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  1. #111
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Duchenne e Becker: malattie mortali che hanno i giorni contati?

    10 settembre 2005

    di Il Calibano

    Troppo poco per essere opera di un Dio, troppo per essere frutto del caso.

    (Kant, Opus Postumum)



    È possibile in nome della dignità umana, calpestare la dignità dell’uomo? Sembrerebbe proprio di sì! Dal sito di Radio Vaticana RADIO VATICANA - SITO UFFICIALE, Mons. Sgreccia, in un intervento in voce, così commenta la notizia della Bbc riguardo l’autorizzazione, data ad una equipe di scienziati britannici dell’Università di Newcastle, a clonare un embrione umano utilizzando il materiale genetico di due madri: “Posso dire, prima di tutto, che si tratta di una sperimentazione il cui esito è tutto da vedere. In secondo luogo, dal punto di vista morale, che ci sono almeno tre illeciti: uno è che si ha una clonazione vera e propria, cioè si trasferisce il nucleo dalla cellula di un embrione; secondo: questo, da cui si prende il nucleo, viene soppresso e abbandonato; terzo: si crea un nuovo embrione e si trasferisce nella donna che diventa una madre surrogata. Quindi, c'è tutto un incrocio di illeciti sui quali il giudizio morale, non soltanto cattolica, è completamente negativo.”.

    Cosa si cela dietro questo esperimento? Si cela solo la smisurata hybris “scientista” o i ricercatori sono invisi a Sgreccia, così come Prometeo era: "inviso a Zeus [...] per aver amato troppo i mortali"?

    L’attenzione di Mons. Sgreccia si concentra sul nucleo della cellula, sul nucleo abbandonato, sulla madre “surrogata”; non una parola sul fine dell’esperimento, sulle ricadute che potrà avere la sua riuscita, sui benefici che se ne trarranno. Perché questo silenzio che trascolora nella reticenza, più o meno, ipocrita? L’obiettivo dell’operazione è impedire alle madri di trasmettere al feto alcune malattie genetiche, quelle mitocondriali: questo genere di malattie deriva da dna trovato fuori dal nucleo, e perciò ereditato separatamente dal dna nel nucleo. Alcuni studi effettuati sui topi hanno mostrato che è possibile prevenire la trasmissione dei disturbi mitocondriali, spostando il nucleo da un ovulo che contiene «cattivi» mitocondri a un altro che contiene solo «buoni» mitocondri. Doug Turnbull, neurologo all’Università di Newcastle, e Mary Herbert, direttore scientifico del Newcastle Fertility Centre for Life, si apprestano a testare il metodo sugli esseri umani.

    Certo che è molto più complicato parlare di mitocondri, dna e malattie genetiche che liquidare il tutto con: “c'è tutto un incrocio di illeciti sui quali il giudizio morale, non soltanto cattolico, è completamente negativo”.

    Gl’è che il Mons. dimentica(?) di dire che questi illeciti potranno cancellare malattie genetiche come la distrofia di Duchenne che colpisce 1,5 neonati su 10.000 e la distrofia di Becker che ha un’incidenza di 1.5 ogni 100.000 nascite.

    Eppure, detto così, non si riesce a capire come quei numeri possano trasformarsi in tragedie che obbligano famiglie intere ad una corsa inutile contro il tempo. La distrofia di Duchenne determina la perdita della deambulazione autonoma entro i 12 anni di età. Successivamente il difetto di forza progredisce ulteriormente, coinvolgendo anche la muscolatura cardiaca e respiratoria. Se una femmina portatrice mette al mondo un figlio maschio, vi è una possibilità su due che egli sia malato; se la figlia è una femmina, sarà sana, ma vi è una possibilità su due che sia portatrice.

    Ecco, spiegato il titolo assurdo con il quale è stata data la notizia “Cloneremo un embrione umano da due madri!”. Se non vivessimo nel clima asfissiante di una “Guerra etica”, il titolo della notizia sarebbe stato “Duchenne e Becker: due malattie mortali che hanno i giorni contati”.

  2. #112
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Culetti e rinoceronti

    13 settembre 2005

    di Il Calibano

    Non sono il candidato cattolico a diventare presidente.

    Sono il candidato del partito democratico alla presidenza,

    al quale è anche capitato di essere cattolico.

    (John Fitzgerald Kennedy)





    Ci risiamo! Non appena un politico suona, anche se con discrezione, il campanello delle libertà civili, i cani da guardia dell’ortodossia vaticana, vittime del riflesso di Pavlov, iniziano a sbavare e abbaiare. Questa volta è toccata al PACS (Patto Civile di Solidarietà) e a Prodi, cattolico adulto, e a Fini, politico adulto. Insomma, se dimostri di essere adulto e rifiuti il masochistico “non lo fo per piacer mio”, devi passare sotto le Forche Caudine de L’Osservatore Romano e dell’Avvenire, mentre i cattolici ancora impuberi e i politici con un ritardo dello sviluppo ti coprono di insulti, lazzi e frizzi.

    La preoccupazione dominante in questo paese, dove i navigatori, gli eroi e i poeti sono in cassa integrazione, ma i santi fanno il doppio lavoro, sembra essere quella di non offendere la sensibilità dei cattolici, cosa che risulta essere più che difficile, impossibile.

