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Discussione: Tutti a votare

  1. #21
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    Predefinito Pensieri perversi

    Serio non lo voglio essere.
    Mai.
    Piuttosto mi faccio fare una compilation di lifting

    Ringraziando il cielo sta finendo.
    L’antiberlusconismo ha fatto in Italia quello che il Pcus fece al mondo: ha tracciato una linea dritta dalla quale non si può più svicolare, neanche per scherzo. Figuratevi come può sentirsi una persona che coltiva una certa perversione per la parola, per il paradosso, per la frase mai detta prima, per i mostri della ragione.
    Così, in questi giorni, non ho potuto dire molte cose.
    Non ho potuto dire che sia secondo le alte teorie filosofiche del collettivo francese Tiqqun (per cui il “trucco” – in senso cosmetico, non cosmico – sarebbe la chiave di lettura del contemporaneo) sia secondo il più becero umorismo da cabaret, il logico e conseguente candidato premier dell’Unione contro Berlusconi sarebbe dovuto senz’altro essere Vladimir Luxuria, per due ragioni: usano entrambi il fard ed entrambi portano i tacchi. Senza contare la ventata di creatività che Luxuria avrebbe potuto portare all’interno della campagna elettorale per quanto riguarda i Pacs, rispetto ai quali abbiamo sentito parlare soltanto di argomentazioni menagrame: metti che il tuo compagno si ammala di cancro, come fai ad andarlo a trovare mentre gli fanno la chemio? E metti che mentre gli fanno la chemio lo arrestano?
    Non ho potuto dire che io “serio”, in quel modo prodiano che è diventato lo slogan della campagna elettorale, con le mani giunte ma un po’ discoste, di fronte al naso, pronte a un affondo repentino, “serio”, ma “serio” da accompagnare il movimento imperativo con un deciso tremolar di guance, io non lo voglio essere.
    Mai.
    Piuttosto mi faccio fare una compilation di lifting.
    Non ho potuto dire che Della Valle “compagno” non me lo vedo, che l’Economist è un giornale conservatore e allora c’è qualcosa che non va, che secondo me la vera classe debole, in Italia, sono i pensionati, che gli 800 euri promessi da Berlusconi sono qualcosa di sinistra, e che non vedo cosa se ne possa fare, secondo la proposta della sinistra, un operaio, di 350 euri in più l’anno, che sono 30 euri al mese, per un totale di 1 euro al giorno, e che se fossi un operaio (io sono di meno, sono meno che precario, sono disoccupato) rinuncerei con piacere a 1 euro al giorno a patto che la mia classe dirigente la smettesse di sparare così tante minchiate.
    (A questo punto, di solito, mi urlano, mi aggrediscono verbalmente, e io, che non sopporto le grida, non capisco, loro mi spiegano urlando e io sono terrorizzato dalle urla. Poi mi dicono: “Scusa se urlo, è la passione politica”.
    E non potresti sussurrarmi appassionatamente le tue ragioni?).
    Non ho potuto neanche dire che ringrazio Dio di non essere mai stato assunto, perché il solo suono di “posto fisso” mi fa venire il panico.
    Non ho potuto dire che al posto di due blocchi che si fronteggiano – compatti? – insultandosi e scambiandosi le parti per cui l’uno, Berlusconi, sfoggia un ottimismo da utile idiota, e l’altro, Prodi, un pessimismo da delinquente politico, preferirei un proporzionale relativamente assoluto e un grande centro con Mastella presidente del Consiglio.
    Non ho potuto dire, e la cosa mi premeva, che è impossibile, oggi, essere uno scrittore di sinistra in Italia, dove, un’intellettuale al momento favorita per la vittoria di un prestigioso premio letterario, scrisse (a proposito di Giangiacomo Feltrinelli, reo di avere detto in occasione della pubblicazione in Italia di Pasternak: “Voglio dare una lezione all’Unione Sovietica”) di non essere d’accordo con la pubblicazione de “Il Dottor Zivago”, aggiungendo:
    “Resta, eventualmente, il problema di far sentire ufficialmente a Feltrinelli come personalmente ho fatto io e forse altri, che ha passato il segno. Mantengo l’opinione che questo potrebbe avvenire in forme regolari a Milano, e perfino nella sua cellula: ma sono la sola a pensarla così, un biasimo della cellula, duro, sarebbe la cosa a mio avviso più pedagogica, per lui e per tutti”.
    In forme regolari? Biasimo duro? Pedagogica? Cazzo: peggio di una moglie! (Un baciamano a Inge).
    Non ho potuto dire che Berlusconi mi ha commosso così come ha commosso, da agenzie e lanci stampa, Hillary Clinton.
    A Hillary l’ha commossa nel discorso al Congresso americano.
    A me mi ha commosso quando ha detto: “Aboliremo l’Ici”, e io tra le lacrime di gioia ho pensato: “Mioddio ma questo vuol dire che Scapagnini la finirà con tutti gli spettacoli di samba e gli assessori siciliani coi loro consulenti agli arredi urbani, e con le loro rassegne d’arte d’avanguardia, che ai soldi dell’Ici debbono tanto?”.
    Infine non ho potuto dire, quantomeno per il gusto della citazione, o della variazione su un canone consolidato: “Se vince Prodi espatrio”.
    Mi piace la letteratura, l’illusione che dentro di essa si possa dire e scrivere quello che ti pare.
    Siete invitati sin d’adesso alla mia fucilazione: i bookmaker, a Londra, danno vincente Prodi.

