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  1. #71
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    Storia d’Amore

    “Era una notte buia e tempestosa…” pensai sogghignando, l’ennesima, fottuta notte solitaria nel bel mezzo di un temporale estivo, ma in realtà avevo poco da ridere.
    Aspettavo, sprofondato nella mia poltrona preferita ad ingurgitare alcool, ad ascoltare la pioggia, a chiedermi per l’ennesima volta come avevo potuto ficcarmi in questo pantano.
    Per una donna.
    Io.
    E non sapevo come uscirne. O meglio, rifiutavo di prendere in considerazione l’unica ipotesi davvero valida, farla fuori. Semplice. Polvere alla polvere. Se l’avessi rinchiusa in una cassa sotto metri e metri di terra me ne sarei finalmente liberato. Forse.
    Fissai assorto la brace della mia sigaretta. La puttana non era ancora tornata e le lancette dell’orologio a muro segnavano le due. Lasciai che le sette lettere rimbalzassero ovattate nel mio cervello annebbiato. “Put-ta-na” sussurrai, scandendo bene le sillabe.
    No, non ero soddisfatto, la gelosia mi stava divorando lo stomaco in ondate verde acido.
    Ficcai la mano nella tasca sinistra dei pantaloni, stropicciati al punto giusto che con la barba lunga e le occhiaie peste contribuivano a darmi l’aria del barbone depresso, dopodiché presi a giocherellare con uno degli oggetti metallici che trovai all’interno.
    Lo strinsi nel palmo fino ad incidere la pelle e mi alzai di scatto con un gesto che voleva essere plastico ed agile, ma la mia schiena mi abbandonò sul più bello, rendendo il movimento grottesco e sbilenco. Esattamente come mi sentivo in quel momento. Un maledetto rottame umano, dentro e fuori.
    Afferrai il bicchiere ancora pieno a metà e portandomi al centro della stanza lo scagliai con tutta la mia forza contro la parete di fronte, urlando: “PUTTANA!!”.
    Inutile. Un fiotto amaro di bile mi salì in gola.
    Tornai alla mia consunta poltrona di cuoio, vi sprofondai di nuovo e crollai addormentato.
    Lei tornò alle sei, a svegliarmi il rumore della chiave nella serratura difettosa e i suoi tacchi sul marmo scheggiato dell’ingresso.
    La fissai stravolto, tra il sonno e la veglia, la testa pesante come una tonnellata di piombo e mi vidi con i suoi occhi: un quarantenne brutto con il naso fracassato, sgualcito e sudato, sbronzo, senza un soldo né un lavoro stabile. Un fallito. Per l’ennesima volta mi chiesi quale strano delirio alcolico ci avesse convinti che sposarsi sarebbe stata una fantastica idea, quella stessa notte di due anni prima.
    “Ciao Amore, non volevo svegliarti, sarebbe ora di cambiare quella serratura, non credi? Ho passato una serata indimenticabile...” e bla bla bla: bugie, sorriso disinvolto, fare ammiccante, miele a quintali e tutto il resto. Un copione già letto innumerevoli volte.
    Ero sveglio ora, e vigile nonostante il cerchio alla testa.
    “Tesoro adorato, manchi esattamente da ventiquattro ore” feci in tono discorsivo, un sorriso accomodante stampato in faccia, la mano sempre ficcata in tasca.
    Dentro di me fremevo, avevo flash continui, abbaglianti, della sua fronte deturpata da un foro di proiettile, di viscere che uscivano dal ventre squarciato, delle mie grosse mani a stringere il collo sottile, mentre strabuzzava gli occhi e diventava cianotica. Pensai pigramente che avrei potuto avvelenarla, un lavoro pulito e poco impegnativo.
    Decisi di darmi una calmata e buttai giù l’ennesimo bicchiere della nottata. Tempestosa. Buia. Fottutamente solitaria.
    Lei, con la certezza matematica di una scenata e pronta a smontarmi pezzo per pezzo e a riplasmarmi a suo piacimento, nel sentire quel tono inusuale si immobilizzò nell’atto di accendersi una sigaretta ed alzò di scatto lo sguardo ad incontrare i miei occhi, con una certa diffidenza.
    Mi stiracchiai e indolente le arrivai di fronte, passando sui cocci di vetro che scricchiolarono sinistramente sotto la suola delle mie scarpe. La osservai a lungo, un soldo di cacio insulso finché non ti veniva incontro ancheggiando e ti fissava con quel suo sguardo obliquo, conturbante e insondabile e tutto quello che riuscivi a pensare era a come portartela a letto velocemente. La mia mente si svuotò immediatamente da ogni pensiero criminale. Era una strega, quella donna, una fottuta strega. La odiavo, mi dissi…e mentivo sapendo di mentire. Il suo corpo emetteva miasmi tossici di bagnoschiuma dozzinale alla fragola, ristorante cinese…e sesso.
