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  1. #121
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Don Benzi o il Maresciallo Rocca?

    12 ottobre 2005

    di Il Calibano



    «Il giusto vivrà mediante la fe*de»

    (Paolo, Lettera ai romani)



    Ieri sera, don Benzi mi è piaciuto: l’amore per il prossimo, la dignità umana calpestata, la redenzione degli ultimi che, se non primi, possono sempre aspirare ad essere penultimi e poi, il messaggio evangelico portato nelle circonvallazioni, nei viali di periferia, sui marciapiedi, negli angoli bui dove gli orgasmi plastificati riempiono per pochi minuti il vuoto di solitudini disperate.

    Don Benzi, è lì! E dove altro dovrebbe stare chi crede in Cristo? Con Adornato e Ruini alla festa dei liberal? Ma nell' enciclica Libertas Leone XIII precisò il punto di vista cattolico contro liberali e socialisti, epigoni della tradizione illumini*stica, sostenendo che “non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stam*pa, di parola, d'insegnamento o di culto, come fossero altret*tanti diritti che la natura ha attribuito all'uomo. Infatti, se ve*ramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limi*tata da alcuna legge”.

    Don Benzi mi è piaciuto e avrei voluto abbracciarlo e ringraziarlo in nome di quelle cinquemila - dio! quasi una cittadina! - lucciole alle quali ha restituito il diritto di scegliere, ha offerto una seconda possibilità, ha riconsegnato il corpo che i “negrieri” del 2000 avevano incatenato ad un lampione.

    Desinit in piscem! Mai il detto oraziano cadde più a proposito. Tutto il mio empito fraterno e le affinità elettive suscitate dalle prime parole del sant’uomo, si è sciolto come neve al sole quando Don Benzi dimesso il saio, metaforicamente francescano, ha indossato la divisa del Maresciallo Rocca e, preda di una confusione “gelasiana”, ha invocato il carcere, duro, o meglio, durissimo per i clienti delle corpivendole.

    Don Benzi, non ci siamo! Ripassi il Vangelo: lei deve impedire alle anime di finire all’inferno, ma da nessuna parte c’è scritto che deve sbattere i peccatori in galera.

  2. #122
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    I disabili, il digital, l’urna, i dolori…

    15 ottobre 2005

    di Il Calibano

    “La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana

    e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata

    e ne promuove la piena integrazione […] “

    (Legge n. 104, febbraio 1992)



    Il Foglio, meritoriamente, ha cantato, con le solite inevitabili stecche, “ [Il] Desolante spettacolo quello di una Camera maschia che esclude le femmine da una rappresentanza seria”. Ottimo incipit, ma ecco la stecca in agguato che latet, come anguis in herba: “Non sarebbe ora che donne italiane in politica mostrassero una volontà di prevalere legata a qualcos’altro che non la pari opportunità?”.

    Certo, invece di invocare le opportunità pari, sulfureo falansterio infestato dai fantasmi femministi delle “bra - burners” di Atlan*tic City, le donne potrebbero fare come Lisistrata che convinse le colleghe di Atene, Sparta, Corinto e Beozia, a rifiutarsi ai mariti, finché questi non avessero smesso di darsi al risiko-reality. Le rose senza quota potrebbero sottrarsi al dovere coniugale fino a quando gli onorevoli mariti non schiuderanno loro la porta di Montecitorio. Un rischio c’è ed è quello di veder sciamare, come fuchi in amore, i delusi e sessualmente frustrati ex compagni di alcova, verso più accoglienti translidi. Se alle donne è concessa questa, seppur, con i tempi e i gusti che corrono, aleatoria e consolante possibilità, ai disabili, specie quelli gravissimi, restano poche possibilità per far valere quei diritti che la Costituzione e il legislatore garantiscono, ma il Parlamento e gli onorevoli normodotati dimenticano di far rispettare.

    Alla borsa del sesso le prestazioni dei disabili gravi (per intenderci, quei circa 100.000 ex Richard Geere) hanno meno appeal di un bond argentino. Quindi, essendo impercorribile

    la via della rappresaglia tracciata da Lisistrata, ai diversabili ( termine accolto, tra il tripudio e la soddisfazione di tutti gli handicappati, anche dall’Accademia della Crusca), non resta altro che sperare in un fratello come quello di Crisafulli che, minacciando di staccare la spina o non imboccarli più, ottenga dalle solerti istituzioni l’assistenza domiciliare h 24.

    Forse non molti sanno che l’handicap in Italia funziona come le targhe alterne. Si è disabili gravi tre giorni a settimana esclusi i sabati, le domeniche, i giorni festivi, e durante le ferie estive l’assistenza domiciliare è come la vincita di un terno al lotto.