    E adesso vediamo se c’è qualcuno a sinistra capace di affermare di essere più coglione di me.

    Ottavio Cappellani su il Foglio di oggi

    Catanese, è autore di “Chi è Lou Sciortino” , romanzo d’esordio i cui diritti sono stati acquistati da venti editori stranieri.

    saluti

  2. #22
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    Predefinito No pedagoghi. No perbene

    Un governo che fa ridere meglio di un potere che fa sbadigliare

    Ci criticano perché siamo amorali, perché pensiamo che la politica possa e debba essere divertente, e intanto potrebbe verificarsi una tragedia.
    A un governo senza potere potrebbe subentrare un potere senza governo. Non un regime, ben s’intenda, ma un potere senza trucco, tacchi e cotonatura, e invece pallido, mal rasato, bofonchione, inconcludente come l’altro ma in più noioso e impiccione.
    Lo portano sugli scudi orde di giornalisti organizzati in lotta per i loro diritti, intellettuali atei militanti e spesso bigami, schiere di ragazze che credono nella funzione sociale della donna e soprattutto della lettrice di Repubblica, armate di ragionieri che compilano agende Tafazzi e si sconvolgono per una cifra fuori posto nel bilancio dello stato, banchieri di sinistra, profie e prof che leggono compulsivamente Houellebecq e Lidia Ravera, clericali di Reggio Emilia che vietano le merendine ma offrono donazioni esentasse ad personam ai loro bambini cresciuti, comunisti riformisti che hanno dimenticato il sapore dolciastro dei bimbi bolliti e sognano l’Africa, cineasti pensosi del destino antropologico del paese, imprenditori con la pochette a tre punte, insomma un branco di splendidi coglioni che votano orgogliosamente e moralisticamente contro il proprio interesse, per farsi belli con la stampa estera.
    La politica divertente non è solo la descrizione del governo Prodi fatta in tv dal Cav., con D’Alema vestito da marinaretto sullo sfondo; non è solo la promessa abolizione dell’Ici con annesso un fantastico “avete capito bene”; non è solo la sequenza infinita di sketch & gaffe che fanno sobbalzare le anime belle e i cuori rispettabili: la politica divertente, che non si nutre di perbenismo, è il gesto minimal, una carismatica cafonaggine, il populismo democratico che ti toglie l’incomodo della boria oligarchica e della seriosità parruccona, il tutto corredato da una punta di aristocratica sprezzatura.
    Certo, in questi cinque anni nel divertente abbiamo cercato quel che non abbiamo trovato, cioè il serio non pedagogico, un effetto di trascinamento culturale che potesse cambiare non si dica l’incambiabile Italia ma qualche inamabile abitudine fattasi ultraviziosa.
    Specie l’abitudine a edulcorare il linguaggio, a non dare alle cose il loro nome proprio, a costruirsi una realtà ideale senza adeguamento dell’intelletto alla cosa: sia quando si parli di aborto e di Dio sia quando si parli di precariato e mercato sia quando ci si comporti in modo evangelico sia quando si pecchi sia quando si giochi agli antimoderno sia quando si festeggi l’elemento pop della vita.
    Cercare quel che non si trova, fallire felicemente, è il gioco più bello dell’esistenza.