    La coscienza dei cattolici è come la pelle del culetto di un bebé: basta uno sguardo, o un sospiro, che arrossisce e si copre di eczemi atopici. La coscienza di agnostici, atei, deisti, panteisti, animisti, Radicali, cattolici adulti e vaccinati, dubbiosi in attesa di pre-giudizio (speriamo che attribuire una coscienza a questa varia umanità non offenda la sensibilità dei cattolici senza se e senza ma) è considerata, dai cattolici senza congiunzioni, come la pelle del rinoceronte di Dürer e corazzata come la poltrona di Fazio. I calci, gli urti e gli spintoni che il rinoceronte deve sopportare, per non urtare la loro huismaniana sensibilità, sono all’ordine del giorno: non può riprodursi artificialmente, non può abortire con tutti i metodi che la medicina offre, non può fare un testamento biologico decente (e allo stato attuale, nemmeno indecente), non può accorciare di qualche giorno la sua agonia, non può entrare in un tribunale, o scuola, o altro pubblico ufficio, senza aver l’impressione di essere entrato in una sagrestia, non può accendere il televisore senza credere di essere in un seminario salesiano. Tutto questo deve sopportare pazientemente il laico pachiderma, senza che il WWF invochi per lui un oasi naturalistica dove estinguersi in pace e tranquillità. Ma se due rinoceronti gay (non se ne abbiano a male i gay e nemmeno i rinoceronti…o i cowboy) vorrebbero una tutela delle coppie non sposate, L’Osservatore romano, prima manganella robustamente i politici conniventi, poi manda le prefiche a piangere per l’affronto subito, la sensibilità offesa e per l’attentato al matrimonio indissolubile dal quale si esce solo con i piedi in avanti.

  3. #113
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Sacundì, sacundà

    15 settembre 2005

    di Il Calibano

    Il diavolo ha reso tali servigi alla Chiesa,

    che io mi meraviglio come esso non sia ancora stato canonizzato.

    (Carlo Dossi)



    I diavoli sono, sotto il profilo della loro reale consistenza, un nulla, immagini proiettate in raffigurazioni visibili e fantastiche che esprimono la conflittualità dell'uomo con le realtà storiche o naturali. L'uomo avverte la natura e la storia come ambiti ostili e minacciosi e può sollevare la minaccia e l'ostilità a figure immaginarie e diaboliche. I fatti naturali, cui conseguono la distruzione delle messi, la devastazione dei prodotti rurali, la moria degli animali, si configurano come eventi incomprensibili. Così l'invasione di nemici o la violenza esercitata da predatori: quando i Tatari, passando attraverso le pianure dell'Asia, giungono ai confini dell'Italia e hanno già invaso parte della Russia, la leggenda dell'epoca attribuisce l'invasione ad un'operazione demoniaca considerando i Tatari come «filii diaboli». (Il diavolo, Alfonso M. di Nola. 1987 Newton Compton editori s.r.l.). Il diavolo deve gran parte della sua fama a Santa Romana Chiesa. È lei che lo ha dopato, esagerandone la potenza e la –diabolica- astuzia. Il realtà è un artigiano fallito: “Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”, fallito anche come agricoltore: “La farina del diavolo finisce in crusca”, come insegnante ha scarse possibilità: “Le donne ne sanno una più del diavolo”. Anche nella letteratura gli va male, Karl Kraus lo relega tra i disoccupati: “Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini” e Fëdor Dostoevskij ne mette in dubbio, addirittura, l’autenticità: “Se il diavolo non esiste, ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza”. Dove finisce un povero diavolo in disarmo? Semplice! Finisce in RAI!. Ieri sera, il Tg2 ha dato la notizia che il Papa incoraggia gli esorcisti ad andare avanti. Il corso sul tema «Esorcismo e preghiera di liberazione» inizierà il 13 ottobre 2005 a Roma, nella sede dell’Ateneo, in via degli Aldobrandeschi. Nel corpo accademico che addestrerà i sacerdoti figurano i maggiori esperti di esorcismo, dal teologo padre Pedro Barrajon a padre François Dermine, da don Gabriele Nanni a padre Giancarlo Gramolazzo e padre Gabriele Amorth. Il miniservizio del Tg2 è stato monopolizzato da Mons. Balducci, un sant’uomo che, se il diavolo non esistesse, sarebbe pronto ad inventarlo. Mons. Calducci, dopo aver raccontato il suo primo esorcismo, con la stessa nostalgica emozione con la quale altri raccontano il loro primo amore, ha chiarito che le possessioni diaboliche per essere tali, debbono soddisfare tre condizioni: il posseduto deve, camminare con gli occhi chiusi (come la maggior parte dei pendolari) avere la bava alla bocca (come la maggior parte dei risparmiatori), gesticolare in modo inconsulto (come la maggior parte degli ex fumatori ), e parlare in modo incomprensibile (come la maggior parte dei politici). La verità è che, dopo “L’esorcista” di William Friedkin, nessuno prende più sul serio un po’ di scialorrea, l’ipercinesia e la glossolalia può essere un ottimo biglietto di presentazione per entrare in politica.