    Credo che sia stato Eduardo De Filippo a dire che la musica è nell’aria ed i più sensibili la mettono sul pentagramma per farne delle melodie delle quali tutti possono godere. Anche i diritti (speriamo di non far imbufalire i carnefici dell’Io desiderante) dei cittadini si diffondono nell’aria come i profumi delle rosticcerie, ma chi è troppo sazio non riesce a sentirli e, se li avverte, ne prova una vaga ripulsa che trascolora in nausea. Un profumo che, sempre più insistentemente, si diffonde nell’aria, come il sentore di vaniglia dal retrobottega di una pasticceria, è il diritto al voto dei cittadini colpiti da patologie gravi che li costringono a legare la loro sopravvivenza a biomacchinari che supportano le funzioni vitali. In quel –legare- c’è tutto il dramma di chi non può –sciogliersi- dalla condizione di recluso a vita, ma vorrebbe continuare a tessere un filo di speranza partecipando agli appuntamenti elettorali. La Legge 5 febbraio 1992, n. 104 così recita: - La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione […] previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività, nonché la realizzazione dei diritti civili, politici […]. Chi non può raggiungere i seggi elettorali cosa fa? Scrive! Cosa scrive? “Mi rivolgo quindi a tutti (istituzioni, esponenti di partito, organi di stampa), ma ancor più alle associazioni che rappresentano i disabili, affinché si giunga quanto prima ad una soluzione che consenta veramente a tutti gli elettori di esercitare il diritto al voto. (Alberto Donola, Selvazzano Dentro (Padova)”). Il –quanto prima- per Alberto Donola, arriverà sempre troppo tardi perché Alberto, affetto da una grave forma di miodistrofia, è morto.

    Anche chi scrive, insieme all’Associazione Luca Coscioni e Rita Bernardini, tesoriere dei Radicali italiani, aveva sollecitato il presidente Ciampi e il ministro Pisanu a rendere possibile il voto per posta per i circa 100.000 cittadini che non possono allontanarsi dal loro domicilio. Sarò pessimista, ma non credo che il Disegno di Legge presentato al Senato dal senatore Paolo Giaretta (Margherita-Ulivo) per consentire il voto a domicilio alle persone disabili e dipendenti da apparecchiature medicali, godrà di corsie privilegiate sulle quali hanno scorrazzato e scorrazzano altri bolidi.

    Oltre ad una assistenza a singhiozzo e alle “urne” interdette, i diversabili godono (si fa per dire) dell’impossibilità a leggere i libri che li interessano perché la AIE (Associazione Editori Italiani) non vuole commercializzare i suoi “prodotti” in formato digitale e scaricabili (ovviamente a pagamento) dalla rete e le loro “diversabili manine” non possono assisterli nella lettura del cartaceo.

    Il Min. Stanca, nella persona del Dott. Vanna, ha detto che il problema c’è, ma non c’è l’accordo con la AIE, ma la soluzione è questione di tempo. L’AIE, nella persona del Dott. Federico Motta, ha detto che “ad una persona che affronta le sue difficoltà con la dignità e consapevolezza che Lei manifesta e che ha ben chiari i connotati del tempo in cui viviamo, non sfuggono sicuramente le ragioni che trattengono gli editori dal concedere a cuor leggero ciò che rappresenta il loro patrimonio più rilevante e più delicato, e cioè le versioni digitali delle opere che editano, a causa della loro riproducibilità, purtroppo in molti casi con scopi non proprio edificanti.” Ergo, visto che viviamo in un mondo di ladri, cominciamo a punire i diversabili.

    Così, tra una promessa di marinaio, quella del Min. Stanca, e un politicamente corretto rifiuto, quello dell’AIE, gli handicappati, oggi finalmente promossi “diversabili”, non votano, non leggono, non sono assistiti durante le feste, e sognano un Parlamento con una quota di ventilatori polmonari e letti ortopedici che servano da memento agli onorevoli normodotati e normodistratti.

  3. #123
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Soffrire è un po’ morire

    20 ottobre 2005

    di Il Calibano

    Il possibile è il termine medio tra l'individuale e il generale, tra l'atrocità dell'evento ed il suo possibile ed indeterminato accadere: tutti sono candidati al colpo imprevisto ed imprevedibile. (S. Natoli, Le maschere del dolore)