    Questi qui che minacciano di arrivare, invece, trovano prima ancora di cercare tutte le idee giuste e ricevute, tutti i nobili figuranti di una bella professione, la politica, avvilita a un percorso senza movimento, senza rischio, senza dolore e dunque senza piacere.
    Al potere la gente che ha sbagliato l’11 settembre.
    Che ha convocato le tristi adunate della Cgil contro le idee di un Marco Biagi.
    Che voleva e vuole inondarci di diritti indifferenti come i loro desideri. Ma che spettabile tristezza, che malinconia, che mesto sbadiglio.
    Qualche giorno fa su Raitre un formidabile gigione napoletano, il democristo e socialista Gianfranco Rotondi, ha enunciato il più preciso teorema comico di questa campagna elettorale:
    “Noi abbiamo governato una schifezza, forse, ma certamente questi promettono di far di peggio”.
    Ohibò! E che volete di più dalla vita?
    Questa si chiama autocoscienza della storia in movimento, questa è filosofia liberale in atto e in divenire, questa è una mezza verità superiore alle mezze bugie della serietà al governo.
    Dovesse succedere l’irreparabile, con il trionfo del ceto politico che annoia, noi che ridendo abbiamo castigato tanti costumi e rotto i coglioni a tanta gente con le nostre idee pesanti ma ironiche sulla vita, promettiamo per il dopo di comportarci bene.
    Sempre gravi, mai seri.

    Ferrara su il Foglio di oggi

    saluti

  3. #23
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    Predefinito L'ultimo acceso dibattito

    Roma. Si capisce che non si poteva restare a lungo ai coglioni e ai delinquenti, agli ubriachi e agli utili idioti.
    Il dibattito andava elevato. Se non il dibattito, il livello dell’insulto.
    I due contendenti, nel corso di un ultimo e inaspettato faccia a faccia, hanno fatto registrare l’attesa evoluzione. Il Foglio presenta una sintesi del confronto.

    Moderatore: “Al termine della campagna elettorale, può ognuno di voi definire il suo avversario?”
    Cav.: “Escimi dinanzi mostro, deposito di bugie, scrigno d’imposture, pozzo d’iniquità, inventore di malvagità, propalatore di sciocchezze”.
    Prof.: “Canaglia, furfante, leccavanzi; vile, sfrontato, stupido, miserabile, sudicio briccone; ribaldo privo di fegato sempre pronto ad attaccar briga in tribunale”.
    Cav.: “In ogni ora, in ogni luogo ne raccontate tante, con voi ci vogliono occhi attenti e mente pronta”.
    Prof.: “Non è ribaldo questo, che si fa laude con l’altrui buone opre?”.
    Cav.: “Ladron feroce e furioso, d’ogni misfatto e d’ogni sceleranza ardito e frodolento esecutore”.
    Prof.: “Ubriacone, goloso, bugiardo spudorato, imbroglione, ladro, vile bestemmiatore, pendaglio da forca”.
    Cav.: “O mostro orribile! Come è simile a un maiale nel suo sonno inebetito”. Prof.:
    “Disonesto, ribaldo e gran goloso, ebbro, porco, tristo e lussurioso”.

