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  1. #211
    io e basta
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    BLACKOUT? FIAT LUX! (Il Calibano)

    18 agosto 2003


    Il primo lunghissimo blackout, che la storia ricordi, non ebbe fine per l’intervento del gestore della rete ma per un intervento molto più autorevole che, con un esoterico -Fiat Lux- illuminò l’universomondo. Ma anche questa ierosa e provvidenziale “riparazione” non mise l’umanità al riparo da improvvisi quanto inspiegabili blackout: le eclissi. La spiegazione la fornì un certo Talete di Mileto che predisse l'eclissi di sole dell'anno quarto della XLVIII Olimpiade. Insomma, non è che Talete di Mileto avesse trovato il modo di far cessare il blackout, però allontanò la paura che l’eclissi generava: era un fenomeno passeggero e non una vendetta del dio Bin Laden. Per una società che la notte dorme e, di giorno, trae l’energia necessaria da pazienti equini o da meno pazienti schiavi, il blackout più che una tragedia era uno spettacolo eccitante da godersi in compagnia.

    Oggi senza energia elettrica non puoi nemmeno lavarti i denti, in Giappone non puoi nemmeno farti il bidè. Tutto è elettrico o elettrodipendente, dal vibratore alle campane della chiesina di Innichen, dalle porte automatiche al bancomat, dalla luce nella cantina all’illuminazione di una metropoli, tutto, tutto ha bisogno di watt, megawatt, chilowatt. Senza le decine di led rossi, gialli, verdi le nostre stanze sembrano degli Argo che abbiano deciso di chiudere tutti e cento gli occhi. Il buio! L’angoscia dell’ominide in attesa dell’alba risale dall’ipotalamo dove l’avevamo sepolta e reclama il suo diritto alla luce. Come lemuri vaghiamo alla ricerca di una candela, una vecchia torcia, anch’essa elettrica e sempre scarica. Ci hanno tolto il fumo e con esso la speranza di rischiarare il nostro incubo con l’effimera luce di un Minerva.

    Il mondo sta cambiando, noi stiamo cambiando! Il blackout che colpì la Grande Mela nel ’77 liberò un’onda anomala di aggressività repressa che percorse la città come un’orda barbarica. Stupri, rapine, omicidi, saccheggi. La violenza atterrisce ma non stupisce perché siamo coscienti che il nostro mondo è “quell’atomo opaco del male” di pascoliana memoria. L’odierno blackout, che il pennello elettronico ha materializzato sui nostri teleschermi, non aveva il volto di una metropoli, era “Metropolis” il capolavoro del cinema espressionista anni ’20 di Fritz Lang. Teorie di uomini grigi transumanti come mandrie di gnu in una savana di asfalto e cemento. Oltre l’immagine allucinante una speranza: forse empatia e solidarietà hanno preso il posto dell’ homo homini lupus. Anche se il Leviatano è momentaneamente accecato “ il lupo e l'agnello dormiranno insieme” (Apocalisse). Chi non ha dormito per tutte le trenta ore in cui l’energia elettrica è mancata sono stati i portatori di gravi insufficienze respiratorie. La batteria del ventilatore polmonare ha una autonomia di otto ore (falsa e bugiarda come tutte le batterie) l’accumulatore otto ore circa, l’aspiratore bronchiale è il tallone di Achille del –sistema- tre/quattro ore di aspirazioni continue e va in tilt. Come hanno vissuto per trenta ore queste vittime miracolate dalla tecnologia?

    People change, and smile: but the agony abides. (T.S. Eliot, Quattro quartetti)


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    Piergiorgio Welby

  2. #212
    io e basta
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    PENSACI D’AGOSTINO! (Il Calibano)

    19 agosto 2003



    “Pensaci, Giacomino!” è questa l’esortazione che il pirandelliano Agostino Toti rivolge al personaggio, se non centrale più importante, dell’omonima commedia: “Pensaci, Giacomino!” e non curarti dei pettegolezzi, delle invidie e del perbenismo ipocrita della gente.

    Qui non c’è nessuna Lillina da impalmare o bambino da riconoscere. Il “Pensaci D’Agostino!” che io rivolgo al prof. Francesco D’Agostino ha un obbiettivo molto meno romantico e commovente: il Testamento Biologico. Non intendo dire che il Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica non abbia riflettuto abbastanza o che le motivazioni della sua opposizione al Testamento Biologico siano fumose o inconsistenti…anzi, sono obiezioni fondate e motivate, obiezioni che arricchiscono il dibattito sul diritto, che noi tutti crediamo di avere, di porre un limite agli interventi dei medici sul nostro corpo. I suoi dubbi sono certamente più stimolanti della superficialità con cui molti guardano ad un problema che ruota intorno al rimosso, negato, nascosto momento della morte.

    Lei termina il suo intervento, tenuto il 02/07/03 a Palazzo Giustiniani sul Testamento Biologico, con questa inquietante domanda: “Che dietro tante istanze odierne favorevoli all’eutanasia non si celi forse il più grande, il più vistoso, il più fallace esorcismo che mai l’ umanità abbia creato?”. È chiaro che per lei il Testamento Biologico altro non è che un cavallo di Troia per far passare, nei fatti, una pratica eutanasica che senza l’equina copertura non sarebbe mai possibile legalizzare. Ma allora perché accettare il mandato del Ministro della Sanità, Girolamo Sirchia sull’eventualità di legalizzare il living will? E perché intervenire nel dibattito contestando l’applicabilità del living will quando in lei è già maturato il convincimento che living will ed eutanasia siano la medesima cosa? Non sarebbe più “etico” che lei ammettesse di essere un “giudice” prevenuto e lasciasse il suo posto a chi, tra dubbi e incertezze, voglia affrontare il problema senza pre-giudizi? Risponda alla sua coscienza. La conosco, per quella unica e-mail che ci siamo scambiati, come persona sensibile e profondamente lacerata dalle sue incertezze ma il non sentirsi in grado di dare risposte è lecito e comprensibile nell’uomo della strada, non nel Presidente del Comitato per la Bioetica.