    Estrassi l’oggetto più piccolo dalla mia tasca e lo lasciai sul mio palmo in bella vista, abbassando lo sguardo a soppesarlo e chiedendomi stancamente per l’ennesima volta cosa farne. Era l’anello di congiunzione fra la mia agognata liberta e quella palla al piede affascinante che mi stava di fronte.
    Riportai lo sguardo sul suo volto e per un breve istante notai una genuina sorpresa nei suoi occhi, poi mi accorsi della fugace presenza di un altro sentimento in fondo a quel pozzo nero, qualcosa che mi sembrò speranza..
    Assurdo, sapevo bene di essere la zavorra che le impediva di volare verso nidi più accoglienti ed ero certo che avesse incontrato un nuovo pollo da spennare. Le nottate in bianco erano diventate abitudine da mesi. Perché diavolo non se ne andava? Non l’avrei trattenuta, lo sapeva. O forse sì.
    Indossò la maschera di una bimba indifesa, fra l’addolorato e l’incerto, che avrebbe incantato e fatto vacillare il più duro degli uomini.
    Ma io non ero un duro, ero solo un cornuto come tanti.
    Un cornuto cronico, in effetti, dal primo giorno di matrimonio.
    Scrutai nuovamente il cerchietto d’oro posato sul mio palmo e me lo infilai al dito, poi mi chinai a sfiorarle le labbra. E mi ritrassi di scatto, con un certo disgusto dipinto sul volto, o così speravo…dalla tasca che qualche attimo prima custodiva la promessa di un amore eterno estrassi la pistola. Tesi il braccio fino a puntarle la canna dritta in fronte. Lei si irrigidì e cominciò ad indietreggiare lentamente, un passo dopo l’altro. La seguii fino a bloccarla con le spalle al muro.
    “Se è uno scherzo non è divertente”, sibillò fra i denti, ansimando, un’ombra di incredulità negli occhi ora terrorizzati.
    “No, nessuno scherzo”. Secco. Freddo e definitivo. La pistola sempre premuta con forza contro la sua fronte quasi a voler penetrare nelle ossa del cranio.
    “Sono stanco tesoro, attenderti tutte le notti è maledettamente snervante e ora vorrei riposare. Naturalmente hai il permesso di usare la mia poltrona: è fedele, collaudata e piuttosto comoda”.
    Le voltai stancamene le spalle e una volta in camera chiusi la porta con un calcio. poi mi buttai sul letto. Fui raggiunto da un ululato di pura rabbia, da cristallo in frantumi, da una porta sbattuta con furore.
    Chiusi gli occhi, mi puntai la pistola alla tempia e lasciai partire un colpo. Nel silenzio rotto dalla pioggia, udii il fragore di un’arma scarica.
    Mi svegliai qualche ora più tardi, stravaccato nella solita poltrona senza avere la minima idea di come ci ero arrivato e sentendomi stranamente in forma: niente gambe anchilosate, niente cerchio alla testa post sbronza, con l’energia di un ventenne ma stranamente confuso. Mi alzai avvolto da un senso di nausea, quasi un brutto presentimento e sentii il desiderio impellente di uscire a prendere una boccata d’aria. Corsi verso la camera da letto per prendere la giacca, fermandomi di botto sulla soglia: un corpo, apparentemente senza vita, giaceva in una pozza di sangue ai piedi del letto, e quel cadavere ero io. Non era possibile, insomma io ero in me, erano le mie mani tremanti quelle che stavo fissando ed erano proprio vive e vegete, era la mia fottuta faccia quella che tastavo in quel momento ed era assolutamente solida sotto le mie mani, così come il resto del mio corpo. Era solo un incubo, mi sarei svegliato presto, la troia sarebbe tornata dopo l’ennesima scopata col primo tizio incontrato sulla sua strada e al mio risveglio avrei ritrovato la mia squallida esistenza di sempre. Solo un sogno. Mi sentii rinfrancato da questo pensiero e mi avvicinai al morto. Cercai di voltarlo sulla schiena ma una scossa elettrica mi attraversò il corpo facendomi desistere all’istante. Insomma, non potevo toccarmi in nessun modo, quindi afferrai la sedia della scrivania facendo leva sulla stessa per far ruotare il mio cadavere. Lo spettacolo era desolante: la faccia era di quella particolare sfumatura cenere che solo i morti sanno portare con grazia, avevo entrambi i polsi tagliati da parte a parte e la mia mano destra reggeva il coltello che probabilmente mi aveva affettato la carne. Sul pavimento poco distante, la pistola con la quale avevo cercato di ammazzarmi ore prima. Un conato di vomito mi fece distogliere lo sguardo, era tutto dannatamente reale e improvvisamente desiderai fuggire da quell’incubo. Perché nessuno veniva a svegliarmi, stramaledizione? Il telefono non sarebbe squillato, i miei amici mi avevano abbandonato quando ero diventato un derelitto, non avevo rapporti con i vicini, anzi li detestavo cordialmente da quando le mie vicende sentimentali erano diventate di dominio pubblico e gli sguardi di compatimento misto a curiosità pettegola erano diventati intollerabili. Non parlavo più con nessuno.