    Con la modica spesa di 90 e rotti euro, il tempo di leggere gli ultimi aggiornamenti sullo stato dell’unione Al Bano-Lecciso, si può atterrare ad Amsterdam e scoprire che le droghe leggere sono tollerate. I Coffeeshop possono venderne fino a 5 grammi ad un cliente (purché maggiorenne). La maggior parte dei Coffeeshop non vende alcolici, sono disponibili bevande analcoliche e snack. Per qualcuno l’Olanda può essere un paradiso, per i ministri Giovanardi e Mantovano, è un inferno. Inferno e paradiso sono astrazioni che, come i trampoli, illudono chi ne fa uso, di poter essere moralmente superiore. Scriveva Montaigne, nei Saggi, che abbiamo un bel montare sui trampoli, ma anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E anche sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo. Tutte le valutazioni e i giudizi morali, una volta calati nella realtà del quotidiano vivere e sopravvivere, si rivelano inadeguati a fornire strumenti idonei per valutare l’agire umano e si rivelano essere quel che sono e cioè, nient’altro che pre-giudizi. Con la modica spesa di 90 e rotti euro, e il tempo di leggere le ultime notizie su Al Bano e la Lecciso, si può partire da Amsterdam e atterrare a Milano dove non ci sono i Coffeeshop, ma c’è la clinica Cà Luigi e in un letto c’è Alessandro, prigioniero in un corpo paralizzato dalla SLA e in attesa della morte. Fin qui nulla di strano se non l’auspicio che i tanti Alessandro possano essere curati grazie alla ricerca scientifica. Ma il di più, insegna il Vangelo, viene dal maligno, e in questa storia c’è un di più. I carabinieri dei Nas, grazie ad una “soffiata”, hanno fatto irruzione ed hanno trovato in un armadietto della casa di cura sette sigarette con una miscela di tabacco e hascisc, per un totale di 1,25 grammi di droga leggera. A cosa servisse quella “droga” lo ha spiegato la direttrice di "Cà Luigi". Daniela S. ha detto: "Alessandro è qui dal 2000, era un'etilista e faceva già uso di spinelli, abbiamo cercato in tutti i modi di prolungarne la vita e limitarne la sofferenza. Una sigaretta al mattino e una la sera, accesa da un'assistente perché da tempo lui ha perso l'uso delle mani". Non si sa se il ministro Giovanardi ritenga che l’Italia sia un paradiso, ma, in quel di Ballarò, affermò che sulle questioni etiche “L’Italia è un Faro di Civiltà”. Come ogni automobilista sa, i fari abbagliano, ma ancor più che dai fari delle auto si può restare abbagliati dai fari del moralismo “senza se e senza ma”. Un esempio? Nei Coffeeshop di Amsterdam non si vendono alcolici, in Italia, l’ex ministro della salute, Girolamo Sirchia, è dell’opinione che il vino sia “un alimento”. Mentre Sirchia e Giovanardi fanno i guardiani del Faro, ci si può interrogare sulle cure palliative. Nel 2004, Giorgio Trizzino, presidente del SIPC (Società Italiana Cure Palliative), lanciò un grido d’allarme: ''A due anni dall'approvazione in Parlamento della legge n.12 del 2001 l'Italia rimane sempre all'ultimo posto in Europa, insieme alla Grecia, per numero di confezioni vendute di morfina, e i dati Oms collocano il nostro Paese agli ultimi posti per consumo di oppiacei anche rispetto ai cosiddetti paesi del terzo mondo […]. Nuovi farmaci sono già in uso nel resto d'Europa e sono pronti per essere usati e studiati in Italia […] come al solito l'Italia è in ritardo su tutta la linea […]. Curare il dolore in Italia si potrebbe in nove casi su dieci, ma di questi il 70% non riceve trattamenti adeguati. Chissà, forse, nel 2004, il Faro di Giovanardi aveva la lampadina fulminata! Sono passati quasi due anni, tempo più che sufficiente per sostituire tutte le lampadine del Faro di Civiltà, e dalla Federazione delle Associazioni Europee che aderiscono alla IASP (Associazione internazionale per lo studio del dolore) arriva una notizia prevedibile ma, proprio per questo, ancor più allarmante: “L’Italia è uno dei paesi in cui la mancanza di cure palliative per i malati cronici è più grave. I tre milioni di confezioni di oppioidi consumate nel 2003 in Italia sono 12 volte di meno di quelle prescritte in Germania (35 milioni), 32 volte meno di quelle francesi (100 milioni) e addirittura 110 volte meno di quelle prescritte in Danimarca. Nell’ambito della campagna, le Società europee dell’EFIC - che è presieduta dal professor Giustino Varrassi, docente presso l’Istituto di Anestesia dell’Università dell’Aquila, e che ha come referente per l’Italia il professor Roberto Casale, dell’Istituto Scientifico di Riabilitazione, Fondazione Maugeri, Montescano (PV) - organizzano incontri e iniziative per veicolare il messaggio che il dolore cronico è una vera e propria malattia, indipendente dalla patologia che può averlo generato, e va quindi affrontato con mezzi appropriati. Negli anziani, protagonisti dell’edizione di quest’anno, l’impatto del dolore cronico è aggravato da fattori psico-sociali (isolamento, mancanza di supporto della famiglia) causando depressioni e problemi psicologici che possono portare anche al suicidio. Da qui la richiesta di dedicare al problema competenze altamente specialistiche e iniziative di formazione ad hoc”. In trepida, ma non ansiosa attesa che il 2007 confermi i dati del 2002 e del 2005, non si può non ripensare ai proclami sulle cure palliative che dovrebbero esorcizzare ogni apertura verso l’eutanasia. Cosa illumini il Faro di Giovanardi è presto detto: un letto dove è vietato dimenticare per qualche ora “i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata” ed è altrettanto proibito chiedere di addormentarsi “E con quel sonno mettere fine allo strazio del cuore e ai mille traumi che la carne eredita”.

  4. #124
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Se i politici mangiano la gallina

    21 ottobre 2005

    di Il Calibano



    Mio caro amico, disse, qui sono nato
    e in questa strada ora lascio il mio cuore.
    Ma come fai a non capire
    che è una fortuna per voi che restate
    a piedi nudi a giocare nei prati
    mentre là in centro io respiro il cemento.

    (Adriano Celentano, Il Ragazzo della via Gluck)



    Nelle campagne della “sgarrupata” Italia postbellica i braccianti agricoli, vestiti con i rimasugli delle divise di tre eserciti, dicevano ridendo che se il contadino mangia la gallina, o è malata la gallina o è malato il contadino. Il detto può tornar buono anche nell’Italia dei telefonini e dei reality show. Naturalmente, come tutti i pezzi del modernariato, va restaurata e, per così dire, storicizzata e, dopo gli interventi rivitalizzanti, potrebbe suonare pressappoco così: se i politici mangiano Celentano, o sono malati i politici, o è malato Celentano.