    Lei si domanda se le istanze favorevoli all’eutanasia non nascondano il “più fallace esorcismo che l’umanità abbia creato”. Io vorrei invitarla a riflettere su questo brano tratto da una intervista al filosofo H. G. Gadamer: “Sisifo viene considerato una sorta di eroe che si afferma con tenacia ed ostinazione. Ma se consideriamo più attentamente il mito, e tralasciamo l'uso che ne fa il nostro modo di pensare così attivistico, emerge qualcosa di estremamente interessante. Sisifo è stato per l'appunto condannato a questa pena per un determinato motivo; egli ha ingannato la morte. Come lo ha fatto? Per noi Sisifo significa effettivamente qualcosa di simile a scaltro, a colui che trova sempre una strada, un trucco: con i suoi inganni egli è riuscito persino ad aggirare il suo ingresso nell'Ade. Per punire questo, ossia per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l'astuzia, è stato condannato ad un tale tormento. Con ciò in realtà si intende dire che si può infliggere una punizione alla volontà di sfuggire alla morte solo con un terribile prolungamento della vita. Quando lessi il mito mi venne di colpo in mente l'uso che oggi gli uomini ne fanno: "Mio Dio! Noi siamo tutti un po' su questa strada, prolunghiamo artificiosamente la vita". Negli attuali centri di terapia intensiva e negli ospedali geriatrici favoriamo il prolungamento vegetativo della vita che per così dire ci allontana dalla morte naturale, la ritarda in un modo che può apparire come una sorta di tormento di Sisifo forse in un senso più profondo - il fatto cioè che la nostra vita cosciente si affievolisce rimanendo ormai solo come esistenza vegetativa. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, Sisifo ha acquisito un nuovo significato simbolico: noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.”

    Pensaci D’Agostino!



    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  3. #213
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    CHI HA UCCISO CRONO? (Il Calibano)

    21 agosto 2003


    Sotto l’ombrellone tre cose non possono mancare: il filtro totale, la fantasia e un buon giallo. Il giallo al mare è come il breviario per don Abbondio, può stimolare la conoscenza di improbabili “Carneade” , può utilmente aiutarci a fingere una interessata lettura, può abilmente fare le veci del libertino ventaglio settecentesco e consentirci una malcelata scopofilia. Il giallo è tutto questo ma non solo. Il giallo è una palestra per esercitare le nostre capacità intuitive/deduttive o anche truffaldine (sbirciare l’ultima pagina per leggere il nome dell’assassino e poi esclamare: l’avevo detto!). Per tutta la galleria di personaggi che l’autore si affanna a squadernarci sotto gli occhi abbiamo un epidermico interesse, una educata considerazione…ma appena uno di questi mamozzi passa a miglior vita, ecco che si trasforma da marca di confine a capitale della nostra attenzione. Chi da vivo ignoravamo, da morto ci affascina come lo sguardo del cobra. Torniamo ai capitoli precedenti per controllare se ci sia sfuggito qualcosa delle sue abitudini, è triste ma è così: i personaggi del giallo da vivi sono fantasmi letterari ma da morti acquistano una vera materialità. Letteratura? Finzione? No, anche nella realtà siamo vittime di questa pseudonecrofilia. Della varia umanità vacanziera straripata dalle pagine di settimanali e quotidiani conserviamo una immagine sbiadita come un dagherrotipo della nonna, ma delle migliaia di vecchi morti, forse per il caldo, sappiamo o ci fanno sapere quasi tutto. Il killer è sconosciuto. Il ministro degli Interni indica la pista della solitudine, il ministro della Salute alza l’indice accusatore contro le strutture ospedaliere, le strutture ospedaliere si difendono con un “bambole, non c’è una lira!”. Ci siamo salvati dalle interpretazioni sociopsicologiche dei vari Crepet e Alberoni solo perché questi salottieri esploratori dei meandri dell’animo umano stanno esplorando le possibilità di instaurare incontri del terzo tipo in qualche paradiso caraibico. Finalmente scoperta l’utilità delle ferie: togliersi dagli…schermi delle presenze fisse. In un primo momento l’informazione era contraddittoria (se non fosse tale non sarebbe informazione). Un noto quotidiano affermava che l’allarmismo sui decessi degli anziani era immotivato: i vecchi morivano sì, ma q.b. Poi sono arrivati i dati ufficiali delle anagrafi e delle pompe funebri e la realtà è sconsolante. I decessi di questa estate superano, in alcune città, del 20% i decessi dello stesso periodo dell’ anno scorso e sul territorio nazionale di 500 unità. Ho visitato il sito del ministero della salute ed ho letto le raccomandazioni agli anziani. Un catalogo di precauzioni dettate dall’esperienza e dal buon senso, eppure…sembra che chi le ha scritte abbia una idea approssimativa o confusa della terza e quarta età. Gli anziani, molti anziani, sono quelle strane creature che fanno la scorta di scatolette per il micio ed in frigo hanno una fetta di provolone ammuffito e mezza carota, che dopo aver preso una compressa per la pressione ne prendono un’altra perché hanno dimenticato di averla presa un’ora prima, passano mezza giornata davanti alla tv senza bere, dimenticano il latte sul fuoco e non navigano nel web. Non tutti gli anziani sono così fragili ma la fragilità è, spesso, una componente della vecchiaia. Come in tutti i gialli che si rispettino, anche in questo caso, l’assassino non è il maggiordomo, ovvero il caldo, gli assassini sono molti e si spalleggiano come i “bravi” manzoniani. Quello che permette ad alcuni anziani di restare in periglioso equilibrio tra patologie compensate e tracollo fisico è quella rete di protezione composta da una pluralità di soggetti: il farmacista “sotto casa”, il negozio di alimentari dove basta telefonare e la spesa arriva, il vicino disponibile, l’amico/a ancora efficiente, gli assistenti domiciliari, il medico di famiglia. Questa rete attiva per tutto l’anno in agosto va in tilt. La farmacia chiude, il negozio di alimentari chiude, il vicino va in ferie, l’amico/a sparisce, le cooperative riducono le assistenze perché gli operatori scarseggiano, il sostituto del medico di famiglia apre l’ambulatorio per un paio d’ore una tantum. Volendo dare un nome ai veri responsabili di questi omicidi potremmo chiamarli: “indifferenza” e “insofferenza”. Forse basterebbe che la guardia medica fosse in grado di inviare un medico alla prima chiamata ed alle successive un infermiere con lo sfigmomanometro ed eventuale flebo,, basterebbe comunicare alla ASL i –casi critici- e mandare un operatore a fare un sopraluogo…forse basterebbe aver presente che molti anziani non vanno in ferie. Forse basterebbe sconfiggere “insofferenza-indifferenza” e ricordare questo aforisma di Lev Nicolaievic Tolstoj ( sembra impossibile che il papà di "Guerra e pace" riuscisse a scrivere anche aforismi) “La vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo.”