  4. #114
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    L’Argilla e il Gorilla

    17 settembre 2005

    di Il Calibano

    “L'uomo nella sua arroganza concepisce se stesso come un capolavoro degno dell'intervento di una divinità. Più umile e io credo anche più vero sarebbe considerarsi proveniente (created) dagli animali”

    (Darwin, Notebooks (C, 197) )
    Osservava il prof. Paul K. Feyerabend, allievo, alla London School of Economics, di Karl Popper, che molte vecchie teorie conservano la loro utilità; per esempio, se lo scopo è di effettuare previsioni approssimative, è possibile usare la vecchia idea che la terra sta ferma e che tutti i pianeti le girano attorno in epicicli […]. Perciò, il fatto che qualcosa sia utile non significa che sia anche vera e che abbia a che vedere con la Realtà. Si dice che la morte abbia centomila porte per far uscire l’uomo, non è azzardato supporre che la verità ne abbia altrettante per farlo entrare. Certo che resta, e resterà, un mistero il perché una folta, quanto agguerrita, parte dell’umanità ritenga ovvio e -naturale- che l’uomo discenda da una palla di argilla, ma ritenga impossibile e –innaturale- che l’uomo discenda da una scimmia. Anche il dr. Giuliano Ferrara sembra che stia scivolando lungo lo slippery slope argilloso. Infatti, dopo aver condannato l'evoluzionismo e il darwinismo sfrenati (esiste un darwinismo coi freni a disco?), è stato inflessibile nel condannare i super-laicisti (saranno i laici che si cambiano d’abito nelle cabine telefoniche?) che “…hanno fatto di Darwin il super idolo. Comunque sempre meglio Darwin del professor Umberto Veronesi che vuole fare di noi subito delle scimmie". Nulla vieta al dr. Ferrara di credersi discendente dal caolino, ma è lecito supporre che il Creatore, finita tutta l’argilla disponibile per plasmare i monumentali progenitori dell’ateo-devoto, sia stato, giocoforza, costretto a rivolgersi a qualche incolpevole scimmia antropomorfa per portare a termine il popolamento della pangea. Si avrebbero così due grandi rami evolutivi; l’uno composto dagli uomini che si sono evoluti, come una statuina Capodimonte, o una chicchera di Limonge, dalla creta-bruta che per comodità chiameremo Homo argillosus, e l’altro di uomini che si sono evoluti, o involuti, da una scimmia che, per comodità, chiameremo (prof. Umberto Veronesi non se ne dolga, ma è stato proprio lei a rivendicare orgogliosamente il suo 98% di geni scimmieschi) Homo veronensis. Se questa teoria fosse vera, ma il prof. Paul K. Feyerabend insegna che ciò che è utile non è necessariamente vero, e ciò che è vero non è necessariamente utile, potremmo rivendicare, per la nostra teoria, la medesima originalità della teoria di Bruce Lahn, ricercatore dell’Università di Chicago, il quale sostiene che ci sono state, successivamente, due mutazioni genetiche, una 37 mila anni fa, in coincidenza del salto culturale del paleolitico superiore, la seconda 6 mila anni fa, quando si determinò la “rivoluzione” neolitica. Ma queste evoluzioni interessarono l’area eurasiatica e, in modo assai meno significativo, l’area subsahariana, cioè tra le popolazioni di pelle nera. Lascio ai più fantasiosi il piacere, o l’incubo, di trarre delle conclusioni da questa inquietante teoria e rivendico l’utilità della teoria argilla-gorilla e l’esistenza dell’Homo argillosus e dell’Homo veronensis che, senza evocare, le già troppo applaudite, tentazioni criptorazzistiche, potrebbe fare chiarezza, una volta per tutte, sullo scontro che vede impegnati, detto con beneficio d’inventario, creazionisti contro evoluzionisti. Prendiamo il caso di John Scopes, il giovane insegnante che fu condannato per aver violato la leg*ge antievoluzionista del Tennessee, o i neocreazionisti i quali rivendicano che senza di loro l’uomo non sarebbe altro che una sorta di “scimmia dattilografa”, o il 47% degli Americani che, secondo la Gallup, non crede alla parentela fra l’uomo e la scimmia; beh, basterebbe un test del DNA per stabilire se nel patrimonio genetico di chi non crede che la dattilografa sia parente stretta di Cita, invece del 98% di affinità scimmiesca, sia presente il 98% di montmorillonite, hallosyte, illite e allofanite. Insomma, la prova dell’esistenza dell’Homo argillosus e dell’Homo veronensis, ridurrebbe la conflittualità intra ed extra specifica quasi a zero. Ma perché tutta questa acribia nel rivendicare un albero genealogico dove non stiano aggrappati imbarazzanti quanto scimmieschi antenati? È strano, ma spiegabile con la ripulsa che tutti gli arrampicatori di alberi genealogici, o altro, provano verso chi rammenta loro i tempi della gavetta. In breve, scrive Christian de Duve, collocare Homo sapiens all'apice di un progresso evolutivo orientato alla sua apparizione, farne il fine e il coronamento della biosfera, è ciò che il naturalismo darwiniano non consente di fare: occupiamo il piano alto dell'albero della vita solo temporaneamente e senza alcuna “buona ragione per vantarsene”. Lo scontro dialettico, oltre che tra l’Argilla e il Gorilla, è in atto anche tra i supporter del “Disegno intelligente”, quali Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Newton, Paley, Phillip Johnson, Michael Behe, William Dembski, i seguaci di Young Earth, i Foglianti, i tifosi della Juventus, Benedetto XVI, e i sostenitori di “Cause senza disegno” (causes without de*sign), una natura, per dirla con Lucrezio, dominis privata, che vanno da Epicuro, Spinoza, Hume, Kant, Montaigne, Darwin, Leopardi, Bonhoeffer, Gould, i tifosi dell’Inter, Bruno Vespa. Che c’entra Bruno Vespa? Beh, se esiste un Disegno intelligente, come si spiega la scelta degli ospiti di Porta a Porta?