    Celentano, nonostante abbia mezzo secolo di rock nelle gambe, sembra godere di ottima e invidiabile salute ed anche la rassicurante calvizie che ostenta, come la croce di ferro di un Feldmarschall, ha lo stesso appeal delle cose rassicuranti che dice.

    Cammina, senza sosta, sul palcoscenico ed è più “corpo” che parola e torna in mente Adriano Sofri quando, ricordando Pasolini, evidenziava che noi non “abbiamo”, ma “siamo” un corpo. Cammina, cammina come Riccetto, Tommaso e tutti gli indimenticabili personaggi di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” e, come loro, mostra il piacere fisico del camminare e, come loro canta e, come Riccetto, non si vergogna di salvare una rondine che affoga. Dice delle banalità, è vero! Rimpiange la via Gluck, e chi non conserva nel cuore una via Gluck? Rimpiange quella –dimensione umana- che inconsciamente desidera anche chi non l’ha mai conosciuta.

    Riccetto invidiava –quelli che non tremano-, ma conservava intatto l’orgoglio di una appartenenza. Pasolini malediceva quell’imbastardimento che, nei primi anni ’60, aveva privato le baraccopoli e le periferie della “purezza” sostituendola con la “contaminazione” di frustranti scorribande del sabato sera al “Centro irraggiungibile”.

    Dice delle banalità, è vero! Ma le dice usando la koinè dei vinti, di chi si sente inadeguato, impotente; di chi ha la sensazione che le decisioni importanti siano sempre prese senza di lui o contro di lui; di chi non vive nei reality e nei talk show, ma di reality e talk show vede altri vivere.

    Dice delle banalità, è vero! E né lui, né i suoi ospiti vivono sulla pelle i drammi di cui parlano, ma ne parlano come se solo loro conoscessero tutte le risposte.

    Celentano non è malato, quindi ad essere malati sono tutti quei politici che, ripiegati su se stessi, si specchiano nell’autoreferenzialità di una politica che ha trovato nei suoi riti l’unica ragione di sopravvivenza, lasciando il timone della bioetica nelle mani della CEI, le redini della legalità sciolte, le risposte alle domande dei cittadini…in sospeso.

  5. #125
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Vivo per legge

    28 ottobre 2005

    di Il Calibano



    La superstizione, l'idolatria e l'ipocrisia

    percepiscono ricchi compensi,

    mentre la verità va in giro a chiedere l'elemosina.

    (Martin Lutero)



    Il caso Emilio Vesce, - il noto intellettuale che l’8 novembre del 2000 venne colpito da infarto seguito da un’anossia che compromise e spense la sua corteccia celebrale, provocandogli una “morte corticale -, è stato archiviato, dal pubblico ministero Orietta Canova, con la motivazione che «lo stato vegetativo per la legge è ancora vita, per cui qualsiasi atto medico destinato a stabilizzarlo non può configurarsi come accanimento terapeutico, ma come atto medico. La tracheostomia e la gastrostomia sono atti di assistenza di base. [...] Compito del medico non è solo quello di guarire ma [...] anche quello di mantenere in vita il paziente in stato vegetativo persistente» -. In nessun conto è stato tenuto il testamento biologico che Emilio Vesce aveva redatto.

    L’esito del caso Vesce, pur nella sua scontatezza, avrebbe potuto, se ci fosse stato un giudice a Berlino, rappresentare un volto nuovo sul delicato fronte della legalità e rispetto delle volontà espresse da un adulto. Ma l’ipocrisia clerico-perbenista sembra essere una maschera della quale l’Italia non sa fare a meno. La vetta dell’ipocrisia è stata toccata, nel Porta a Porta del caso Crisafulli, dalla Dr. Formisano che, dopo essersi dichiarata, d’accordo con Giovanardi, contraria a qualsiasi metodica eutanasica, consigliava ad un’ipotetica madre, stressata da dieci o più anni di cure e attenzioni verso un ipotetico figlio in stato vegetativo persistente, di diminuire progressivamente il contenuto della sacca per l’alimentazione artificiale fino a causare il decesso del proprio figlio. La dottoressa così concludeva:”sono certa che nessuno condannerebbe il gesto di una madre”. Non fece una piega Vespa, non si alzò il ciuffo di Giovanardi, non strizzò gli occhi il Prof. D’Agostino. L’unico a rimanere interdetto fu il padre di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo da 13 anni, che testardamente ribadì: “io voglio per mia figlia una risposta dalla e nella “società” .

  6. #126
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Laici per caso

    29 ottobre 2005

    di Il Calibano

    “[…] la religiosità, variamente contaminata dagli umori mondani del presente, ha invaso i confini della laicità dello Stato, della neutralità del politico, dell' autogiustificazione della scienza; e in tutti questi casi il conflitto fra i sostenitori delle ragioni della fede e i sostenitori delle ragioni della lai*cità ha spesso coperto altre poste in gioco, non direttamente attinenti né alla fede né alla laicità, bensì a problemi di senso della politica, di orientamento della biopolitica, di rappre*sentanza e governo delle società post -coloniali e di traduzio*ne dei loro codici culturali.”