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  4. #214
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    BELZEBU’ E’ LAICO! (Il Calibano)

    27 agosto 2003

    Editoriale de "Il Calibano"

    BELZEBU’ E’ LAICO!

    di Piergiorgio Welby

    Brutto colpo per gli imbonitori del ginseng giudaico-cristiano. Il politico Italiano che è cresciuto con la nutella degli oratori e la minestra vaticana ha spiazzato tutti. Andreotti, al congresso di CL di Rimini, ha dichiarato che le –radici cristiane- sono un patrimonio comune ma una Costituzione che dovrà servire da collante per un Europa che va dagli Urali ai confini dell’Irak ha bisogno di collanti e non di solventi. Per la settima domenica consecutiva, Giovanni Paolo II e' tornato a parlare dell'Europa durante l'Angelus dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo: riconoscere ''esplicitamente nel Trattato'' dell'Unione Europea ''le radici cristiane dell'Europa diventa per il Continente la principale garanzia di futuro''. Polonia-Vaticano-Irlanda e Italia diventano l’Asse dei Callimachi intenti a scavare mandragole ed a mettere allo scoperto tuberi e radici.

    Il metro di giudizio per valutare la bontà delle ctonie vegetazioni è sempre il solito: più le radici spirituali si intrecciano con quelle secolari più è difficile separare Dio da Cesare. Il vangelo esorta: “date a Dio quel che è di Dio, date a Cesare quel che è di Cesare”. Questa semplice ammonizione dovrebbe far chiarezza sulla necessità di separare i due ambiti. Ma, sempre il vangelo afferma: “non si possono servire due padroni”. C’è qualche contraddizione apparentemente insanabile…sanata con lungimiranza da Costantino. Visto che nel nostro incipit abbiamo citato Andreotti, l’uomo politico scampato, non si sa come, all’estinzione dei dinosauri, non possiamo sottrarci dal citare una delle sue acute e disincantate riflessioni sull’uomo e dintorni: “a pensar male si fa peccato ma ci si indovina sempre”. Morale: le radici saranno importanti ma anche i frutti, sotto forma di laute concessioni, non sono da disprezzare e quelle sono già al sicuro…fatto trenta perché non fare trentuno?

  5. #215
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    FOGLIE AL VENTO(Il Calibano)

    3 settembre 2003

    FOGLIE AL VENTO
    Si sta come, d’autunno, sugli alberi le foglie.
    G. Ungaretti

    Da quel di Rimini i ciellini, riuniti per il meeting, hanno lanciato il loro guanto di sfida sotto forma di una domanda che non so definire se retorica o provocatoria: “C'E' UN UOMO CHE VUOLE LA VITA E DESIDERA GIORNI FELICI?”. Per un riflesso condizionato non si può fare a meno di ricordare il Catalano di “Quelli della notte” e, formulata da lui, la domanda ciellina suonerebbe pressappoco così:”E’ meglio una vita lunga e felice che una breve e disgraziata?”.

    La filosofia, “metascienza” infida e contraddittoria, fin dai tempi di Socrate si è posta il tema della ricerca dell'esistenza buona che Aristotele definisce eudaimonìa. Il problema è che questa, chiamiamola -felicità-, non è distribuita con equità e i Greci colsero la causalità della fortuna dovuta all'eudaimon, a un piccolo dio che dava agli uni e agli altri negava. Come formaggio e pere sono indissolubilmente legati dalla saggezza dei popoli così, parlando di –felicità-, non ci si può esimere dal farla seguire dal suo opposto -l’infelicità-. Anche qui il pensiero greco coglie una realtà inquietante: se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo. Ci vede talmente bene che Eschilo così scrive: “Il dolore è nel sangue dell'uomo. Quindi tocca, tocca a chi vive. D'una folla di mali è radice l'oceano, d'una folla la crosta terrestre - per chi ha dentro la morte - se la vita s'inarca eccessiva.” (Eschilo, I Persiani). Ecco allora prendere forma una domanda da contrapporre a quella ciellina: “Cosa facciamo per eliminare l’infelicità?”.

    Le strade per affrontare l’algia del nuos (il dolore dell’anima) sono tante quante quelle che portano a Roma, e vanno dall’asperità di un sentiero di montagna del misticismo all’autostrada Salerno - Reggio Calabria dell’edonismo. Si può sublimare il sublimabile e doversi poi confrontare con l’infelicità causata dal dolore, una infelicità che non accetta compromessi: “Il dolore è nel sangue dell’uomo” ammonisce Eschilo ed è incivile e velatamente cinico non alleviare questo dolore per dei pregiudizi. “Ex Africa surgit semper aliquid novi” commentava Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia e quel “novi” nel mondo romano sottolineava l’insofferenza e il rifiuto verso le novità. Oggi l’aliquid novi ci viene dall’Olanda. Un paese dove le coppie gay si sposano, dove nei coffee shop puoi fumare uno spinello ma non puoi bere alcolici, dove un malato terminale può decidere se vivere fino all’ultimo istante o abbandonare la ribalta prima che cali il sipario, dove le coppie sterili possono accedere all’eterologa e dove, da oggi, la marijuana viene venduta nelle farmacie.