  5. #115
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Uccellacci e uccellini

    23 settembre 2005

    di Il Calibano

    Quanti uccelli, quanti merli... Come chioccolan, cospetto!

    Van correndo, pigolando, schiamazzando a più non posso...

    Ma che l'abbian con noialtri?... Ci han ficcato gli occhi addosso...

    (Aristòfane, Gli uccelli. Traduzione di Ettore Romagnoli)



    Gli eroi omerici, i misteriosi Etruschi, i Romani conquistatori alzavano gli occhi al cielo sperando che il volo, il numero, la direzione degli uccelli indicasse loro il consenso o il dissenso divino per l’impresa che si accingevano a compiere. In quei cieli perduti s’affollavano Dei antropomorfi, irascibili e vendicativi, oggi dimenticati, ma ieri ritenuti padroni delle umane vicende. Nei cieli della mia infanzia non c’erano Dei, ma uccelli migratori che cadenzavano il succedersi dei mesi e delle stagioni. Settembre celava, tra le stoppie aride, i cardi ostili e le maggesi grasse, quaglie ritardatarie restie al grande balzo oltre il mare, e dai pioppeti argentati dal vento, lungo le rogge, frullavano impaurite le ultime tortore. Ottobre, il mese tedioso dell’attesa: i migratori estivi ormai lontani e quelli invernali ancora da venire. Le piogge e le nebbie dolenti di novembre stendevano una coltre smorta sulla campagna stanca. Poi, una mattina, tra i germogli del grano e i medicai falciati, fiorivano d’incanto stormi di allodole, alte nel sole e appese al loro canto. I rovi dei fossi e gli oliveti vibravano di rapidi voli e zirlii nascosti dei tordi affamati, tra i ginepri rossi e i frutti d’edera violacei. Le sere di dicembre rabbrividivano, trafitte dal lamento acuto delle pavoncelle e dal sospiro d’ali vellutate della beccaccia scesa giù dai boschi. Le albe di ghiaccio graffiate da irrequieti stormi di pivieri e dal volo sghembo dei beccaccini. Gennaio e febbraio, spazzati dal maestrale, ricchi di gelo e avari di pastura. Marzo, col sole nuovo, cedeva il passo ai richiami d’amore dell’aprile e ai croccoloni, alle alzavole, ai limicoli, agli uccelli di ripa. Negli acquitrini, nei labirinti di giunchi e tra lanuginose canne di falaschi, sguazzavano le anatre, i porciglioni, i voltolini, le folaghe, le gallinelle. Maggio, con il ritorno di quaglie e tortore dalle oasi lontane, chiudeva il ciclo.

    I cieli di Joseph Domenech sono popolati da incubi. Il capo del Servizio veterinario della Fao, quando alza gli occhi al cielo, non pensa all’ornitomanzia, né prova l’ebbrezza del mio stupore infantile. Al capo del Servizio veterinario della Fao, le piume iridescenti del germano reale, o l’azzurro lapislazzuli dello specchio d‘ala dell’alzavola, o il ciuffo ribelle della garzetta non evocano l’aurora che immerge le rosee dita negli acquitrini, ma solo l’epifania del virus H5n1 che viaggia con le migrazioni degli uccelli e il timore che il virus muti e diventi trasmissibile da uomo a uomo, provocando una pandemia influenzale. Dalla Siberia al Mar Caspio e al Mar Nero avanza inarrestabile il virus dell’influenza aviaria. La Fao punta l’obiettivo sui focolai, che dal sud-est asiatico (Indonesia, Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia e Cina) hanno raggiunto la Russia e Kazakhstan.

    Anche il cacciatore non sta più “sull’uscio a rimirar /stormi d’uccelli neri / com’esuli pensieri / nel vespero migrar”, ma, tra un toccamento apotropaico e l’altro, ascolta i notiziari e pensa: il virus è passato dagli uccelli migratori agli uccelli d’allevamento e dagli uccelli d’allevamento passerà all’uomo...non sarà un contrappasso dantesco voluto dalla LIPU? Per difenderci dalla “peste con le ali”che, sia chiaro, ancora non esiste, dobbiamo chiedere ausilio alla letteratura e comportarci come Don Ferrante e, male che vada, prendercela con le stelle, o isolarci, come i personaggi del Decamerone, in campagna e raccontarci cento novelle in attesa che passi ‘a nuttata? Sembra proprio di no! Anche se la pandemia non c’è e il vaccino è di là da venire, il ministro della Salute, Francesco Storace, in un'intervista al mensile Pocket ha rassicurato tutti sventolando il contratto d’acquisto di 36 milioni di dosi di vaccino che saranno distribuite entro 3-4 mesi dalla eventuale dichiarazione di pandemia da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità". In attesa che arrivino, o, Costantino Kavafis docet, non arrivino i barbari (virus) e scatenino la temuta, ma fin’ora molto ipotetica, influenza aviaria, c’è qualcuno disposto, oltre ai soliti Radicali, a preoccuparsi seriamente per la pandemia clericale che sta mettendo –letteralmente- in ginocchio gli Italiani?