    (Ida Dominijanni, Corpo e laicità)



    L’immarcescibile vecchietto dei film western sputava verso un cactus uno spruzzo di saliva e tabacco ed esclamava: l’indiano buono è l’indiano morto! Da un po’ di tempo, forse a causa delle dichiarazioni della seconda carica dello Stato, o di alcuni teoeditoriali, o delle sporadiche apparizioni nei tiggì di vescovi, prelati, e papi, ho la sensazione che siano in moltissimi a pensarla come il simpatico e attempato cowboy, ma al posto dell’indiano, metterebbero con sommo gaudio il laico. Oddio, non vorrei essere frainteso! Lungi (mica tanto) da me il sospetto che il senator probus vir, si sia trasformato nella mala bestia dei “laici_sti”, però è innegabile che il laico buono è, per lui e per i suoi sodali, il laico-per-caso.

    Il laico-per-caso non è citato nel Grand Larousse del XIX secolo, o nel Tommaseo nella edizione del 1865, o in Google, o in qualsivoglia motore di ricerca. Il laico-per-caso è stato partorito, da poco, per partenogesi, dalla laicità sana, sorella devota e prolifica della laicità malata che, notoriamente, è meno feconda del panda gigante. Il laico-per-caso avrebbe voluto indossare il saio o la tonaca, avrebbe voluto vivere in una trappa, o in una canonica, o in una nunziatura, o almeno in una sagrestia. Avrebbe voluto, ma il caso lo ha sospinto verso altri destini. Ah! fata volentem ducunt nolentem trahunt! Caro Lucrezio Caro, laico antelitteram e non per caso, per questo quel sant’uomo di Girolamo nel Chronicon lo tratta a pesci&pani in faccia, se intervenisse in un Porta a Porta sulla vera laicità, annichilirebbe anche Rockpolitik!

    Insomma il laico-per-caso si ritrova, che so io, Presidente del Senato della Repubblica? Allora si sbraccia ad affermare che la sola Etica che non sia rosa dal tarlo relativista è quella Cattolica Apostolica Romana. I fata gli hanno destinato l’illacrimata parte di conduttore-televisivo-giornalista? Allora, si sbraccia ad affermare che tutte le leggi, dal Codice di Ammurabi a quelle del Codice della Strada, sono inutili perché, per far funzionare la società, bastano i Dieci Comandamenti. Le imperscrutabili vie della Prima Repubblica ne hanno fatto, mettiamo, un Andreotti? Allora, si sbraccia a votare o non votare, come il suo Vescovo gli ordina.

    I laici-per-caso sono contagiosi? La UE consiglia di non baciarli in bocca (v. Riina), di non frequentare le loro lezioni universitarie (v. Popper), di non accompagnarli a Valle Giulia (v. Pasolini.). Ma, nonostante questa indispensabile profilassi, il virus LpC_B16 può essere trasmesso dal teleschermo a 8pollici&mezzo, dai fogli del Foglio, da Norcia e dintorni e purtroppo dagli uccelli stanziali, migratori e di doppio passo. Cosa c’entrano gli uccelli con Pera, Ferrara e Andreotti? Beh, allora, ditemi voi, che cosa c’entrano Pera, Ferrara e Andreotti con la laicità? Finiranno i laici-per-caso e i laici-per-scelta di fronte a Salomone affinché stabilisca a chi appartenga il neonato dell’Etica? Io temo che nessuno dei due contendenti si opporrà allo squartamento del corpicino e si accontenteranno del lacerto di Etica che il giudice gli assegnerà. Scrive Remo Bodei in “L'etica dei laici” che il senso dell'etica laica poggia sull'impresa di formulare regole e leggi, organicamente connesse tra loro, che hanno valore proprio perché non esistono naturalmente, perché de*vono contribuire a plasmare un mondo migliore che ancora non c'è e che mai sarà perfetto, ma in cui siano limitate le sof*ferenze, combattute le ingiustizie e aumentate le opportunità di migliorare la qualità della vita individuale e collettiva.

    Sì, vabbè, ma se i laici-per-caso decidono -per tutti- che i Dieci comandamenti siano più efficienti del giudice Santi Licheri e che ogni nuova legge debba passare al vaglio dell'enci*clica Centesimus annus - per cui “se non esiste al*cuna verità ultima la quale guida e orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente stru*mentalizzate per fini di potere”, tanto vale appendere al chiodo della storia lo spezzato dell’Aufklärung e indossare un clergyman.

  7. #127
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Cattolicisti

    1 novembre 2005

    di Il Calibano

    Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati)

    che la televisione sia autoritaria e repressiva

    come mai nessun mezzo di informazione al mondo.

    (P.P.P.)





