E funziona proprio perchè si disinteressa della validazione incontrovertibile.
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La consonanza tra Parmenide e Einstein si mantiene ad un livello spurio. Popper insisteva sulla sintonia tra le due teorie ma rimanendo alla superficie del problema, incapace di cogliere la profonda distanza che le separava. Per lui tale sintonia si costituisce nell'affermazione del carattere illusorio del tempo, non esistendo alcun 'prima' e 'dopo' oggettivi, data la spazializzazione del tempo operata dalla fisica contemporanea. Tempo, mutamento e trasformazioni sarebbero percezioni soggettive della coscienza. Così coscienza e illusione della coscienza sono altro dal reale, che si esprime in un blocco immutabile a quattro dimensioni. Ma in tal modo, proprio essendo altro da esso, queste vengono per altro ad aggiungervisi: l'esistenza dell'illusione non è, a sua volta, illusione: si fa esperienza del mutamento, la negazione dell'illusione è costretta a riconoscerla per negarla. Ma come conciliare mutamento - divenire - e immutabilità? Lo stesso problema si presentava in Parmenide, laddove si perveniva all'eternità dell'essente a partire dal riconoscimento di quella caducità di cui si intendeva disfarsi, presupponendola dunque. Interpretando l'esperienza della variazione come divenir altro dell'essente, la teoria della relatività è costretta a cedere il passo.
D'altra parte, l'affermazione che la totalità dell'essente è immutabile, cioè eterna, non richiede necessariamente, come vorrebbe Popper, una soggettivizzazione, mistificazione dell'esperienza del divenire - che anzi finirebbe per compromettere tutto, perchè in quanto illusioni dovrebbero essere riconosciute come reali e dunque almeno in esse il mutamento sarebbe indiscutibile, vanificando gli sforzi della teoria einsteiniana. Il punto cruciale è che il divenire inteso come l'entrare e l'uscire dall'esperienza non appare all'esperienza, pertanto nemmeno è qualcosa che vada riconosciuto come illusorio. L'affermazione dell'eternità dell'essente - a cui la stessa relatività perviene - non richiede di bollare come astrazione tempo, storia e percezione della trasformazione degli eventi, anche perchè in tal modo finirebbe per decretare l'esistenza di un luogo in cui effettivamente ciò accade - la stessa aporia da cui il pensiero di Parmenide si era lasciato avvolgere. Ma se la totalità è immobile e la coscienza non attesta nascita e morte, ma determina lo svolgimento della loro manifestazione, nemmeno la coscienza, come luogo dell'apparire e scomparire dell'immutabile, può mutare - o l'aporia iniziale sarebbe riproposta. Il senso autentico del divenire e del tempo è cioè l'apparire dell'eterno, è il testimone degli eterni spettacoli e in tale apparire consiste l'essenza dell'uomo.
Ma si potrebbe obiettare anche altro ad Einstein: se è a partire dall'evidenza del divenire che si giunge alla relatività, e tale finisce per negare quel fondamento, autosconfessandosi, l'obiezione è rafforzata dalla circostanza che all'illusione appartengono anche gli esperimenti, le procedure concettuali attraverso cui la fisica giunge a sostenere l'esistenza del blocco quadridimensionale. Oltretutto, se la distinzione tra presente, passato e futuro è il prodotto di un illusione, che ne è del concetto di un universo in espansione? è inevitabile che il senso dell'espansione venga determinato come produzione e distruzione delle forme dell'energia, l'entropia essendo appunto annientamento, cioè come provenire dal nulla e progressivo ritornarvi. Eppure proprio questa concezione cosmologica implica la distinzione tra i momenti temporali. Sicchè tenendo fermo il procedimento di espansione e contrazione pare che si debba rinunciare all'idea di un universo immutabile nel senso eleatico. Anche la teoria della relatività si nutre della convinzione che il divenire dell'eterno, secondo il senso greco della variazione, sia qualcosa di evidente, e perciò come ogni altra teoria finisce per dover rendere conto a questa persuasione di fondo.
Caro Platone,
ricordo a tutti che per la fisica moderna, l'asserto che il tempo scorra in una sola direzione è basilare. TUTTAVIA, ed è questo il passaggio fondamentale, le particelle ed antiparticelle sono definite sincrone o asincrone per pura convenzione. L'antiparticella è artificialmente considerata colei che viaggia a ritroso nel tempo: è solo una questione di segno entro l'equazione d'onda: l'accoppiamento tempo-spazio, tramite la "i" immaginaria è definito come "-ixt. Cosa fecero i nostri simpatici teorici? Scrissero ix(-t), e per magia la particella scorreva indietro nel tempo.
Ecco a voi l'antiparticella ed i diagrammi di Feynman.
Nessun trucco, nessun inganno.
Quante cose che si deducono da
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Riguardo al vantaggio culturale, a livello di senso comune mi pare di poterlo affermare in modo evindentissimo, ma ovviamente la critica può essere radicale nel momento in cui si mette in discussione che sia possibile organizzare mezzi per raggiungere scopi, ma non credo certo che la stranezza che risuonava a claddav fosse questa, ciò non toglie che la persuasione deve essere talmente forte da far intervenire anche Platy nella discussione, una persuasione ben più forte di quella del divenire e per questo più meritevole ancora di approfondimento.
Il concetto di freccia del tempo, non è necessariamente sinonimo di divenire, di fluire, la relazione fra l'alba e il tramonto non è necessariamente sinonimo della relazione fra causa ed effetto (anche se in effetti su questo punto mi si impiccia un po' il cervello).