  6. #116
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Slippery slope-devoto

    24 settembre 2005

    di Il Calibano

    ''Le contestazioni a Ruini sono un atto di intolleranza senza precedenti. Giù le mani da Ruini, giù le mani dalla libertà di opinione e di parola. Una banda di manigoldi intimidatori che segue le orme di chi nel mondo politico con le sue parole ingiuriose cerca di intimidire i cattolici e la Chiesa''.

    (Luca Volontè)





    E’ accaduto, ieri sera, quello che non era mai successo nella Rai di Biagio Agnes, dove anche Padre Mariano iniziava la sua trasmissione senza farsi il segno della croce, ma rivolgendo ai telespettatori un francescano e condivisibile, da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, “Pace e Bene”. Gigi Moncalvo, conduttore di Incontri, ha inaugurato una figura professionale della quale nessuno sentiva né l’urgenza, né la necessità: il conduttore-devoto. All’apertura della trasmissione, Moncalvo, fissando la telecamera, ha ostentato un plateale segno della croce, poi rivolto all’On. Baccini che lo stava seguendo sulla slippery slope del devotismo a 24pollici, ha esclamato: “ ah, bene! Anche lei si segna…sa è il primo ospite che lo fa”. L’altro ospite era l’On. Pecoraro che, illudendosi di sfuggire all’aspersorio crucifero del conduttore, fissava attentamente il soffitto, come se si trovasse nella Cappella Sistina. Stratagemma inutile! Il Pastore-conduttore-devoto piombava sulla Pecorella smarrita e, incerto se farne un arrosto succulento o riportarla all’ovile, le rivolgeva un interlocutorio, ma, coi tempi che corrono, minaccioso: “…e lei che fa? Non si segna?”. La Pecora, anzi il Pecoraro, vittima come tutti i laici di questo paese di un atavico complesso di inferiorità nei confronti di ogni simbolo religioso, biascicava qualcosa, ruotava gli occhi, come Francesca Bertini in cerca di una tenda, infine quando era lì lì per cadere in ginocchio, come Attila ai piedi di Leone Magno, dava prova di dignità e orgoglio laico esclamando: “ chi, io? No no, mi segno, mi segno…subito” e accroccava alla benemeglio un improbabile segno di croce che sembrava un potpourri tra uno scacciamosche, una croce ortodossa e il gesticolare di un vigile nell’ora di punta. Conoscendo la Rai, conoscendo i conduttori della Rai, si può icasticamente supporre quanto segue: Bruno Vespa officerà Porta a Porta con l’aiuto di due chierichetti, a Primo Piano vedremo Manconi con lo scapolare al posto della cravatta e la Berlinguer con il cilicio sul tailleur, a Ballarò, Floris soddisferà il suo poco velato sadismo, costringendo gli ospiti a mandar giù, tra i fumi del turibolo da lui roteato pericolosamente, un frammento di piadina. Le previsioni del tempo inizieranno con le Rogazioni, gli speaker dei Tg indosseranno una corona di spine o, se donne, un velo azzurro…forse, alla Prova del Cuoco, la Clerici tenterà la trasmutazione dell’acqua tonica in Brunello di Montalcino; se il miracolo non riuscirà, la colpa sarà ovviamente dei telespettatori che hanno poca fede, ma tanta tanta pazienza.

  7. #117
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Tre passi indietro

    28 settembre 2005

    di Il Calibano

    Il mondo è stato fatto per gli uomini, e non per le donne.

    (Oscar Wilde)