    Sentii qualcuno aprire la porta, poi una serie di voci sconosciute fra le quali udii distintamente la voce lacrimevole della mia adorabile mogliettina. Mi raggiunsero sulla soglia ma nessuno sembrò far caso a me. Già, i fantasmi sono invisibili, riflettei quasi urlando. Niente, nessuna reazione da parte degli altri.
    Avvicinandomi la fissai: il volto era distrutto dal pianto e sembrava veramente disperata, stava raccontando ad un agente in divisa di come fosse rientrata in casa per prendere le proprie cose dopo la furibonda lite della sera precedente, accompagnata dall’amico che l’aveva ospitata e di come mi avesse trovato per terra in un lago di sangue. No, naturalmente non aveva toccato niente, aveva urlato in preda al panico e il suo amico aveva chiamato immediatamente le forze dell’ordine.
    Nel frattempo una folla incredibile di gente si affaccendava intorno al mio cadavere, scattando foto e raccogliendo prove. Mi sentivo stranamente sdoppiato, una sensazione sgradevole.
    Lei ora stava blaterando a proposito del fatto che ultimamente mi comportavo in modo strano, non uscivo mai di casa ed avevo sguardi da folle, e di come l’avessi minacciata la sera prima con una pistola. No, non sapeva fosse scarica, era riuscita a fuggire appena possibile in preda al terrore, rifugiandosi dal suo amico. Ma no, ero esaurito, ma non mi riteneva capace di togliermi la vita…no, il matrimonio non era felice, ma lei era sicura che tutto si sarebbe aggiustato prima o poi, in fondo erano solo piccole comuni incomprensioni facilmente risolvibili, normale amministrazione fra marito e moglie. La voce le morì in gola uccisa da un singhiozzo straziante.
    Il tizio che l’interrogava sembrava molto a disagio mentre cercava goffamente di consolarla porgendole un fazzoletto immacolato e mentre la invitava con voce gentile a seguirlo in centrale per chiarire meglio alcuni particolari e alcune questioni della massima importanza. Probabilmente si riferiva alla consistente eredità di cui ero appena entrato in possesso e di cui lei sarebbe risultata l’unica beneficiaria in quanto l’unica parente che avessi al mondo, ma il mio avvocato – il solo amico rimastomi dai vecchi tempi – mi aveva informato della cosa solo la sera prima e a lei non l’avevo detto, non poteva saperlo in alcun modo e la cosa l’avrebbe sorpresa. O forse le cose non stavano esattamente così, pensai con un sussulto vedendolo comparire di fianco a lei, un braccio sulle sue spalle con fare rassicurante e lo sguardo affranto dietro alle lenti dalla spessa montatura. Improvvisamente fui matematicamente certo dell’identità del “pollo” e riuscii a dare un senso alla speranza che le avevo letto nello sguardo. La speranza che presto io sarei stato cadavere, e lei una donna ricca.
    La puttana chiese di potermi salutare un’ultima volta e si avvicinò ai resti insanguinati di quella patetica figura d’uomo in cui mi aveva trasformato con le sue mani. Mi accosciai di fronte a lei guardandola fisso, e vidi il trionfo e il sorrisetto di pura soddisfazione che per un secondo soltanto le attraversarono il viso, prima che tornasse ad essere una maschera di dolore.
    “Addio Amore, grazie per tutto ciò che hai fatto per me, ti porterò sempre nel cuore”, sussurrò fra le lacrime. Che attrice…
    Mi alzai da terra e la vidi uscire con l’avvocato alle calcagna. Alla fine me ne ero liberato, certo non attraverso un divorzio come avevo previsto, ma era comunque un risultato soddisfacente. Un gran bel regalo d’addio per il mio “amico”, una volta che avesse realizzato di essere stato soltanto un mezzo. Un sorriso soddisfatto fiorì sulla mia faccia cadaverica. Sentii il ricordo di quello che era stato il mio cuore liberarsi da un peso, non mi restava che seguire il mio corpo all’obitorio, e poi guardarlo scomparire sotto metri e metri di terra rinchiuso in una cassa.