    Moderatore: “Definizioni chiarissime. Ma dello schieramento dell’avversario, cosa pensate?”
    Cav.: “Si dedicano tutti a una sola occupazione, hanno tutti una sola mèta: imbrogliare con cautela, combattere con l’inganno, vincere con le lusinghe, fingersi persone dabbene, tessere insidie”.
    Prof.: “Quelli che cambiano il nero in bianco, che prendono tranquillamente in appalto templi, fiumi, porti, fognature da vuotare, morti da mettere nella tomba e schiavi da vendere all’incanto”.
    Cav.: “Immenso barile di vin di Spagna, cassapanca stipata di budella, manzo arrostito imbotti-to di porridge, reverendo vizio, canuta iniquità”.
    Prof.: “Pezzenti avvinazzati, usciti da qualche dispensa di vino inacidito! Pellacce! Otri viventi!”.
    Cav.: “Tu menti, tu menti: parola mia, tu menti, e io ti odio per questo; sei un volgare zotico, una sciocca canaglia; oppure un astuto temporeggiatore”.
    Prof.: “O incantatori funesti e malvagi! Ah, se vi potessi veder tutti infilati per le branchie come mazzi di sardine!”.
    Cav.: “Corvo dalle candide piume di colomba! Agnello vorace come lupo! Sostanza abietta in divina apparenza! Santo dannato, canaglia piena d’onore!”.
    Prof.: “Ma le vostre lusinghe non vi varranno a nulla: non partirete da qui senza aver la testa mozzata”.
    Cav.: “Uomo dalla mente liquefatta! Non hai più cervello di quanto ne abbia io nel gomito; l’ultimo degli asini potrebbe farti da maestro; somaro, fanfarone, pezzo di cafone!”.
    Prof.: “Buffone nuovo e imbecille vecchio”.
    Cav.: “Balordo foderato di balordaggine, con guarnizioni di maligno e birbaccione”.
    Prof: “Una figura più di mummia che d’uomo; orrido tutto e squallido e difforme”.
    Cav.: “Quel saltapreti, quel fantasma di notte”.

    Moderatore: “Siamo al confronto finale, volete ora scusarvi reciprocamente?”
    Prof.: “Uomo falso e nefando, nemico di giustizia, fiera empia con la bifida sua lingua”.
    Cav.: “O tu capace di ogni ardire, e di trarre da ogni argomento un’astuta apparenza di onestà”.
    Prof.: “Sputa le tue menzogne, insulso millantatore”.
    Cav.: “Tu, tu che superi in scelleratezza tutto il sesso femminile!”.
    Prof.: “Deh, che venir ti possa el vermocane!”.
    Cav.: “O pane male impiegato!”.
    Prof.: “E’ una belva, un veleno! Una peste per questo paese!”.
    Cav.: “C’infetti tutti quanti con quel tuo dannato fiato!”.
    Prof.: “Rubacipolle, mulo cornuto che sei. Sor testa di maiale, zampa di vecchio saltamartino, caccola di coniglio, gogna della suburra, fondo di forno di tegole”.

    Moderatore: “Dibattito piuttosto acceso. Come giudicate il programma dell’avversario?”
    Cav.: “Il vizio lo chiamano virtù, la cattiveria bontà, il tradimento lealtà, il ladrocinio liberalità; rapina è il loro motto, e tutto questo lo fanno con sovrana e irrefutabile autorità”.
    Prof.: “Senti, o è il dispiacere che ti fa uscir di cervello, o tu di cervello non ne hai mai avuto un briciolo”.
    Cav.: “Ma è possibile che la sia così duro di cervello, e abbia la testa così vuota da non vedere che quel che le dico è la pura verità?”.
    Prof.: “Creatura sciocca, non hai ancora detto una parola da quando mi parli, che non abbia messo in mostra la tua dabbenaggine!”.
    Cav.: “Se c’è uno sciocco e un pettegolo, quello sei tu”.
    Prof.: “E’ un matto, un disperato, un indemoniato quello che abita qui”.
    Cav.: “Uomo antidiluviano, anticaglia, babbione”.
    Prof.: “Ma quanto dovremo sopportarlo ancora questo castrone!”.
    Cav.: “Ah, cieca umana mente, come i giudizi tuoi son vani e torti!”.
    Prof.: “Tu hai anche la prerogativa di far diventar pazzi e mentecatti tutti quelli che ti praticano”.
    Cav.: “Uomo di insulsaggine estrema”.