    300.000 anni fa, la femmina di Homo sapiens, oberata dal peso degli utensili, delle buste della spesa e dei neonati, seguiva, a molti passi di distanza, il suo Homo sapientissimus, o astutillo, che procedeva speditamente, oberato, si fa per dire, dal peso gratificante della sua prorompente mascolinità. Per guadagnare quei pochi metri che la separavano dal maschio-protettore, ma non trasportatore, la femmina ha dovuto lottare come un campione di wrestling. Una lotta dura e senza esclusione di colpi. Era quasi riuscita, almeno nel –malfamato&relativista – mondo occidentale, a stare alla pari col maschio-prevaricatore cimentandosi in una gara, spesso truccata. La parità è come la libertà: non la si conquista per sempre, ma va ribadita e conquistata giorno dopo giorno. La donna del 2000, forse per colpa del destino cinico e baro, forse a causa della sindrome che colpisce chi, come lei, ha vinto troppo e si –addormenta sugli allori- è costretta, da un po’ di tempo, a inseguire, col fiatone e le caviglie gonfie, gli editoriali de Il Foglio che la sopravanzano sempre di qualche metro. L’ultimo rash dell’Elefantino è stato così irresistibile che la sazia inseguitrice rischia di perdere tanto di quel terreno da tornare ai tempi dei delitti contro l'integrità e la sanità della stirpe. Dopo essere rimasta indietro a leggere gli editoriali dell’Elefantino che l’accusavano di passare gli anni fertili a badullarsi tra un master e un dottorato invece di dare -Figli al Foglio- e che la rimproveravano, implicitamente, di guardare troppo Sex and the city e troppo poco Filomena Marturano, che la bacchettavano, sia quando non rimaneva incinta su richiesta del dott. Ferrara, sia quando voleva rimanere incinta con l’aiuto del dott. Flamigni, oggi si è vista piombare tra capo e collo l’accusa di essere una bestolina goduriosa e sventata che, se avesse a disposizione la Ru486, la userebbe con la stessa noncuranza con la quale i maschi non usano il profilattico, perché sarebbe troppo facile e indolore. Insomma, il dolore fisico sarebbe il bastone che aiuta la bestiolina a restare sulla retta via. E la carota? La carota sarebbe la preoccupazione del Foglio per la salute delle donne: “la pillola Ru486 aggiunge un fattore chimico (quindi un “di più” a carico del corpo femminile).” (Il Foglio). Altra preoccupazione de Il Foglio è che “nei 15 mesi precedenti al dicembre del 2004 sono stati resi noti nel mondo non meno di cinque aborti chimici finiti con la morte delle donne”. Strano però che agli occhiuti salutisti sia sfuggito che per aborto chirurgico siano morte, nel mondo, più del 20% delle madri (OMS) e che la prima causa di mortalità materna in Argentina sono le complicazioni che seguono a un aborto realizzato in condizioni ad alto rischio, e che più della metà delle donne in età fertile muore di setticemia o infezioni postabortive. (dottor José Luis Marengo, responsabile della terapia intensiva dell'ospedale Lagomaggiore di Mendoza. 2002). Ma, come si dice, –torniamo a palla-, anzi a pillola in Italia, dove un famigerato opuscolo distribuito agli studenti, dal Ministrero dell'istruzione, metteva in guardia dal profilattico che, avvertiva: “non guarisce le ferite dell'anima”. In attesa che il dott. Silvio Viale, il medico del Sant’Anna di Torino che sta sperimentando la Ru486, metta a punto un pillola che prevenga le ferite dell’anima, le donne possono scegliere se allenarsi per affrontare una staffetta che porti in salvo la 194, o rassegnarsi a inseguire, per i prossimi 300.000 anni, gli editoriali del Foglio sapiens.

  8. #118
    io e basta
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    Vade retro down

    2 ottobre 2005

    di Il Calibano

    Sinite parvulos venire ad me

    ( Marco 10, 14.)



    Nelle mie adolescenziali frequentazioni col catechismo e l’oratorio due concetti si radicarono profondamente nella duttile coscienza in crescita: il primo fu l’evangelico “lasciate che i pargoli vengano a me”; il secondo, ripetuto sovente da Don Lucchetti, il mio insegnante di religione, “Non cade foglia che Dio non voglia”. Forte di queste due certezze, correvo al convento dei Cappuccini per tirare due calci sul “loro” campetto in terra battuta, o aspettavo che aprisse l’oratorio dei Salesiani per saltabeccare tra il pingpong e il calciobalilla.

    Le illusioni hanno vita breve e tormentata. I pargoli avevano libero accesso al Maracanã di san Francesco, ma le pargole non potevano nemmeno varcare il portone d’ingresso. Non mi stupiva il fatto che non potessero “calciare”, mi stupiva che non potessero, a causa della mancanza di pochi centimetri di pelle e relativi carichi pendenti, calpestare il sacro suolo. Anche l’accesso alla sala giochi dell’oratorio salesiano era interdetto ai pargoli, dalle h.13 alle h.15, perché il parroco voleva pregare in assoluto silenzio (noi sospettavamo che si concedesse una santa pennichella) e i pargoli, si sa, sono così rumorosi da impedire la meditazione sia onirica che mistica. Tutti questi fatti mi confermarono che i pargoli potevano andare a loro solo se maschi e silenziosi e, se era vero che Dio passasse il tempo a decidere quali foglie dovessero cadere, era pur vero che nulla poteva fare dalle ore 13 alle ore 15.

    No, non ero un ateo in erba, l’idea di una certa impotenza, una certa kénosis (questo è il termine paolino), un certo abbassamento, un certo annichilimento, dell’onnipotenza di Dio la si ritrova anche nella nozione dello Tzimtzum della mistica ebraica e sarebbe quella contrazione di Dio che rende possibile l'esisten*za dell'universo e comincia già nel momento della creazione. Il filosofo Hans Jonas, è dell’opinione che se accettiamo la rivelazione, ci troviamo di fronte a due possibilità: o Dio, vedendo il male che c'è nel mondo, può consolarlo, può evitarlo, può fermarlo ecc., ma non lo fa, oppure vorrebbe fermarlo ma non può. Insomma, sembrerebbe che l’Onnipotente abbia rinunciato a poter intervenire. La sua stessa creazione è affidata ormai alla responsabilità dell'uomo. Da qui anche l'impotenza di Dio, di cui Jonas salva però la bontà.