    “E’ il primo paese al mondo ad autorizzare questo tipo di distribuzione per l'uso terapeutico della sostanza. La cannabis sara' infatti venduta come trattamento per il dolore cronico, la nausea, la perdita d'appetito nei malati terminali per cancro e Aids, gli spasmi nelle persone affette da sclerosi multipla e i tic fisici e verbali della sindrome de la Tourette. Oltre alle 1.650 farmacie sono stati autorizzati a distribuire dosi da 5 grammi anche 400 medici e 80 ospedali.” In Italia le confezioni di morfina vendute nel 2002 (tre milioni) sono 12 volte meno di quelle somministrate in Germania, 32 volte meno rispetto alla Francia e 110 volte meno della Danimarca. Qualcuno vorrebbe farci credere che l’Olanda sia un paese incivile. Prima di lanciare anatemi vorrei ricordare che quando in Olanda esisteva il divorzio in Italia era ancora in vigore l'articolo 559 (delitto d’onore) che fu abolito nel 1968.

    In un suo recente intervento il Papa ha chiesto agli operatori cattolici di promuovere una “nuova evangelizzazione del dolore”, ispirati ed esortati dal mistero del “Volto dolente del Cristo”…Dostoevskij nel finale dei Karamazov fa dire a Kolja: "È strano tutto questo, Karamazov, tanto do*lore, e poi delle frittelle! quali stramberie ci sono nella no*stra religione!".

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  6. #216
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    VOLERE VALORI (Il Calibano)

    6 settembre 2003

    C’è una perdita di valori…bisogna recuperare i valori del passato…c’è un vuoto di valori.

    Non so chi sia stato l’ultimo, in ordine di tempo, a biascicare questo rosario che, come una leggenda metropolitana, passa di bocca in bocca trasformandosi in verità. Forse era il solito monsignore che rincorreva il suo ideale di santità o, più laicamente, qualche nostalgico di non-si-sa-che-cosa.

    O tempora o mores, gemeva Cicerone nelle catilinarie, e su di una tavoletta d’argilla rinvenuta durante gli scavi della città di Uruk, era incisa una geremiade di un padre contro il comportamento superficiale e privo di valori del giovane figlio. Il genitore rimpiangeva i bei tempi andati ricchi di valori e rispetto…stiamo parlando di 4000 anni fa! E cosa dire delle sapide quanto gnomiche commedie di Aristofane e del suo astio verso le novità in genere ed i giovani in particolare? I romani bollavano il presente col marchio denigratorio di res novae. I valori…i valori…lasciamo perdere il mondo asiatico i cui valori, ancor oggi, ci fanno tremare e guardiamo fiduciosi alla culla della nostra civiltà. Euripide narra di come Ulisse giustifichi l’assassinio del neonato che Andromaca ha salvato dalla distruzione di Troia e si comprende con facilità che tale pratica era comunemente accettata: il vincitore massacrava gli sconfitti tenendosi le loro donne come schiave e, per evitare il rischio di qualche vendetta, sbatteva i neonati al muro come gattini.

    Alla faccia dei valori di una volta! Gli schiavi, gli handicappati gettati dalle rupi, le donne relegate in casa come bestie da riproduzione…sì perché il piacere, i nostri civilissimi indagatori delle profondità dell’Essere, se lo prendevano da fanciulli e adolescenti. Quando Samo esce dalla lega il democratico Pericle ordina di uccidere tutti gli uomini dai quindici anni in su, di trarre le donne in schiavitù e di distruggere la città..e meno male che era democratico, sennò…

    Vado avanti a caso. Cesare liquida la distruzione della ribelle Gomfi con queste parole: post horam nonam oppidum altissimis moenibus oppugnare ante solis occasum expugnavit et ad diripiendum militibus concessit. Adriano con Gerusalemme… bèh Adriano merita una menzione speciale. Oltre alle solite stragi si premura di radere al suolo la città, riempire la valle in cui sorgeva e sulla spianata così ottenuta fa costruire un’altra città che chiamerà Elia Capitolina, parlo proprio di quell’Adriano soprannominato il Pio e che in punto di morte raccomandò ai presenti aequanimitas.

    Non bisogna credere che la rivoluzione del cristianesimo cambi di molto le cose. Si predica bene.. ma si razzola malissimo. Due casi in breve. La filosofa Ipatia viene uccisa dalla folla eccitata da alcuni monaci che, dopo averla tratta a forza dal carro su cui era trasportata, la inseguì fino in casa e la massacrò. Indovinate chi aveva commissionato il delitto? Il patriarca san Cirillo! L’altro caso è quello del teologo Wyclif. Il concilio, tenuto a Londra nel 1382, condannò le sue dottrine, il previdente John, conoscendo la pietà dei suoi persecutori, si rifugiò allora nella propria parrocchia, dove morì. La condanna esplicita e solenne di Wyclif si ebbe solo con il concilio di Costanza nel 1418 cioè 36 anni dopo la sua morte. Morto il reo estinto il reato? Ma nemmeno per sogno! I tenaci propugnatori della parola di Dio non mollano ed allora i resti di Wyclif vennero dissepolti, bruciati e le ceneri sparse al vento! Una curiosità: un recente studio ha dimostrato che nell’Europa del ‘600-‘700 il trenta per cento della popolazione apparteneva all’aristocrazia, il venticinque per cento erano ecclesiastici, il quindici mendicanti e il rimanente doveva lavorare e pagare le tasse per tutti. Saltabecco incoerentemente tra crociate, guerre di religione, rivolte contadine, conversione degli amerindi..cerco, cerco…ma, con tutta la buona volontà, per trovare qualche straccio di valore devo arrivare al 1789, sì la rivoluzione francese!

    Proprio quella che il pensiero reazionario aborrisce e depreca.
    “Mileto é afflitta da intestina discordia”, scriveva lo storico greco Erodoto. Per intendere discordia, egli usava la parola stasis, che in greco antico significava conflittualità, sedizione, sommossa, rivoluzione, ma anche stasi e immobilità, ossia due concetti che a noi moderni sembrano opposti alla condizione rivoluzionaria. Per la modernità, infatti, una rivoluzione implica il cambiamento radicale di un ordinamento politico e sociale. La parola venne presa dalla rivoluzione delle orbite e dei pianeti, e doveva esprimere l’idea del passaggio da un punto ad un altro ad esso opposto: ciò implica un mutamento totale, e non parziale.” E proprio questo ha rappresentato la rivoluzione francese: un irrompere lacerante ed irreversibile dell’eguaglianza, della fratellanza, della libertà..una scintilla che incendierà il mondo. Anche se non manterrà le sue promesse dopo di lei nulla potrà più essere come prima, ci vorranno sangue e lacrime ma la consapevolezza di essere uomini tra gli uomini, pur con i limiti inevitabili ed i tentativi di restaurazione, diventerà un patrimonio dell’umanità.