    Moderatore: “E in caso di vittoria dell’avversario?”
    Prof.: “Falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura”.
    Cav.: “Con chi ti sei rimpizzato di aceto e fave?”.
    Prof.: “Siete uno spaventacchio, e di più vi puzza il fiato, sgraffignate, avete modi di ragno, e facilmente sarete lebbroso”.
    Cav.: “Ma che può fare un uomo che d’umano non ha altro che il nome?”.
    Prof.: “Leccapiedi pelato!”.
    Cav.: “Perché la terra non si spalanca sotto i piedi, affinché precipiti nelle tenebre infernali questo serpente, rovina del genere umano?”.
    Prof.: “Disgraziato, sei solo un uomo e fai la voce grossa, ti dai arie?”.
    Cav.: “Ma è tollerabile sentire da costui questi insulti?”.
    Prof.: “Canaglia! I piccoli funghi non potranno mai rivaleggiare con l’altezza dei cedri”.
    Cav.: “Don baccalà, anima di mortaio, nocciolo di dattero”.
    Prof.: “Anima vile!”.
    Cav.: “E’ il vertice assoluto della cattiveria”.
    Prof.: “Canaglia, non conosci né legge divina né legge umana”.
    Cav.: “Taci, maledetto lupo”.
    Prof.: “Il tuo spirito da cane rabbioso deve avere abitato un lupo prima di te”.
    Cav: “Sangue di lepre ci avete nelle vene”.
    Prof.: “Cane agli sguardi e cervo al core!”, e poi: “O uomo che hai più della bestia che delle persona umana. Asino sei, asino sarai, e asino morirai prima che tu t’accorga d’essere una bestia”.
    Cav.: “Di che temi, codarda creatura? Di che piangi, cuore di burro? Chi ti insegue e ti molesta, anima di topolino?”.
    Prof.: “Ah, brutto sporcaccione traditore!”.
    Cav.: “Ahimè, che afflizione codesta tua santità!”.
    Prof.: “Falso millantatore”. Cav.: “Gente immane e indemoniata”.
    Prof.: “Ladro da mettere tre volte alla forca”.
    Cav.: “O falso traditore…”.

    (Ringraziamo i candidati. E soprattutto Dante, Cervantes, Rabelais, Ariosto, Lope de Vega, Shakespeare, Omero, Tasso, Menandro, Catullo, Virgilio, Chaucer… e i curatori di “Insulti d’autore. L’offesa come forma d’arte” Mondadori).

    Da il Foglio

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Doveva essere Churchill.....

    .....ha fatto peggio di Santer.