    Pochi giorni fa, la iena Alessandro Sortino, mi ha fatto scoprire un’altra limitazione dell’onnipotenza divina. Su 40 scuole paritarie cattoliche a Roma, Napoli, Bologna, Milano e Bari, 30 hanno deciso che i pargoli “down” non possono andare a loro. La domanda che la fulva iena poneva ai responsabili delle iscrizioni era questa: “Posso iscrivere mio figlio a scuola? Certo. È down. Allora no.” Fin qui nulla da obbiettare, c’è di mezzo il libero arbitrio, o meglio “l’arbitrio libero” visto che lo Stato rimborsa quasi il 100% dei costi dell’insegnante di sostegno negli istituiti privati, se parificati. Quello che non mi ha fatto chiudere occhio tutta la notte (citerò le infide Iene per danni biologici) è stata la l’affermazione, più cinica che blasfema, fatta da una suora dopo il rifiuto ad accettare tra i loro selezionati discendi, un pargolo diversabile, “Grazie a Dio, non abbiamo ragazzi down”. Ma come? Durante tutta la campagna informativa sui referendum il comitato Scienza e Vita, per bocca di Olimpia Tarzia, Carlo Casini etc. fiancheggiati dall’ Avvenire, il Foglio e il putipù di Porta a Porta ci aveva giurato che la diagnosi preimpianto è un delitto degno di Tieste o di Atreo perché un bimbo disabile è una benedizione divina che la famiglia, le istituzioni, l’universomondo devono accogliere a braccia aperte. Vabbè, è proprio vero che tutti sono solerti nel dirti “soffriamo con te e il tuo dolore è il nostro", ma il dolore che si prova per i guai altrui dura sempre poco.

  9. #119
    io e basta
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    Addio corpo, addio!

    5 ottobre 2005

    di Il Calibano

    Il fatto di poter decidere, magari nel corso di una malattia degenerativa che progredisce e non lascia speranza, costituisce un elemento consolatorio. Io la reputo una procedura umana.

    (Cinzia Caporale, bioeticista laica dell’Università di Siena)



    Buongiorno, siete occupati/e ad officiare il mistico rito delle sacre abluzioni mattutine? Beh, vi consiglio caldamente di specchiarvi accuratamente e, dopo aver controllato con acribia il vostro corpo, dirgli addio. No, non fraintendetemi, quei 50/80 chili di grasso&magro i cui annessi e connessi tante soddisfazioni vi hanno dato, resta ancora di vostra proprietà, ma, c’è un ma! Il vostro corpo vi appartiene e potete disporre di lui, fintanto che vi assisterà la volontà e la forza per esprimerla e farla valere; nel malaugurato caso di coma, il Prof. Francesco D’Agostino diventerà il legittimo proprietario e trasformerà la dimora della vostra ex volontà in una multiproprietà, affidata a tutti i medici che si avvicineranno al vostro capezzale. Dove andate? È inutile che chiediate ausilio all’articolo 32, secondo comma, della nostra Carta costituzionale, dove è sancito che “Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”; o al Codice di deontologia medica, nella sua versione del 1998, che all’articolo 34, afferma che il medico “deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell’indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona”; o all'art. 51 (1998) dove si fa divieto ai medici di "assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale"; o al già citato Codice di deontologia medica del 1998 che si è pronunciato, all’articolo 34, a favore delle direttive anticipate, disponendo che “il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso”. Qualunque disposizione circa i trattamenti medici da effettuarsi, o non effettuarsi, sul vostro(?) corpo che voi abbiate espresso quando eravate in grado di decidere, in caso di coma, il Comitato Nazionale di Bioetica la considera carta straccia. Infatti, dopo aver auspicato un DAT dove non è richiesto il consenso al trattamento sanitario quando la vita della persona incapace sia in pericolo ovvero quando il suo consenso o dissenso non possa essere ottenuto e la sua integrità fisica sia minacciata, oggi (04/10/05) ha deciso, con una maggioranza dei 2/3, che se, anche al termine di una lunga e totalmente invalidante malattia, aveste espresso in presenza di testimoni e in forma scritta la ferma volontà di non venire alimentati artificialmente (NIA), se vi trovaste in coma vegetativo persistente (SVP) i medici e gli infermieri dovranno ignorare ogni vostra decisione perché la NIA non è un trattamento medico. Allora, che cosa è la NIA? Per il Prof. Carlo Alberto Defanti, la NIA anche se può non essere considerata come una terapia medica vera e propria (ancorché di regola fornita tramite presìdi squisitamente medici, come il sondino naso-gastrico o quello della gastrostomia), ma certamente essa deve essere considerata come un trattamento medico (così come lo sono, a esempio, le manovre diagnostiche), cioè un trattamento che viene effettuato dal medico o dall'infermiere sul corpo del paziente, come tale soggetto alla richiesta di autorizzazione (consenso informato). Visto che all'art. 20 del Codice italiano di deontologia medica del 1989 è scritto che il medico deve astenersi dal cosiddetto "accanimento" diagnostico-terapeutico consistente nell'irragionevole osti*nazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente at*tendere un beneficio per il paziente o un miglioramento della qualità della vita…perché il Prof. D’Agostino ritiene “non accanimento “ violare la volontà, precedentemente espressa, di una persona? Anche la RAI è scesa in campo su NIA ed SVP. Lo aveva già fatto in un indimenticabile Porta a Porta dove il Dr. Bruno Vespa, in una eccezionale imitazione del Dr. Oliver Sacks, distribuiva Risvegli-in-diretta, come se fossero caramelle, e questa volta, nel Tg2 delle h 20,30, ha spacciato come SVP il caso Crisafulli. Il giorno seguente (5 ottobre 2005) ha corretto il tiro, ma –voce dal sen fuggita…

    Se l’anima è di proprietà della CEI, il corpo proprietà del CNB e le frattaglie appartengono alla RAI… a noi cos’altro resta, se non la toilette mattutina?