    I misoneisti continuano a sognare i bei tempi andati, intessono nostalgie sui valori di una volta, sulla immoralità del presente e, come tutti i moralisti, non riescono a guardarsi intorno.

    “Non si è uomini superiori solo perché si vede il mondo sotto una luce odiosa, si odiano gli uomini e la vita perché si ha la vista corta.Chateaubriand, René”. Infatti, questi profeti di sventure, queste Cassandre a tempo pieno, non si accorgono di aver la fortuna di vivere in un mondo che, per la prima volta nella sua storia, è saturo di valori, che tenta di inondare con i suoi valori anche i luoghi più refrattari, che, ripeto, per la prima volta cerca faticosamente di percorrere la strada della democrazia.Ci scandalizziamo se un albergo nega l’ingresso ad un disabile, titoli cubitali sui quotidiani per un gattino ucciso a calci, i diritti dei carcerati, delle prostitute, dei diversi, il diritto allo studio, il diritto della natura ovvero l’ecologia, gli aiuti umanitari alle popolazioni in difficoltà, la guerra umanitaria, il rifiuto degli integralismi, il diritto alla salute. Tutte queste banalità, tutte queste utopie del pensiero rappresentano l’ossatura, certamente imperfetta, certamente migliorabile, certamente piena di luci e ombre, del migliore dei mondi possibili. Certamente il migliore di tutti i mondi che fin’ora si sono succeduti. Se il progetto della Democrazia Mondiale si invererà…non avremo creato il paradiso in terra (esperimento già tragicamente fallito) ma avremo eliminato dalla terra un po’ di inferno.

    Piergiorgio Welby

  7. #217
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    L’UOMO DAL PIEDE IN BOCCA (IL Calibano)

    12 settembre 2003

    Editoriale de "Il Calibano"

    L’UOMO DAL PIEDE IN BOCCA

    Eh, quel Giovenale sì..che aveva il polso della situazione: il popolo vuole panem et circenses. La pancia piena e il cervello in stand-by sono il segreto per governare in pace e senza girotondi rompiballe. Ma la noia è in agguato e, senza voler tirare in ballo l’esistenzialismo sartiano, quando ci si annoia, come ognun sa, si finisce per interessarsi alla politica. Cosa c’è di meglio per scacciare la noia che partire per esotici lidi con sdraia, ombrellone, secchiello e…moschetto? I fratelli Vanzina, veri eredi dei Machiavelli e dei Guicciardini, hanno cloroformizzato una generazione con il cirsenses ludico e spensierato del mito vacanziero. Purtroppo per loro non possono rivendicare, come il satirico Giovenale, la paternità della geniale trovata. Molto prima degli scaltri fratelli, un imprenditore di se stesso, volitivo e audace, aveva aperto una agenzia turistica, “La travel PNF”. Dopo una campagna pubblicitaria ben orchestrata e lo show down nella capitale si organizzò un charter di prova sulle città iberiche. Eh, la Spagna… come scriveva il fratello di Scipione l’africano, terra generosa e accogliente.Generosa sì…accogliente un po’ meno. Invasa dalle costruzioni abusive, alla cui demolizione provvidero i Marchetti guidati dal socio giovane dell’agenzia. Al sole! Al sole! Mare, spiaggia, badanti di colore…”Un posto al sole” fu lo slogan che guidò i giovani Italiani sulle spiagge africane, previa accurata disinfestazione a base di iprite (un ricostituente ereditato dalla 1GM). Con un soggiorno al mare puoi soddisfare una quota di mercato ma se si vuole essere competitivi è necessario diversificare le offerte, e cosa c’è di meglio che un salutare soggiorno tra i fanghi curativi delle montagne greche o nei boschi magici della Slovenia? Tutti contenti? No! La settimana bianca è alle porte; le pinne lasciano il posto agli sci, e vai! Una marcia longa nelle steppe innevate, schettinare sui fiumi gelati, fraterni convivi nelle isbe e stimolanti incontri folcloristici con i cavalieri cosacchi. Garantite le vacanze ai figli della Lupa, un buon padre di famiglia pensa ad accontentare anche i figliastri. Per i figli di Abramo niente di meglio che il villaggio vacanze “La risiera di San Saba”. Pensare in grande! Ecco il segreto di un imprenditore di successo!

    La multiproprietà è l’innovazione che il mercato aspetta…se gli Italiani sono tutti all’estero perché non far venire in Italia quei biondi discendenti di Ario che languiscono nelle nebbie dello Schwarzwald? Un successo incredibile: più facile farli venire che mandarli via! Per fortuna ci sono quei ragazzoni sempliciotti e dinoccolati degli Americani..sempre pronti a dare una mano a tutti. William Shakespeare sosteneva che se tutto l'anno ci fosse vacanza, divertirsi sarebbe tedioso come lavorare. Vero, queste vacanze durano molto più di un anno e…il posto è interessante, la gente cordiale ma…casa mia, casa mia per piccina che tu sia tu mi sembri una badia. Le vacanze terminano ufficialmente l’8 settembre del ’43…poi, un po’ a causa degli ingorghi, un po’ per sfrattare gli…occupanti…scaricare le macchine..arieggiare le stanze…ripulire le strade dai calcinacci che i soliti vandali hanno sparso dappertutto…un saluto, una telefonata agli amici ecco che si è fatto già il ’45.. La festa è finita, si torna al “lavoro usato”…si torna, insomma…qualche assenteista c’è sempre 415.000 vacanzieri fanno i furbi e…non fanno ritorno. Altre agenzie turistiche hanno perdite maggiori: la vacanza globale non può più contare su 55.000.000 di clienti. Per Jean de La Bruyère quelli che impiegano male il loro tempo sono i primi a lamentarsi che passi troppo in fretta…qui chi non è tornato non si lamenta e, come sempre, gli assenti hanno torto.