    Quando, nel 1999, Romano Prodi fu nominato alla presidenza della Commissione europea, la stampa internazionale gli tributò un caldo benvenuto.
    L’esecutivo comunitario presieduto dal lussemburghese Jacques Santer si era appena dimesso e il “professore”, agli occhi degli opinion-maker, era l’uomo del miracolo: far entrare l’Italia e i suoi disastrati conti pubblici nell’euro.
    Una specie di “Winston Churchill” – si era spinto il Financial Times, bibbia dell’eurocrazia – cheavrebbe restituito alla Commissione l’aura dei tempi di Jacques Delors.
    Soltanto due leader in Europa compresero in fretta quale sarebbe stato l’esito di quella scelta: l’ex cancelliere Helmut Kohl che, orecchiato il nome dell’italiano, chiamò uno dei capi di governo per dirgli: “Volete nominare Prodi? Siete tutti diventati matti?”; e il premier britannico, Tony Blair, che fu il suo grande elettore, perché sapeva che si sarebbe garantito cinque anni di vuoto di politica a Bruxelles.
    Così è andata.
    Basta riprendere l’editoriale del Financial Times del 27 maggio 2004 per capirlo. “Romano Prodi è stato disastroso – scriveva il Ft – Era l’uomo sbagliato per questo lavoro. Non ha mostrato né quella visione politica né quell’attenzione per i dettagli che sono richiesti per uno dei più difficili ruoli esecutivi al mondo. Manager incapace, non ha avuto nemmeno abilità comunicative, semmai un’allarmante propensione alle gaffe”.
    Basta?
    No, perché l’europeista Prodi ha violato “la lettera e lo spirito dei trattati, voltando completamente le spalle alla Commissione per fare campagna elettorale” in Italia.
    “La Commissione è un’anatra zoppa e il suo morale è basso”, spiegava il quotidiano della City. Visto che i Venticinque stavano già discutendo del suo successore, “la cosa più onorevole per Prodi è dimettersi”.
    La debolezza del candidato premier del centrosinistra è stata certificata da euroscettici e euroentusiasti. “Siamo critici della burocrazia di Bruxelles, ma non al punto di volere un esecutivo troppo debole, e dopo cinque anni di Prodi, l’Ue ha bisogno di una leadership forte ed efficace”, ha scritto il Wall Street Journal Europe nel maggio del 2004.
    L’europeista e antiberlusconiano Economist constatava che con Prodi “la Commissione ha sofferto di una perdita di autorità che l’ha danneggiata” ed esigeva come suo successore “un buon comunicatore, un uomo forte e deciso, dopo gli anni di leadership incerta di Prodi”. Analoghe richieste furono avanzate dal Monde, che aveva preso atto dei “dieci anni di erosione dell’esecutivo europeo, segnati dalle dimissioni della Commissione Santer e dalla debolezza della Commissione Prodi”.
    Quando i Venticinque si misero d’accordo sul nome del suo successore, ci fu un sollievo generale: Josè Manuel Barroso avrà un compito “facile”, commentò il Times: “Non deve somigliare a Romano Prodi, inetto amministratore e figura pubblica grossolana e irresponsabile”.
    Ma Barroso ha ereditato una situazione più difficile perché – come ha scritto il giornalista di Libération Jean Quatremer – Prodi è riuscito “nell’exploit di fare peggio di Santer, lasciando dietro di sé una Commissione più screditata che mai”.
    Il Prof. ha perseguito iniziative discutibili agli occhi dei leader europei e della stampa: dall’invito al dittatore Gheddafi – Prodi non deve scordare che il “diavolo” libico “si porta ancora appresso la puzza di zolfo”, scrisse la Süddeutsche Zeitung – alla nomina del suo primo portavoce – Riccardo Levi, poi cacciato per la pessima reputazione presso i media internazionali.
    I capi di stato e di governo lo snobbarono al punto che, durante un Vertice nel 2001, mentre Prodi “stava leggendo il suo discorso – ha raccontato il Ft – Jacques Chirac protestò per l’assenza di cacio nel menù” e tutti i leader “si unirono al dibattito” sul formaggio.
    “Prodi viene preso sul serio sempre meno”, avvertiva Die Welt. I suoi uomini ribattono che il successo di Romano è stato l’allargamento dell’Ue. In realtà, invece di spiegare ai cittadini l’adesione della Nuova Europa, Prodi ha preferito lanciare strabilianti iniziative per rubare la scena agli altri leader: il “no” alla guerra in Iraq, la Costituzione europea o il Patto di stabilità “stupido”.
    Senza un progetto, la Commissione Prodi ha realizzato l’allargamento “a passi indietro e in modo tecnocratico”, scriveva Arnaud Leparmentier sul Monde del 18 maggio 2004. Poco più di un anno dopo, i francesi hanno detto “no” al Trattato costituzionale per paura dell’allargamento.
    Bel successo per l’uomo che il Ft ha definito “un dilettante catapultato su una poltrona troppo importante per lui”. O – per dirla con le parole del suo commissario al Commercio, Pascal Lamy – il cui “campo di irradiazione si ferma al regno delle idee.
    Nel regno dei fatti, Prodi non c’è”.

    saluti

  5. #25
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    Predefinito L'Economist e il modo di pensare del Prof.