  10. #120
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Date a Cesare i motorini

    10 ottobre 2005

    di Il Calibano

    “Date a Cesare ciò che è di Ce*sare ed a Dio ciò che è di Dio”

    (Mc 12,17)





    In questi giorni di laparotomie esplorative effettuate, senza anestesia, sui corpi di laici, agnostici, evoluzionisti, deisti e dei pochi atei sopravvissuti allo sturm und drang di Colonia, per verificare la presenza del cancro anticlericale, sia nella forma relativista che nella esiziale variante ottocentesca, la frase più citata dai devoti dissezionatori, è la popolare pericope evangelica del “Date a Cesare ciò che è di Ce*sare ed a Dio ciò che è di Dio”. Nessuno sembra più ricordare l’altrettanto celebre “Non si possono servire due padroni” che, tradotta nella koinè Ruinese, vuol dire che il politico, la politicità deve essere intesa in modo tale che non si dia a Cesare quello che è contro Dio. Ma la “roba” di Cesare è “sterco del diavolo” o un desiderabile, ancorché mondano, confortevole optional al quale la maggior parte dei “clerici” non ha mai saputo rinunciare?

    La falsificazione scoperta nel 1440 da Lorenzo Valla della Constitutum Con*stantini, ( il fasullo documento sulla base del quale i pontefici rivendicavano il dominio della città di Roma e di tutte le pro*vince d'Italia e di Occidente); la falsificazione delle fonti ecclesiastiche fatta dai vescovi fran*cesi intorno alle cosiddette Decretali dello Pseudo Isidoro per rivendicare poteri e privilegi temporali; gli errori clamorosi e i riferimenti co*struiti appositamente nel celebre Liber Pontificalis attribuito a papa Damaso, e, come scrive Vincenzo Ferrone nel “Le radici illuministiche della libertà religiosa”, si potrebbe continuare con un lungo elenco di contraffazioni approntate ad arte per ribadire la presunta legittimità storica del dominio terreno del sovrano-pontefice, di prevaricazioni sanguinose nei con*fronti di quei pochi coraggiosi decisi a ribadire l'autonomia del giudizio storico, di alterazioni fraudolente della verità sto*rica per risolvere complicate controversie dottrinali, di veri e propri crimini contro l'umanità sistematicamente coperti dall' oblio per volontà delle gerarchie ecclesiastiche (corsivo nostro) […].

    Se Cesare è stato, in passato, abbondantemente saccheggiato, anche oggi è oggetto di numerosi espropri clericali: dal Sinodo dei vescovi è partito, nella persona del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del pontificio consiglio per la famiglia, un attacco contro i politici che fanno scelte non in linea con i dettami della Chiesa, e Benedetto XVI ha affermato che non si deve bandire Dio dalla vita (pubblica).

    I dubbi e il sospetto di ingerenza del Vaticano nei, sempre più magri, pascoli di Cesare, avanzato da qualche “laico” (ormai la parola -laico- ha bisogno delle virgolette che la tengano insieme e le impediscano di svanire, come il gatto di Alice) sono stati accolti con un fuoco di sbarramento caricato con le palle incatenate di “la Chiesa Cattolica fa il suo dovere!”.

    Quale sia il “dovere” della Chiesa Cattolica è presto detto: un mondo dove le leggi del cristianesimo sono leggi della società e dello Stato. “ […] E' ben noto il suo impegno affinché gli Stati non adottino leggi che contrastino il suo insegnamento sull'inaccettabilità, ad esempio, della limitazione delle nascite, del divorzio, dell'aborto, dell'eutanasia. Per la Chiesa lo Stato è buono e razionale solo se anche le sue leggi proibiscono questi comportamenti. Analogamente, uno Stato buono e razionale, secondo la Chiesa, non solo deve consentire alla religione cattolica di vivere e di svilupparsi, ma deve anche evitare di dichiararsi agnostico, indifferente, neutrale rispetto ad essa, perché in questo modo non impedirebbe, nella sua legislazione, comportamenti individuali e sociali contrari alla verità del cattolicesimo, e quindi non sarebbe uno Stato buono, razionale e giusto. Ma le leggi della fede cristiana possono diventare leggi dello Stato solo se sono previste sanzioni terrene contro chi le trasgredisce. Non esiste legislazione civile se, per il trasgressore, non è prevista una punizione in termini pecuniari, di reclusione o di interdizione dei diritti civili.” (E. Severino).

    Se le “Due Spade” sono impugnate dalla medesima sacra mano, a Cesare resta soltanto l’incombenza di legiferare sui motorini, l’ora legale, le targhe alterne e la chiusura dei centri storici. Troppo o troppo poco? Fate vobis!

 

 
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