    La televisione non è né Garibaldi né la Madonna, anche se ha del primo l’irruenza e della seconda le lacrime, ma se ne parli male c’è sempre qualcuno che sale in cattedra e ti bacchetta con un legnoso: “la televisione è uno spaccato della società!”. Se nutrivo dei dubbi su questa inappellabile affermazione il Porta a Porta su “Santi e Miracoli” ha avuto il merito di sciogliermeli e confermarmi nell’opinione che più che di uno spaccato della società, la televisione è una fotocopia della…televisione che parla della televisione che cita la televisione che è spaccato della televisione che è uno spaccato della Weltanschauung della televisione. Dopo che gli editorialisti in salsa saulina avevano perduto il sonno e la salute per denunciare l’offensiva laicista tesa a fare del Bel Paese una ateocrazia, Bruno Vespa ha dimostrato, senza volerlo, che il Bel Paese è una teocrazia mediatica. Il solo laico invitato ed esibito, come la donna barbuta, alla platea devota, era il Prof. Giulio Giorello che, per non soccombere, si affidava a San Baruch Spinoza. Inutile escamotage che non lo salvava dalle prediche di Claudia Koll, dal cattolically correct di Messori, dai miracoli-a-gogo di due vaticanisti, dagli aneddoti edificanti , dalle inveterate iettatorie (chi non crede è sfortunato) di Mons. Capucci, dagli amarcord di Jas Gawronski, dalla aristoteocrazia di Donna Alessandra Romana dei principi Borghese che lo arruolava di forza tra i figli di Dio, nonostante il filosofo si schernisse affermando che di genitori gli bastavano i suoi. Al termine della miracolosa serata la pelle di Giulio Giorello pendeva dal soffitto, come quella di Michelangelo dalla Cappella Sistina, ma senza alcun rimorso dei partecipanti, perché il sacrificio era stato consumato ad maiorem gloriam dei. Noi chiniam la fronte al massimo fattor ed affidiamo la chiosa al duo Riccardi-Levi: “C'è una «discordia» tra le ragioni del laico (an*che se non esiste una ortodossia o un magistero del pensare laico) e quelle del credente su alcuni temi fondamentali. Ne ho dibattuto con Arrigo Levi, che ha poi raccolto nel volume, Dialoghi sulla fede, i temi del nostro dialogo sul confronto tra la fede cristiana e quella da lui stesso definita «fede» laica. Il dialogo tra laici e credenti non è una melassa irenista che an*nulla le differenze. Ci sono differenze sui valori, su quello del*la vita, sulla questione antropologica...Sono problemi co*stantemente evocati. Ma c'è forse una discordia più profon*da e più intima, più delicata da dire, che è proprio sulla fede e su Dio. Con chiarezza Arrigo Levi spiega questa discordia: «so be*ne la differenza tra 'credere in Dio' (il credere di Geremia o di Gesù) e il credere nella storia di Dio e nell'uomo che l'ha creata». E aggiunge che quello che divide laici e credenti, an*che in una stagione ecumenica, è «il problema della verità: una verità, o più verità». Non è un problema da poco, ma si tratta del fondo del problema tra laici e credenti, quello del*la fede e di Dio.”

  8. #128
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    L’ossido di carbonio è rock?

    4 novembre 2005

    di Il Calibano

    “[…] la percezione dei limiti che derivano dall’ambiente locale è facilmente neutralizzata da segnali che promettono prosperità.” (Virginia Abernethy)

    Il tormentone è tale perché unisce, in un gioco perverso, il tormentatore e il tormentato che sadomasochisticamente si scambiano i ruoli, subendo o infliggendo il molesto e ossessivo refrain.

    Chi non si è mai lasciato sedurre dalla diade rock/lento, scagli la prima pietra. In attesa della lapidazione riprendo il giochino del Molleggiato: l’ottimismo è rock, il pessimismo è lento. Il Papa è hard rock quindi è un hard-ottimista.

    Di tutte le definizioni date dell’ottimismo la più ironica è quella di Guido Ceronetti che recita pressappoco così: l'ottimismo è come l'ossido di carbonio. Uccide, ma lascia sui cadaveri un'impronta rosa. Sì, un’impronta rosa come le lenti degli occhiali che i rock-ottimisti non si tolgono neanche per andare a letto. Ma cosa può accadere se il Papa, la sola autorità che ha, come Vittorio Sgarbi, il discutibile dono dell’infallibilità, invita chi crede nella sua autorità ad inforcare gli occhiali rosa ed indica, come famiglia-modello una coppia con dieci figli?

    L'agenzia vaticana Fides ha reso noto che i cattolici nel mondo alla fine del 2003 erano 1.085.557.000 (17,23% della popolazione), +0,3% rispetto al 2002. L'unica diminuzione, nonostante, o forse a causa, dell’impegno del duo Pera-Ruini, è stata in Europa, con meno 214 mila unità.

    Bene, il Pontefice, al termine dell’Udienza generale, nel salutare i rappresentanti dell’Associazione Italiana Famiglie Numerose radunate in piazza San Pietro, ha dichiarato: “Nell’odierno contesto sociale, i nuclei familiari con tanti figli costituiscono una testimonianza di fede, di coraggio e di ottimismo, perché senza figli non c’è futuro [...] Auspico che vengano ulteriormente promossi adeguati interventi sociali e legislativi a tutela e a sostegno delle famiglie più numerose, che costituiscono una ricchezza e una speranza per l’intero Paese!”.

    La sovrappopolazione è rock? la morte per fame è rock? la denutrizione è rock? Si fa presto a dire che dieci figli per famiglia siano “una testimonianza di fede, di coraggio e di ottimismo, perché senza figli non c’è futuro”, ma due + due fa quattro, sarà troppo laicista ma nessun hard-ottimista può sostenere che faccia 2,6 (media dei componenti della famiglia italiana, Istat), e se i 16 milioni 453 mila nuclei familiari italiani guardassero il mondo attraverso le lenti rosa che il Papa consiglia aumenterebbero la popolazione di 164.530.000 unità portandola a quota 224.530.000. Avremmo così 745 abitanti per km2 che al confronto dei 125 abitanti per Km2 della Cina, ci regalerebbero una citazione nel Guinness dei primati e l’ammirazione delle sardine in scatola.
    La realtà è, grazie a Dio, un’altra e la nostra sopravvivenza, il nostro tenore di vita sono possibili perché -si mantengono stabili le coppie senza figli (19 per cento circa) e i nuclei di un solo genitore con figli (7,6 per cento). In progressiva diminuzione anche le famiglie numerose, quelle con 5 componenti e più: nel 2002-2003 sono il 6,8 per cento del totale delle famiglie rispetto all’8,4 per cento del 1994-1995.