    IL Calibano
    Piergiorgio Welby

  8. #218
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    IL CAOS, L’ORDINE E I PORCINI (Il Calibano)

    18 settembre 2003


    A detta di Esiodo Kaos era il più antico di tutti gli dei e da lui ebbe origine la Terra. Questo spiega perché nel mondo c’è un disordine simile a quello che si lasciano alle spalle i campeggiatori dopo un picnic. Quando abbiamo abbandonato i cercopitechi a languire sul loro ramo secco e siamo saliti su qualche ramo evolutivo più promettente abbiamo dato un’occhiata in giro e tutto l’universomondo, che fino a poco prima abitavamo soddisfatti, ci è diventato insopportabile. Le grotte? troppo casual! Le bacche? Troppo naif! La caccia? Poco trendy! Le donne trascinate per i capelli? Troppo hard! Ed ecco spuntare i monolocali col cucinino-doccetta-cessetto, gli spinaci surgelati e le mele di due anni prima, i polli broiler avvolti nel PVC, le seratine al lume di candela con pizza-cinema-toccatina e fuga. Aristotele ammonisce: la legge è ordine, e una buona legge significa un ordine giusto…e allora, dagli con le leggi! Legge e ordine, ordine e leggi. Poi ci si accorge che con tutte queste leggi l’ordine non aumenta…anzi, è vero che se ti piacciono le leggi e le salsicce, non devi guardare mai come vengono fatte. Non so se l’abbia detto un politico o un salumerie ma era senz’altro uno che si intendeva sia di leggi che di salsicce.

    Siamo vittime di un impulso incoercibile ad ordinare, sistematizzare, nominare, raggruppare animali, vegetali, minerali e racchiuderli in metafisiche bacheche dove potere, all’occasione, rintracciarle e qualificarle.

    Carl von Linné, uno di quei tipi che, mentre stai parlando, ti tolgono il peluzzo dalla giacca, ti centrano il nodo della cravatta, e, se li inviti in casa, passano le ore a correggere le posizioni di tutti i quadri, siccome non lo invitava più nessuno e quando lo incontravano cambiavano strada, solo e deluso dal disordine che regnava nel mondo, scrisse il Systema naturae, siver tria regna naturae systematicae proposita per classes, ordines, genera et species. Un’opera monumentale che introduceva nel caos della natura la nomenclatura binomia secondo la quale ogni specie viene indicata con un doppio nome: uno del genere, che è comune anche ad altre specie, e uno come attributo, che sottolinea un carattere in grado di distinguere la specie in questione da altre dello stesso genere. L’entropia insegna che, introdurre un cambiamento in un sistema chiuso causa un effetto domino che aumenta il –disordine- preesistente..beh, se non è così è qualcosa di simile. Prima di Linneo se vedevi un insettone colorato sfrecciare a pelo d’acqua esclamavi: che bell’insetto! Dopo Linneo dovresti esclamare: toh, un odonato, ordine libellulidi..sarà una Platycnemis pennipes o una Coenagrion puella o un Pyrrhosoma nimphula o una Ischnura elegans? Nel dubbio t’incazzi e…ciack! La schiacci tra le mani.

    Eh, le disarmonie! I primi passi, incerti e caracollanti, nella savana…ma ecco che, appena trovato un equilibrio decente, subito a tracciar piste, sentieri, tratturi, fino alla geometrica romanità del cardo e del decumano! Dopo gli animali tocca al territorio essere sistematizzato. Le autostrade e gli ingorghi nascono contemporaneamente, i piani regolatori sono figli dell’abuso edilizio e del condono, unione gay, sì…ma solida e inossidabile. E l’uomo? Beh, un po’ sistematizzato è per la sua natura…cromatica, ma i sostenitori del divide et –impara- non sono soddisfatti e si mettono all’opera. Johann Kaspar Lavater, un tale che doveva essere stato appollaiato sullo stesso ramo evolutivo di Linneo, pubblica il Lavater Portatile o Compendio dell'arte di conoscere gli uomini dai tratti del volto. Non basta più il colore della pelle, si cercano le stimmate che i vizi dovrebbero imprimere su ogni volto. Ogni uomo come un Dorian Gray e la vita come un Basilio che dipinge direttamente sulla faccia di ognuno il marchio del peccato. Questo è l’incipit dell’opera: "L'uomo è certamente l'opera più bella del Creatore; ogni pensiero, ogni affetto di Lui ha certi tratti esterni che si corrispondono. In realtà le abitudini dell'anima influiscono sui tratti esterni, e questa verità per l'appunto è quella che ha dato origine all'arte fisionomica". E i belli senz’anima? Non c’è scampo neanche per loro! Già si addensa all’orizzonte una nuvola di polvere che preannuncia l’arrivo di nuove bacheche, urne e contenitori dove conservare, immersi nella formalina del pregiudizio, i lacerti di una umanità smembrata e parcellizzata.

    Jean de La Fontaine, disegnando l’uomo sul modello animale collaudato da Esopo, mette in guardia sulle impressioni epidermiche: “fai attenzione, finché vivrai, a giudicare le persone dall'apparenza.”


    Lombroso fa sua la massima di La Fontaine ma con una piccola modifica: “fai attenzione, finchè vivrai, devi giudicare le persone dall’apparenza. Stando alla sua teoria i ladri, hanno una notevole mobilità della faccia e delle mani; gli occhi sono piccoli, mobili, e obliqui, con sopracciglia folte e ravvicinate. Il naso è storto, la barba è scarsa e la fronte piccola e sfuggente. Vallanzasca, nome d’arte il bel Renè, non corrisponde all’identikit ma non ignora l’arte di Hermes. Gli stupratori, invece, hanno occhi scintillanti, labbra e palpebre tumide, mentre l'aspetto generale è delicato e gracile…il ritratto di Mike Tyson! Ogni caso è analizzato in maniera approfondita e le osservazioni sono arricchite da analogie con il mondo zoologico, sul comportamento, ad esempio, degli insetti che uccidono per la ricerca del cibo, con ampi riferimenti a Darwin e ad abitudini e costumi di vari popoli, ebrei, zingari, indostani, australiani. Lombroso esamina poi le analogie esistenti tra criminali ed epilettici che, nella fisionomia, specialmente per l'asimmetria, si assomigliano in maniera considerevole e, distingue, inoltre, tra diversi tipi di delinquente: d'impeto, d'occasione, d'abitudine, la donna prostituta: "la prostituzione è alle donne quello che il delitto è agli uomini". Naturalmente essendo i clienti delle prostitute agiati borghesi non vengono trattati come ricettatori ma, su di loro si stende il velo pietoso della complice solidarietà lombrosiana.

