
Originariamente Scritto da
elettrica
Ho letto qs articolo su Repubblica.it.....condivido e posto!
Che cosa ci insegna
la crisi dell'Udinese
L'Udinese è veramente messa male, e i risultati delle ultime settimane indicano che non tutte le colpe erano di Cosmi. Tutto sommato, però, non sono nemmeno della società. È vero che quest'estate i friulani si sono senz'altro indeboliti: hanno perso un allenatore eccellente, due centrocampisti di livello internazionale e il migliore dei difensori (nell'ordine: Pizarro, Jankulovski e Kroldrup), ma questa è solamente la logica politica del club, che già in passato aveva impostato campagne acquisti (e cessioni) di questo genere, riuscendo quasi sempre a mantenersi su alti livelli. Anche quest'anno, oltretutto, l'Udinese ha operato bene sul mercato, perché la squadra ha un'ossatura di giovani campioni che presto ingolosiranno le grandi: Muntari e Obodo, Felipe e Zapata, Motta e Tissone, Barreto e Defendi, Aguilar e Pinzi.
Sarà per l'anno prossimo, quando magari si spezzerà la micidiale catena di infortuni di questi stagione, che ha coinvolto oltre metà della rosa (senza contare la lunga serie di arbitraggi sfavorevoli). Piuttosto, la società dei Pozzo paga quella che si potrebbe chiamare la sindrome delle strisce: oramai fare calcio in provincia (calcio sano, calcio efficace, calcio vincente e calcio, tutto sommato, ben pagato) è praticamente impossibile perché i progetti a lungo respiro vengono strozzati dalla voglia morbosa dei giocatori di andarsene altrove, cioè a Torino o Milano (o, più raramente, a Roma).
Non basta qualificarsi per la Champions League, incassare buoni stipendi ogni mese e guadagnarsi qualche convocazione in nazionale: i calciatori nostrani ambiscono ormai a una cosa sola, cioè prendere posto nelle rose bulimiche delle tre grandi, anche a rischio di fare anticamera e, sovente, di scomparire in retroguardia per il resto della carriera.
Sarà invidia? A Torino e Milano ci sono soldi, tanti soldi. C'è la visibilità televisiva. C'è la possibilità di frequentare attrici, modelle, veline. Di fare belle amicizie. Di sentirsi veramente vip, perché ormai è più vip un interista che va in tribuna di un titolare fisso di una squadra di metà classifica. Resistono poche eccezioni (Sampdoria, Fiorentina, Palermo), più che altro perché là il pubblico è caldo e riempie lo stadio, offrendo un tornaconto di visibilità piuttosto interessante. Ma la crisi dell'Udinese è cominciata quest'estate quando, in barba ai contratti, l'allenatore e diversi giocatori (oltre a quelli poi ceduti, anche Di Michele, De Sanctis, Iaquinta) hanno premuto per essere ceduti, dimostrando scarsissima riconoscenza (lasciamo perdere l'attaccamento alla maglia, che è considerato un valore patetico) per le società che li hanno scoperti, lanciati, valorizzati e consentito di affermarsi a livello internazionale.
Qualcuno è partito, altri sono rimasti, perché l'Udinese ha la forza di vendere solo chi vuole - e alle sue condizioni - senza sottostare ai ricatti dei procuratori o dei compratori, ricchi ma prepotenti. Ma chi è rimasto lo ha fatto senza entusiasmo, senza coinvolgimento, senza la voglia di offrire un contributo che andasse al di là del minimo indispensabile. I calciatori non hanno più la mentalità per lottare in retroguardia, per togliersi soddisfazioni più coinvolgenti ma meno eclatanti. E alla lunga questo si paga. Fra qualche tempo, magari già l'anno prossimo (sempre se non retrocederà, of course) l'Udinese riprenderà la sua posizione, grazie alle motivazioni di un nuovo gruppo di emergenti. Ma poi sconterà gli stessi problemi, gli stessi disagi. Il pubblico finirà per disamorarsi, e il divario tra i ricchi e gli altri sarà sempre più insostenibile. Qualcosa di simile, ma in scala ridotta, è successo anche a Palermo. Anche alla Lazio. Anche alla Roma, per quanto gli ultimi risultati abbiamo fatto tornare la voglia a qualcuno, come Mancini e Dacourt. È anche per questi motivi che il calcio sarà sempre più un oligopolio, e chi non si allinea deve accontentarsi delle briciole.
La sindrome del cascatore.
Fra le immagini più brutte della domenica, quel calcio di Pinga sul volto di Pavarini, che ha mandato all'ospedale il portiere della Reggina. Il fallo del brasiliano - giocatore corretto e per nulla cattivo - non è stato assolutamente volontario, non c'era intenzione di fare male. Ma Pinga è caduto in un vizio ormai diffusissimo: andarsi a cercare il contatto (come ha fatto l'ascolano Domizzi a Udine, per esempio) senza aspettare di subirlo, traendo in inganno l'arbitro, che solitamente ci casca. Pinga lo vede fare ogni domenica da colleghi ben più famosi e celebrati di lui, perché non avrebbe dovuto provarci, allungando la gamba alla ricerca disperata di un capitombolo da rigore? L'esempio viene sempre dall'alto, le conseguenze le pagano sempre quelli che stanno in basso: il gesto del povero Pinga ha avuto effetti che sono andati ben al di là delle sue intenzioni, ma ricordiamoci che ha tentato di fare una cosa che è molto apprezzata negli ambienti che contano.
Alla settimana prossima. Juve, Inter e Milan? Aspettiamo la Champions League, poi capiremo tante cose.
(6 marzo 2006)