    Siamo un popolo di relativisti che applaude all’ottimismo, ma, come scriveva Ennio Flaiano, sa che -essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà- e se senza figli non c’è futuro, con dieci figli in ogni famiglia cattolica del pianeta non ci sarebbe nemmeno un presente.

  9. #129
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Brucia scuola, brucia!

    10 novembre 2005

    di Il Calibano

    “[…]. Vanno verso i luoghi dove si svolge abitualmente la loro vita (molto reali*sticamente indicati): ma dietro a una curva, in fondo a una strada, nel buio di un cortile, nel vano di un portone ecc., cioè là dove scompaiono nella loro vi*ta, per non ripresentarsi più, come ingoiati nel nulla - vengono uccisi nei mo*di più diversi: e tutti prodigiosi: simboli delle ragioni vere per cui si muore nel mondo moderno (si tratti di morte fisica o di altra morte) . (P. P. P.)

    Viviamo protetti dai bozzoli dei nostri incubi, o dei nostri sogni, e interpretiamo ciò che accade nel mondo dai rumori e dalle ombre che la trama del bozzolo lascia filtrare. Reso il dovuto omaggio alla Caverna Platonica, vediamo come gli incubi e i sogni influiscono sulle nostre percezioni.

    Parigi brucia:

    La Padania va dritta al sodo e, se Parigi brucia, le fiamme illuminano l’assalto degli “extracomunitari” alla Bastiglia-Europa, e ad andare in fumo non sono le Citroën e le Renault, ma “il sogno dell’integrazione multirazziale e multiculturale”.

    Il Foglio, misogallo dichiarato, nei sinistri bagliori che illuminano le notti d’oltralpe vede “i danni di un secolarismo ideologico” e “l’immagine del giovane ribelle altermondialista, un cretino violento con il passamontagna che prende a calci quel “fascista” di Bush e sfila con quel cocainomane di Maradona e quell’energumeno di Chavez alla conquista di un pallone che fugge tra le case, con in mano l’estintore del povero Carlo Giuliani”.

    Mancano solo i lanciatori di sassi dai cavalcavia, i disadattati che bruciano le auto posteggiate nei cardi e i decumani della Città Eterna, le forze dell’ordine in ritirata dai Quartieri di Napoli, la guerriglia domenicale intorno agli stadi. Possibile che il fiammifero del secolarismo, acceso da meno di duecento anni, abbia fatto più danni dei roghi-devoti che hanno illuminato, nei millenni, il mondo? Scrive Salvatore Natoli, che se nel linguaggio cristiano pas*sare al secolo voleva dire concedersi alla per*dizione, alla dissipazione (compromettersi col peccato), nella modernità significa divenire si*gnori del tempo, assumendosi in prima persona il compito, se non di eliminare il dolore, di ri*durlo e di differire illimitatamente la morte dal momento che non è possibile vincerla. Non va, vero? lo so lo so, si torna a palla alla bioetica, all’Io-desiderante e a tutta la minestra riscaldata dello scontro referendario che ha visto il Foglio in processione.

    L’Avvenire, tra le fiamme e il fumo, vede il fallimento della scuola e propone il rimedio: “Tutti gli adolescenti frequentano la scuola, sono già divisi in classi, sono conosciuti dal corpo docente. Aprendo subito la scuola alle forze del territorio, al volontariato, agli specialisti, agli sportivi, agli artisti e sburocratizzandola, potremmo anticipare avventure, canalizzare emozioni, orientare amicizie, scaricare con intelligenza i traumi che alcuni ragazzi si portano dietro dall'infanzia.
    Da tempo vado dicendo che nelle scuole di periferia dovremmo mandare docenti preparati ad hoc e fortemente motivati. Invece succede quasi sempre il contrario. […] Se i nostri governanti fossero lungimiranti e più meditativi alcune contromosse le studierebbero in breve tempo.”

    Agli incubi o alle astuzie dialettiche, preferisco il sogno dell’ Avvenire, il sogno di una scuola che non venga più data alle fiamme, ma difesa e amata dagli stessi che oggi la disertano, la odiano e, come in Francia, la bruciano.

    La catastrofe che per alcuni è solo un disastro e una conferma dei propri incubi, o un’arma impropria per dare forza a tesi precostituite, per altri è sinonimo di rovesciamento, capovolgimento che, mettendo fine a qualcosa, permette di immaginare nuove prospettive, nuovi scenari e spinge ad “attrezzarsi per dominare il caso, per portarsi all'altezza dell'improbabile…rinunciare ad ogni pretesa di totali*tà e saperci, invece, ben condurre in viaggio. Rendere la terra «gradevole dimora» nel no*stro transitare.