    Tutta questa acribia nel catalogare gli individui in base ai tratti somatici non è, come potrebbe sembrare, un innocuo gioco da annoiato scienziato della domenica…le conseguenze sono i manicomi criminali dove rinchiudere i soggetti –somaticamente pericolosi- prima che delinquano.

    Ma linkare il reato al soma non soddisfa la furia ordinatrice del Lombroso. Pesare! Pesare è il segreto per una ulteriore catalogazione: i cervellini e i cervelloni. Lombroso, non pesa i cervelli di Conti, borghesi o notai, pesa il cervello di un contadino calabrese settantenne, Villella che brigante non era ma, per comodità, fu promosso brigante. Quando l’uomo parte alla ricerca di qualcosa..la trova sempre, anche se quel che trova non è quello che cercava. Il Lombroso si accanisce sul cranio del malcapitato con la stessa bramosia del conte Ugolino e scopre che c’è un'anomalia anatomica che riproduce le condizioni del cervelletto esattamente nel quinto mese dell'età fetale ed è presente nei roditori adulti. È, per Lombroso, la prova dell'esistenza di "regressioni mostruose, che avvicinano l'uomo ad animali inferiori".

    Eh, la vita signor mio, supera di gran lunga la fantasia! Quando Lombroso muore i suoi epigoni lo scoperchiano e pesano il cervello. Come nelle uova Fabergé c’è una sorpresa: è sottopeso, categoria cretini o criminali!

    A’la guerre comme à la guerre! La marinettiana igiene del mondo introduce una nota di frivolezza

    nelle paludate catalogazioni dell’uomo. Una suddivisione pret-à-porter, una rutilante fantasia di divise militari ordina l’uomo per appartenenza, grado, arma. L’ordine regna sovrano: l’estraneo ha “le mostrine di un altro colore” e: “ sparagli Piero, sparagli ora” è la trasposizione entomologica dell’insetto infilzato. I camposanti diventano le bacheche dove i migliori esemplari riposano a futura memoria.

    Panta rei! Tutto scorre annotava l’arguto Eraclito ed anche la guerra termina ma non termina la inesausta ricerca di individuare ciò che divide. Il dopo guerra regala la tranquillizzante e macchiettistica divisione tra trinariciuti e forchettoni. Una folcloristica festa paesana animata dai don Camillo e onorevoli Peppone. Le mura di Gerico caddero al suono delle trombe, il muro di Berlino non regge alle contraddizioni che premono come i pendolari all’assalto dell’ultimo treno. La Storia azzera il contapunti e inizia una nuova partita. Qualcuno spera che le specificità dei popoli, invece di dividere, uniscano tutti nella ricerca di un minimo comun denominatore democratico che permetta di ampliare il “sé” senza prevaricare l’altro…si potrebbe partire dai diritti umani…un sogno? Una utopia? Sembra proprio di sì! Come i porcini dopo un temporale ecco che spuntano intelletualporcini che pontificano sulle differenze antropologiche, culturali, genetiche, irridono al progetto di Democrazia Mondiale; per loro gli uomini si dividono tra chi può vivere in un regime democratico e chi è condannato a vivere in una dittatura. Divide et impera, divide et –impara-…

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  9. #219
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    RAI: PRIMO PIANO ABUSIVO (Il Calibano)

    29 settembre 2003

    Quando il –servizio pubblico- omette di interessarsi ad un problema che ci sta a cuore ci incazziamo…mugugnamo, invochiamo una maggiore sensibilità, una minore ignavia. Quando il –servizio pubblico- decide di interessarsi di un problema come l’eutanasia e invita due Cicikov come Andreoli e Tonini, adusi a migrare da un tolk show all’altro con la stessa duttilità del personaggio gogoliano…ci incazziamo e mugugniamo, invochiamo una maggior correttezza, una minore superficialità.

    La trasmissione Primo Piano sul caso Vincent andata in onda venerdì è un esempio di come si possa parlare di un problema senza parlarne. Tonini aveva fretta…il treno, l’aereo, il traghetto, forse le scarpe strette…insomma, era svagato e visibilmente irritato. Come l’azzeccagarbugli manzoniano ha sfoderato il solito latinorum: “Kant è contro il suicidio!” e allora? Che piffero c’entra il suicido se stiamo parlando di eutanasia? Mistero! Dopo Kant, non poteva mancare S. Agostino ed ecco il vescovo di Ippona servito in salsa parmenidea: “l’uomo è un abisso!” E l’eutanasia? Questa orfanella che non trova nessuno disposto ad adottarla? Non è serata! Nemmeno Andreoli si presta alla scomoda adozione e tenta un gioco di prestigio degno di peggior causa: “la nostra società non deve uccidere i diversamente abili ma deve…valorizzarli!” E l’eutanasia? Dove, come, quando e da chi è stata avanzata la proposta di eliminare i portatori di handicap? Il conduttore..si fa condurre ed evita domande imbarazzanti. L’Andreoli ci illustra i percorsi tempestosi della depressione e dei complessi di colpa…Tonini guarda l’orologio, ha fretta, ma il tempo per bastonare l’Olanda lo trova. In quel paese dice, si è cominciato ad uccidere i terminali affetti da dolori insopportabili, poi si è passati ai dolori così-così, e, si legge tra le righe, che, oggi, se un olandese va in farmacia per un mal di denti invece di un cachet lo eutanasizzano. Per stigmatizzare lo –Stato canaglia- narra il caso di un bambino di dodici anni che ha chiesto e ottenuto l’eutanasia. È un caso angosciante che ha suscitato più di un dubbio anche tra i sostenitori dell’eutanasia ed anche nella stessa Olanda ma le cose non stanno come il frettoloso ministro del Signore le ha raccontate. L’aereo sta partendo…il collegamento si interrompe, Andreoli recupera i riccioli che tracimano dallo schermo…l’eutanasia, ospite d’onore di Primo Piano, viene accompagnata all’uscita e sparisce nella notte.