    Il Corriere della Sera di ieri, a pagina 55, ha raccontato di una lettera inviata negli anni Trenta dalla cognata del premier inglese Neville Chamberlain a Margherita Sarfatti. Diceva così: “Vorrei che gli italiani non facessero troppa attenzione alla nostra stampa. Tutti noi che occupiamo posizioni di responsabilità deprechiamo che un linguaggio offensivo possa essere usato. Per nostro conto, siamo insensibili agli attacchi della stampa e sappiamo bene quanto sia irresponsabile”.
    Il Foglio, al contrario, fa molta attenzione alla stampa inglese, specie all’Economist che è il miglior giornale del mondo quanto a informazione, analisi e commento sulla politica e sulla cultura degli Stati Uniti.
    Gran parte del merito dell’ammirazione fogliante per l’Economist “americano” è di Adrian Wooldridge e di John Micklethwait, i due formidabili autori di The Right Nation, il libro che ha raccontato la rivoluzione conservatrice americana al netto dei luoghi comuni molto diffusi da altri organi di stampa.
    Ed è questo il primo disappunto nei confronti dell’Economist europeo che, più modestamente, per raccontare l’Italia si affida agli spartiti della coppia Gomez-Travaglio.
    John Micklethwait è appena diventato direttore del settimanale londinese, ma non ha attenuato di una virgola l’antiberlusconismo antropologico del suo predecessore Bill Emmott, malgrado il medesimo Micklethwait sia un autore Mondadori, cioè un berluscones egli stesso.
    La copertina antiberlusconiana, insieme con l’editoriale e l’analisi, contiene giudizi severi sul Cav., sul suo impero mediatico, sui suoi processi, sulle leggi ad personam.
    Il Foglio ieri ha fatto notare ciò che l’Economist s’era dimenticato di raccontare, ovvero che le tv berlusconiane hanno rotto un monopolio statale (cosa che in teoria dovrebbe piacere all’Economist), ma anche che molti dei processi anti Cav. si sono conclusi con l’assoluzione e che, infine, le leggi ad personam non hanno intaccato lo stato di diritto italiano, ma si sono limitate a respingere, con poche applicazioni e scarsi risultati, l’attacco di una magistratura politicizzata che, da Antonio Di Pietro a Gerardo D’Ambrosio, oggi siede tra i banchi della coalizione di centrosinistra.
    Travagliate a parte, l’Economist motiva la sua copertina in favore del licenziamento di Berlusconi con il risultato dei cinque anni di governo del Cavaliere.
    All’Economist gli anni berlusconiani non sono piaciuti: poche riforme, poche liberalizzazioni, poca modernizzazione. Non hanno torto, malgrado liquidino in un breve inciso “la riforma del mercato del lavoro e quella delle pensioni”, non proprio due cosucce da niente.
    Si può addebitare al governo la paralisi dell’economia, invece che guardarsi intorno e vedere che gli altri non stanno meglio, anzi peggio quanto a occupazione.
    Però Micklethwait ha detto che Prodi “è più vicino al modo di pensare dell’Economist”.
    Scartata l’ipotesi di scuola, cioè che questa battuta sia del genere “humour inglese”, il giudizio di affinità politica con la coalizione cattocomunista espresso dal direttore dell’organo di stampa più “selvaggiamente” liberista del mondo meriterebbe palcoscenici migliori.
    Si può, anzi si deve, criticare Berlusconi per non aver compiuto la rivoluzione liberale promessa. E ci sta anche che la delusione di un liberista “selvaggio” arrivi al punto di non votarlo. Ma credere che “il modo di pensare dell’Economist” fiorirà con Prodi è una delle affermazioni più comiche degli ultimi tempi.
    All’Economist, Prodi lo conoscono bene.
    Quando era in Europa, lo massacravano proprio perché era lontanissimo dal “modo di pensare” del giornale.
    Pare che a Bruxelles non si fosse mai visto un burocrate così poco informato sui dossier e che alle riunioni fosse solito schiacciare un pisolino.
    Quando Maria Latella gli ha ricordato queste critiche, Prodi con orgoglio ha risposto: “Ma ci credo bene!”.
    La coalizione certo non lo aiuta a intercettare “il modo di pensare dell’Economist”, visto che è ideologicamente contraria a tagliare le tasse ed è l’unica alleanza di governo occidentale con due partiti comunisti, uno post comunista più verdi e dossettiani e democristiani. L’eccezione liberista è quella dei radicali, cioè di metà della Rosa nel pugno, mentre tutti gli altri criticano la riforma delle pensioni e vogliono cancellare o depotenziare la legge Biagi. Per il resto basta leggere i programmi.
    Il Cav. non li rispetterà, ma se Prodi & co. saranno di parola altro che vicinanza “al modo di pensare dell’Economist”.
    Da un mese, il settimanale critica i francesi che si oppongono ai contratti flessibili, ma al contrario del Wall Street Journal dimentica che il Cav. quella riforma, peraltro ben più radicale, l’ha realizzata tre anni fa.
    Il paradosso è che l’edizione Usa dell’Economist non è uscita con la copertina su Berlusconi, ma con questo titolo:
    “Lo stato si sta occupando di te”.
    Un’intemerata contro il neopaternalismo della sinistra di governo. A leggerlo, è un perfetto manifesto pro Caimano.

    Christian Rocca su il Foglio

    saluti

 

 
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