    (S. Natoli)”

  10. #130
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Il cappello sul velo

    13 novembre 2005

    di Il Calibano
    Con il Concordato e le intese con la Chiesa cattolica, ne*gli anni Ottanta lo Stato ha aperto la strada a manomissioni dell' assoluta aconfessionalità delle scuole del sistema pubbli*co dell'istruzione. (Tullio De Mauro)

    Mentre la Francia si interroga, l’Italia si dà le risposte. Le periferie di Parigi ancora bruciano, ma alcuni politici (sempre gli stessi), saltabeccando da un tiggì ad un approfondimento, spiegano all’universomondo quale sia il peccato originale della Marianne. Cosa abbia fatto di tanto grave è presto detto: ha voluto separare la religione dallo Stato e creare uno spazio, la scuola, dove le religioni non diventino causa di conflitto, e questa scelta - riflette le peculiari caratteristiche di un ordinamento che fa della laicità la pietra angolare dei supremi valori repubblicani, tale da spingersi sino al punto di negare rilevanza alle manifestazioni tangibili del fatto religioso, soprattutto quando provenienti da un gruppo religioso quale quello islamico, che tali valori non accetta sulla base del proprio credo. Che sia un “peccato”marchiato dalla Lettera Scarlatta del razzismo? Difficile sostenerlo! La Corte di Strasburgo è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso di una studentessa turca di religione islamica, Leyla Sahin, iscritta dal 1999 alla Facoltà di Medicina dell’Università di Istanbul, contro il provvedimento coercitivo adottato dalle autorità disciplinari dell’istituto, con cui le era stato interdetto l’accesso ad alcuni esami e lezioni, a causa del suo rifiuto di togliersi il velo islamico durante il loro svolgimento, ed ha riconosciuto legittimo il divieto disposto dalla Circolare del 23 febbraio 1998, redatta dal Vice Rettore dell’Università, perché - consentire la presenza dei simboli religiosi all’interno degli istituti universitari verrebbe a concretizzare un disconoscimento del principio della neutralità dell’incarico educativo statale, quale deducibile da quello più ampio di laicità di cui all’art. 2 della Costituzione turca, al fine di tutelare la libertà di coscienza di coloro i quali abbiano differenti concezioni religiose. Letta la motivazione di questa sentenza, non può non venire in mente la corsa, veramente bipartisan, di quei politici che, interpretando a loro uso e consumo le vicende francesi, si sono affrettati a mettere, mi si passi l’allegoria, il “cappello sul velo” ed a sostenere, a spada tratta, o meglio, a croce tratta, la necessità di –aprire-, ancor più, se possibile, la scuola alla religione. In Italia il rapporto Chiesa – Scuola più che ambivalente è stato schizofrenico. In un primo momento, di aperta ostilità: “Al momento del costi*tuirsi dello Stato unitario queste [le proteste della Chiesa] assunsero forma di violenta ripulsa dell'istruzione pubblica, anzitutto elementare. Per ri*cordare solo qualche esempio, nel 1868 i gesuiti della «Civiltà cattolica» attaccarono con veemenza un cattolico osservante come era Alessandro Manzoni quando propose (non unico, ovviamente) di promuovere attraverso le scuole la conoscen*za della lingua italiana, ignota allora a quasi tutti i non tosca*ni. La proposta manzoniana comportava necessariamente lo sviluppo della scolarità e, dicevano i gesuiti, l'istruzione ge*neralizzata estesa non solo ai «giovanetti di civil condizione», ma anche a «branchi di zotici contadinelli e garzoncelli di bottega» e, insomma, «alle classi infime del popolo» era un «lavar la testa all' asino». Tre anni dopo, mentre la legge Ca*sati del 1859 si estendeva a tutta l'Italia, lo stesso pontefice Pio IX si esprimeva ancor più duramente invitando Vittorio Emanuele II ad «allontanare un flagello, e cioè una legge pro*gettata per quanto si dice relativa all'istruzzione [sic] obbli*gatoria [...] ordinata ad abbattere totalmente le Scuole Cat*toliche, e sopra tutto i seminari”. (Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita). Poi, sempre De Mauro scrive, la guer*ra clericale all'istruzione pubblica trovò alleati nei non cleri*cali che governavano il Paese e li trovò non tanto in termini di esplicite concessioni a richieste clericali, come avvenne col Concordato tra Stato fascista e Chiesa nel 1929, quanto so*prattutto in termini di politica restrittiva, di politica maltu*siana dell'istruzione, una politica generalmente disattenta ai bisogni di crescita culturale della popolazione e tesa a manomettere l'aconfessionalità delle scuole nella speranza di contrastare in tal modo il declino della religiosità della popo*lazione italiana. Quale scuola vogliamo per i nostri figli e per quel 3,5% di figli di “stranieri” che con loro studia, cresce e si avviano a diventare cittadini italiani? Quale “modello” di scuola indica la Costituzione? De Mauro, ricordando l’’articolo 3 della Costituzione, auspica una scuola che sappia tenere conto non soltanto della sua autonomia rispetto a quella grande e tradizionale istituzione che è la Chiesa cattolica e che quindi, per esempio, se norme concordatarie sono state siglate, finché non saranno abroga*te, tuteli almeno i suoi insegnanti, gli insegnanti che assume, e il loro insegnamento dai pareri discrezionali dell' episcopa*to o di ministri clericaleggianti; ma che, più in generale e nel*la prospettiva di una sempre più diffusa presenza d'altri cre*do religiosi, garantisca per insegnanti e alunni uno spazio di espressione e di crescita libero da vincoli di qualunque fede religiosa o di qualunque particolare ideologia.

 

 
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