    Il Calibano
    Piergiorgio Welby

  10. #220
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    IL MINISTRO VA A MARSALA: Il Calibano

    1 ottobre 2003

    Nicandro, un poeta greco vissuto nel II sec. a.c., ispirò poeti come Virgilio, Dante in Italia, Ronsard e Belleau in Francia, Shakespeare e Milton in Inghilterra e, più tardi, Shelley e Keats nel periodo del Romanticismo inglese.

    Nel suo manoscritto, il Parisinus supplementum graecum 247, attualmente conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, sono trattate le sostanze tossiche di origine animale (morsi, punture ecc.) ed anche quelle di origine vegetale. Vorrei evitare di parlare di morsi, un argomento di scottante attualità e oggetto di dibattito ai più alti livelli (Porta a Porta) per analizzare il mondo dei vegetali, anche in questo regno troviamo una pianta dalla foglia palmata che suscita dibattiti al più alto livello (L’Italia su RAI2). Vorrei che si notasse la forma e il contenuto, direbbe Croce, usati per descrivere le piante –cattive- e quelle –buone-.

    “Non meno terribile è il mondo delle sostanze velenose per ingestione, rievocato negli Alexipharmaka. L'aconito nasce dalla bava di Cerbero, il cane dell'Ade addetto alla sorveglianza del regno dei morti, da cui impediva a chiunque l'uscita (vv. 13-15). Il colchico è «il fuoco di Medea di Colchide» (v. 249), nipote del Sole e della maga Circe, di quella stessa Medea che aveva aiutato Giasone a conquistare il vello d'oro e che si era vendicata della rivale in amore avvelenandola ed uccidendo i figli avuti da Giasone.

    Invece le terapie vantano un'origine divina, eroica o, se sono umane, una correlazione con vicende di rilievo. Così, connesso al dio del sole è l'alloro, le cui foglie venivano precisamente bruciate nel santuario di Apollo a Delfi (Alexipharmaka, vv. 198-200). La ferula permise a Prometeo di nascondere il fuoco rubato agli dei (Alexipharmaka, vv. 272-273). Il giglio riporta ad Afrodite, nata nell'isola di Cipro in una simbologia che, lungi dall'esaurirsi nei dati geografici, oltrepassa gli ambiti materiali per assurgere a irreale luogo di sogno e di evasione (Alexipharmaka, vv. 406-407). Poi ci sono il mirto, che rammenta il giudizio di Paride, causa della guerra di Troia (Alexipharmaka, vv. 618-621); la radice di Chirone, il centauro maestro di medicina, quello stesso che insegnò la sua arte ad Asclepio (Theriaka, vv. 500-502); il cipresso dell'Ida, sede degli dei (Theriaka, v. 585); o ancora, per limitarsi soltanto a qualche esempio, il giacinto, correlato ad una sventurata storia d'amore fra Giacinto, il bell'efebo, ed Apollo, che disgraziatamente lo uccise lanciando un disco mentre giocava: folle di dolore, il dio raccolse il sangue dell'amato e lo trasformò nel fiore che reca il suo nome (Theriaka, vv. 902-906)”.

    Perdoniamo volentieri al buon Nicandro la contaminazione tra scienza e…fantascienza e l’uso improprio di iperboli, allegorie e metafore: veritas filia temporis! Se è vero, e perché mai dovremmo dubitarne, che la verità è figlia dei tempi, la moderna farmacopea, squarciato il velo del mitologema, ci consegna una verità meno manichea e più ricca di sfumature. Sembra che il cervello umano sia strutturato in modo tale da pensare per diadi: bene/male, buono/cattivo ecc. ma la complessità del mondo si sottrae all’interpretazione di una logica binaria, soltanto una logica semantica articolata e complessa quanto il mondo può offrire chiavi di lettura efficienti. Il male e il bene, il buono e il cattivo movendosi in una dimensione alchemica e mercuriale diventano categorie difficilmente incasellabili. Molte piante velenose entrano nell’armamentario terapeutico e molte piante benefiche possono tramutarsi in veleni: tutto dipende dalla dose. L’uso voluttuario dei vegetali psicotropi è il leitmotiv che accompagna l’uomo e la donna fin dall’uso improprio della mela dell’Eden offerta da un rettile-pusher ai nostri annoiati progenitori che, non esistendo ancora il CEPU, speravano di raggiungere la conoscenza mordendo un pomo. Da quel momento si sperimenta di tutto: funghi, foglie, radici, resine, frutti…e, il frutto della vite è il vincitore. Certo che ha un testimonial d’eccezione. Noè salva dal diluvio il vitigno del Grecanico dorato e la cultura del vino sbaraglia tutte le altre culture. I moderni Nicandri relegano la cannabis nella stessa gehenna dove Nicandro relegava l'aconito e il colchico. Una condanna viziata dal pregiudizio e dall’ideologia ma la povera cannabis non ha un collegio di avvocati dai nomi altisonanti come i Martini, Campari, Ballantines’, Bell’s, Cutty Sark, Famous Grouse, J&B Rare ecc. Scienza e Statistica indossano la toga ed esibiscono nuovi elementi di prova a discarico della cannabis ed a carico delle alcoliche misture ma…niente da fare l’accanimento giudiziario non si concede ripensamenti e una sentenza senza appello assolve la bottiglia e condanna la canna. L’ultimo atto dell’iter processuale ha come accusatori il min. Sirchia e il Consiglio superiore della sanità: “''Non ci sono droghe che non fanno male - ha continuato - Queste sostanze sono peggio del fumo, minano la mente, causano malattie mentali… La pensano diversamente quelli che una volta si chiamavano radical-chic, pseudo pensatori, che per sembrare interessanti pensano di dire cose originali. Il mio consiglio è quello di non seguire questi cattivi maestri''. Il pensiero di Nicandro è più inamovibile di un’erma. Un particolare inquietante è che per le esternazioni cannabofobiche il min. Sirchia sceglie una ribalta molto…particolare: le cantine Hopps di Marsala! beva, beva signor ministro...il vino fa buon sangue!

 

 
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