorella intelligente, troppo intelligente, va in onda su La7 alle ottoemezzo, che, astutamente, ha fatto dell’orario di inizio anche il titolo, venendo così incontro alle esigenze dei distratti e degli smemorati. Parafrasando Aldous Huxley, si può dire che esistono tre tipi di intelligenza: l'intelligenza umana, l'intelligenza animale e quella del conduttore televisivo.

    Sant’ Agostino riconosce che l’intelligenza umana ha dei limiti, l’etologo Konrad Lorenz ha scoperto che l’intelligenza dell’oca Martina è indiscutibilmente superiore a quella umana, l’intelligenza del conduttore è oltre. È oltre il bene e il male, è oltre il desiderio-desiderante, lo scienziato-faustiano, il pacifista-Faustino, l’ecologista-noglobalista, il laico-agnostico-libertino, la studentessa-trentenne-senza-prole, la casalinga-sterile-con-prole, l’intellettuale-post-comunista, il terzista-diportista, il filosofo-nichilista, la femminista-uterista, il relativismo-relativista, il Radicale-liberista. È oltre, oltre …oltre Tevere! Si discute del caso Schiavo? Del testamento biologico? Dell’eutanasia? L’intelligenza oltrista va dritta al cuore del problema: la colpa di tutto è della Bastiglia, dei sanculotti e dei giacobini che hanno licenziato il Dio degli eserciti per assumere, in pianta stabile, la Dea Ragione. La colpa di tutto è dell’uomo post-rivoluzionario che preferisce un posto a sedere nella metropolitana nell’ora di punta che un posto in piedi nei cori celesti dell’eternità. La colpa di tutto è dell’uomo post-bellicista, post-edonista, post-maschilista che rifiuta il martirio, rifiuta il dolore, rifiuta la malattia, rifiuta di inchinarsi alla provvidenza. La vox oltrista non clamat in deserto, ma viene subito raccolta da un Socci caravaggesco che, agli anatemi contro la Bastiglia, unisce quelli contro l’Olimpo, gli dei sanguinari, gli animalisti, i sacrifici umani e quelli degli embrioni. E tutti questi anatemi piombano come uno tsunami sull’indifeso Manconi che invano invoca, con la stessa espressione del San Sebastiano del Mantenga, un aiuto dalla vispa Ritanna.

    Il sacrificio umano si compie con la complicità dell’avatar di Don Baget Bozzo che incombe su Manconi come il braccio di Abramo sul figlio Isacco.

    Manconi, all’inizio di ottoemezzo, indossava un dignitosissimo completo grigio, al termine della trasmissione le sue spoglie venivano ricomposte e vestite con un berretto frigio e la clamide pietosamente offerta dal padre degli dei.
    Per discutere del testamento biologico, dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico è tardi, troppo tardi, il conduttore oltrista è già oltre, oltre, oltre…

 

 
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