  2. #72
    Dragon ghost
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    Perche Florabella l'ha postato in questo thread?

  3. #73
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    Perchè questo è un circolo anarchico, si posta a sorpresa

  4. #74
    cinica matura
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    perchè siamo la casa delle libertà, e facciamo un po' quel cazzo che ci pare

  5. #75
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    E, sopratutto, siamo tutti d'accordo

  6. #76
    zen nun
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    Citazione Originariamente Scritto da Il_Grigio
    E, sopratutto, siamo tutti d'accordo
    ah, ecco, meno male.
    Cominciavo a pensare di aver fatto una gaffe.

  7. #77
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    Mbeh? Com'è?

  8. #78
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    Citazione Originariamente Scritto da Isabella
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    “Era una notte buia e tempestosa…” pensai sogghignando, l’ennesima, fottuta notte solitaria nel bel mezzo di un temporale estivo, ma in realtà avevo poco da ridere.
    [...]
    Un sorriso soddisfatto fiorì sulla mia faccia cadaverica. Sentii il ricordo di quello che era stato il mio cuore liberarsi da un peso, non mi restava che seguire il mio corpo all’obitorio, e poi guardarlo scomparire sotto metri e metri di terra rinchiuso in una cassa.
    Si dice in dialetto veneto, "Xe pezo el tacòn del buso" (è peggio la toppa del buco), o anche "Più che te la misci, più la spuza" a stigmatizzare il tentativo mal riuscito di rabberciare una qualche schifezza.
    Infatti i sequel, che son sempre una minestra riscaldata, ormai riescono bene solo alle major di Hollywood in perenne crisi di idee, ma sono assai difficili in letteratura.
    Questa introduzione - che parrebbe prefigurare una qualche terribile stroncatura del sequel di Isabella - è in realtà solo un piccolo innocente scherzo per far passare anche a lei un piccolo brivido di sorpresa.
    Come quello di cui mi ha deliziato lei, con il suo riuscito seguito.

  9. #79
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    Citazione Originariamente Scritto da pcosta
    Si dice in dialetto veneto, "Xe pezo el tacòn del buso" (è peggio la toppa del buco), o anche "Più che te la misci, più la spuza" a stigmatizzare il tentativo mal riuscito di rabberciare una qualche schifezza.
    Infatti i sequel, che son sempre una minestra riscaldata, ormai riescono bene solo alle major di Hollywood in perenne crisi di idee, ma sono assai difficili in letteratura.
    Questa introduzione - che parrebbe prefigurare una qualche terribile stroncatura del sequel di Isabella - è in realtà solo un piccolo innocente scherzo per far passare anche a lei un piccolo brivido di sorpresa.
    Come quello di cui mi ha deliziato lei, con il suo riuscito seguito.
    Ohibò, devo credere alla prima o alla seconda parte della recensione? E' un bel dilemma...

    Comunque sia, grazie!

  10. #80
    Super Troll
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    Citazione Originariamente Scritto da pcosta
    ..... è in realtà solo un piccolo innocente scherzo per far passare anche a lei un piccolo brivido di sorpresa.
    Come quello di cui mi ha deliziato lei, con il suo riuscito seguito.
    comunista e lecchino

    puah.

 

 
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